Ero a vedere la mostra dedicata a Edward Hopper a Palazzo Reale, sabato scorso, prima di ritrovarmi con la banda connettivista per la NextCon-09. Hopper (1882-1967) è un artista quasi invisibile nelle sue opere, anche se gli studi dei suoi paesaggi hanno dimostrato che sulla tela rivivevano memoria, esperienza e fantasia, miscelate in dosi continuamente variabili - a seconda del soggetto e dell’umore, credo. E Hopper è anche una presenza più o meno visibile in molte delle cose che ho scritto: nei notturni di città, nei campi irrorati dalla luce del sole, nella solitudine desolata di stazioni di servizio abbandonate, nei panorami urbani appena suggeriti dalle finestre delle stanze del futuro, il mio è un gioco di prestigio da quattro soldi che cerca di far rivivere, nella mente di chi legge, la magia del suo sguardo e del suo tocco.

Nighthawks, 1942 (via Artchive).

Per questo, nel mio sabato milanese, la mostra a lui dedicata era una tappa obbligata. “Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa” dichiarò una volta (e nel 1963 con il quadro Sun in an empty room realizzò magistralmente questo intento). Nei suoi quadri, in effetti, il soggetto umano si riduce a un mero pretesto per suggerire una storia, una situazione, che spesso abbraccia i luoghi (la città come la campagna, New York come il paesaggio rurale del New England) e li riguarda più strettamente di quanto non faccia con le persone. Le figure di Hopper, spesso sgraziate, ancora più spesso anonime, servono quasi a ricordarci chi sia il vero protagonista della tela: gli uomini e le donne che dipinge si trovano lì, ma al loro posto potrebbe esserci stato chiunque altri. L’artista che li ha dipinti, oppure noi che oggi guardiamo e ci perdiamo nell’agghiacciante geometria dei volumi di Hopper. La discrezione dell’artista è tale da far sembrare la loro presenza una coincidenza in un determinato punto dello spazio e del tempo.

Gas, 1940 (via Artchive).

Pensateci, nessuno di loro fa mai niente. Qualcuno cammina, più spesso qualcuno siede al tavolo di un bar o di un bistrot o di una tavola calda aperta anche di notte. Tutti sembrano congelati nell’attimo eterno di un’attesa che potrebbe non finire mai. E intorno a loro si dispiega un universo fatto di milioni di storie che sappiamo essere identiche senza nemmeno vederle, immerse in una natura distaccata (anche i tramonti di Hopper, lungi dalla quiete, sembrano portare con i contrasti turneriani di luce e di ombre presagi più sinistri di quanto saremmo disposti a tollerare) o in una città aliena (ridotta alla verticalità delle superfici e attraversata secondo le fughe prospettiche delle ferrovie sopraelevate).

Railroad Sunset, 1929 (via Musil.it).

La retrospettiva ha il pregio di concentrarsi sull’importanza dell’arte di Hopper nell’esperienza americana. Personalmente, questo approccio mi è parso piuttosto congeniale, vedendo da sempre le sue opere come un contenitore di miti e immagini appartenenti all’America profonda, che è poi - lontano dalle luci dei riflettori - quella che vive nel mio immaginario. Particolarmente suggestivo e felice è il parallelo che viene suggerito nel documentario che accompagna questa mostra (esordio di Hopper in Italia) tra i suoi dipinti e l’immaginario invalso grazie al cinema degli anni ‘30 e ‘40, con un occhio di riguardo per le pellicole noir come Piccolo Cesare, come pure per il cinema influenzato dallo stesso Hopper in un rapporto bidirezionale di scambi e suggestioni che va al di là di Alfred Hitchcock.

Cars and Rocks, 1927 (via Abitare.it).

Questa è la scheda di Edward Hopper su Artchive. Vale la pena fare un salto alla retrospettiva milanese? Dopotutto mancano la maggior parte dei dipinti che hanno reso Hopper famoso nel mondo e molti dei miei preferiti. Ma in compenso ci sono un certo numero di bozzetti preparatori, almeno una decina di quadri che non conoscevo e che pertanto difficilmente si potrebbero trovare nelle pagine dei libri dedicati all’artista attualmente in commercio, e l’emozione di guardare nella dimensione originale un’opera di Hopper è un’occasione che all’appassionato italiano potrebbe ricapitare chissà quando, a meno di non fare un salto in America. Quindi sì, secondo me vale la pena ed è un obbligo per chi vive o capita in zona. Per tutti gli altri, il consiglio è di non aspettarsi l’esperienza definitiva: un viaggio a Milano potrebbe essere un invito per un salto oltreoceano. Prima o poi.

Corn Hill (Truro, Cape Cod), 1930 (via Artchive).