Archive for Aprile, 2009

Stars in my hand like grains of sand

Posted on Aprile 14th, 2009 in Connettivismo | 3 Comments »

L’apofenia è, secondo la densissima descrizione che ne offre William Gibson ne L’accademia dei sogni, “la spontanea percezione di collegamenti e significati tra cose non correlate”. Uno scherzo giocato alla nostra mente, che si illude di poter ricondurre a uno schema preciso qualsiasi cosa. Un eccesso di confidenza con il caos, insomma, e non è un caso che Gibson ne parli in un romanzo originariamente intitolato Pattern Recognition, come quella branca dell’elaborazione dei segnali che si occupa di modelli, circuiti e algoritmi per il riconoscimento di forme e segnali.

Esempi del fenomeno si susseguono grazie al tam tam della stampa, giorno dopo giorno. L’ultimo caso riguarda questa suggestiva fotografia scattata dall’osservatorio spaziale Chandra, della nebulosa irradiata da una pulsar a 17.000 anni-luce di distanza dalla Terra. I falsi colori non si sposano di certo con il distacco e l’obiettività, e così i gas più caldi (in blu) sembrano assumere la forma di una mano intenta ad afferrare gli oggetti più freddi (in rosso), investiti dai raggi X emessi dalla stella collassata, denominata PSR B1509-58. E i giornali non potevano non sbizzarrirsi, cogliendo al volo l’opportunità di martellare con la Mano di Dio dopo che a febbraio ci avevano inquietati con l’ennesimo scatto in altissima definizione del presunto Occhio del Signore (in realtà la Nebulosa Helix).

Un retaggio persistente ci porta per qualche ragione ad associare al nome di Dio le manifestazioni più inspiegabili della natura. Ma la contemplazione della bellezza ne ha davvero bisogno? Magari, come dopotutto sostenevano i romantici, attraverso il divino cerchiamo solo una forma di partecipazione più intensa all’Assoluto che ci è negato, e questi casi potrebbero esserne l’ennesima testimonianza. Don DeLillo richiamava in Underworld la nozione ascetica di Nube della Non-Conoscenza. Se sostituissimo a Dio la verità, riusciremmo a raggiungere l’oggetto della conoscenza facendo a meno degli strumenti offertici dalla scienza? Quello che io ammiro del metodo, è che fa tranquillamente a meno delle scappatoie a cui ricorre la religione. Ma la difficoltà di ogni processo sottoposto alla sua legge, a quanto pare, mal si concilia al passo dei tempi, che si vorrebbe più progredito di quanto in realtà non sia.

[Il titolo di questo post è una rielaborazione arbitraria del titolo del romanzo di Samuel R. Delany Stars in my pocket like grains of sand, ancora inedito in Italia.]

Pancake: una riflessione sul tempo

Posted on Aprile 10th, 2009 in Connettivismo, False Memorie, Letture, Nova x-Press | 5 Comments »

L’opera di Breece D’J Pancake include una riflessione sul tempo che non può risparmiare il lettore nell’atto della scoperta del suo micromondo narrativo. L’intero universo di Pancake si trova compiutamente espresso in 12 racconti, che ne costituiscono l’intera produzione letteraria e ne condensano l’essenza in un barlume di eternità.

Il tempo di cui si parla in questi quadri della provincia profonda, istantanee delle zone più depresse delle colline appalachiane del West Virginia, è una spirale di pietre semipreziose, parafrasando il grande Samuel R. Delany, un vortice destinato a risucchiare qualsiasi prospettiva di redenzione. Il risultato è la percezione di un panorama immobile, cristallizzato al di fuori di ogni logica evolutiva. Perfino i trilobiti che il protagonista dell’omonimo racconto colleziona e regala agli amici non servono a dispiegare una vera prospettiva temporale, ma semplicemente a confermare la chiusura di qualsiasi possibilità di fuga. La stessa sorte, un giorno, accomunerà questi animali trasformati in pietra agli uomini che adesso costruiscono autostrade e ponti sui fiumi che cinquecento milioni di anni fa ospitavano queste forme di vita enigmatiche. I desideri e le passioni, salvo rari momenti di slancio subito riassorbiti nell’ordinario non-fluire che è lo stato delle cose, sono già relegati alla stessa dimensione.

Cosa possano percepire i cuori di pietra di questa gente, cosa possano vedere i loro occhi fossili, Pancake ce lo mostra con una chiarezza lancinante. Le sue parole evocano immagini dal profondo, irretendo il lettore in una trama di odori, fremiti, visioni, che lo precipitano nel cupo anonimato di una terra tagliata fuori dal cammino del progresso, lasciata indietro, abbandonata a se stessa.

Non c’è riscatto, nelle storie che Pancake racconta. La redenzione non è contemplata quasi nemmeno come possibilità. Anche quando i rapporti sembrano mettersi per il verso giusto o, per lo meno, una speranza si profila all’orizzonte, qualcosa irrompe a incrinare definitivamente il tessuto del quadro. Qualcosa va sempre storto e così ci riporta allo status quo di partenza. La situazione si ricompone, nel significato più letterale e nel verso meno consolatorio immaginabile.

Non c’è uscita, da questo mondo.

Non sorprende che - volendo prestare fede alla ricostruzione della polizia - Pancake si sparasse un colpo alla testa, la notte di Domenica delle Pasque dell’anno 1979. Non aveva nemmeno 27 anni, ma doveva avere ormai interiorizzato dalla terra e dalle persone una tale consapevolezza da lasciarlo senza via di fuga. In fondo è questo che traspare dalle sue storie. Una coscienza decisamente più vecchia di quanto la sua età anagrafica potesse suggerire. Una coscienza che è anziana e antica allo stesso tempo. Una consapevolezza che a volte illumina i suoi personaggi consolandoli con la ricompensa della comprensione (emblematica la chiusura di Colly nello stupendo “Trilobiti”, come pure del protagonista di “Onore ai morti”), altre li soffoca semplicemente in un’ombra di condanna (”Mi fermo davanti alla stazione dei pullman, dentro guardo le persone che aspettano e penso a tutti i posti in cui stanno per andare. Ma so che non riusciranno a scappare o che non sarà una sbornia che li tirerà fuori di lì, o che non sarà la morte a liberarli da tutto” leggiamo nell’epilogo del fulminante “Una stanza per sempre”). Sempre, in ogni caso, sullo sfondo di pessimi presagi, segnali di annientamento, presentimenti di disfatta.

La percezione del tempo e dei suoi effetti è un elemento ricorrente. “Mi sento vecchissimo” afferma Colly in “Trilobiti”. Poi, nel successivo “La cava”, assistiamo alla seguente scena che riecheggia fortemente, in un gioco di specchi e rimandi, le sue ossessioni.

Ai piedi della discarica fumante, dove erano stati rovesciati i resti d’argilla, il bambino di Estep girovagava, cercando qualcosa.
«Che fai lì, Andy?»
«Rocce» disse il ragazzo. «Ci sono dei disegni sopra». Porse a Buddy un pezzo d’argilla.
«Fossili. Vecchia roba morta.»
«Li sto collezionando.»
«Perché vuoi tenere della vecchia roba morta?» chiese, restituendogli l’argilla.
Il ragazzo abbassò lo sguardo e scrollò le spalle.
«Vai a casa, capito?» disse Buddy, osservando Andy mentre spariva giù per la strada secondaria, lasciandolo al ronzio del trasformatore. Si chiese perché il bambino sembrasse così vecchio.

Il lessico emotivo di questi personaggi riproduce la desolazione della natura. La violenza la fa da padrona, anche - o forse soprattutto - nelle storie più toccanti. Una reazione istintiva all’ostilità dell’ambiente, si potrebbe pensare. Ma forse c’è anche di più, forse persiste una speranza remota di infrangere il velo della quotidianità più triste e disperata attraverso un gesto a sua volta disperato, e così la violenza diviene espressione fisica di un impulso interiore. Un moto inconsulto dell’anima. L’equilibrio di Pancake è tale da non renderla mai una consuetudine e l’autore si limita a ritrarla senza suggerirne la necessità né tanto meno l’opportunità. Pur in assenza di un vero distacco dalla materia narrata, il suo tono non diventa mai assolutorio. E questo elemento consolida la sensazione di un lungo, forse non del tutto volontario ma inevitabile, processo di assimilazione da parte di Pancake.

Questi racconti ne sono un concentrato. Perché, come opportunamente fa notare Giacomo Papi nella sua introduzione alla prima edizione italiana, “nella prosa di Breece D’J Pancake tutto persiste”. A lettura ultimata, non si hanno dubbi che le stesse emozioni fissate nelle parole perdureranno anche nella memoria.

[Tutte le foto che accompagnano questo post sono di Dizzy Girl, prese dal suo set West Virginia.]

Next Station: ricordando Pancake

Posted on Aprile 8th, 2009 in Connettivismo, Letture, ROSTA | 2 Comments »

Ho scoperto Pancake per caso. Solo per un caso mi sono imbattuto on-line nelle pagine che lo riguardavano. Sono rimasto stupefatto dall’alone di culto che ne circondava l’immagine e l’opera, a fronte di una brevissima esistenza e di un’ancora più breve stagione letteraria. Mi sembrava un enigma. Ma mi è bastato leggerne poche righe, apprendere poche cose sul suo conto, per convincermi a dare la caccia alle sue cose. Il corpus dei suoi lavori è un autentico scrigno di perle: 12 pietre preziose, un po’ sporche di terriccio umido e di foglie secche. Profumo di cenere.

Pancake. La lettura non mi ha deluso. Mi ha anzi dischiuso sentieri che mai avrei immaginato. Ma lui resta sempre un enigma.

Con il compagno Fernosky abbiamo condiviso la folgorazione. Dall’anno scorso - era proprio di questi tempi - ad oggi, ne abbiamo letto e riletto i racconti, assaporandone le suggestioni, il potere evocativo della parola, i tormenti. Oggi cade il trentesimo anniversario della sua scomparsa prematura. Andavamo pianificando da tempo il rilancio di Next Station. Non ci siamo ancora riusciti, ma non abbiamo creduto che fosse il caso di rinviare il primo dei nostri propositi: rendere merito a un autore ancora terribilmente attuale e sempre profondamente appagante da leggere. Così, con la complicità di Iguana Jo, non abbiamo rinunciato a pubblicare Ricordando Pancake, il mini-speciale on-line sul portale del connettivismo che ne anticipa la ripartenza.

Era il minimo che potessimo fare.

Dario Tonani: L’algoritmo bianco

Posted on Aprile 6th, 2009 in Fantascienza, Letture | 8 Comments »

Sta facendo molto discutere l’ultimo libro di Dario Tonani, un dittico di romanzi brevi raccolti da “Urania” sotto il titolo del primo dei due: L’algoritmo bianco (qui accanto potete vederne la fantastica copertina di Franco Brambilla). Due critici affilati si sono pronunciati sull’opera anticipando questo mio intervento. Dapprima Emanuele Manco, che dalle pagine di Fantascienza.com ne ha esaltato le qualità di scrittura e composizione, in una recensione entusiasta il cui tono non trova pieno riscontro nell’attribuzione delle famigerate stelline (ma saranno poi davvero così importanti queste stelle?). E a seguire Giorgio Raffaelli, che io considero il mio modello ideale di lettore (curioso, colto, attento, enciclopedico e minuzioso, senza preconcetti e ancor meno peli sulla lingua), il quale ha tenuto fede alla sua fama portando alla luce quelli che ha ritenuto - da lettore e il lettore, si sa, ha sempre ragione - i difetti del libro. Giorgio intercala nella sua recensione anche un’attenta analisi dei meccanismi della fantascienza e delle prerogative del genere:

ciò che caratterizza la fantascienza, almeno quella che preferisco, è la sua straordinaria capacità di coniugare storie avvincenti, divertenti, emozionanti con una profonda riflessione su un qualche aspetto del reale (che si tratti di scienza o di politica piuttosto che di tecnologia o di etica, beh… è solo un dettaglio: sono le potenzialità della speculazione che fanno la differenza).

Che poi, per rispondere al suo interrogativo sul perché ci si ostini a leggere fantascienza, riassume alla perfezione le mie ragioni. Il mio giudizio complessivo su L’algoritmo bianco, tuttavia, si discosta di molto dal suo. Quando questo accade, non posso fare a meno di pensare alle leggi del caos, a come, spostando anche di poco i parametri di partenza, si possa arrivare al termine del processo a esiti completamente diversi. La sensibilità delle condizioni iniziali fa sentire il suo effetto anche nella fruizione di un prodotto letterario. Read the rest of this entry »

Breece D’J Pancake, trent’anni dopo

Posted on Aprile 5th, 2009 in Connettivismo, Letture | 10 Comments »

La Domenica delle Palme di 30 anni fa Breece D’J Pancake moriva in circostanze mai del tutto chiarite. Incidente o suicidio, se ne andava con un colpo di fucile quello che Kurt Vonnegut avrebbe giudicato, in una lettera a John Casey, ”il più grande scrittore”, e ancora “lo scrittore più sincero che abbia mai letto”. Una pallottola poneva fine alla sua personale via crucis privata. Due mesi dopo avrebbe compiuto 27 anni.

Da studente presso l’Università della Virginia, scriveva questo nelle lettere alla madre:

Quando avrò finito qua tornerò nel West Virginia. C’è qualcosa di antico e profondamente radicato nella mia anima. Mi piace pensare di aver lasciato la mia anima su una di quelle colline, e non sarò mai davvero capace di partire finché non l’avrò trovata. E io non voglio cercarla, perché potrebbe capitare che la trovi e così sarei costretto a partire davvero.

Una scrittura - come nei suoi 12 racconti, tutto ciò che ci ha lasciato - sofferta e diretta, sincera e per questo dolente. Parole che hanno il sapore della cenere e del fumo, della polvere di carbone e della rugiada. L’odore dei boschi, delle montagne, della legna, dei cervi e dei cani. Il profumo della vita vissuta come condanna ed espiazione.

Partendo da questa pagina dell’Atlantic Monthly, la prima rivista a pubblicare i suoi racconti, e dal sentito omaggio che gli dedica Tim Heffernan, potrete entrare nell’universo di questo scrittore straordinario. L’8 aprile con il compagno Fernosky lo ricorderemo come merita sulle pagine di Next Station.

Kaliningrad

Posted on Aprile 4th, 2009 in Futuro, ROSTA | 1 Comment »

A proposito della città che diede i natali a Kant e ad altre celebrità, un bell’articolo è uscito oggi sul Corriere della Sera. Per la sua storia illustre, se si dovesse eleggere una città al ruolo di singolarità storica, direi che Kaliningrad (foto di Lozhka13) sarebbe una candidata autorevole. Il suo ruolo nella formazione critica della coscienza occidentale (parlo tanto di scienza quanto di filosofia) è stato cruciale.

Le vicissitudini che l’hanno vista protagonista durante il Novecento e questi primi anni del 2000 aggiungono ulteriori suggestioni alla sua immagine. Né tedesca, né scandinava, né russa. Un mélange cleptoarchitettonico, per usare le parole che Bruce Sterling riferiva a San Pietroburgo sul finire degli anni ‘90. Dopotutto “siamo seduti su un vulcano, tra i capricci di storia e geografia”, riconoscono i suoi stessi abitanti.

Le ragazze vestono all’europea, con make up sobri. «Siamo russi per lingua, politica e feste comandate, ma ci sentiamo europei. Berlino dista 600 chilometri, Mosca il doppio». Dopo l’Urss Kaliningrad si sente abbandonata tra povertà, Aids e contrabbando di auto, droga, alcool e sigarette. «Per noi giovani era la libertà. Potevamo andare in spiaggia a Klaipeda, ai concerti rock a Varsavia senza visti. Privilegiati. Poi ci siamo visti tirare su un muro davanti agli occhi in una notte». Era il 2004: Polonia e Lituania che circondano l’enclave entrano nella Nato e nella Ue. Schengen rischia di fare di Kaliningrad una prigione. Bruxelles concede facilitazioni di movimento ai kaliningradesi, però i vicini impongono code estenuanti alle frontiere. I traffici illeciti proseguono.

E Mosca architetta il “piano K”, che ne farebbe una base missilistica strategica per contrastare lo scudo spaziale della NATO.

Se il brivido del futuro non passa da qui

Dubbi e salmoni

Posted on Aprile 1st, 2009 in False Memorie | No Comments »

Che dire, mentre la giornata volge al termine, se non addio, e grazie per tutto il pesce?

Back to O’Phuckos

Posted on Aprile 1st, 2009 in Connettivismo | 7 Comments »

Conclusa la saga fantasy che mi ha tenuto impegnato negli ultimi anni, tiro un sospiro di sollievo ma non c’è tempo di tirare il fiato. Penso allo spin-off che mi hanno affidato i curatori delle Nuove Avventure del Fuco: l’eroe gemello dell’antieroe della Motorizzazione Civile - Fuck-O2, anche noto come O’Fuco, separato dal Fuco quando erano ancora nella culla - nella miniserie a lui dedicata The O’Fuco Deadline.

Stay tuned!

L’ora del Fuco

Posted on Aprile 1st, 2009 in Connettivismo | No Comments »

[...] Così mentre il Fuco originale era un giovane studente piuttosto scialbo che grazie al potere della Tempesta Ormonale si ritrovava coinvolto di una serie di sfortunati eventi che dai vicoli di Teramo lo conducevano a combattere per la salvezza del nostro universo sacrificando lungo la strada ciò che aveva di più caro, il nuovo Fuco si muoverà in uno scenario diverso, tra la via Emilia e il West - come canta il poeta - e vestirà i grigi panni di un impiegato della motorizzazione intorno alla quarantina. Le sue uniche amiche, un po’ famiglia, un po’ compagne d’avventura saranno un gruppo di anziane prostitute bolognesi capeggiate, e cui si può notare il genio del team creativo, dalla straordinaria Maluria che non mancherà di assegnare al nostro eroe una serie di incarichi che lo porteranno a confrontarsi con la dura realtà odierna.

Il super potere che ha segnato il destino del Fuco, che nella sua prima incarnazione era una non meglio precisata Tempesta ormonale, in questa nuova edizione verrà svecchiato dandogli un carattere più preciso e una funzione sociale inedita. La scia feromonica che lo circonda conferirà infatti al Fuco una sorta di impenetrabilità emotiva e un destino di sottomissione e prudenza che caratterizzerà in modo estremamente originale le sue gesta pseudo-eroiche.

Presto, nelle nostre connessioni neurali. Via Iguana Jo.

No Minuteman at Midnight

Posted on Aprile 1st, 2009 in Connettivismo, Nova x-Press, ROSTA | 2 Comments »

Che fine hanno fatto gli Watchmen?