Archive for Giugno, 2009

I sotterranei della Rete

Posted on Giugno 30th, 2009 in Connettivismo, Graffiti | 4 Comments »

Il compagno Fernosky sembra essersi imbattuto nei giorni scorsi in un’autentica chicca: una sequenza video identificata da una sigla alfanumerica e legata a un blog (georemote.blogspot.com) di recente avviamento, che non saprei bene come interpretare. Se da un lato il monito sollevato da Fazarov è legittimo come ogni denuncia delle logiche di dominio e controllo che ci vengono imposte dall’alto, dall’altro la clip in questione presenta alcune caratteristiche che hanno immediatamente richiamato la mia attenzione, accendendo una costellazione di luci di allarme sul mio pannello di controllo da navigatore reduce del cyberpunk.

Ma procediamo con ordine. La sequenza in discussione è questa che segue:

Vi si vede chiaramente la registrazione di una serie di azioni da parte di un utente, TyrOne, che a distanza di qualche tempo ha aperto un blog per denunciare tutta la vicenda. Al suo primo post su Georemote ne è seguito un secondo, che tra le altre cose ha linkato un mio vecchio intervento sulle esche e le strategie di inganno applicate sul web.

La cosa che mi dà da pensare è l’estrema fluidità dell’azione registrata. Quasi che il protagonista sapesse come muoversi, dove andare a scovare il prossimo clic del mouse. E nella sequenza ritroviamo questo blog, beatingartery.blogspot.com, il cui dominio si richiama direttamente a un passaggio dell’unico post che vi troviamo pubblicato - arterie pulsanti sotto luci scialitiche - corredato dall’immagine da cui, a detta di TyrOne, tutto sarebbe partito. Un blog che è un vicolo cieco, una barriera contro cui il navigante incauto finisce per impattare, impossibilitato a commentare o interagire con il suo gestore in altra maniera che non siano la semplice lettura e la semplice visione, due processi inevitabilmente subordinati a una volontà terza, e quindi al controllo altrui.

L’intera situazione mi ricorda un po’ la trama delle sequenze pubblicate in Rete attorno a cui si sviluppa la caccia di Cayce Pollard, la cool-hunter di William Gibson in Pattern Recognition. Probabilmente è per questo che la trovo particolarmente suggestiva e abbastanza affascinante da tenermi avvinghiato ai suoi sviluppi. Una nuova forma di espressione potrebbe essere in agguato, oltre la barriera del marketing virale nei cui confini l’operazione sembrerebbe svolgersi. Una nuova modalità di meta-narrazione. Iperrealistica, forse. Di certo, si direbbe, intenzionata a tenere il passo dei tempi e per nulla intimidita dalle potenzialità della sperimentazione.

La sequenza si conclude su un secondo blog, chiamato undergroundubjects.blogspot.com. Anche qui un altro muro bianco, su cui troviamo incise le seguenti parole:

Laterali urne senza un’incisione o luce
Lungo tenebrose sospensioni alle viE

Come graffiti da decifrare, metafora forse dell’alba di una nuova lingua.

Underworld: il panorama del futuro

Posted on Giugno 29th, 2009 in Connettivismo, Kipple, Letture | No Comments »

cargovesselLa leggenda della nave-fantasma mi ha richiamato alla mente sia l’ossessiva presenza del W.A.S.T.E. e dei rifiuti nel primo Pynchon (1960-1963-1966, dal racconto Terre basse fino a L’incanto del lotto 49, passando per il romanzo d’esordio V., dove troviamo questa lapidaria formulazione: “La decadenza, la decadenza. Che cos’è? È solo un chiaro movimento verso la morte, per meglio dire, verso la non-umanità ), sia l’ultima deriva nella postmodernità di William Gibson, nel cui Guerreros torna una nave-fantasma il cui carico fa gola a molti, e che qualcuno ha voluto tracciare attraverso un sistema di localizzazione satellitare. In Pynchon troviamo un costante rapporto dialettico tra il dominio dell’uomo e quello spersonalizzato delle Forze Contrarie, che trova di volta in volta espressione attraverso i richiami all’entropia, ai rifiuti, alla schlemilizzazione, e che così già sembra superare attraverso la messa in scena della decadenza la dicotomia dickiana tra kipple e non-kipple (e la prima legge: “il kipple scaccia sempre il non-kipple“). A titolo di curiosità, per il New York Times Pynchon scrisse nel 1966 un resoconto di prima mano dei disordini di Watts: A journey into the Mind of Watts. Un bel cortocircuito.

Il tema del rivoltamento della prospettiva accomuna strettamente l’ultimo Gibson a Underworld, attraverso un’analisi delle dinamiche sociali correlate ai rifiuti condotta da Jesse Detwiler, un visionario teorico dei rifiuti che d’un tratto fa la sua comparsa nel romanzo per dispensare provocazioni e illuminazioni a Nick e ai suoi colleghi della Whiz Co.

Puente Hills Landfill

Ti dirò cosa vedo qui” annuncia Detwiler di fronte alla grandiosità di un cratere scavato per accogliere milioni di tonnellate di rifiuti. “Il panorama del futuro. L’unico panorama che resterà da guardare. Più i rifiuti saranno tossici, più aumenterà il livello di sforzo e di spesa che i turisti saranno disposti a tollerare per visitare il sito. Però credo che non dovreste isolare questi siti. Isolare i rifiuti tossici va bene. Li rende più grandiosi, più minacciosi e magici. Ma la spazzatura ordinaria dovrebbe essere piazzata nelle città che la producono. Esponete la spazzatura, fatela conoscere. Lasciate che la gente la veda e la rispetti. Non nascondete le vostre strutture. Create un’architettura fatta d’immondizia. Progettate fantastiche costruzioni per riciclare i rifiuti e invitate la gente a raccogliere la propria spazzatura e a portarla alle presse e ai convogliatori. Così imparerà a riconoscere la propria spazzatura. Il materiale a rischio, i rifiuti chimici, le scorie nucleari, tutto questo diventerà un remoto paesaggio all’insegna della nostalgia. Gite in autobus e cartoline, posso garantirlo“.

Ed è lui stesso a spiegare subito cosa intenda per nostalgia: “Non bisogna sottovalutare la nostra capacità di provare desideri complessi. Nostalgia per i materiali della civiltà messi al bando, per la forza bruta di vecchie industrie e vecchi conflitti“. Sul tema del ribaltamento torna il narratore poco più avanti: “La civiltà non era nata e fiorita tra uomini che scolpivano scene di caccia su portali di bronzo e parlavano di filosofia sotto le stelle, mente l’immondizia non era un fetido derivato, spazzato via e dimenticato. No, era stata la spazzatura a svilupparsi per prima, spingendo la gente a costruire una civiltà per reazione, per autodifesa. Eravamo stati costretti a trovare il modo di liberarci dei nostri rifiuti, di usare quello che non potevamo gettare, di riciclare quello che non potevamo usare. La spazzatura aveva reagito alla spinta crescendo ed espandendosi. E così ci aveva costretti a sviluppare la logica e il rigore che avrebbero condotto all’analisi sistematica della realtà, alla scienza, all’arte, alla musica e alla matematica“.

Yucca Mountain Federal Nuclear Waste Reposidory

Consuma o muori” ribadisce il guerrigliero della spazzatura Detwiler. “Questo è il dettato della cultura. E finisce tutto nella pattumiera. Noi creiamo quantità stupefacenti di spazzatura, poi reagiamo a questa creazione, non solo tecnologicamente ma anche con il cuore e con la mente. Lasciamo che ci plasmi. Lasciamo che controlli il nostro pensiero. Prima creiamo la spazzatura e dopo costruiamo un sistema per riuscire a fronteggiarla“. Un tono oracolare, siamo d’accordo. Ma chi ha detto che l’apocalisse non può passare per l’evangelizzazione?

Il confronto sul tema tra i manager dei rifiuti e il guru si conclude con una nota di inquietudine che finisce per estendersi all’intero sistema.

– Sei al corrente delle voci che corrono, Sims? Su quella vostra nave.
– Non è di mia competenza.
– Sta battendo tutti gli oceani del mondo nel tentativo di scaricare una sostanza infernale.
– Preferisco girarmi dall’altra parte, — disse Sims.
– Sarà meglio che ti rigiri. Ho sentito che sta tornando verso gli Stati Uniti.

Qualcosa, in definitiva, che annienta ogni speranza di redenzione in assenza di un impegno concreto e diretto.

Underworld: il Liberiano Volante in cerca di un approdo per Wasteland

Posted on Giugno 26th, 2009 in Connettivismo, Kipple, Letture | 3 Comments »

Nick Shay lavora nella gestione integrata dei rifiuti e questo lo abbiamo già detto. I rifiuti, in questo particolare momento, stanno recuperando posizioni tra i miei pensieri e le mie preoccupazioni. Stando allo studio di FISE Assoambiente richiamato pochi giorni fa da Repubblica.it, il prossimo riflusso della crisi avrà una portata nazionale. D’altro canto, la seconda legge del kipple sostiene che “il kipple chiama sempre altro kipple“, o sbaglio? In un Paese assuefatto alla spazzatura - mediatica, culturale, umana - c’è da domandarsi se qualcuno ci presterà caso.

Nick vive ossessionato dai rifiuti e dal loro odore. In visita a un impianto di riciclaggio olandese, si ritrova a pensare che: “Ogni cattivo odore ci riguarda. Ci facciamo strada nel mondo per poi capitare nel mezzo di una scena medieval-moderna, una città di grattacieli di spazzatura con la puzza infernale di ogni oggetto deperibile mai fabbricato, e accorgerci che assomiglia a qualcosa che ci portiamo dietro da tutta la vita“. Lavora per la Waste Containment, nota nel campo come la Whiz Co, “una società con una corsia preferenziale verso il futuro“, come la definisce lui stesso. “Le grosse società sono cose grandiose e terribili. Ti prendono e ti plasmano appiattendoti in men che non si dica, ti girano e ti rigirano come vogliono. E lo fanno senza ricorrere alla persuasione aperta, lo fanno con sorrisi e cenni del capo, con un’inflessione collettiva della voce. Sei all’inizio di un corridoio e quando arrivi in fondo hai già adottato la filosofia globale della società, la Weltanshauung. Uso questa parola greve e stratificata perché da qualche parte nelle sue profondità c’è un sussurro di contemplazione mistica che sembra del tutto appropriato all’argomento rifiuti“.

Con i suoi colleghi, Big Sims in testa, Nick si dilunga in discussioni su argomenti più o meno esoterici, dibattiti per soli iniziati. Come la controversa vicenda del Liberiano Volante, una nave-fantasma che sarebbe da due anni in navigazione da un porto all’altro, rifiutata da tutti perché trasporterebbe un carico pericoloso. Di volta in volta questa nave cambierebbe nome e bandiera, senza tuttavia mai essere accettata e messa in condizione di liberarsi del suo carico, quasi fosse un’ombra di peccato, la cattiva coscienza della nostra civiltà occidentale costruita sul paradigma del consumo/spreco. Intorno a questa storia fioriscono le leggende più fantasiose, che di volta in volta vogliono che la nave trasporti eroina oppure le scorie di un inceneritore della zona di New York. La vicenda si fa controversa in quanto tutti, nel settore, sembrano convinti che sia prassi comune “scaricare sostanze terribili nei PMS“, dove un PMS è un Paese Meno Sviluppato. E non è un caso che proprio da un confronto sul tema tra Nick e Big Sims scaturisca la discussione sulla dietrologia già riportata a suo tempo su questo blog.

Obiettivo: Alfa Centauri. Parola di Cerf

Posted on Giugno 24th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Transizioni | 4 Comments »

Il numero di luglio di Wired attualmente in edicola merita l’acquisto anche solo per il fulminante servizio su Vinton Cerf, a cura di Cyrus Farivar, dal titolo paradigmatico: Deep Space Internet. Se fate mente locale, ricorderete che anche su queste pagine se ne è parlato (era lo scorso novembre e il titolo dell’articolo era Internet ai tempi della Frontiera Spaziale) e che l’argomento è stato ripreso in maniera un po’ più organica anche su Next International (e magari prima o poi mi decido a pubblicare quel pezzo anche in questa sede, come primo post internazionale dello Strano Attrattore).

Vint Cerf è uno dei padri fondatori della Rete e a 66 anni suonati (per l’esattezza… ieri) non vuole saperne di starsene buono. Continua così a dispensare le sue rivoluzionarie visioni del progresso di Internet a noi semplici utenti assetati di futuro. Ed è in quest’ottica che, nei progetti in corso di sviluppo per l’Internet Interplanetaria, l’InterPlaNet (IPN) e il Disruption-Tolerant Network (DTN), Cerf non ci nega il sogno di un obiettivo ambizioso al punto da sembrare più fantascientifico di qualsiasi cosa fatta finora.

A metà anni ‘90, nel riflettere sul futuro di Internet, lo scienziato ebbe un’intuizione brillante. “Mentre ci pensavo, mancavano 25 anni al 2020 e stava risorgendo un programma spaziale,” racconta. “Forse, quello che dobbiamo fare, mi sono detto, è capire come estendere internet al sistema solare“. E ora che DTN muove i primi passi, mentre il protocollo IPN a cui Cerf sta lavorando è annunciato per il prossimo anno, lui sta cominciando a “pensare a una missione interstellare” che dovrebbe avere per destinazione Alfa Centauri.


Alpha Centauri (la stella luminosa più a sinistra)
e la vicina costellazione della Croce del Sud.

Alfa, la stella più vicina al Sole, dista 4,4 anni-luce e, immaginando di sospingere una sonda a una velocità ancora fantascientifica come un decimo della velocità della luce, sarebbe raggiungibile solo in un tempo di diversi decenni. Ma Cerf non si abbatte di fronte alla prospettiva e sogna questo esperimento della durata di un secolo, con l’invio del primo nodo interstellare della futura internet galattica e lo scambio di dati attraverso un abisso di oscurità, gelo e silenzio profondo 4,4 anni-luce. Un sogno da vertigini, che non può non richiamarmi alla mente lo stupefacente finale di Neuromante. E darmi un brivido in più al pensiero che qualcosa di simile, ma di alieno, si può ritrovare nell’ultimo romanzo breve che ho scritto, mixato con le suggestioni dell’archeo-tecnologia di matrice sovietica (ricordate i fari nucleari, gli RTG e le radiostazioni a onde medie?). Ma questa è un’altra storia.

E’ la stampa, bellezza

Posted on Giugno 22nd, 2009 in ROSTA | No Comments »

Solo la stampa.

E neanche tu puoi farci qualcosa.

Underworld: alle Watts Towers

Posted on Giugno 22nd, 2009 in Connettivismo, Graffiti, Kipple, Letture | 3 Comments »

Una delle escursioni geografiche e immaginifiche più intriganti di Underworld è dedicata alle Watts Towers, “una stramberia nata dalle innocenti visioni anarchiche di qualcuno” in un sobborgo di Los Angeles.

Sabato Rodia, anche noto come “Simon”, conosciuto anche come “Sam”, un muratore ed emigrante italiano nato nel 1879, concepì questo sogno essenziale di metallo e vetro, di conchiglie e terracotta, nei primi anni ‘20, appena giunto a Los Angeles in fuga da una vita precedente. Si dedicò alla sua costruzione dal 1921 al 1954, quindi lasciò Watts e, a quanto si dice, non vi mise più piede. La sua storia filtrata dal racconto di Nick Shay/DeLillo assume sfumature tra la fiaba e l’elegia.

Le torri, le vasche per gli uccelli, le fontane, i pali decorati, i cocci vivaci, i colori familiari, il verde delle bottiglie di 7-Up e il blu del Milk of Magnesia, tutte le vivaci maioliche incastonate nel cemento, insomma tutto quel complesso di strutture, porte e pannelli costruito a mano, da un solo uomo, un immigrante di un posto vicino a Napoli, probabilmente analfabeta, che aveva lasciato moglie e famiglia, o forse erano stati loro a lasciare lui, non ricordavo bene, un uomo la cui storia era piena di lacune, la data di nascita incerta, eSabato che aveva finito per impiegare trentatre anni della sua vita a costruire quel colosso con verghe di ferro, cocci di terracotta, ciotoli, conchiglie, bottiglie di vetro e rete metallica, impastando il tutto con la malta, tremila sacchi di sabbia e cemento, un uomo che aveva trascorso tutti quegli anni con le mani e le braccia incrostate di scaglie di vetro e gli occhi infiammati dal pulviscolo di vetro, appeso a una cintura da lavavetri, penzolante dall’alto delle torri, con la tuta strappata e il cappello di panno polveroso, la faccia bruciata dal sole, e le lampadine appese ai raggi di ruota per poter lavorare di notte, a circa trenta metri di altezza, con Caruso di sotto sul grammofono.

Le torri di Watts sono un complesso di 17 strutture interconnesse, delle quali due raggiungono l’altezza di quasi 99 piedi (rispettivamente 30 e 29,5 metri) e una terza arriva a 16,76 metri. Un capolavoro di arte di strada che richiama esteticamente le più celebri forme della Sagrada Familia di Barcellona.

Camminai tra quelle torri che sembravano lavorate al traforo, tre alte, quattro più piccole, e vidi le maioliche che aveva inserito nell’intonaco sotto una volta, e il vetro fuso e la madreperla schiacciata sulla superficie dei mattoni cotti al sole. Nonostante la natura di scarto dei materiali, l’apparente improvvisazione, e nonostante il predominio dell’intuizione pura, l’uomo era sicuramente un grande costruttore. Il posto aveva una sua unità strutturale, dava l’impressione di temi ripetuti, di un abile lavoro d’ingegneria.

In quell’opera, Nick si convince di riconoscere l’opera di suo padre, scomparso anni addietro nel nulla. E la geometria delle torri, la squisitezza del lavoro artigianale in muratura, gli richiama alla mente un episodio sepolto nella sua memoria di bambino. Quanto al vero artefice dell’opera d’arte, questo Gaudì minore ingoiato nelle pieghe del Novecento…

Una volta finite le torri, Sabato Rodia diede via la terra e tutto il lavoro che c’era sopra. Lasciò Watts e andò lontano, disse, a morire. La sua opera è una specie di vortice spensierato di rumore, una cattedrale del jazz, e ciò che mi colpiva tanto, che mi turbava, era che mio padre, il padre-fantasma, viveva tra quei muri.

Le Watts Towers hanno tenuto al terremoto del 1994 e a una tempesta lo scorso anno. Anche se temporaneamente chiuse al pubblico, sono ancora in piedi dopo 55 anni e sovrastano lo sprawl circostante. E il fatto che a costruirle sia stato un manovale italo-americano, un emigrante nato nei dintorni di Napoli, è sicuramente un’altra bella connessione che potrebbe affascinare DeLillo con il suo sogno di transustanziazione del kipple in arte.

Underworld: il trionfo della morte

Posted on Giugno 20th, 2009 in Connettivismo, Kipple, Letture | 5 Comments »

La recensione che Iguana Jo ha dedicato a Underworld, nell’ambito dei suoi rapporti mensili di lettura, mi ha spinto a riprendere tra le mani quest’opera monumentale di Don DeLillo e il risultato è stato che, a oltre cinque anni di distanza dalla prima - parziale - lettura, mi sono ritrovato ancora una volta invischiato nella prosa seducente e criptica del grande autore newyorchese. Aprire un libro di DeLillo è un rischio enorme. Inoltrarsi nel labirinto della postmodernità che è Underworld (1997, ediz. Einaudi 1999, traduzione di Delfina Vezzoli) è un rischio ancora maggiore e la consapevolezza dell’impresa non è di alcun aiuto per affrontarlo.


Il trionfo della morte, Pieter Bruegel il Vecchio (1562)

Underworld è un libro di contrappunti, che evoca l’eco della contemporaneità attraverso un percorso di regressione lungo circa mezzo secolo e che allo stesso tempo non teme di confrontarsi con gli spettri del futuro. Una storia complessa, che abbraccia lo Zeitgeist del Novecento e lo decodifica per noi, giostrandolo tra la mitologia del baseball e l’universo dei rifiuti in cui finisce per sedimentarsi l’immaginario dell’uomo postmoderno: la memoria individuale e collettiva della nostra civiltà come uno spaccato di strati geologici. E ad abbracciare il tutto un’ossessione di ispirazione religiosa (”Nel nostro mestiere era una convinzione religiosa, che questi depositi di salgemma non avrebbero lasciato trapelare le radiazioni. I rifiuti sono una cosa religiosa. Noi seppelliamo rifiuti contaminati con un senso di reverenza e timore. E’ necessario rispettare quello che buttiamo via”), che affonda le radici nel passato personale del protagonista, un manager dei rifiuti che incarna l’alter ego dell’autore, a cui i gesuiti “hanno insegnato a esaminare le cose alla ricerca di un secondo significato, di collegamenti più profondi“. E DeLillo non può eludere il dubbio che sorge da queste considerazioni, arrivando a chiedersi: “Chissà se pensavano ai rifiuti?

Affondando nell’oceano di visioni e suggestioni richiamate dalle storie a incastro di Underworld, si resta sedotti malgrado il trattamento riservato al lettore da una struttura narrativa raffinata quanto complessa. Il contrappunto di cui dicevo non è limitato alla dimensione totale del romanzo, ma si ripercuote come uno sciame sismico a livello profondo, innescando un gioco di echi e di richiami tra il presente il passato e il futuro che tocca il suo culmine nelle parti dedicate a Nick Shay, riportate in prima persona con un flusso di coscienza che oserei definire strutturato. Prodotto della lettura è la sensazione di trovarsi di fronte a un moltiplicatore di memi, che riprende storie piccole e grandi, segrete o pubbliche, e le intesse con frammenti di psicopatologia di massa e suggestioni da urban legend nel telaio universale del Novecento, dai sintomi della Guerra Fredda fino alla dissoluzione dell’URSS.

Fin dal titolo Underworld allude esplicitamente all’oltretomba e un senso di morte pervade la narrazione di DeLillo, come già accadeva in Rumore Bianco (1985). Nello sfogliare le pagine ci si vede sovrastati dalla prospettiva replicante di innumerevoli vicoli ciechi evolutivi, come se le storie raccontate da DeLillo non potessero sottrarsi all’impatto fatale con il non-senso della Storia. E forse è stata questa la ragione subliminale che all’epoca mi spinse a sospenderne la lettura. Il programma sempre più fitto di must da scoprire o assaggiare non ha concesso margini alla noia, nel frattempo, ma adesso ho deciso di dare un taglio ai buoni propositi continuamente rimandati.

Nel riprendere la lettura dal punto a cui la avevo lasciata, richiamerò nei prossimi giorni le immagini del libro che sono sopravvissute nella mia mente al logoramento del tempo. Underworld è stata a lungo una grande macchia nella mia coscienza sporca di lettore. Un libro cominciato, amato, ammirato, studiato, ma per qualche motivo oscuro mai portato termine. Mi prefiggo di porvi rimedio.

Transitando per Next Station

Posted on Giugno 19th, 2009 in Connettivismo, ROSTA | 1 Comment »

Faccio mea culpa per non averne dato tempestiva notizia - negli ultimi giorni sono stato sopraffatto da lavoro e impegni vari - ma colgo l’occasione per farne un promemoria a beneficio di chi si fosse distratto: Next Station sveste il suo abito consueto e si rinnova per il futuro!

Il rilancio a cui accennavo ormai più di due mesi fa (anche qui) verrà rifinito nei prossimi mesi, con l’entrata a regime della nuova redazione che si occuperà di dispacciare bollettini dal futuro, mirati a conquistare presto l’assuefazione delle vostre sinapsi. Ma per il momento potete gustarvi il rinnovamento del contenitore, opera mirabile del nostro Gran Maestro del Codice Umberto “2×0″ Pace, che valorizza al meglio il dossier Watchmen preparato con l’insostituibile collaborazione del compagno Fernosky (leggete la sua interpretazione burroughsiana della graphic novel di Alan Moore e capirete cosa vuol dire la parola “connettivismo”) e la preziosa partecipazione dell’assiduo Domenico “7di9″ Mastrapasqua e di due ospiti d’eccezione, esperti conoscitori dell’autore britannico e del suo immaginario: Ivan “Zak/Mr Fumetto” Lusetti e Marco Scardamaglia.

Non un vero numero zero, in attesa del Nuovo Corso, ma un valido banco di prova per la svolta finale. Collaudo riuscito, voi che ne dite?

Le storie immobilizzano il tempo

Posted on Giugno 15th, 2009 in Letture | 4 Comments »

Se hai da scrivere una cosa che deve essere pronta per 6 mesi fa, più tutta un’altra serie di robe per le quali hai anche degli amici che ti stanno aspettando, eppure non riesci a staccarti dalle pagine del libro che stai leggendo, vuol dire che ti sei imbattuto proprio in un grande romanzo. Per questo posso evitare di disperarmi e consolarmi con la lettura, una pagina dietro l’altra, ripromettendomi di sdebitarmi con il valore aggiunto che un libro del genere può regalare, in questo caso un bagaglio di sentenze, storie, situazioni al limite del paradossale e lezioni. Perché ce n’è davvero da imparare, a ogni riga e immagine costruita dalla macchina da scrivere di un autore di questa caratura.

Il libro in questione è L’ultimo vero bacio di James Crumley, anno di pubblicazione 1978, da poco ritradotto da Luca Conti per Einaudi. Un noir coi controfiocchi. Un romanzo accompagnato da strilli e annunci tanto importanti quanto impegnativi. E a 50 pagine dalla fine continua a mantenere le promesse. Per questo ne riparleremo senz’altro.

Le storie sono come istantanee, […] immagini che immobilizzano il tempo, dai margini nitidi e ben definiti. Ma questa era vita vera, e la vita comincia e finisce in una sporca pozza di sangue, dal ventre materno alla tomba, un unico grande casino, un barattolo di vermi lasciati al sole.

Abraham Trahearne

Nessuno vive in eterno, nessuno resta giovane abbastanza a lungo. Il mio passato sembrava bagaglio in eccesso, il mio futuro una serie di lunghi addii, il mio presente una fiaschetta vuota, l’ultimo vero drink che già mi faceva la lingua amara.

C.W. Sughrue

Lansdale, le radici e la rappresentazione della violenza

Posted on Giugno 13th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Letture | 3 Comments »

L’intervista rilasciata alla Dandini dal grande Joe R. Lansdale, segnalata oggi dal Corriere della Fantascienza, è ricca di spunti interessanti. Oltre a darci una misura di come andrebbe affrontata la TV per appassionare gli spettatori alla scrittura, Lansdale ci regala non poche perle di saggezza, dall’affresco della violenza all’importanza delle radici nella composizione dell’ambiente per le proprie storie.

Senza le storie di questo texano, la mia esperienza di lettore sarebbe senz’altro più triste e meno interessante. Non so, onestamente, quanto la sua influenza possa trasparire dalle cose che mi sforzo di scrivere, ma posso assicurarvi che l’insegnamento tratto dalla sua opera guida da tempo il mio approccio alla pagina. La commistione tra i generi, la suggestione per i risvolti oscuri dei panorami che ci sono così familiari, la trascrizione letteraria della violenza, sono solo alcune delle caratteristiche di Lansdale che mi hanno conquistato e che mi piacerebbe imparare a riprodurre in una mia dimensione personale. E se qualcuno un giorno volesse rimproverarmi che i miei quadri di Bassitalia somigliano al Texas, si senta pure libero di citare questa dichiarazione.

Per tornare alle considerazioni che vengono fuori dalla discussione televisiva, trovo particolarmente interessante il discorso sulla violenza. Questo è un argomento che di tanto in tanto torna alla ribalta, in genere propugnato da una delle ormai consuete campagne di pseudo-moralizzazione che trovano come valido alfiere d’occasione questo o quel politico in cerca di visibilità. Ciò a cui subito si pensa parlando di violenza è un misto di sopruso, sopraffazione, brutalità. E in genere ci dimentichiamo che la violenza che si limita a lasciare cicatrici in superficie non è mai altrettanto pericolosa di quella che scava in profondità, andando a ledere i nostri stessi meccanismi comportamentali, alterando le nostre semplici routine caratteriali, stravolgendo in altre parole la nostra percezione di noi stessi, del prossimo e del mondo.

Parto dal presupposto che sia sicuramente una cazzata l’idea pretestuosa che la trasposizione letteraria/cinematografica/artistica della violenza richiami altra violenza in un circolo vizioso. Non penso ci sia bisogno di soffermarsi su questo punto, ma credo piuttosto che possa essere interessante interrogarsi sull’efficacia della rappresentazione della violenza. La resa scenica e quella emotiva. Ed è una domanda che chiunque abbia maturato la consuetudine con certe tematiche deve essersi posto ben più di una volta, nel corso del suo lavoro.

Esiste un modo per parlare di violenza senza risultare violenti a nostra volta? Si può veicolare attraverso la violenza un messaggio antitetico, prendere insomma le distanze dalla violenza stessa mentre la si dipinge con scrupolo e precisione? Chi ha letto Lansdale conosce già la risposta. Lansdale non si sforza mai di edulcorare le sue scene e i suoi ritratti, come si compiace di fare invece la nostra TV avvinta ormai nella spirale dello squallore senza ritorno. Uno dei modi per riuscirci è modulando con sapienza la neutralità di fronte all’azione con la simpatia per le vittime. Potremmo parlare di strategia del chirurgo: isolare il male per curarlo, senza trascurare il rapporto umano con il paziente. Un paradosso? Non credo, se si ha a disposizione la libertà di giostrare i punti di vista. Questo equilibrio trovo sia determinante per la riuscita del risultato finale. Eliminando l’elemento empatico, perderemmo l’amplificazione dell’esperienza che può derivare dall’immedesimazione nei personaggi, la ricaduta della rappresentazione (fallout). Rinunciando alla neutralità, si perderebbe quel distacco salutare che pone l’autore su un piano altro rispetto alla materia di cui scrive, compromettendone la posizione con la rappresentazione stessa (meltdown). Ma questo è solo il mio punto di vista, al quale chiunque può aggiungere il proprio.

Joe Lansdale ha da pochi giorni aperto un suo blog. Un’altra interessante occasione per immergere lo sguardo nel lavoro di una delle penne più appassionanti ed eclettiche di questa nostra epoca.