La prossima stagione sci-fi sul grande schermo
Posted on Agosto 6th, 2009 in Fantascienza, Futuro, Proiezioni, ROSTA |
Penultimo post prima dell’interruzione estiva. Torniamo a parlare di cinema e lo facciamo con due titoli annunciati e attesissimi, tra i più interessanti che ci vengono prospettati al rientro dalle ferie. Mi riferisco a District 9 e ad Avatar, titoli intorno ai quali è in crescita costante l’aspettativa degli appassionati. Segnalo a proposito gli ottimi interventi di Paolo Marzola, sul suo blog sempre ammirevolmente aggiornato e, come si diceva un tempo per la stampa, sul pezzo.
Almeno dalle premesse, i due titoli hanno molto in comune (il confronto/scontro con una società aliena) riuscendo a conservare prerogative uniche che, almeno sulla carta, li rendono intriganti in egual misura, ma ciascuno alla sua maniera. Tanto District 9 si preannuncia legato alla nostra contemporaneità e alla storia recentissima (ma è davvero una stagione conclusa?), trasponendo in chiave fantascientifica le tensioni sociali connesse alla segregazione razziale; quanto Avatar si preannuncia invece legato a una concezione classica tutta giocata sul sense of wonder. Un senso del meraviglioso chiaramente aggiornato ai tempi, come ormai il suo regista ci ha abituati fin dai tempi di Aliens - Scontro Finale, passando per lo stupefacente The Abyss, che non trascura la riflessione sull’ambiente e la diversità.
Avatar segna infatti anche l’atteso ritorno al cinema di genere da parte di James Cameron e questo non è un dato da sottovalutare. A giudicare dalla cifra di 300 milioni di dollari investiti come budget nell’operazione, è lecito attendersi un ritorno in grande stile e la lunga lavorazione, imputata al perfezionamento delle tecniche 3D inseguite dal regista, è se non altro una prova della dedizione infusa nel progetto. Il film è ancora avvolto in una cortina di segretezza. Le notizie trapelate sono poche (vi rimando all’articolo di Marco Spagnoli su Fantascienza.com), le immagini diffuse ancora meno. L’uscita è annunciata per il 18 dicembre.
Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:
Original District 9 Short Film
Se Avatar si annuncia strabiliante, emozioni forti ci vengono promesse da District 9. Prodotto da Peter Jackson, scritto e diretto dal trentenne sudafricano Neill Blomkamp sulla scorta di un suo corto del 2005 (Alive in Joburg, che potete vedere qui sopra), il film è stato accolto con entusiasmo all’antemprima di San Diego, in occasione della Comic Con. Per vederlo in Italia dovremo aspettare il 2 ottobre prossimo. Sullo schermo assisteremo alla degenerazione delle tensioni sociali tra umani e una comunità di alieni segregati nel ghetto che dà il titolo alla pellicola. Vi lascio con il trailer, per riflettere - in attesa del suo arrivo nelle sale - sulle frontiere che restano ancora aperte nell’esplorazione dei linguaggi narrativi. Con buona pace per chi canta la morte della fantascienza.









14 Responses
Beh rispetto all’ultimo passaggio, come sai la buona saluta della fantascienza cinematografica non implica necessariamente la contestuale buona salute di quella letteraria, come sai bene. Comunque, saltando di link in link vedo che Sosio ti incita a espandere un tuo post, non sarbbe una cattiva idea…
Sì, mi rendo conto che quella mia frase buttata lì può generare qualche problema di interpretazione. Ma il problema serio è che l’affermazione di Fanucci era congegnata in maniera tanto perentoria ed estemporanea da non ammettere barlumi di speranza.
Ora, lo sappiamo bene che SF letteraria e sci-fi cinematografica seguono percorsi completamente indipendenti (negli ultimi anni abbiamo invece assistito a un interessante gemellaggio tra SF letteraria e sci-fi televisiva, con autori come Scalzi o Sawyer che vengono coinvolti in prima persona nella realizzazione di una serie TV). La buona salute dell’una non implica la buona salute dell’altra, e viceversa, come giustamente osservi tu.
Ma un conto è affrontare un discorso specialistico, tra appassionati e/o esperti, sull’eventuale crisi del settore, se sia crisi di idee o crisi di mercato, etc. (il che resta comunque sempre un’ipotesi); tutt’altra cosa è decretare di fronte a un pubblico non addetto la morte della fantascienza, come se fosse una presa d’atto. E’ disonesto, anche perché la SF nell’immaginario popolare è in prima battuta cinema, in seconda TV (per la verità nei paesi anglosassoni questa proporzione sarebbe forse più giusto ribaltarla, come dimostra il seguito di serie come Battlestar Galactica, Doctor Who, Life on Mars, Lost, capaci di far presa tanto sull’appassionato quanto sullo spettatore non necessariamente appassionato del genere), e solo in terza - purtroppo - letteratura.
E come dimostrano i titoli di cui sopra, insieme al successo di una dozzina di pellicole di qualità prodotte nell’ultimo decennio (Pitch Black, Donnie Darko, Vanilla Sky, Minority Report, S1m0me, X2, Eternal Sunshine of the Spotless Mind, Children of Men, Cloverfield, Watchmen, le prime che mi vengono in mente), non è affatto vero che il pubblico è stanco di fantascienza.
E anche sul piano editoriale: se Alastair Reynolds, alfiere della New Space Opera, firma con Gollancz un contratto da 1 milione di euro per 10 titoli in dieci anni, presumo che l’editore un paio di conti se li sarà fatti (o forse la Fanucci è più smaliziata di Gollancz?). Idem per Richard K. Morgan, per Charles Stross, e così via.
Dipende, come sempre, dalla fantascienza che gli vogliamo vendere. Ma cercherò di essere più preciso in quell’articolo…
Rileggendo vedo che questa mattina ho dimenticato tra le lenzuola grammatica e ortografia…
Sì, chiaramente la perentorietà dell’affermazione di Fanucci, per quanto legittima, in quel contesto è particolarmente equivoca.
Tuttavia il succo positivo di quell’intervista, e qui credo che sarebbe necessario uno sforzo analitico collettivo del mondo degli operatori, appassionati etc., è che la sf priva della sua etichetta sembra ottenere risultati di vendita migliori nel nostro contesto nazionale.
Il fenomeno è in corso da tempo, ma poco ci si è interrogati sul tema. Direi che ha due facce: una “materialità concreta” positiva, l’invadere altri ambiti e toccare target di pubblico differenti. Dall’altra una “sovrastruttura ideologica” negativa; essenzialmente è un’operazione mimetica che incidentalmente avvalora l’idea tradizionale “SF=robetta-ma-qualche-Grande-Autore-invece-è-bravo”.
C’è da lavorarci su…
Il discredito di cui gode la SF è merito proprio di operatori come Fanucci. Se uno viene da te e ti vende PKD come Grande Autore del Novecento e tu non hai mai letto niente di fantascienza, non ti sentirai certo invogliato a scoprire quello che ti sei perso del genere: penserai piuttosto che PKD è una mosca bianca e che il resto non vale il tuo tempo. Di conseguenza, se la lettura ti è piaciuta, continuerai a leggere PKD, ma tralascerai tutto il resto. Con somma goduria per l’editore che detiene l’esclusiva di PKD, ma a triste detrimento della popolarità della fantascienza.
Fanucci è stato uno di quegli editori che hanno sacrificato la SF sull’altare del mercato.
Su questo ho un’opinione diversa. Credo che il problema preceda e vada al di là di Fanucci. Chi legge Dick o Ballard credendo che siano casi isolati di qualità letteraria nella sf di certo non avrebbe maggiori chances di avvicinarsi alla sf senza leggere nemmeno loro, sia pure sulla base di una idea distorta. D’altro canto conosco dozzine di persone che adorano Terra! di Benni e al mio invito a leggere Adams hanno più o meno risposto “ma io non leggo sf”.
Mi è anche capitato di consigliare te o Tonani e sentirmi rispondere “Belli, mi sono piaciuti, però sono noir, mica fantascienza”… nemmeno la dicitura “Premio Urania” sembrava convincente. Insomma, credo/temo che ci sia qualcosa di più profondo, un meccanismo di negazione dell’evidenza che innesca feedback perversi tra pubblico ed editori…
Condivido il tuo discorso. Però non dimentichiamoci che sono stati editori come Fanucci i primi a rimuovere l’etichetta FANTASCIENZA dai loro libri, smettendo di contestualizzare Dick, Ballard, Lansdale (solo per citare i primi 3 che mi passano per la testa) nei generi al cui immaginario questi autori hanno sempre fatto riferimento. In questo senso, anch’io ho sempre difeso l’idea teorica che è meglio che un lettore scopra Dick, in quanto potrebbe essere un’occasione per lui per avvicinarsi al genere. Ma la curiosità del lettore deve essere anche alimentata e “diretta”, in un certo senso: se gli diciamo che questo è Dick, che non ha niente a che vedere con la fantascienza, allora come fa il lettore a sentirsi invogliato a proseguire nel suo cammino di scoperta?
Certamente il problema c’è e operazioni come quelle di Fanucci rimangono ambigue e bifronti. Però, è chiaro che c’è un problema più generale. Ricordi qualche anno fa, nel pieno della polemica sul caso Battisti, Evangelisti chiamato a destra e a manca? In certi casi erano trappoloni che ha evitato, come quando ha (giustamente) rifiutato di andare da Corrado Formigli a Sky. Al di là di questo tuttavia, si chiamava Evangelisti in quanto esponente “innocentista” su un caso controverso. A meno che non l’abbia perso, non mi pare di ricordare Evangelisti (e parliamo di Evangelisti) presentare Mater Maxima o altro a Fahrenheit (e parliamo di Fahrenheit). Chiaro che ci sono eccezzioni, come abbiamo visto su rainews 24 con voi scrittori italiani, ma in quel caso temo si sia trattato più del volontarismo del singolo redattore sveglio che di altro. Insomma nemmeno la migliore mediazione culturale riesce a compiere il saltino che porta dal “Dick e Ballard grandi autori” alla percezione della sf come parte della letteratura e stop. E se non ci arriva nemmeno Sinibaldi…
Secondo me la radice del problema è nella SF spazzatura e nella SF intrattenimento puro e aggiungerei nella SF nerd a freaky di star trek o da buzzone con la tunica di guerre stellari.
Già il sito fantascienza.com personalmente mi fa pensare non poco quando trovi affiancate uscite di grandi autori con stronzate e videogiochi.
E’ il destino un po’ condiviso dal cinema asiatico agli occhi della massa, cinema che tocca picchi di splendore offuscati al popoletto dalle porrcate e dagli occhi a mandorla. La stessa cosa succede alla Sci-Fi, si toccano punte di splendore ma il popoletto sarà sempre annebbiato dagli alieni verdi con le antenne. Che poi alcuni autori tra cui PKD riescano a scavalcare la cosa credo sia molto merito loro più che editoriale, è una cosa internazionale non è strettamente legata alla Fanucci o robe varie…
E’ chiaro anche che certe suggestioni colpiscano di più di altre e così via e così via.
L’errore primordiale è categorizzare, la salvezza dei grandi autori citati è essere extracategoria, fondamentalmente la categoria è una inutile forzatura inutile.
(todo lo que se diciò è mia opinione personale naturalmente e non vuole essere una legge universale)
Leo, innanzitutto approfitto del tuo intervento per rivolgere a tutti gli amici che seguono lo Strano Attrattore un invito all’auto-moderazione, siccome il BosS* che presiede alle sorti del portale che ospita anche questo blog è notoriamente persona di buon cuore, ma non mi va che se ne critichi il lavoro in casa mia e tanto più con toni da osteria, non fintantoché questa casa sarà ospitata a titolo di amicizia da Fantascienza.com.
Fatta questa doverosa premessa, ti faccio notare tre cose:
a. La spazzatura è dappertutto. Non sono io a scoprirlo e non era nemmeno Dick il primo a dirlo. La legge di Sturgeon ne prendeva atto nel 1951 e ancora oggi, a sessant’anni quasi di distanza, stiamo qui a domandarci come mai la fantascienza venga ancora guardata con sospetto e diffidenza mentre - per esempio - la crime fiction si è guadagnata il suo riconoscimento letterario, malgrado su entrambi i generi incida la stessa percentuale di spazzatura. A conti fatti, considerata la maggiore diffusione del giallo rispetto alla SF, gli effetti collaterali avrebbero dovuto manifestarsi secondo proporzioni invertite…
b. L’abbattimento delle categorie è un argomento dibattuto ormai da anni. Hanno senso le etichette, specialmente adesso che il postmoderno ha dimostrato di potere assimilare nella propria massa le prerogative di generi eterogenei? E ancor di più oggi che ibridi e contaminazioni godono di una popolarità in ascesa? Secondo me la risposta continua a essere sì: c’è un senso nel preservare la coscienza dei generi, checché si decida poi di fare sulla carta. L’abolizione della consapevolezza delle distinzioni prelude solo a un oblio generalizzato e, come sappiamo, il sogno della ragione genera mostri.
c. Anche il discorso dei meriti non è così facile da dirimere. Per esempio, Dick non gode in Francia della stessa popolarità di cui gode in Italia. In Francia, a farla da padrone tra i classici è la SF “metafisica” di A.E. van Vogt, probabilmente più vicina alla sensibilità surrealista che affonda le sue radici nella cultura transalpina. E’ indubbio inoltre che certi lanci editoriali non abbiano fatto altro che giovare a determinati autori, a scapito di altri anche più validi sul piano letterario e artistico. Due casi per tutti? L’oblio in cui sono sprofondati in Italia Delany e Sturgeon. Per come viene venduto, un libro non è ormai tanto diverso da un detersivo: a prevalere è il messaggio della pubblicità, non il valore del prodotto. Inoltre, volendo applicare il tuo metro, il massimo dei meriti andrebbe riconosciuto non di certo a Dick, ma ad Asimov, che da decenni gode degli stessi livelli di apprezzamento, qui come in Francia come negli USA. E non si può certo dire che il buon Professore fosse un esteta o la voce letteraria più autorevole espressa dalla SF, per quanto il suo successo sia del tutto meritato.
La critica viene da me quindi non credo che comprometta te, poi se vuoi cancellala, non mi offendo, non voglio darti fastidi, (internet è una enorme osteria)
Fatto sta che il succo del discorso è che futuro, astronavi e cose varie vengono viste come cose infantili, giocose e la grandezza dell’”artista di merda” come diceva il buon Phil è la capacità di parlare di cose strettamente umane ed emotive all’interno di un teatro dove i pezzi a disposizione sono droghe mutanti e navi spaziali.
Quello che condanna la fantascienza è la mancanza di questa capacità, la fantascienza finisce troppo spesso per parlare della tecnologia più che dell’umanità che la vive. Di conseguenza fino a che si muoverà in questa direzione rimarrà forse giustamente un genere per appassionati e solo pochi autori sgusceranno fuori entrando nel mainstream grazie alle loro qualità se pur con molta più fatica di un qualsiasi altro romanziere magari mediocre.
Sulla questione del genere il punto è che gli sforzi per resistere nel genere finiscono per essere sforzi sprecati e trappole immaginali.
Personalmente la cosa che odio di più sono i critici e ai critici servono i generi, non agli autori.
L’autore deve fare quello che vuole ed affermarsi da solo senza vedere dove sta sforando altrimenti viene fuori un lavoro malato o inutile o mutilato. Sopratutto l’autore che è classificabile con l’ormai troppo vasto termine fantascienza deve avere la forza di liberarsene ed essere sè e non il genere altrimenti si rimane fermi.
Ecco a conclusione posso concludere con una cosa che mi sale in mente adesso, che forse il vero problema di fondo sta nel terribile parallelo tra questa pseudo giocosità e la dignità del lavoro, questa vicinanza tra videogiochi e libri, splatter e indagini psicologiche, come negli zombie movie. Noi siamo artisti di merda e forse dobbiamo goderne e dimostrare quanto possiamo essere validi e quanto possiamo farti piangere con tre alieni e una malattia trasmessa da informazioni senzienti, sublimando il genere, usandolo come un cavallo di troia per colpire allo stomaco.
Leo, se dovessi cancellare il tuo intervento perderemmo una interessante occasione di dibattito, quindi ribadisco il mio invito a un’auto-moderazione dei toni. Grazie.
Nel tuo ultimo commento sollevi una questione interessante:
[...] la fantascienza finisce troppo spesso per parlare della tecnologia più che dell’umanità che la vive.
Ne siamo sicuri? Siamo sicuri, intendo, che sia possibile (o che almeno abbia un senso) parlare di tecnologia e di umanità, di questi tempi, scindendo le due cose? Oppure non è proprio per questo che, oggigiorno, la SF si trova in una posizione privilegiata per gettare il suo occhio sul mondo, benché in pochi - fuori dal genere - lo abbiano capito?
I generi non sono solo delle etichette da apporre sugli scaffali. Sono dei domini cognitivi, degli spazi di immaginario. Dubito che Dick avrebbe scritto Ubik a quel modo, senza le visioni metafisiche di Van Vogt. Nello stesso modo in cui dubito che Dick avrebbe scritto Scorrete lacrime, disse il poliziotto, prescindendo dalla sua passione per il noir e la crime fiction. Quindi, attenzione a 2 cose:
1. un conto è uscire dal genere per meriti intrinseci (Dick sdoganato anche grazie a Pynchon, e qui non posso fare a meno di pensare alle connessioni profonde tra L’uomo dei giochi a premio e L’arcobaleno della gravità), un conto è volerne abbattere le barriere;
2. prima di eludere i limiti del genere, è fondamentale conoscere questi limiti; non si possono infrangere le regole di un gioco sperando di vincere la partita lo stesso, a meno di non conoscerle davvero bene, quelle regole, al punto da poterle eludere senza dare nell’occhio.
E concludo: se i generi servissero davvero solo ai critici, allora la fantascienza non esisterebbe nemmeno.
[...] Così: what now? [...]
[...] di parlare di District 9, mi riallaccio a questo post di un paio di mesi fa e cerco di stilare una lista dei titoli che vedremo e di quelli che forse non [...]
[...] prima di riportare le mie impressioni. La pellicola di Neill Blomkamp (classe 1979), basata su un suo corto del 2005, è stata al centro di una campagna di marketing virale che per intensità mi ha ricordato solo [...]