Archive for Gennaio, 2010

Libri: shortlist 2009

Posted on Gennaio 31st, 2010 in Letture, Nova x-Press | 8 Comments »

Dopo i fumetti e il cinema, concludiamo questa rassegna delle cose migliori che mi sono passate per le mani lo scorso anno al reparto libri. 12 titoli per il 2009, in ordine cronologico di lettura. [Valgono le solite avvertenze, con l'aggiunta che ci sono libri usciti nel 2009 che io avevo già letto prima e altri che, al contrario, giacciono in coda di lettura - soprattutto tascabili da edicola, "Segretissimi", "Gialli" e "Urania". Nel seguito, quindi, solo il meglio di ciò che ho letto nel 2009.]

Cat Chaser, di Elmore Leonard, è il titolo di cui mi sarebbe piaciuto parlarvi prima, ma ragioni varie mi hanno spinto a rimandare e, come si è dimostrato alla fine, procrastinare non è stata una bella idea. Vedo di porvi parzialmente rimedio nella sede di questo consuntivo. Fino allo scorso anno Leonard era per me una sorta di leggenda piuttosto eterea: chiunque ne parlava bene, Quentin Tarantino lo venerava, amici esperti in materia me lo consigliavano (grazie, compagno Fazarov). Quando ho preso la decisione di verificare la fondatezza delle voci sul suo conto, mi sono lasciato guidare dall’istinto. Elmore Leonard è uno degli autori viventi più prolifici in assoluto e mi sarebbe piaciuto cominciare da uno dei suoi primi libri, Il grande salto. In libreria però era esaurito, così ho ripiegato su quello che dalla quarta di copertina si prospettava come il più adatto al mio mood del periodo. Cat Chaser è la storia di un reduce della campagna militare dei marines a Santo Domingo che, sedici anni dopo, decide di far ritorno sull’isola caraibica per trovare la ragazza che gli aveva sparato sopra i tetti della sua capitale. Ci si aspetterebbe il solito viaggio nella memoria, ma se c’è un difetto che non si può attribuire a Leonard è la banalità: il “Dickens di Detroit”, come viene chiamato in quarta di copertina, imbastisce al contrario un intreccio adrenalinico tra Santo Domingo e Miami in cui la nostalgia è solo uno degli ingredienti di un cocktail da sballo. In estasi da Leonard mi sono fiondato dopo qualche mese su Mr. Paradise, un procedural thriller perfetto, impeccabile, dimesso laddove Cat Chaser aspira a una dimensione quasi tragica, brillante e glamour mentre Cat Chaser si porta addosso l’odore della polvere e della sabbia depositata sul mobilio di un albergo di quart’ordine. Non alla sua altezza, insomma, per quanto sia bastato a darmi un’idea della poliedricità di Leonard. O forse è solo che il primo Leonard non si scorda mai. Metterò alla prova questa ipotesi con altri titoli, per fortuna Einaudi sembra avere intenzione di condurre una meritoria opera di riscoperta della sua produzione.

Superluminal, di Vonda N. McIntyre. Questo è un libro che aspettavo da quasi dieci anni, ovvero da subito dopo la mia scoperta “critica” del cyberpunk (e uno degli articoli che hanno contribuito a generare le mie aspettative intorno a questo titolo è stato Realtà quantistica nella fantascienza recente, di Patricia Warrick, ancora on-line su Intercom). Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “Biotecnologie, conflitti sociali, nuovi mezzi di comunicazione e nuove lingue, come la vera lingua parlata dai tuffatori o la stupefacente lingua di mezzo che condividono con i cetacei. E ancora oceanografia e lampi di matematica. Tutto questo e molto altro ancora è possibile trovare in Superluminal, un romanzo dalla vocazione universale (mimetica, diremmo oggi, capace di infrangere le barriere dei generi coniugando romance, avventura e fantascienza) e al contempo sorprendentemente in anticipo sui tempi”. Un libro che fonde space opera e romance, cogliendo nel panorama del futuro scorci delle suggestioni postumaniste che sarebbero maturate venti anni più tardi.

L’algoritmo bianco, di Dario Tonani. A proposito della più che convincente seconda prova di Dario su “Urania”, scrivevo su questo blog: “Gregorius Moffa stimola meno simpatia di Cletus e di certo meno fiducia di Montorsi (indimenticabili protagonisti di Infect@), ma regge la scena altrettanto bene. Non è il cattivo che ti aspetteresti, anche lui è costretto a combattere le sue sfighe, ma tiene botta e tanto basta a farlo arrivare sulle sue gambe fino all’ultima pagina. Sarebbe il protagonista ideale di un action movie made in Hong Kong, qualcosa del primo John Woo, immaginando un John Woo più tetro e più cinico. Il ritmo adrenalinico che ho trovato nelle due storie dell’Algoritmo me ne hanno subito richiamato alla mente i primi film, improntati a un’estetica dell’azione totale, un’esaltazione della tecnica cinematografica. Al servizio della stessa estetica trovo che Dario abbia fatto la scelta di porre la sua esperienza di narratore in questa duplice prova. Una scelta rischiosa, in quanto compiuta pur sempre nel campo della fantascienza, e per questo estremamente coraggiosa. Da autore navigato qual è, Tonani riesce comunque a far filtrare elementi che portano profondità allo scenario e lasciano intravedere spiragli del mondo futuro da lui edificato”.

Un anno nella città lineare, di Paul Di Filippo. “Immaginate una città confinata ai bordi di un’unica strada. Da una parte corrono i Binari della ferrovia, dall’altra le acque del Fiume. E oltre questi confini il Lato Sbagliato dei Binari e l’Altra Sponda, rifugio di creature assurde prese in prestito da una bizzarra mitologia dell’oltretomba: i temuti Tori Alati e le incantevoli Spose del Pescatore, che fungono da ultimi Accompagnatori per le anime dei defunti. Strada Maestra si estende per decine di milioni di isolati e nessuno sa davvero se abbia un inizio o una fine. Sotto le evoluzioni celesti del Sole Giornaliero e del Sole Stagionale che incrociano le loro traiettorie sopra la città, si snoda un anno nella vita di Diego Patchen, scrittore di Narrativa Cosmogonica, e dei suoi eccentrici amici”. Il resto della mia recensione è su Fantascienza.com.

L’ultimo vero bacio, di James Crumley, è stata la seconda grande folgorazione del 2009. Ho scoperto l’autore sul blog di Luca Conti, che ne ha ritradotto le opere per Einaudi, e posso dire tranquillamente di esserne rimasto estasiato. Una purezza della prosa ammirevole, un tono sospeso tra
malinconia e disincanto, una descrizione credibile della provincia profonda e delle anime che si barcamenano laggiù, tra dispetti, invidie, ansia di redenzione e grandi e piccoli drammi. Il pezzo che annunciavo per l’uscita di Next-Station 2.0 è ormai pronto da tempo e sarà on-line con la prima edizione della webzine (ormai è davvero questione di giorni, dopo gli antipasti disseminati negli ultimi tempi). Un anticipo: “Ci sono libri che ti lasciano con l’amaro in bocca. Questa storia ti trasporta su strade polverose e desolate, miglia e miglia tra la West Coast e le Montagne Rocciose, e non ti lascia scampo: ti trascina in una spirale di sensualità e violenza e ti fa masticare il sapore acre della sabbia, rinnovando a ogni pagina la promessa dissetante di un bicchiere di birra ghiacciata, e poi ti lascia stordito e ubriaco sul ciglio della strada. Non è una bella esperienza, ma mentre la vivi non puoi rendertene conto. Semplicemente, ti lasci travolgere dal susseguirsi degli eventi e delle rivelazioni”.

Le stelle senzienti, di Lucius Shepard. Scrivevo su Fantascienza.com: “Black William è una cittadina sprofondata nella provincia deindustrializzata della Pennsylvania occidentale. È una terra di miniere e acciaierie e l’impatto ambientale di decenni di attività antropica e di iniziativa industriale spregiudicata si avverte ancora nei boschi e nei fiumi, in cui sembrano annidarsi creature misteriose e terribili. Black William ha preso il nome da un suo illustre cittadino dell’Ottocento, che seminò nei dintorni violenza e terrore spadroneggiando come un duca feudale senza incontrare ostacoli. E un filo sottile si riallaccia a quel passato quando una serie di inspiegabili fenomeni meritano alla cittadina la controversa fama di “Capitale Cerebrale della Pennsylvania”. Le apparizioni si manifestano sottoforma di strane luci, stelle che all’improvviso emergono dalla pietra dell’edificio della biblioteca pubblica, da cui il titolo originario della novella (Stars Seen Through Stone). E se le cose sembrano cominciare a cambiare da subito, dapprima lentamente, poi con un’accelerazione costante che coinvolge un numero crescente di tranquilli — anche se magari non sempre rispettabili — cittadini, solo quando qualcuno riesce a scattare delle foto il fenomeno tradisce il suo oscuro contatto con un “aldilà” da cui sembrano escluse la compassione e la redenzione”.

Uomini di paglia, di Michael Marshall (Smith). Una lettura molto suggestiva, che culla con il ritmo dell’azione e colpisce con il taglio di inquietudini affilate. Sempre su Next Station sarà presto on-line un mio approfondimento, di cui vi anticipo le prime righe: “Per un lungo periodo Michael Marshall Smith è stato il più “dickiano” tra gli autori emersi dalla fantascienza degli anni ’90, volendo riferire questo ingombrante attributo a una letteratura di stati paranoici, caratterizzata dall’intromissione di forze all’apparenza metafisiche sul piano della realtà fenomenica, a esercitare un’influenza oscura sulle vite dei protagonisti prima di risolversi in cause immanenti, benché sempre sfumate in una matrice torbida. La cosa è durata almeno finché l’autore britannico ha continuato a dedicarsi al genere, prima di cedere al richiamo del thriller e dei territori del cospirazionismo. [...] Negli ultimi anni Marshall Smith ha rinunciato al secondo cognome, con una tattica editoriale che si rifà a casi illustri come lo scozzese Iain [M.] Banks [...] e ha sintonizzato la sua produzione su storie che si distanziano mano a mano da un immaginario di marca esclusivamente fantascientifica, a partire dal nero d’azione della trilogia iniziata con Uomini di paglia (The Straw Men, 2002). Ed è su questo titolo che vogliamo concentrarci, provando come gli elementi più peculiari del romanzo affondino le radici proprio in un background di ascendenza fantascientifica, riconducibile all’opera di Philip K. Dick e del suo erede dichiarato K.W. Jeter“.

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, di Audrey Niffenegger. Il classico libro che non mi sarei aspettato mai che potesse piacermi, non fino a tal punto. E invece… Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “[...] può un libro simile essere definito fantascienza? Può e deve, a mio avviso. E non solo per il grande rispetto e la conoscenza del genere dimostrata dall’autrice e testimoniata nelle sue interviste, ma anche per una ragione di matrice più strettamente tecnica. La fantascienza è per sua natura un genere portato all’ibridazione. Non deve stupire che per una volta il romance abbia preso il ruolo che più spesso tocca oggi alla crime fiction. Se il cuore della storia — è il caso di dirlo — è la storia d’amore di Henry e Clare, a renderla così speciale è l’angolazione fantascientifica. E sostengo questo malgrado le incursioni nel futuro di Henry ci rivelino ben poco del mondo che ci aspetta, che tristemente è sempre fin troppo simile a quello in cui viviamo. È il taglio, la prospettiva da cui Audrey Niffenegger inquadra la storia, che sarebbero stati impossibili senza l’audacia della fantascienza. È per questo che oso spingermi a parlare di “fantascienza ripotenziata”, in relazione a La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo. Una fantascienza astratta dal suo contesto specifico, ridotta all’essenza del suo immaginario di riferimento e applicata a una dimensione intimista, ma sempre capace di fare al meglio ciò per cui è nata, anche alle prese con una materia insolita, anche agli occhi di lettori non — ancora — necessariamente appassionati di questo genere. Dopotutto, cosa c’è di più meraviglioso di un amore sposato alla prospettiva dell’eternità?”

Stelle di mare, di Peter Watts, sostava fino alla scorsa estate in un punto imprecisato della mia coda di lettura. Estratto dal cumulo dei libri, l’ho divorato grosso modo in un duplice rush, che coincide a grandi linea con la struttura del romanzo. Un gruppo di disadattati viene scelto per un esperimento nelle profondità dell’Oceano Pacifico: la conduzione di un impianto di estrazione di energia geotermica dalle faglie sottomarine. L’impresa richiede una serie di modifiche biologiche e morfologiche, a cui le cavie si sottopongono con successo. Non tutti, invece, riescono a superare l’aspetto psicologico dell’alterazione a cui li ha sottoposti l’Autorità di Griglia (il colosso multinazionale che li ha assoldati). L’esperimento presto supera la sua fase di test ed entra in esercizio, ma per gli operatori coinvolti comincia una prova ancora più delicata, che investe la loro dimensione privata e relazionale di esseri umani e li costringe a definire nuovi termini per la loro nuova condizione postumana. Un romanzo stupefacente sull’adattamento, la solitudine, il dolore e l’alienazione.

X, di Cory Doctorow. Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “Con questo libro, pubblicato dalla Tor Books nel 2008, Cory Doctorow [...] è riuscito nella duplice impresa di rinnovare la tradizione distopica della fantascienza che ha il suo caposaldo nel 1984 di George Orwell (omaggiato esplicitamente nel titolo originale, Little Brother) e di realizzare un piccolo manuale di resistenza civile per le nuove generazioni. X è un lavoro di denuncia, animato non da un ideale astratto, ma dalla convinzione che determinate idee — incontrovertibili, universali, assolute — debbano trovare necessariamente applicazione nella realtà. A questo fine, risulta funzionale la scelta dell’autore di operare una riscoperta dello spirito della democrazia attraverso lo scavo nelle radici dell’America contemporanea, a partire dalla stagione di contestazione e movimentismo per le libertà civili che a partire dagli anni ’60 ebbe il proprio fulcro proprio a San Francisco”.

Nostra Signora delle Tenebre, di Fritz Leiber. Restiamo a San Francisco, con questo classico della letteratura fantastica che ho potuto recuperare nell’atmosfera raccolta dell’attesa natalizia. Scrivevo su questo blog: “[...] un libro che è un mystery dai risvolti sovrannaturali e non a caso, secondo pareri illustri, merita il titolo di iniziatore dell’urban fantasy, un territorio che non ho mai frequentato. Si tratta di pagine avvolgenti, che conducono il lettore alla scoperta di San Francisco e dei suoi misteri attraverso la mappa tracciata da un libro segreto e maledetto: Megalopolisomanzia: una nuova scienza urbanistica di Thibaut De Castries (che fin dal nome echeggia il Thomas De Quincey dei Suspiria de Profundis, con una cui epigrafe il libro si apre, ma anche Adolphe De Castro, sinistra figura che compare nei racconti di H.P. Lovecraft, il quale a sua volta, con Clark Ashton Smith, aleggia su queste pagine come un nume tutelare). [...] La trama è giostrata intorno alla lettura dello pseudobiblium di De Castries. La sua è una figura riuscita, oscura e inquietante, che resta sospesa sullo sfondo della storia come una presenza spettrale, al pari dei fantasmi a cui dava la caccia per le strade delle metropoli all’inizio del Novecento. Infatti, nella sua vita di avventuriero e stregone, De Castries era stato molto preoccupato per gli “immensi quantitativi” di acciaio e di carta che si accumulano nelle grandi città, per il gasolio e il gas naturale, nonché per l’elettricità: tutte grandezze che si applicò a calcolare con cura, dalla carta depositata negli archivi centrali all’acciaio usato nell’edilizia all’elettricità che corre nei cavi. Ma la cosa che lo preoccupava maggiormente erano gli effetti psicologici o spirituali («paramentali», secondo la sua originale definizione) di tutto ciò che si accumula nelle megalopoli. La Megalopolisomanzia è l’arte - la «nuova scienza» nella sua definizione - che avrebbe dovuto consegnargli il controllo di questo immane potere messo a disposizione dell’uomo dal progresso moderno”.

Rivelazione, di Alastair Reynolds. Doppia uscita in volume per “Urania”, data la mole dell’opera. Un viaggio nelle profondità del futuro umano, alle prese con una colonizzazione dello spazio che sarebbe eufemistico definire problematica. Virus informatici (la Peste Destrutturante che infetta e corrode intelligenze artificiali e impianti cibernetici e porta sull’orlo del collasso intere civiltà un tempo floride, come la spettacolare Città del Cratere di Yellowstone), astronavi costrette a viaggiare nel rispetto dei limiti fisici della natura, intelligenze artificiali parassitarie, misteri alieni, personaggi che non sono chi credono di essere e minacce pronte a erompere dal profondo, che sia dello spazio siderale o della mente umana ha poca importanza. Tutto questo, intriso di un solido sense of wonder, è il Revelation Space di Alastair Reynolds.

La scomparsa di Salinger

Posted on Gennaio 30th, 2010 in Nova x-Press | 1 Comment »

Il primo a cui ho pensato, di fronte al clamore suscitato dalla scomparsa di J.D. Salinger sulla stampa italiana, è stato Thomas Pynchon, da qualcuno un tempo sospettato di essere nient’altro che un nom de plume dell’autore di The Catcher in the Rye. Due autoreclusi, due giganti che avevano scelto l’invisibilità. Un po’ come Cormac McCarthy, che però è tornato a farsi intervistare di recente accordando anche la pubblicazione di una sua foto attuale. Invece Salinger, come Pynchon, ha rispettato rigorosamente la sua scelta di sottrarsi alle luci della ribalta: nessun sito web ufficiale, nessuna apparizione pubblica, nessuna intervista o fotografia da decenni a questa parte. Un’ombra nell’era dell’informazione e della visibilità a tutti i costi (e a buon mercato). Una resistenza eroica alla mondanità e alla superficialità.

A differenza di Pynchon, però, Salinger aveva anche smesso di pubblicare. Il suo ultimo racconto edito risale al 1965. Dopo quella data, il silenzio. Ma non il ritiro, a quanto pare, visto che nel tempo si sono susseguite le voci su una cassaforte colma di dattiloscritti. Per l’esattezza: 15. Quindici libri scritti, rivisti, corretti, ultimati e nascosti lontano dagli occhi del mondo. Leggende metropolitane, forse, che non potevano non tornare di scena al momento della sua dipartita, come la misoginia e il sadismo denunciati dalla figlia Margaret dieci anni fa nella sua autobiografia. Sul perché avesse rinunciato all’editoria, si è interrogato Alessandro Piperno in maniera forse definitiva sulle pagine del Corriere.

Che sia stata incapacità di gestione del successo o scelta deliberata, nessuno potrà mai dirlo. Sarebbe tuttavia innegabile il senso eroico della sua decisione, qualora dovesse essere confermata la continuità della sua attività di scrittore in questi anni di silenzio. E lo dico da lettore piuttosto indifferente alle vicissitudini del Giovane Holden, che non è mai riuscito a coinvolgermi più di tanto (con l’unica eccezione della scena onirica da cui viene ripreso il bel titolo originario: The Catcher in the Rye). Forse per la mia incapacità - a ventitré anni, alle prese con i classici problemi dell’universitario squattrinato - di trovare una sintonia con le vicende del protagonista, adolescente inquieto, figlio della borghesia newyorchese che insegue un sogno di libertà nel conforto delle comodità che gli restano assicurate. Un libro che anche per questo continua a essere apprezzato ancora oggi dai giovani di tutto il mondo, come una bella favola. E come una favola, sempre più innocuo.

Ultimi giorni segretissimi

Posted on Gennaio 29th, 2010 in Letture, ROSTA | 1 Comment »

Con colpevole ritardo, ai lettori che non avessero già provveduto consiglio spassionatamente di non lasciarsi scappare il volume di gennaio di Segretissimo: l’esplosivo Balkan Bang!

In appendice all’acclamato romanzo d’esordio di Al Custerlina, il fulminante racconto di Dario Tonani “Il fuoco non perde mai”, a cui il compagno Fazarov ha dedicato oggi la sua rubrica su Thriller Magazine.

Protocolli

Posted on Gennaio 27th, 2010 in Fantascienza, ROSTA | 3 Comments »

La settimana scorsa, sul blog collettivo di Tor.com, la scrittrice Jo Walton ha lanciato un’illuminante riflessione sulla specificità letteraria della fantascienza, interrogandosi sulle caratteristiche che rendono il nostro genere così spesso inaccessibile a un lettore mainstream. Si tratta di un argomento su cui, prima o poi, chiunque scriva SF ha finito per soffermarsi. Ed è di quelli da perderci sopra le notti.

Riallacciandosi all’esempio di Samuel R. Delany, l’autrice canadese (gallese di nascita) scrive:

Because SF can’t take the world for granted, it’s had to develop techniques for doing it. There’s the simple infodump, which Neal Stephenson has raised to an artform in its own right. There are lots of forms of what I call incluing, scattering pieces of information seamlessly through the text to add up to a big picture. The reader has to remember them and connect them together. This is one of the things some people complain about as “too much hard work” and which I think is a high form of fun. SF is like a mystery where the world and the history of the world is what’s mysterious, and putting that all together in your mind is as interesting as the characters and the plot, if not more interesting. We talk about worldbuilding as something the writer does, but it’s also something the reader does, building the world from the clues. When you read that the clocks were striking thirteen, you think at first that something is terribly wrong before you work out that this is a world with twenty-four hour time—and something terribly wrong. Orwell economically sends a double signal with that.

Quello che riesce difficile da capire per i lettori con una scarsa dimestichezza con il genere, è l’assegnazione del giusto livello di importanza ai dettagli di una storia di fantascienza. Come valutare la rilevanza di un motore a curvatura e del suo funzionamento nell’economia narrativa di un romanzo? Un lettore di fantascienza saprà rispondere senza esitazioni: non è importante il modo in cui funziona, ma quali sono gli effetti che produce, quali le possibilità drammatiche che mette a disposizione dell’autore e - soprattutto - come queste potenzialità vengono sfruttate e sviluppate. E un lettore di fantascienza ne è consapevole in quanto lo ha appreso nel corso del suo progressivo apprendistato di lettore, lasciandosi gradualmente plasmare dalle letture. Ci siamo passati tutti.

L’interesse per il dato scientifico è minimo, rapportato al piacere di scoprire esponenti di altre società e membri di civiltà aliene, ciascuno con la propria rappresentazione del mondo e le proprie aspettative, inevitabilmente diverse dalle nostre. Mondi in cui rivive trasfigurato il nostro, in un gioco di specchi che, proprio attraverso i rimandi, ci regala una prospettiva nuova sulla realtà che ci circonda. E questo è quanto giustamente sostiene la Walton. Poi, quando anche il dato scientifico diventa un elemento drammatico, come accade sovente in Greg Egan, abbiamo la quintessenza del genere. E questo aspetto è stato accuratamente esaminato da Andrea Bernagozzi nella sua tesi (seconda segnalazione accademica in due giorni, ma non vi abituate) sullo scrittore australiano.

Academy cyberpunk

Posted on Gennaio 26th, 2010 in Connettivismo, ROSTA, Sezione π² | 2 Comments »

Ho scelto di parafrasare il titolo di un racconto di Gibson per introdurre l’argomento. Irene Incarico, dottoranda all’Università degli Studi di Trieste, aveva già dedicato la sua attenzione al connettivismo e a Sezione π² sul CorsaroNero. Lo scorso anno, più o meno di questi tempi, Irene discuteva la sua tesi di dottorato di ricerca, un lavoro incentrato sulla fantascienza cyber di matrice italiana che farà storia, trattandosi del più aggiornato studio sull’evoluzione del genere che mi risulti sia stato compiuto nel nostro paese. Il titolo: Il cyberpunk in Italia: testimonianze letterarie e linguaggi mediatici. Ho ritrovato la tesi on line. Potete leggerla qui.

I giorni oscuri della Pi-Quadro

Posted on Gennaio 25th, 2010 in Sezione π² | 1 Comment »

Omaggio di 3pad.

La sostanza dei sogni

Posted on Gennaio 23rd, 2010 in Micro, Transizioni | 4 Comments »

Un nuovo, importante passo avanti nella comprensione della gravità potrebbe essere stato mosso negli ultimi tempi dallo scienziato olandese Erik Verlinde. Ne parlava il New Scientist, la notizia è stata ripresa anche da Bruce Sterling e mi è stata segnalata da Sandro Battisti. In estrema sintesi e con il rischio consapevole di esagerare con le esemplificazioni, che cosa ci dice Verlinde? Il suo approccio è così riassumibile:

thermodynamics + holographic principle → gravity.

In altre parole, partendo dal principio olografico di Gerard ‘t Hooft e Leonard Susskind e applicando un’analogia con i principi della termodinamica, si potrebbero ricavare le leggi che regolano la gravità e che da qualche decennio stanno facendo impazzire i fisici a caccia di una teoria unificata dei campi. Questo approccio (esposto da Verlinde in questo articolo) tratta la gravità come una forza entropica e ce n’è abbastanza da mandare in sollucchero le menti più inclini a sognare passeggiate sul bordo dell’universo.

X, Little Brother

Posted on Gennaio 20th, 2010 in Accelerazionismo, Fantascienza, Letture | 7 Comments »

Al di là della scelta editoriale di intitolare il romanzo X (scelta forse ispirata più dalla copertina dell’edizione originaria Tor che dalla Xnet allestita da Marcus Yallow, a.k.a. M1k3y), resta il fatto che quello di Cory Doctorow è uno dei libri più belli e importanti che mi sia capitato di leggere ultimamente. Per me che credevo improbabile, se non impossibile, continuare a scrivere di cyber e attualità in maniera originale dopo gli anni ‘90, si è trattata di una rivelazione paragonabile a quella sperimentata davanti alle pagine de L’accademia dei sogni di Gibson.

Ne ho parlato su Fantascienza.com, ma seguirà prima o poi un approfondimento su Next Station. Intanto, se non l’avete già fatto, precipitatevi in libreria. O, se masticate la lingua, provate l’e-book e ricordatevi di lasciare una donazione all’autore di donarne una copia cartacea a una scuola o a una biblioteca per sdebitarvi.

[Edited 22/01/2010]

Sugli argini del Dio-Serpente

Posted on Gennaio 19th, 2010 in Micro, ROSTA | 3 Comments »

L’articolo di Paolo Rumiz sul piano di rimboschimento degli argini del fiume Po avviato dalla provincia di Mantova ci porta alla scoperta di un ”luogo dell’anima”. Leggendo le sue parole su Repubblica, è immediato il ricordo delle pagine di Aldani.

Cinema: shortlist 2009

Posted on Gennaio 19th, 2010 in Nova x-Press, Proiezioni | 3 Comments »

Dopo i fumetti, a cui vi rimando anche per il disclaimer, arriviamo ai film del 2009. Che cosa mi hanno riservato le visioni dello scorso anno? Risposta semplice: un gran numero di belle sorprese. Andiamo a riepilogarle insieme.

The Wrestler, di Darren Aronofsky. Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia nel 2008. Un film crepuscolare sulla lenta, inesorabile caduta di una star del wrestling, che è al contempo una fotografia spietata delle dinamiche del successo e un affresco iperrealistico dell’underground in cui si possono facilmente rivedere tutti i fandom del mondo. Lo sfondo è quello della profonda provincia americana: dal New Jersey alla Rust Belt, scenari di periferie degradate, suburbi abbandonati allo squallore, città sonnolente che preferiscono condividere il sogno collettivo di uno showbiz tanto illusorio quanto effimero, piuttosto che scuotersi dal loro lento declino. Mickey Rourke ci regala una memorabile interpretazione del caduto in cerca di un ultimo riscatto - agli occhi di se stesso, della figlia che lo ha ripudiato, della spogliarellista segretamente innamorata di lui e del mondo intero - sotto i cerotti e le cicatrici di Randy “The Ram” Robinson. Dirige con mano sicura il newyorkese Aronofsky (due tappe fantascientifiche nel suo curriculum: Pi - Il teorema del delirio nel 1998 e The Fountain nel 2006): meno visionario e allucinato delle prove precedenti, ma altrettanto implacabile nell’intrecciare emarginazione e alienazione nella sua tela di quanto si era dimostrato capace in Requiem for a dream (2000). [Per la recensione completa vi rimando al relativo post di marzo.]

Watchmen è stata l’autentica rivelazione dell’anno. Il calcolo delle probabilità e la precedente prova di Zack Snyder con un fumetto non lasciavano presagire niente di buono. Invece, vuoi per l’abile trasposizione in script della complessa trama di Alan Moore da parte di David Hayter e Alex Tse (si dice che otto diverse versioni del copione si siano succedute negli anni), vuoi per l’alchimia perfetta degli attori (basta il ricordo di Malin Akerman nel costume succinto di Spettro di Seta a far perdere un battito al mio cuore, oppure la performance di Jackie Earle Haley sotto la maschera di Rorschach per convincermi dell’impossibile), la visione di Watchmen mi ha lasciato tra lo stupefatto e l’entusiasta. Ne ho parlato brevemente ma a più riprese sullo Strano Attrattore (qui, qui e qui) e mi sono invece dilungato su Urania Blog. Scrivevo: “Siamo ormai così abituati a vedere i capolavori della narrativa e gli eroi del fumetto demoliti dal cinema, che la constatazione che si possa ancora riuscire a portare sul grande schermo una grande opera narrativa o artistica conservandone lo spirito si accompagna a uno stupore attonito. Questo amplifica l’impatto del senso del meraviglioso che impregna le scene di Watchmen ambientate tra i deserti marziani e, allo stesso modo, anche quel perturbante che invece ci coglie vedendo il Dr. Manhattan in azione nella giungla del Sud-Est asiatico, intento ad affiancare la Cavalleria dell’Aria dell’US Air Force nella sua opera di sterminio della resistenza vietcong e a fare del Vietnam la guerra-lampo che era stata auspicata dall’arroganza degli strateghi di Washington. È un po’ come se Hayter avesse fatto propria la massima di Rorschach: “Nessun compromesso. Mai”. E si fosse poi impegnato nell’impresa della trasposizione con la certezza che avrebbe potuto essere solo un fiasco tremendo, oppure un successo clamoroso”. Se dovessi candidare un film a film del 2009, probabilmente questo sarebbe la mia prima scelta.

Star Trek. Laddove nessun uomo era mai riuscito a tornare prima, ecco J.J. Abrams in azione per rifondare l’immaginario trekker e tracciare un punto zero come rampa di lancio per future rotte interstellari. Alex Kurtzman e Roberto Orci fanno un ottimo lavoro sul materiale originario, senza tradirne lo spirito, dedicando a ciascun personaggio della serie classica il doveroso approfondimento psicologico, esagerando forse solo un po’ nell’asservire il finale alla gloria di James T. Kirk (ma la megalomania è comunque una caratteristica del personaggio, spaccone come è sempre stato). I set ridonano smalto al futuro, attualizzandolo nell’estetica e nell’architettura, tanto nello spazioporto tra i campi dell’Iowa quanto su Vulcano o nella San Francisco minacciata dai romulani transfughi nel tempo. Le soluzioni registiche sono da manuale, molto studiate ma realizzate con grande maestria e senza che il tocco del regista risulti mai invadente, ma sempre funzionale al risultato. Abrams è stato in grado di massimizzare la resa spettacolare delle scene e di regalarci un punto di vista insolito in sintonia con l’estraneità dell’ambientazione spaziale: camera quasi mai ferma, inquadrature prese secondo angolazioni oblique e inconsuete. Un buon punto di ri-partenza per il futuro del franchise. [Qui la mia recensione al film.]

Il cattivo tenente: ultima chiamata New Orleans. Finto remake del discusso capolavoro di Abel Ferrara del 1992, girato da Werner Herzog. In realtà il cattivo tenente interpretato da Nicolas Cage (mai così convincente negli ultimi tempi) ha davvero poco da spartire con l’originale di Harvey Keitel, se si esclude un debole per la cocaina e per i soldi facili che lo porta a mettersi sempre più nei guai. Per il resto, le loro storie seguono parabole nettamente divergenti: il cattivo tenente Keitel, assalito da una crisi mistica dopo lo scabroso episodio di una violenza ai danni di una suora, viene da questa convinto della necessità del perdono e riesce infine a resistere alla propria disperata sete di vendetta (riflesso di una vita immorale, dominata da un abbandono animalesco al vizio), per abbracciare l’insegnamento della donna e cercare un’impossibile redenzione, suggellata dagli spari che mettono fine al film; il cattivo tenente Cage/McDonagh, al contrario, ha molti più elementi di contatto con L’infernale Quinlan di Orson Welles, corrotto, prepotente, disposto a tutto per incastrare i colpevoli di una strage compiuta nell’ambito di un regolamento di conti tra spacciatori, ma la sua sorte capovolge i destini tanto del prototipo newyorchese quanto del capitano Quinlan, in un’insperata quanto delirante redenzione finale sottolineata dallo stato di pace trasognata di un acquario. La scelta di Herzog di trasporre l’ultima chiamata del suo cattivo tenente a New Orleans, ancora segnata dal passaggio di Katrina, contribuisce a regalare alla pellicola un ulteriore elemento di interesse nell’atmosfera umida e avvolgente del Sud. Un paio di parentesi visionarie spezzano il ritmo lento della trama poliziesca e iniettano una dose di delirio lisergico che sembra voler quasi sostituire un panteismo molto pagano, con tracce di misticismo voodoo, alla morale cristiana che pervadeva il Bad Lieutenant di Ferrara. Sussulti di personalità che rendono quest’opera degna di considerazione quanto l’originale. [Il compagno Fazarov non è del tutto d'accordo con me: la sua recensione è su Drowned Word.]

District 9. Ovvero, il ritorno in auge della fantascienza sociologica, lanciata da una campagna di viral marketing e rinvigorita da un’intensa cura adrenalinica a base di action game. L’atteso film di Neill Blomkamp prodotto da Peter Jackson non delude, per quanto il regista sudafricano debba calcare la mano sulle soluzioni tecniche per soccorrere una trama un po’ esile. Scrivevo nella mia recensione: “è interessante vedere come, caduta la minaccia sovietica, il tema dell’incontro/scontro di civiltà venga ora declinato secondo i termini dell’immigrazione clandestina, dell’obbligo di accoglienza e del dibattito segregazione/integrazione. L’analogia con l’apartheid è fin troppo esplicita e potremmo quasi dire che District 9 s’inserisce nel solco di Alien Nation (1988), aggiornando la tematica del confinamento nel ghetto a questi tempi di masse umane in movimento dal Terzo Mondo”. Il ribaltamento operato dal regista è sui fatti del District Six di Cape Town, che nel 1966 fu dichiarata area riservata ai “soli bianchi” dal governo sudafricano. Il film di Blomkamp è un’allegoria che non teme di confrontarsi con l’orrore, lo squallore e la perfidia umana, e che nel finale riserva allo spettatore un’inattesa piega verso le suggestione della fiaba. Paradigmatico, si spera che serva a far riflettere soprattutto i più giovani.

Inglourious Basterds. Il capolavoro di Quentin Tarantino? Forse il film che rende esplicita la funzionalità propedeutica del doppio volume di Kill Bill nella cinematografia dell’autore americano. E se una pellicola riesce a ridimensionare ai miei occhi le imprese di Black Mamba, allora se non è un capolavoro di sicuro è qualcosa che gli si avvicina parecchio. Dalla mia recensione del 12 ottobre scorso: “Bastardi senza gloria si configura come il migliore esercizio di equilibrismo narrativo finora congegnato da Quentin Tarantino. Un’autentica prova di acrobazia intellettuale, per come riesce a imbastirci una storia implausibile eppure convincente, regalandoci quello che almeno una volta nella vita tutti abbiamo sognato: la giusta condanna di un’ingustizia, accompagnata da un castigo commisurato alla colpa. Un miracolo riservato alla fantasia e al cinema migliore, di cui quello di Tarantino è da sempre espressione. Il regista americano si trova ormai talmente a suo agio con i meccanismi della mitopoiesi da confezionare un vero e proprio generatore di miti: dal plotone di soldati yiddish che semina scompiglio tra le SS (e memorabile resta l’introduzione all’entrata in scena dell’Orso Ebreo) al sergente tedesco Hugo Stiglitz che semina morte direttamente tra i suoi superiori; dal cecchino squallido eroe della propaganda nazionalsocialista alla vendicatrice ebrea, a metà strada tra la Pulzella d’Orléans e la Sposa/Black Mamba. I cattivi di Tarantino sono davvero cattivi e una menzione d’onore spetta al colonnello Hans Landa, il terribile “cacciatore di ebrei” intrepretato da un istrionico Christoph Waltz destinato, a quanto pare, a portare nuova linfa nelle schiere degli antagonisti hollywoodiani. I buoni, invece, non sono così buoni come ci hanno abituati a credere decenni di schematismi narrativi. Sfumature di grigio attraversano i loro caratteri: come accade per il tenente Aldo “L’Apache” Reine, il mezzosangue sceso dalle Smoky Mountains del Tennessee per organizzare i Bastardi senza gloria su mandato dell’OSS (l’embrione storico della CIA), a cui presta mascellone e accento Brad Pitt, in stato di grazia”.

L’uomo che fissa le capre. L’esilarante debutto alla regia di Grant Heslov confeziona una denuncia impietosa dell’irrazionalità della guerra e delle istituzioni militari più potenti del mondo. Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “Questo film è la storia dell’Esercito Nuova Terra rivissuta attraverso i racconti dei suoi protagonisti e il manuale del suo fondatore. Se la mettessi su questo piano, probabilmente vi sembrerebbe azzardato, ma basta una semplice ricognizione in rete per capire di quanti siano gli spunti documentati intessuti nella trama dirompente e allucinata de L’uomo che fiss le capre. La pellicola trae ispirazione dal libro The Men Who Stare at Goats (2004) del giornalista gallese Jon Ronson (recentemente ristampato da Einaudi), il cui titolo si rifà a uno degli episodi riportati anche nel film, che documentano l’interesse dell’US Army per l’impiego bellico di poteri paranormali. L’Esercito Nuova Terra è in realtà il First Earth Battalion proposto nel suo manuale dal tenente colonnello Jim Channon, un reduce del Vietnam che al rientro in America, illuminato nel corso di un incidente di guerra dall’apparizione di un angelo che gli avrebbe rivelato che “la gentilezza è la [vera, NdR] forza“, si dedicò dagli anni ‘70 all’esplorazione delle pratiche New Age e al loro potenziale utilizzo nel warfare. E Jim Channon è ovviamente il Bill Django trasfigurato da Jeff Bridges sul grande schermo. Ma diversi altri aneddoti sulle stramberie dell’Esercito più forte del mondo rivivono nel film di Grant Heslov, dalle più assurde (le capre ammazzate con l’imposizione del pensiero attraverso lo sguardo; il Dim Mak, ovvero il tautologico colpo mortale la cui caratteristica è quella di avere effetto solo dopo un tempo che nessuno può conoscere, finché non giunge improvvisa la morte) alle più verosimili, rese tristemente popolari anche dalle notizie degli ultimi tempi (la tortura psicologica condotta sui prigionieri di guerra attraverso sistematiche combinazioni di lampi di luce e musiche ossessive)”. L’immaginario fantascientifico al servizio di una critica feroce contro il militarismo, secondo l’insegnamento di Kurt Vonnegut.