Archive for Novembre, 2009

Le zanzare di Higgs

Posted on Novembre 30th, 2009 in Micro, ROSTA, Transizioni | No Comments »

Stanotte, poco dopo la mezzanotte, per la prima volta i fasci circolanti nell’LHC sono stati accelerati a 1,18 TeV, segnando il nuovo record storico nella fisica delle alte energie. Un teraelettronvolt, per intenderci, equivale all’energia di una zanzara in volo. Tutti quei soldi e quegli anni di lavoro passati a mettere insieme i pezzi e a calibrare i parametri di macchina uno a uno per questo? Be’, posto che alla fine il Large Hadron Collider arriverà ad accelerare ciascun fascio fino a 7 TeV - obiettivo fissato per la fine del 2010, quando avremo l’energia di uno sciame intero di zanzare - per capire l’entusiasmo che sta attraversando il mondo scientifico in queste ore vi consiglio di recuperare questa magistrale lezione dell’ormai solito Marco Delmastro, in cui il bosone di Higgs viene spiegato al suo cane Oliver. Sono riuscito a capirlo anch’io, quindi drizzate le antenne e lasciate che la conoscenza scorra attraverso di voi. Domattina potremmo svegliarci tutti un pizzico più leggeri per la felicità…

Tecniche di dissuasione di massa

Posted on Novembre 29th, 2009 in Proiezioni | No Comments »

Ieri sera, in compagnia del compagno Fazarov e con la presenza in spiritu dell’ing. Moskatomika purtroppo impantanato nel traffico, ci siamo sparati L’uomo che fissa le capre, di cui già aveva parlato in termini entusiastici Iguana Jo. Ebbene, il film merita davvero. Antimilitarismo in chiave vonnegutiana, con quel pizzico di new age e fantascienza che serve per rendere la critica alla guerra e agli eserciti di tutto il mondo ancora più spietata e feroce.

Se avete sempre voluto conoscere la connessione segreta tra forze armate e paranormale, questo è il film che fa per voi. Se credevate che con Reagan si fosse raggiunto il non plus ultra in termini di irrazionale al potere (almeno in democrazia), questo è il film che fa per voi. In tutti gli altri casi, be’, sono certo che questo film non vi deluderà affatto.

Per esempio: lo sapevate che solo il 15% delle reclute in azione spara contro il nemico per colpirlo, mentre gli altri o mirano alto o non premono neanche il grilletto? Questo è uno degli assunti da cui parte il progetto di Jim Channon/Bill Django per costituire un nuovo esercito che abbia nella dissuasione dall’uso della forza la sua arma segreta: il First Earth Battalion. Questo film racconta la sua storia, ricostruita da un inviato di guerra che poi è l’alter-ego stralunato di Jon Ronson, autore del libro da cui la pellicola è tratta. Buona visione!

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

L’uomo che fissa le capre - Trailer italiano

Edward Hopper, o della solitudine degli spazi

Posted on Novembre 29th, 2009 in Graffiti | 5 Comments »

Ero a vedere la mostra dedicata a Edward Hopper a Palazzo Reale, sabato scorso, prima di ritrovarmi con la banda connettivista per la NextCon-09. Hopper (1882-1967) è un artista quasi invisibile nelle sue opere, anche se gli studi dei suoi paesaggi hanno dimostrato che sulla tela rivivevano memoria, esperienza e fantasia, miscelate in dosi continuamente variabili - a seconda del soggetto e dell’umore, credo. E Hopper è anche una presenza più o meno visibile in molte delle cose che ho scritto: nei notturni di città, nei campi irrorati dalla luce del sole, nella solitudine desolata di stazioni di servizio abbandonate, nei panorami urbani appena suggeriti dalle finestre delle stanze del futuro, il mio è un gioco di prestigio da quattro soldi che cerca di far rivivere, nella mente di chi legge, la magia del suo sguardo e del suo tocco.

Nighthawks, 1942 (via Artchive).

Per questo, nel mio sabato milanese, la mostra a lui dedicata era una tappa obbligata. “Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa” dichiarò una volta (e nel 1963 con il quadro Sun in an empty room realizzò magistralmente questo intento). Nei suoi quadri, in effetti, il soggetto umano si riduce a un mero pretesto per suggerire una storia, una situazione, che spesso abbraccia i luoghi (la città come la campagna, New York come il paesaggio rurale del New England) e li riguarda più strettamente di quanto non faccia con le persone. Le figure di Hopper, spesso sgraziate, ancora più spesso anonime, servono quasi a ricordarci chi sia il vero protagonista della tela: gli uomini e le donne che dipinge si trovano lì, ma al loro posto potrebbe esserci stato chiunque altri. L’artista che li ha dipinti, oppure noi che oggi guardiamo e ci perdiamo nell’agghiacciante geometria dei volumi di Hopper. La discrezione dell’artista è tale da far sembrare la loro presenza una coincidenza in un determinato punto dello spazio e del tempo.

Gas, 1940 (via Artchive).

Pensateci, nessuno di loro fa mai niente. Qualcuno cammina, più spesso qualcuno siede al tavolo di un bar o di un bistrot o di una tavola calda aperta anche di notte. Tutti sembrano congelati nell’attimo eterno di un’attesa che potrebbe non finire mai. E intorno a loro si dispiega un universo fatto di milioni di storie che sappiamo essere identiche senza nemmeno vederle, immerse in una natura distaccata (anche i tramonti di Hopper, lungi dalla quiete, sembrano portare con i contrasti turneriani di luce e di ombre presagi più sinistri di quanto saremmo disposti a tollerare) o in una città aliena (ridotta alla verticalità delle superfici e attraversata secondo le fughe prospettiche delle ferrovie sopraelevate).

Railroad Sunset, 1929 (via Musil.it).

La retrospettiva ha il pregio di concentrarsi sull’importanza dell’arte di Hopper nell’esperienza americana. Personalmente, questo approccio mi è parso piuttosto congeniale, vedendo da sempre le sue opere come un contenitore di miti e immagini appartenenti all’America profonda, che è poi - lontano dalle luci dei riflettori - quella che vive nel mio immaginario. Particolarmente suggestivo e felice è il parallelo che viene suggerito nel documentario che accompagna questa mostra (esordio di Hopper in Italia) tra i suoi dipinti e l’immaginario invalso grazie al cinema degli anni ‘30 e ‘40, con un occhio di riguardo per le pellicole noir come Piccolo Cesare, come pure per il cinema influenzato dallo stesso Hopper in un rapporto bidirezionale di scambi e suggestioni che va al di là di Alfred Hitchcock.

Cars and Rocks, 1927 (via Abitare.it).

Questa è la scheda di Edward Hopper su Artchive. Vale la pena fare un salto alla retrospettiva milanese? Dopotutto mancano la maggior parte dei dipinti che hanno reso Hopper famoso nel mondo e molti dei miei preferiti. Ma in compenso ci sono un certo numero di bozzetti preparatori, almeno una decina di quadri che non conoscevo e che pertanto difficilmente si potrebbero trovare nelle pagine dei libri dedicati all’artista attualmente in commercio, e l’emozione di guardare nella dimensione originale un’opera di Hopper è un’occasione che all’appassionato italiano potrebbe ricapitare chissà quando, a meno di non fare un salto in America. Quindi sì, secondo me vale la pena ed è un obbligo per chi vive o capita in zona. Per tutti gli altri, il consiglio è di non aspettarsi l’esperienza definitiva: un viaggio a Milano potrebbe essere un invito per un salto oltreoceano. Prima o poi.

Corn Hill (Truro, Cape Cod), 1930 (via Artchive).

Notte a Mosca

Posted on Novembre 28th, 2009 in Futuro, Kipple | No Comments »

Le luci nella nebbia ricordano un sogno gibsoniano della nostra era cibernetica. Le ombre sotterranee richiamano una canzone di David Bowie.

Advertising space

Posted on Novembre 27th, 2009 in Micro, Stigmatikos Logos | 1 Comment »

Your sky is not available at the moment. Please try again shortly…

Se uno sapesse almeno dove è andato a cacciarsi il cursore… Comunque, se sapeste che Photoshop non c’entra, non trovereste anche voi angosciante e dickiana questa foto del messaggio d’errore apparso nei cieli dell’Ucraina? Un evento simile porta con sé il presagio sinistro di una rivelazione metafisica incombente. E - oserei aggiungere - anche una prospettva postumana, ripensando al bel racconto di Benjamin Rosenbaum The House Beyond Your Sky, di cui si parlava anche su Fantascienza.com un po’ di tempo fa, prima che venisse tradotto da Robot.

In effetti sono abbastanza certo che già il solo pensiero che il nostro mondo girasse su un sistema operativo Microsoft basterebbe a far cadere dalla sedia un buon numero dei lettori di questo blog. Per il momento, l’apocalisse è rimandata. L’arcano è rivelato sulle pagine di English Russia ed è intuibile a partire dal titolo di questo post.

Solo un innocuo per quanto bizzarro incidente di percorso per una trovata pubblicitaria singolare. Niente di grave, insomma. Il fuori servizio della realtà può attendere.

Waiting for the black hole sun

Posted on Novembre 26th, 2009 in ROSTA, Stigmatikos Logos, Transizioni | No Comments »

Come prevedibile, la coraggiosa stampa italiana non ha dedicato alla notizia il rilievo che meritava, anche se va riconosciuto al Corriere di averne finalmente parlato ai lettori ignari in termini “seri”. Nessun buco nero, come temeva la lobby internazionale dei millenaristi antiscientifici. In attesa che il prossimo incidente confermi l’ineffabile ipotesi del bosone fuggitivo, possiamo tenerci aggiornati con un punto di vista embedded, grazie ai borborigmi del fisico renitente Marco Delmastro, da qualche giorno aggiunto ai link “orizzontali” dello Strano Attrattore. Qui ci aspettiamo grandi cose da tutti quei TeV. Quindi, ragazzi, in bocca al lupo!

Il Connettivismo secondo van Vogt

Posted on Novembre 24th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | 1 Comment »

A.E. van Vogt, si diceva oggi nella Lista di discussione sulla fantascienza italiana, può piacere smodatamente oppure generare incurabili insofferenze. Mentre mi accingo a leggere per la terza volta Crociera nell’infinito, per me uno dei suoi capolavori, non posso fare a meno di segnalare due brillanti pezzi scritti da Giuseppe Lippi e Riccardo Valla, inclusi nel volume in edicola e pubblicati anche on-line sul blog di “Urania”. Il primo dei due è anche molto lusinghiero e rappresenta il primo contributo “obliquo” sul Movimento di cui abbia notizia. Liberi di dimostrarmi il contrario.

Il 23 novembre nella memoria

Posted on Novembre 23rd, 2009 in False Memorie, Micro | 1 Comment »

I fatti rivivono spesso trasfigurati nella memoria. Quella sera, nei racconti di mia madre e di chi c’era, assume spesso le sfumature di un sogno, pronto a virare nell’incubo che annulla ogni certezza mentre ti toglie la sicurezza della terra sotto i piedi. Come ogni anno, gli irpini ricorderanno quel giorno di 29 anni fa raccogliendosi per pregare e ricordare le vittime. Ho smesso di pregare da un pezzo, ma non rinuncio a questa breve nota. Solo poche righe, per ricordare. Forse la luna non era rossa come una luna indiana, ma in fondo non importa. Il terremoto ha scosso anche la memoria, insieme alla terra.

PostCon 2009: sullo stato del Connettivismo

Posted on Novembre 23rd, 2009 in Connettivismo | 7 Comments »

Approfitto dell’occasione offerta dalla NextCon-09 per tirare le file di alcune riflessioni sullo stato di salute del Movimento, a ormai quasi 5 anni dalla sua “fondazione”. In apertura, mi permetto innanzitutto di ringraziare Alex “Logos” Tonelli per il solito dispendio di energie, che credo abbia raggiunto stavolta uno dei risultati migliori nella storia delle con connettiviste. Sono stati messi in rilievo alcuni limiti tecnici che probabilmente non hanno permesso di dispiegare il pieno potenziale dell’evento nel corso della serata, ma dal mio punto di vista quello che più conta è lo scambio culturale e il canale diretto con gli appassionati e i curiosi che magari per la prima volta l’altra sera cercavano un contatto con il Connettivismo. E dopo aver visto la partecipazione all’evento, posso dire di esserne uscito ampiamente soddisfatto.

Probabilmente l’esito della serata ci fornisce anche degli elementi validi per mettere a punto la formula degli eventi futuri: rinunciare alla “megalomania” (passatemi il termine, è volutamente iperbolico) in favore di incontri più concentrati e raccolti, a mio modo di vedere è più importante ancora che avvicinare le NextCon al centro pulsante della metropoli. Per il futuro si potrebbe pensare di puntare maggiormente sulle presentazioni/reading in sé, come occasione di incontro e confronto, piuttosto che inseguire il formato più completo, ma sicuramente più oneroso in termini organizzativi ed economici, della convention vera e propria. Anche per questo sarebbe auspicabile ridurre questi eventi a quello che poi, in sostanza, si rivelano sempre essere: un’occasione di incontro per gli appassionati, all’insegna dell’informalità e del riscontro diretto e immediato.

E adesso veniamo a noi.

A distanza di 5 anni, i connettivisti dimostrano una passione immutata e il Movimento si contraddistingue come spazio “privilegiato” per un confronto e una riflessione critica sulla realtà, sul futuro e sulle cose che facciamo. Non voglio parlare di letteratura, arte o video per non sembrare pomposo, e non voglio limitarmi a parlare di scrittura, web-artvideomaking, etc. per non circoscrivere le mie considerazioni al solo processo di “produzione” dei contenuti, giacché la cosa più importante resta - dal mio punto di vista, come ribadivo nel mio intervento nel corso del dibattito finale - il “completamento” dell’opera da parte del fruitore. E’ per questo suo ruolo che trovo salutare l’esistenza del Connettivismo nel panorama italiano di questo inizio di XXI secolo: senza, verrebbe meno un meccanismo di aggregazione che trascende le logiche dei club e/o delle scuderie editoriali che hanno sempre contraddistinto il panorama nazionale, e questo sarebbe per tutti una grande perdita. Mi hanno fatto estremamente piacere le parole di Dario Tonani, che al Connettivismo si è avvicinato da subito con un entusiasmo che non era affatto scontato, e che non perde occasione di metterne in risalto le capacità “aggregatrici”.

Quello che personalmente ho visto, è stato un gruppo in fibrillazione, e su questo saremo tutti d’accordo. C’è voglia di fare, le capacità per fortuna non mancano e gli spazi poco alla volta si stanno aprendo: iniziative editoriali variegate ci vedono coinvolti, le collaborazioni si moltiplicano, il gruppo cresce. Come sfruttare il momento, adesso, è una responsabilità che condividiamo insieme. E qui forse emerge l’unica critica che posso fare a me stesso e ai colleghi, compagni di Movimento, lupi siderali: non bisogna lasciare che le logiche del mercato prendano il sopravvento. Detto in questo blog, potrà suonare come la solita vecchia canzoncina. Ma, come emergeva proprio dal dibattito condotto da Silvio Sosio, il marketing è un nodo cruciale. Dobbiamo sapere che cosa stiamo vendendo e dobbiamo venderlo nel modo migliore. “Venderlo” non è nemmeno la parola più adatta, dal momento che il grosso delle nostre attività non viene nemmeno quantificato economicamente. Quindi fate conto di stostituire il termine con “diffondere”. L’invito che posso rivolgere a tutti è di non perdere di vista il cuore della faccenda: non è importante arrivare al maggior numero di lettori possibile, ma arrivarci con un lavoro che abbia una sua validità, un suo spessore, e tutte quelle caratteristiche più o meno definite che solitamente si fanno ricadere nell’accezione ad ampio spettro di “qualità”. Ed è importante il come ci si arriva: non è quasi mai un male concentrare le energie nel processo creativo, piuttosto che negli sforzi di vendere qualcosa.

Le nostre opere, in altre parole, dovrebbero parlare anche per noi.

Anche Giuseppe Lippi ci ha rivolto un suggerimento che trovo veramente prezioso e di fronte al quale, alla luce di alcune delle ultime cose su cui mi sono trovato a lavorare, mi sono scoperto quasi inerme, come se fossi stato colto con le mani sporche di marmellata: gli autori non devono venir meno alle loro responsabilità verso i lettori e non devono mai precludersi la strada di raggiungerne - attraverso l’opera, da cui il discorso di poche righe sopra - il maggior numero possibile. Dopotutto, è uno dei cardini della teoria delle comunicazioni: un canale ha un mittente e un destinatario, ma per poter essere utile a entrambi il messaggio che viene trasmesso deve risultare accessibile al ricevitore non meno di quanto lo sia per il trasmettitore. Tutti gli altri discorsi sulla qualità, in effetti, vengono dopo di questo punto, che forse è il vero nodo gordiano della fantascienza contemporanea (penso soprattutto alle resistenze incontrate da tante opere ascrivibili al filone postumanista, che negli ultimi tempi hanno riproposto il trattamento già riservato al cyberpunk negli anni ‘80 e ‘90), e del Connettivismo in particolare. Ci sarebbe bisogno di una nuova educazione per il pubblico, ma siccome in ogni settore ormai si tende verso la semplificazione piuttosto che verso la complessità (e se questo è un bene o meno per l’evoluzione culturale della nostra società e dei singoli individui solo il tempo saprà dircelo), è bene non farsi troppi sogni per il futuro e ricordare sempre che, intrattenendo chi legge, abbiamo una chance in più di far transitare il nostro messaggio.

Qualcuno potrà forse vederlo come un’abdicazione allo slancio rivoluzionario del Manifesto, ma la domanda che vi rivolgo io è questa: quanti lettori sono in grado di capire Burroughs, oggi? Quanti sono disposti a leggere Pynchon, dopo averlo comprato? Ecco, ponendoci questi quesiti e rapportandoci in maniera critica al dilemma sapremo senz’altro intercettare qualche lettore in più sulla strada del futuro. Fermo restando che piccole isole di sperimentazione anarchica, nei nostri testi, potranno trovare sempre l’affettuosa ospitalità che la rivoluzione merita.

Accessibilità e qualità, dunque, sono i due cardini su cui dovremmo incentrare i nostri sforzi critici d’ora in avanti. Qualcosa da dire abbiamo dimostrato di averlo. Ora ci tocca lavorare sul come dirlo, tanto sul piano tecnico quanto su quello formale. Dopotutto, se fosse stato un lavoro facile non ci saremmo mica divertiti a farlo.

In chiusura, un ringraziamento a chi ha reso possibile la serata, agli ospiti citati e a Sergio “Alan D.” Altieri, Francesco Verso ed Emanuele Manco per i loro interventi, agli amici che sono accorsi anche solo per cogliere un frammento della serata. E a Sandro e Marco per avere innescato tutto questo.

Per aspera, ad astra.

NextCon-09

Posted on Novembre 21st, 2009 in Connettivismo, ROSTA | 1 Comment »

Domani sera sarò qui. Contrariamente a quanto annunciato nel comunicato stampa dell’evento, non potrò tuttavia prendere parte al dibattito finale, ma dalle 19 alle 22 circa - minuto in più, minuto in meno - sarò comunque nei paraggi. Se qualcuno tra i leggenti fosse in zona e volesse eventualmente scambiare quattro chiacchiere sulla fantascienza, il futuro e tutto il resto, o anche solo farsi una birra in compagnia, sa quindi dove trovarmi.