E’ uscito nei giorni scorsi l’atteso romanzo di Vittorio Catani: al culmine di 9 anni di gestazione, Il Quinto principio approda nelle edicole italiane in un volume speciale di “Urania” dal bordo superiore d’oro, segno distintivo inconfondibile e - mi piace credere - non casuale. Il perché è presto detto: ritengo Vittorio Catani uno dei migliori autori in circolazione, un maestro per me e molti altri esponenti del microcosmo fantascientifico italiano e - non lasciatevi fuorviare - essere un maestro in un panorama piccolo, quasi asfittico, non significa affatto essere un maestro minore. Credere che le dimensioni della scena possano confinare la caratura di un maestro è un errore che nessuno sarebbe mai disposto a concedersi, conoscendo i lavori di Catani.

Devo ammettere che, di fronte alla sua pur vastissima produzione di narrativa breve, fino a pochi anni fa ero convinto che il Nostro avesse già toccato un vertice impareggiabile con Il pianeta dell’entropia, pubblicato sul numero 22 di Robot vecchia serie, nel gennaio 1978. Una storia matura, di utopia, crescita e disillusione, una storia politica e sociale dall’altissima valenza etica, impreziosita da alcune immagini di fortissimo impatto emotivo. Un racconto lungo che ho letto e riletto per il puro piacere della lettura e della riflessione, perché mentre racconta una storia dà anche molto da pensare. Mi raccontava Catani in persona che - a quanto pare - sul finire degli anni ‘70 fosse un testo molto popolare nell’infuocata scena della contestazione di Bologna. Non stento a crederci.

Quasi a smentire le mie certezze - ma in fondo è bello vederle dissolversi sotto un sole così splendente - arriva adesso questo romanzo. Il secondo di Catani nella sua carriera, a distanza di vent’anni da Gli universi di Moras che fu il primo libro a imporsi al premio Urania. Un libro non comune, per la mole, per la vastità dello scenario che dipinge, per il coraggio con cui osa affrontare tematiche di triste attualità, miscelandole con un gusto per il fantastico e l’assurdo che emerge con prepotenza e decisione. Perché Catani è uno scrittore di fantascienza con letture che spaziano a 360° (e si vede), ma questo non gli impedisce di essere orgoglioso del suo background, come si può avvertire nitidamente da ogni singola pagina di questo romanzo. Ce ne sono 531, nel Quinto principio, e sono 531 pagine fitte di avvenimenti, azione, riflessioni, intrighi ed estrapolazione sociale, in cui vive trasfigurato il nostro mondo. La crisi del capitalismo da cui prende le mosse il libro presto diventa per Catani il pretesto per inscenare una crisi più vasta, che ha profonde ripercussioni sulla sfera privata di ogni singolo uomo o donna. E di personaggi, in questo volume, se ne incontrano molti, a formare una galleria variegata non di tipi umani, ma di caratteri tridimensionali dotati di una loro vita, di una loro autonomia, di una loro unicità.

Le persone e il futuro del pianeta sono i potagonisti di questo romanzo, che non esito a definire un romanzo globale. La letteratura dell’ultimo secolo ha smesso di contare gli esempi di romanzo-universo e i tentativi di “romanzo totale”. La stessa fantascienza può vantare esempi illustri: da Tutti a Zanzibar di John Brunner (1968) a 334 di Thomas M. Disch (1972), il worldbuilding ha saputo spesso sublimarsi nell’essenza stessa delle opere di genere. Questa è stata forse l’unica lacuna sopravvissuta fino ad oggi nella fantascienza italiana: l’assenza di un romanzo totale, che adesso Catani arriva a colmare con questa sua memorabile impresa.

Tra le altre cose, in questo libro potrete trovare: dosi massicce di sensibilità ambientalista assolutamente non d’accatto e assolutamente non di pura facciata; una critica spietata alla nostra società e al nostro stile di vita che investe senza pietà i nostri costumi/consumi; avventura e azione a go-go; complotti che estendono le loro trame attraverso la storia; universi paralleli, grandi catastrofi (gli Eventi Eccezionali), teorie oscure sull’esistenza di un principio ignoto che potrebbe regolamentare in ultima istanza i processi naturali e umani; una delle più sorprendenti e avvincenti visualizzazioni metaforiche dell’umanità, intesa come rete di rapporti e tessuto connettivo di relazioni ed esperienze, magnificamente reso attraverso l’espediente della PEM (un impianto neurale che rende il bagaglio emotivo e mnemonico di ogni persona accessibile a tutte le altre). Il tutto reso con un gusto postmoderno per l’accumulo dei materiali e l’amalgama delle ispirazioni, e pervaso da quella tensione erotica che è uno dei marchi di fabbrica di Catani. Serve aggiungere altro?

Forse sì. Personalmente, ho la sensazione che il futuro della narrativa - e della narrativa di genere in particolare - sia nella forma breve: novelle e romanzi di dimensioni contratte (ricordate le 200-250 pagine dei bei tempi che furono?) potrebbero soppiantare presto la mania (spesso fantasyosa, ma molte volte anche indicativa di una certa grandeur ricercata da capolavoro mainstream) dei tomi biblici. La fantascienza italiana è rimasta fortunatamente immune al morbo, ma per raccontare una storia simile (delle storie simili) ci voleva questo formato, è indiscutibile. Per questo credo che Il Quinto principio sia un libro importante, tra i più importanti partoriti in Italia dalla fantascienza e dal fantastico tout-court negli ultimi anni (ma parliamo pure di decenni, tranquillamente), che nel mondo anglosassone sarebbe stata definita di speculative fiction senza una connotazione necessariamente spregiativa nei confronti del nostro genere prediletto. E’ un libro che non sfigurerebbe di certo sugli scaffali di una libreria, accanto a titoli più blasonati, come si suol dire con un certo gusto per i paragoni impari. Perché, detto in tutta onestà, questo è un libro di fantascienza che conserva una lunghezza abbondante di vantaggio su qualsiasi libro italiano non di genere abbia letto da molti anni a questa parte.

Un grande romanzo, forse il primo e l’ultimo grande romanzo italiano di fantascienza. Ed è interessante che a firmarlo sia stato “uno scrittore di opere brevi”, come si definisce Catani stesso nell’intervista rilasciata a Giuseppe Lippi e pubblicata in appendice al volume. Ma Catani custodisce la memoria del futuro e da uno come lui imprese di questo tipo sarebbe sempre meglio aspettarsele.

[La sontuosa copertina realizzata da Franco Brambilla - ehi, ormai sembra che la sua arte abbia invaso questo blog! - è visionabile nella sua tetra maestosità a questo indirizzo.]