Archive for Ottobre, 2009

Passannante Redux

Posted on Ottobre 30th, 2009 in Agitprop, ROSTA | No Comments »

Col berretto di un cuoco,
faremo una bandiera.

Un dono dalla Cultura

Posted on Ottobre 30th, 2009 in Fantascienza, Letture, Postumanesimo, Proiezioni | 1 Comment »

Apprendo dall’edizione odierna del Corriere della Fantascienza che la Cultura di Iain M. Banks, probabilmente il più vasto e ambizioso affresco sul futuro dell’umanità concepito dai tempi di Dune, sarebbe oggetto dei preparativi per un possibile sbarco sul grande schermo. Il sito ufficiale dell’autore scozzese conferma il rumour senza sbilanciarsi. La notizia nella notizia è che, a essere stato scelto per la trasposizione, non è uno dei romanzi di successo del ciclo, bensì un racconto: A Gift from the Culture.

La Cultura - tanto per autocitarmi - è “una società interplanetaria diffusasi in tutta la galassia, in cui convivono «pacificamente» i discendenti di sette-otto diverse specie umanoidi”. La Cultura, in esplicito contrasto con la Prima Direttiva trekker, non si sottrae alle proprie responsabilità galattiche e sovente, per fini che sembrerebbero ambigui solo a una civiltà a bassa tecnologia e ignara dei benefici di un sistema anarchico ed agalmico quale è la nostra, non si sottrae al compito di mentoring (tutela e addestramento) di civiltà meno progredite. Attività che si traduce in pratica in un traghettamento verso livelli tecnologicamente e socialmente sempre più avanzati.

Industrial Gothic, by Daniel Kvasznicza [via Fantasy Art Design]

Un dono dalla Cultura è stato anche il mio primo contatto con Banks e uno dei miei primissimi avvistamenti del cyberpunk (sebbene di un tipo piuttosto anomalo, fortemente connesso con la space opera). Merito della mastodontica antologia curata da Piergiorgio Nicolazzini per le Grandi Opere Nord verso la metà degli anni ‘90. Una storia di coscienza e terrorismo, molto cruda, di cui potete leggere l’incipit sulle pagine di Railibro, nella traduzione di Anna F. Dal Dan.

Resto convinto, da eretico quale nel mio piccolo mi ritengo, che l’espressione migliore della sua tecnica Banks la raggiunga nei piccoli quadri, in cui riverbera come in un cristallo la profondità della sua prospettiva. Ed è questo il caso del racconto in questione, in cui - come per altro accade quasi sempre nelle opere della serie - la Cultura viene mostrata dall’esterno, sullo sfondo di un pianeta marginale in cui qualcuno sta tramando nell’ombra per assestare un duro colpo all’immagine di pacifici mentori che ne avvolge gli emissari. E per compiere il piano di morte si rivolge a un esponente della Cultura in esilio.

Le premesse per uno sviluppo capace di reggere le canoniche due ore di pellicola, direi che ci sono tutte.

La fantascienza “ripotenziata” di Audrey Niffenegger

Posted on Ottobre 26th, 2009 in Fantascienza, Letture | 2 Comments »

Cosa chiedere di meglio di un libro che ci sorprende, che ci tiene incollati alla storia dalla prima all’ultima pagina, che ci fa pensare e che ci emoziona senza il bisogno di colpire basso? Un libro che ci dimostra anche le potenzialità intrinseche del genere, la loro carica sublime quando vengono spinte oltre i confini del suo ambito di riferimento, e lo fa senza snaturarlo ma anzi esaltandone le caratteristiche. Tutto questo, e ancora qualcos’altro per dirla tutta, io l’ho trovato ne La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, di Audrey Niffenegger.

Un libro che avevo sottovalutato a causa di tutto il clamore che aveva suscitato all’uscita e che adesso mi accorgo essere completamente giustificato. Un successo meritato (ad oggi ne risultano vendute 2 milioni e mezzo di copie solo tra USA e Regno Unito), per un romanzo che è una storia d’amore vista da una prospettiva fantascientifica. E se questo non vi basta, allora posso solo aggiungere che contiene un esempio illuminante di utilizzo rivoluzionario di un espediente convenzionale e ultra-abusato. Non è poco.

Su Fantascienza.com è apparsa oggi la mia recensione, in cui cerco di essere più circostanziato. Qui sopra riporto per completezza la copertina dell’ultima ristampa, attualmente in libreria, benché trovi molto più centrata quella originale. E come sempre resto pronto a parlarne.

Maschilismo stellare

Posted on Ottobre 25th, 2009 in Fantascienza, Stigmatikos Logos | 3 Comments »

Sarò l’unico al mondo, ma fin dall’età di 13 anni ho sempre considerato lei il principale motivo di interesse della saga Jedi. Non a caso mi manca ancora la seconda trilogia… Il fanatismo fioccato intorno a Star Wars - il fenomeno più simile a una religione che si sia visto nella storia della fantascienza dai tempi di Hubbard, ma sicuramente più innocuo di scientology - ha senz’altro contribuito a non rendermi mai particolarmente simpatica un’operazione di patchwork e merchandising, che sarebbe stata comunque una buona trilogia senza l’aiuto del marketing, ma che la facile impressionabilità e il desiderio di evasione del grande pubblico ha trasformato in un fenomeno di culto, senza per altro produrre ricadute particolarmente significative sul genere stesso di cui l’immaginario di George Lucas è figlio. Ma leggere queste dichiarazioni un pizzico ingrate da parte di Carrie ”Leia” Fisher, un po’ me la fanno scadere al livello del Capitano Kirk. Non sarà la stessa cosa, ma resta comunque triste, il destino dei miti stellari.

Steampunk Reloaded

Posted on Ottobre 24th, 2009 in Agitprop, Connettivismo, Fantascienza | 2 Comments »

Ottobre, ormai agli sgoccioli, è stato per Tor.com - ricco portale web dell’editore americano Tor - consacrato allo steampunk. Ma è da qualche tempo ormai che assistiamo a una nuova stagione di interesse intorno al sottogenere forse più sovversivo maturato in seno alla fantascienza. Nel Regno Unito, che come dimostrano le esperienze del new weird e del filone postumanista è tornato a occupare una posizione di avanguardia di fronte alle sensibilità montanti nel fantastico, lo steampunk è in fase crescente da un pezzo. Una comunità di allegri attaccabrighe si è coaugulata intorno alla Steampunk Magazine, che ha avuto anche un’emanazione italiana grazie a una delle comunità undeground più interessanti nel nostro panorama culturale nazionale.

La rivista Ruggine è uscita con un numero 0 e un primo numero, liberamente scaricabili. La Guida Steampunk all’Apocalisse, nata dal collettivo che sta dietro la Steampunk Magazine, è stata tradotta da Regina Zabo, che ho avuto il piacere di conoscere elettronicamente negli ultimi mesi, grazie a un progetto che ci vede coinvolti entrambi. Insieme al più steampunk degli scrittori connettivisti, Simone Conti. E a tanta altra gente, nomi noti nel settore e altri prestati invece al genere. Non esito a definirlo un progetto importante e ambizioso.

[Inciso promozionale: anche la Guida Steampunk all'Apocalisse, imprescindibile manuale in caso di collasso della nostra civiltà ipertecnologica, è disponibile in free download.]

La comunità steampunk evolutasi intorno alla firma di Margaret Killjoy è interessante per vari aspetti, che vanno dall’attivismo politico strettamente inteso (come dimostra quest’ultima mobilitazione) alle battaglie per la difesa dell’ambiente e l’adozione di una logica dei diritti culturali alternativa all’obsoleto copyright. Ma forse la caratteristica più bella è lo spirito anarchico intriso di un umorismo dissacrante, la capacità di rendere credibile un’alternativa del futuro a bassa tecnologia. E qui i nuovi steampunk divergono dai “classici”, consolidatisi con le visioni di Jeter, Gibson & Sterling, Blaylock, Powers e Di Filippo. Se la letteratura può riscrivere le regole del passato, perché mai gli attivisti non dovrebbero dedicarsi alla forma del futuro?

La bellezza dello steampunk, dal mio punto di vista, è sempre stata questa sua carica sovversiva: riformulare la classica domanda alla base della fantascienza (what if…?) in una declinazione storica (cosa sarebbe successo se…?), senza trascurare - a differenza dell’ucronia - l’aspetto tecnologico della faccenda. In definitiva, è sempre il solito vecchio trucco degli specchi deformanti per cogliere meglio l’essenza della realtà: e con lo steampunk - altro punto di divergenza dall’ucronia - a prevalere è l’attualità, piuttosto che la storia. Se l’ucronia gioca su ipotesi legate a episodi storici precisamente identificabili, lo steampunk si confronta con le radici tecnologiche della nostra civiltà. Non a caso le opere fondanti del filone sono tutte ambientate in epoca vittoriana, tempi di positivismo e di grandi cambiamenti all’orizzonte. Provate a leggere cosa diceva qualche anno fa il grande Paul Di Filippo, autore della magistrale Trilogia Steampunk.

La cosa interessante del progetto a cui accennavo poche righe sopra, è che prova a portare lo steampunk in Italia attraverso un’iniziativa collettiva e la costruzione di uno scenario condiviso di inizio Novecento. Ho consegnato la revisione del mio racconto da un paio di giorni. Ne accennavo tempo fa. Se la stesura in sè mi ha portato via buona parte del mese di agosto, il cosiddetto world-building ci ha tenuti impegnati per qualcosa come sette mesi. E’ stato il primo racconto che ho ambientato a Milano, nonché il primo in cui mi si è resa necessaria un’opera di ricostruzione d’ambiente, senza molti margini per l’improvvisazione per quanto non siano mancate le opportunità per inventare. Sono soddisfatto come raramente mi è capitato in passato, ma adesso a prevalere è la curiosità delle reazioni dei lettori di fronte a questa operazione. Torneremo ad aggiornarci nel 2010.

Nel frattempo, il materiale per rispolverare la vostra conoscenza della fantascienza a vapore non vi mancherà: seguite i link di questo articolo e divertitevi!

[Immagine di Marcin Jakubowski, Titanomachy – Fall of the Hyperion. Via Templates.com.]

A.F.O. again

Posted on Ottobre 23rd, 2009 in Connettivismo, ROSTA | 2 Comments »

Nuova recensione di Avanguardie dal Futuro Oscuro, firmata dallo specialista Giampaolo Rai per Fantascienza.com. Nell’antologia è presente Effetto neve, un racconto di qualche tempo fa. Si tratta del mio primo racconto “sentimentale” in senso stretto, e accidentalmente è una ghost story, in cui l’ombra di Revenant si allunga nel tempo fino a lambire le drammatiche esperienze di Ilaria con la psicofonia. Vi lascio con un brano, estratto in maniera del tutto random dal corpo del testo.

La seconda esperienza di Ilaria con gli EVP ebbe luogo una notte di dicembre. Bisogna trascorrere il Natale in una casa vuota per comprendere quanto si è soli, malgrado le insistenze di amici e parenti.
Ilaria si era addormentata sul divano davanti alla TV accesa. Il vecchio Phillips da 20” aveva continuato a trasmettere le immagini del classico film natalizio finché i capricci della telediffusione notturna, di certo propiziati anche dalle condizioni climatiche poco clementi di quel rigido inverno, non avevano fatto saltare la sintonia.
La neve gelida che era caduta per tutto il giorno continuava ora a scivolare lentamente sui tetti e le strade, danzando placida nella luminescenza ambrata dei lampioni al sodio. Cadeva e nel sogno confuso di Ilaria riusciva a infilarsi – per effetto di un misterioso fenomeno di transustanziazione – nel metallo dell’antenna: captata dai circuiti della Yagi-Uda veniva tradotta in impulsi elettrici sparati poi, alla velocità della luce, contro lo schermo del televisore. E da qui un nuovo miracolo permetteva all’arcaico Phillips di riversare nel soggiorno e su Ilaria, sul suo corpo addormentato sul divano nel rassicurante tepore del plaid, una bufera di neve ipnagogica.
Crogiolandosi nel triste ma sereno stato di raccoglimento che talvolta si accompagna a momenti di particolare sconforto, Ilaria socchiuse gli occhi e rimase così, senza la forza di fare il passo successivo: svegliarsi per poi trascinarsi fino al letto. Con gli occhi socchiusi se ne stette quindi a scrutare la danza di luci e ombre sullo schermo della TV, incantata dallo spettacolo incomprensibile come una bambina di fronte all’esibizione di un clown. Doveva essere un’ora aliena della notte, un momento della giornata sottratto per decreto naturale all’influenza dell’uomo e regalato al dominio dei gufi, dei cani, dei gatti e di tutto quello che provoca rumori notturni. Ilaria si sentiva troppo stanca persino per voltarsi verso l’ora segnalata in nitidi caratteri numerici sul display del videoregistratore.
Rimase a fissare la danza della neve finché qualcuno non la invitò a unirsi al ballo. Un’ombra stava prendendo progressivamente corpo dallo schema casuale dell’effetto neve. Prima si manifestò il contorno di una testa, poi cominciarono ad apparire anche alcuni tratti di un viso a lei familiare. Le ombre sotto gli zigomi e le arcate ciliari, le narici, il mento, le guance e gli occhi tracciarono il volto confuso di Marco.
Ilaria ponderò la situazione: era tutto così irreale e per questo non si sentì spaventata, ma quando un braccio si protese dallo schermo verso di lei, trasalì come se fosse stata colpita dal getto d’acqua di una doccia ghiacciata. Nell’impeto scalciò la pianta di azalea che teneva sul tavolinetto e la spedì dritta contro l’intruso elettromagnetico che si era insinuato nel suo dormiveglia. Il vaso si schiantò contro lo schermo, lasciando sul vetro – troppo duro per potersi infrangere – una mappa di terra umida, per poi abbattersi tristemente sul pavimento.
La prima cosa che Ilaria fece quando fu tornata padrona di sé fu afferrare il telecomando per spegnere l’apparecchio. Rimase lì, sul divano, al buio, incapace di muoversi o di articolare un solo pensiero cosciente, mentre la neve continuava a venire giù fuori dalla finestra, nella fioca illuminazione dei lampioni al sodio.

Universi paralleli

Posted on Ottobre 22nd, 2009 in Transizioni | 3 Comments »

Quanti sono gli universi possibili, nell’ipotesi che la teoria del multiverso sia vera? Andrei Linde e Vitaly Vanchurin, dell’Università di Stanford, si sono spinti oltre le suggestioni degli universi paralleli e hanno arrischiato un calcolo. Il risultato sarebbe 10^10^10^7.

Si tratta di un numero impressionante, stimato a partire dalle fluttuazioni quantistiche provocate dal Big Bang e congelate durante la fase inflazionaria, secondo il modello dell’universo a bolle formulato dallo stesso Linde (ciascuna fluttuazione avrebbe originato condizioni iniziali diverse in parti diverse dell’universo, producendo costanti fisiche e proprietà geometriche diverse).

Un numero impressionante di universi possibili, destinati tuttavia a restare in larga misura anche ignoti. I due scienziati hanno infatti ammesso che un limite all’osservazione di questo numero spropositato di universi paralleli sarebbe dato dalle facoltà del sistema nervoso umano, capace di “appena” 10^10^16 configurazioni.

“Abbiamo scoperto che il limite più stringente al numero di geometrie diverse localmente distinguibili è determinato prevalentemente dalla nostra abilità di distinguere universi diversi e ricordare i nostri risultati,” hanno dichiarato Linde e Vanchurin. Proprio come accade nelle tanto popolari interpretazioni della meccanica quantistica, insomma, il risultato dipende dall’osservatore.

10^10^16 resta comunque un bel numero di universi paralleli da esplorare…

Da dove cominciare?

Impressioni di viaggio in una terra marginale

Posted on Ottobre 18th, 2009 in False Memorie | 3 Comments »

Sabato mattina, ancora. Il luogo è Lioni, un centro irpino adagiato nell’alta valle dell’Ofanto. Un posto con una sua storia, tra i più colpiti dal terremoto del 1980. Un comune che già a partire dagli anni ‘80 aveva provato a reagire, dando prove incoraggianti, certamente più di tanti altri paesi in cui si poteva percepire senza difficoltà come la Ricostruzione rappresentasse al massimo il ritorno all’ultimo punto di ripristino salvato prima del sisma, e nei casi peggiori un’opportunità irresistibile offerta ai politici locali per rimpinguare le casse di famiglia.

Lioni è stato tra i primissimi comuni del cratere a rilanciare la propria vita commerciale, con la realizzazione di un’area dedicata capace di attirare un bacino di clientela interprovinciale (Salerno, Potenza e Avellino) in quello che, quanto a economia, rimane un territorio marginale ancora oggi malgrado le importanti risorse naturali. Fatto sta che, a cavallo tra gli anni ‘90 e i primi anni ‘00, era la sua vita notturna a calamitare i ragazzi della mia generazione. I suoi 2 cinema rappresentavano la metà delle sale cinematografiche della zona nel raggio di 30 km. I pub erano presi d’assalto nei fine settimana da comitive disposte ad affrontare anche un centinaio di chilometri d’asfalto, con tutti i rischi che comportava la guida dopo una serata alcolica.

Ma da qualche anno a questa parte anche Lioni pare che stia tirando il fiato.

Ieri camminavo su un marciapiede lastricato di pietra lavica sotto un cielo che minacciava pioggia, nel cuore del centro abitato, di fronte alla stazione ferroviaria. E per strada non c’era anima viva. Bar e tabacchini vuoti in maniera desolante si affacciavano sull’asse urbano di via Marconi. Il benzinaio di via Ortolano attendeva nella sua cabina la prossima automobile da servire. Con il traffico rarefatto della mattinata sarebbero potute trascorrere ore.

La stazione, se così vogliamo continuare a chiamarla, sembra più un museo. Inaugurata nel 1895 all’entrata in servizia della storica linea Rocchetta Sant’Antonio - Avellino, è stata per anni sede di un flusso viaggiatori piuttosto consistente, anche in virtù del fatto di essere praticamente integrata nel centro abitato, a differenza di quasi tutte le altre stazioni della stessa linea. Oggi si presenta stretta tra un edificio del dopolavoro ferroviario ormai abbandonato e uno scalo merci in disuso e accoglie 8 corse al giorno: una verso Rocchetta e tre verso il capoluogo, una delle quali con diramazione a Salerno. Andata e ritorno. Sull’ingresso campeggia il manifesto di un’iniziativa culturale volta al recupero della memoria storica del territorio, che trovo quanto mai opportuna in questa sede.

Le stazioni sono uno dei tanti indicatori dello stato di salute del territorio. Una stazione morta ha quasi sempre alle spalle un territorio abbandonato. E’ quanto è possibile vedere sulla linea Salerno - Sicignano - Potenza, come pure sulla Rocchetta - Avellino. Ed è quanto temo che possa accadere prima o poi a un’altra linea a cui mi ritrovo affezionato, la Foggia - Potenza: malgrado un flusso di passeggeri ancora significativo, nel tratto compreso tra Foggia e Melfi l’unica stazione ancora presidiata resta proprio Rocchetta Sant’Antonio che, come tutti nella zona ricordano, ha conosciuto decisamente tempi migliori di quelli che vive attualmente.

A Lioni l’impressione non è diversa.

Restano le scuole che hanno cresciuto ormai due generazioni di ragazzi della zona. Ma le poche novità che si sono succedute negli ultimi anni sembrano essere state il colpo di grazia definitivo al suo sogno di sviluppo. Il Cinema Nuovo è diventato un multisala ed è entrato nel circuito della grande distribuzione cinematografica, orientando la sua offerta verso la dieta delle famiglie o, in alternativa, del pubblico con le pretese minori: una ricetta dominata da blockbuster e cinepanettoni. Ma il vero monumento al crollo delle aspirazioni di crescita è rappresentato dal nuovissimo centro commerciale delle Fornaci. Costruito alle porte della cittadina, avrebbe dovuto amplificare la vocazione di Lioni al commercio e invece ha finito col succhiare affari tanto alla vecchia area commerciale quanto agli esercizi dell’abitato, attirando sì il flusso dei clienti, ma a tutto discapito delle attività del resto del paese. Si è trattato insomma di un dirottamento di capitali e di una loro focalizzazione, piuttosto che di una crescita del giro d’affari. E le ricadute hanno generato tra i lionesi nient’altro che mugugni e malumori.

Nemmeno la sera è più la stessa. Un po’ tutti i grandi comuni della zona hanno scoperto la formula dell’intrattenimento spiccio per ragazzi e, con la complicità di ordinanze comunali dal sapore proibizionista (orari rigidi di chiusura dei locali e zero flessibilità), hanno eroso la vita notturna di Lioni che per anni ha assolto alla funzione di nucleo aggregatore come e meglio delle stesse scuole, se è vero che i compagni di banchi che si separavano dopo la maturità non si perdevano mai di vista grazie alla movida notturna. In compenso, tra le montagne che incoronano la valle dell’Ofanto hanno aperto un night, che assicura agli sbarbatelli l’ebbrezza di sogni umidi e agli adulti consenzienti il miracolo dell’evaporazione dei capitali sopravvissuti alle lusinghe locali del commercio.

Ogni anno aumenta il numero dei ragazzi che lasciano questa terra per non farvi più ritorno, almeno in tempi brevi. Un tempo a partire erano gli studenti per l’università, oggi sono sempre di più quelli che si allontanano con un diploma in tasca per cercare un lavoro. La mia generazione è cresciuta con l’esempio dei laureati che rientravano in paese dopo gli studi e diventavano professionisti. Purtroppo si è trattato di un esempio impossibile da replicare.

Di sicuro la Ricostruzione ha esaurito il suo impulso da una decina di anni a questa parte.

Ma se dagli anni ‘90 ad oggi nessuno è stato in grado di inventarsi qualcosa che abbia saputo trattenere - o magari richiamare - i giovani in questa terra, è legittimo credere che i parametri sui quali venne impostato il processo avesse delle basi sociali fragilissime, al di là delle sue limitazioni politiche. Guardandoci indietro, oggi, non è difficile dire che i modelli di sviluppo ai quali ci si è rivolti in questi anni fossero sbagliati. Il commercio non era e non doveva essere la risposta alle esigenze del territorio. L’agricoltura, il turismo e l’energia verde avrebbero forse potuto garantire una fonte occupazionale prolungata, propagando nel tempo gli esiti della Ricostruzione perché non si limitassero al solo cemento. E di sicuro non avrebbero potuto riuscirci ciascuno per conto proprio, ma solo attraverso la reciproca integrazione. Il commercio sarebbe stato una conseguenza.

Tra poco più di un mese ricorrerà il 29simo anniversario del Terremoto. E siamo ancora all’anno zero, qui in Irpinia.

Di ritorno verso Castelnuovo lungo l’Ofantina, guardavo la montagna divorata dall’immensa cava. Proprio come le ruspe, un boccone dopo l’altro, quaggiù, si sono mangiati il futuro della mia generazione e forse anche di quella che verrà dopo. La gente si lamenta, rimpiange i figli lontani e i tempi moderni. Io mi domando se questo risveglio tardivo delle coscienze non serva a mascherare pensieri più cupi, come il rischio di una nuova, massiccia ondata di emigrazione. E la regressione dei nostri paesi verso comunità di diseredati e di pensionati.

Cyberpunkerie varie

Posted on Ottobre 17th, 2009 in Connettivismo, Micro, On air | No Comments »

Sabato mattina, un cartone imprecisato su una di quelle che un tempo erano le reti commerciali e che oggi fungono da piattaforma integrativa del sistema televisivo di stato.

Un personaggio non identificato (ascoltavo, ero dal barbiere, senza una visione diretta o parziale del tubo di scarico catodico, ma tanto non è importante) dice: “Eravamo io, Jack, Crowe e tu, usavamo i deck per ripulire il satellite dai farabutti”.

Lasciando perdere il complemento finale, che potrebbe richiamare fin troppo da vicino la nostra dissestata attualità politica, il resto della battuta sembra declinare uno dei due o tre paradigmi del cyberpunk. Un senso di vertigine mi ha colto per un secondo, accorgendomi dell’uso ammansito del cyberpunk in un cartone per bambini.

Se la strada trova il proprio uso per le tecnologie - secondo la celebre formulazione di William Gibson - cosa può fare la televisione di un’idea rivoluzionaria? E come non preoccuparsi pensando a come la TV ha trasformato questo paese, plasmato a immagine e somiglianza di Sua Emittenza nel giro di meno di trent’anni?

Fermate il mondo, vi prego…

Inglourious Basterds

Posted on Ottobre 12th, 2009 in Proiezioni | 5 Comments »

Bastardi senza gloria, ovvero L’arcobaleno della gravità rivisitato in chiave pop (e giustificherò più avanti questa affermazione balzana), è il film che dopo avere amato alla follia Kill Bill non oseresti nemmeno aspettarti da Quentin Tarantino. Invece, allo spettatore scettico tocca ricredersi, perché dopo 2 ore e 33 minuti di western ambientato nel cuore d’Europa (la Zona psichica di Pynchon) si esce dalla sala quasi con la sensazione che, dopotutto, l’esaltante esperienza dei 2 volumi di Kill Bill non fosse altro che un lavoro di preparazione e avvicinamento a un film simile. Che è allo stesso tempo ambizioso, divertente, scanzonato e complesso. In una parola: entusiasmante.

Come recita lo strillo sulla locandina italiana, il film racchiude “la delirante storia di una vendetta senza gloria”. Per scoprire in quale relazione questa storia di vendetta si trovi con i Bastardi del titolo non basta guardare il trailer. Lo script intreccia queste due linee narrative in un meccanismo fuori sincrono e si ha la netta sensazione che Tarantino si sia divertito un sacco a farle convergere verso l’ecatombe finale. Dopotutto, sia il sogno di vendetta di Shosanna Dreyfus (interpretata da un’incantevole Mélanie Laurent, attrice francese 26enne), unica sopravvissuta allo sterminio della sua famiglia da parte del “cacciatore di ebrei” Hans Landa, sia la missione dei Bastardi senza gloria al comando del tenente Aldo Reine tra le linee nemiche della Francia occupata, si prefiggono lo stesso obiettivo: approfittare dell’anteprima dell’ennesimo film di propaganda di Goebbels, organizzata in un cinema di Parigi per l’Alto Comando delle truppe di occupazione, con la partecipazione straordinaria del Führer e dei suoi gerarchi, per liberare il mondo in un colpo solo di tutta la feccia nazionalsocialista. Le due storie procedono parallele ma rischiano di confliggere catastroficamente nello scioglimento, che invece arriva liberatorio e puntuale, per quanto amaro.

Bastardi senza gloria si configura come il migliore esercizio di equilibrismo narrativo finora congegnato da Quentin Tarantino. Un’autentica prova di acrobazia intellettuale, per come riesce a imbastirci una storia implausibile eppure convincente, regalandoci quello che almeno una volta nella vita tutti abbiamo sognato: la giusta condanna di un’ingustizia, accompagnata da un castigo commisurato alla colpa. Un miracolo riservato alla fantasia e al cinema migliore, di cui quello di Tarantino è da sempre espressione.

Il regista americano si trova ormai talmente a suo agio con i meccanismi della mitopoiesi da confezionare un autentico generatore di miti: dal plotone di soldati yiddish che semina scompiglio tra le SS (e memorabile resta l’introduzione all’entrata in scena dell’Orso Ebreo) al sergente tedesco Hugo Stiglitz che semina morte direttamente tra i suoi superiori; dal cecchino squallido eroe della propaganda nazionalsocialista alla vendicatrice ebrea, a metà strada tra la Pulzella d’Orléans e la Sposa/Black Mamba. I cattivi di Tarantino sono davvero cattivi e una menzione d’onore spetta al colonnello Hans Landa, il terribile “cacciatore di ebrei” intrepretato da un istrionico Christoph Waltz destinato, a quanto pare, a portare nuova linfa nelle schiere degli antagonisti hollywoodiani. I buoni, invece, non sono così buoni come ci hanno abituati a credere decenni di schematismi narrativi. Sfumature di grigio attraversano i loro caratteri: come accade per il tenente Aldo “L’Apache” Reine, il mezzosangue sceso dalle Smoky Mountains del Tennessee per organizzare i Bastardi senza gloria su mandato dell’OSS (l’embrione storico della CIA), a cui presta mascellone e accento Brad Pitt, in stato di grazia.

La pellicola, come spesso accade per Tarantino, procede per accumulazione di situazioni e magari disturba un po’ solo il tasso di mortalità in cui incorre la galleria di personaggi, dalle cui file solo in 2 sono destinati a scampare illesi. Il terzo superstite, invece, è destinato a portare il marchio dell’infamia, l’atto definitivo di giustizia nella pellicola che, implicitamente, l’autore a buon diritto rivendica come il suo capolavoro. Gli arnesi del mestiere, Tarantino li sfoggia tutti: divagazioni, regressioni, rimandi al limite dell’auto-citazione (lo stallo messicano che ormai marchia le sue opere non meno della consueta dose di retifismo), gli inserti metanarrativi, film nel film (il fake goebbelsiano Stolz der Nation, diretto da Eli Roth), il cinema che riflette e si flette su se stesso. Perfino didascalie che vanno dall’omaggio leoniano all’ipertesto. E qui arriviamo infine all’impegnativo paragone che facevo in apertura.

Tarantino non è il primo a osare un’operazione del genere: rendere giustizia ai caduti della storia attraverso l’arte, alla memoria dei preteriti. Thomas Pynchon lo aveva fatto nel monumentale Arcobaleno della gravità (National Book Award nel 1974), portando in scena gli ultimi giorni del Terzo Reich, sia dalla prospettiva dei gerarchi nazisti con le loro depravazioni, che delle linee alleate con le loro debolezze umane. Tarantino, che può essere considerato per certi versi l’equivalente cinematografico di Pynchon, al pari del Grande Maestro Invisibile della Letteratura Americana non teme di investire di una chiara connotazione morale le sue opere. E il parallelo forse è più fondato di quanto potrebbe apparire al primo impatto, se a un certo punto con raffinato gusto postmoderno Tarantino fa parlare il tenente inglese Archie Hicox (Michael Fassbender, in una memorabile scena con nientemeno che Winston Churchill e… Mike Myers) di un saggio ipertestuale sul cinema tedesco. Nel 1945. Questa finezza, chi ha letto Pynchon, la apprezzerà ben oltre il pur esilarante gioco del paradosso cronologico.