Oggi cade il ventennale della scomparsa di Sergio Leone. Quello che ha significato per me il suo cinema mi crea difficoltà ridurlo a parole. Se potessi esprimerlo in forma visuale, girerei un campo lungo di un angolo deserto di Bassitalia, nel cuore della Basilicata o dell’Irpinia o del Tavoliere, solo il soffio del vento a muovere la natura mentre il sole stanco si consegna all’abbraccio dell’orizzonte, e l’esito sarebbe quanto di più vicino all’espressione (duplicazione, simulazione?) della traccia emotiva lasciatami dai suoi film. L’imprinting iconografico che produce la visione in giovanissima età dei suoi western (anzi, senza complessi: spaghetti western) è di quelli che non lasciano scampo. E tutto sommato lo dimostra il fatto che poi uno finisca a scrivere fantascienza (o almeno provarci), che oltre al western è l’unico altro genere narrativo plasmato a immagine e somiglianza della cultura U.S.A. (e non è un caso che in entrambi sia la Frontiera a giocare un ruolo cruciale).

Poco più di un anno fa, reduce da una mostra alla Cineteca di Bologna, scrivevo questo post e trafugavo un po’ di istantanee. Nel frattempo, come ogni anno, non è mancata l’occasione di rivedere ancora qualche volta qualcuna delle pellicole che hanno fatto la storia del cinema (Rai 3 e Rete 4, ciclicamente e con una certa disinvoltura, provvedono a propinarcene la dose sufficiente a mantenere elevato il livello di assuefazione). Ma Leone è uno di quegli autori che non stancano mai, totalizzante senza mai perdere la sua vocazione popolare (sarà stato lui il Pynchon del cinema?), dall’influenza infinita come provano la riconoscenza di Stanley Kubrick e - sì - di William Gibson e gli omaggi di Quentin Tarantino. La freschezza immutata a distanza di quasi mezzo secolo lo dimostra di volta in volta.

La tecnica sopraffina delle sue riprese, le intuizioni di scena e di regia, l’equilibrio ineccepibile tra la musica (Sergio Leone, non lo si può scordare, è anche Ennio Morricone) e il silenzio, tra i primissimi piani e i campi lunghissimi, la ricorrenza di simboli e oggetti, sono tutti elementi da dare in pasto ai cinefili e ai critici. Mi limito pertanto a registrarne l’unicità e a testimoniare una volta ancora la mia profonda ammirazione per un cinema che non ha paura di osare, di costruire, di provocare, di rincorrere e di rincorrersi.

Tra gli appassionati di Leone, ognuno ha il proprio film, il proprio duello, il proprio rosario di battute memorabili. Da Ramòn alla madre del Biondo, passando per il gioco dell’Indio e gli aneddoti sulle pistole e i fucili. Nell’impossibilità di scegliere una scena rappresentativa, ne riporto un campione di scene cruciali (quasi sempre finali, tra i più belli che la settima arte ci abbia regalato). Mi dispiace solo non avere trovato il finale ampliato di Giù la testa, l’opera più politicizzata e controversa (ma nei tempi dilatati del director’s cut si respira un tocco poetico che ”ingentilisce” l’ideologia e la restituisce alla sfera dell’idealismo più romantico). Per la sua filmografia, le voci di Wikipedia che ho consultato mi sono sembrate molto ben fatte. Anche se parlarne o leggerne, con Leone più che mai, non riesce bello quanto gustarsi lo spettacolo.

I video originariamente inclusi in questo articolo sono stati rimossi in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-11-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi.