Archive for Aprile, 2009

L’eco della Singolarità

Posted on Aprile 30th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, ROSTA, Sezione π², Transizioni | 2 Comments »

Ancora 20 anni: tanto manca alla Singolarità Tecnologica secondo le stime di Vernor Vinge. Come ipotesi, l’autore di Universo Incostante e di Rainbows End riesce a cucinarcela bene, senza risparmiare i particolari delle ragioni che lo inducono ad avanzarla.

Dovendo immaginare uno scenario attendibile ai tempi della stesura di Sezione π², mi figurai la data del 2047 (più o meno dieci anni). All’epoca già mi sembrava una stima ottimistica. Non so se la contrazione dei tempi sia sintomatica di una diversa percezione dello stato di avanzamento delle conoscenze e delle tecnologie (e quanto questa nuova percezione risulti giustificata), ma se la scommessa di Vinge dovesse riuscire vincente e alla fine si rivelasse l’unica causa di obsolescenza per il mio romanzo, mi riterrei già moderatamente soddisfatto. Mi toccherebbe magari distribuire versioni aggiornate e corrette della Sezione, in formati compatibili con i protocolli neuronici che saranno invalsi nel frattempo, ma in queste circostanze sarei disposto a rinunciare ai diritti per la riedizione.

Gli interessati si tengano in contatto.

Sergio Leone: ancora un altro West

Posted on Aprile 30th, 2009 in Graffiti, Proiezioni | 4 Comments »

Oggi cade il ventennale della scomparsa di Sergio Leone. Quello che ha significato per me il suo cinema mi crea difficoltà ridurlo a parole. Se potessi esprimerlo in forma visuale, girerei un campo lungo di un angolo deserto di Bassitalia, nel cuore della Basilicata o dell’Irpinia o del Tavoliere, solo il soffio del vento a muovere la natura mentre il sole stanco si consegna all’abbraccio dell’orizzonte, e l’esito sarebbe quanto di più vicino all’espressione (duplicazione, simulazione?) della traccia emotiva lasciatami dai suoi film. L’imprinting iconografico che produce la visione in giovanissima età dei suoi western (anzi, senza complessi: spaghetti western) è di quelli che non lasciano scampo. E tutto sommato lo dimostra il fatto che poi uno finisca a scrivere fantascienza (o almeno provarci), che oltre al western è l’unico altro genere narrativo plasmato a immagine e somiglianza della cultura U.S.A. (e non è un caso che in entrambi sia la Frontiera a giocare un ruolo cruciale).

Poco più di un anno fa, reduce da una mostra alla Cineteca di Bologna, scrivevo questo post e trafugavo un po’ di istantanee. Nel frattempo, come ogni anno, non è mancata l’occasione di rivedere ancora qualche volta qualcuna delle pellicole che hanno fatto la storia del cinema (Rai 3 e Rete 4, ciclicamente e con una certa disinvoltura, provvedono a propinarcene la dose sufficiente a mantenere elevato il livello di assuefazione). Ma Leone è uno di quegli autori che non stancano mai, totalizzante senza mai perdere la sua vocazione popolare (sarà stato lui il Pynchon del cinema?), dall’influenza infinita come provano la riconoscenza di Stanley Kubrick e - sì - di William Gibson e gli omaggi di Quentin Tarantino. La freschezza immutata a distanza di quasi mezzo secolo lo dimostra di volta in volta.

La tecnica sopraffina delle sue riprese, le intuizioni di scena e di regia, l’equilibrio ineccepibile tra la musica (Sergio Leone, non lo si può scordare, è anche Ennio Morricone) e il silenzio, tra i primissimi piani e i campi lunghissimi, la ricorrenza di simboli e oggetti, sono tutti elementi da dare in pasto ai cinefili e ai critici. Mi limito pertanto a registrarne l’unicità e a testimoniare una volta ancora la mia profonda ammirazione per un cinema che non ha paura di osare, di costruire, di provocare, di rincorrere e di rincorrersi.

Tra gli appassionati di Leone, ognuno ha il proprio film, il proprio duello, il proprio rosario di battute memorabili. Da Ramòn alla madre del Biondo, passando per il gioco dell’Indio e gli aneddoti sulle pistole e i fucili. Nell’impossibilità di scegliere una scena rappresentativa, ne riporto un campione di scene cruciali (quasi sempre finali, tra i più belli che la settima arte ci abbia regalato). Mi dispiace solo non avere trovato il finale ampliato di Giù la testa, l’opera più politicizzata e controversa (ma nei tempi dilatati del director’s cut si respira un tocco poetico che ”ingentilisce” l’ideologia e la restituisce alla sfera dell’idealismo più romantico). Per la sua filmografia, le voci di Wikipedia che ho consultato mi sono sembrate molto ben fatte. Anche se parlarne o leggerne, con Leone più che mai, non riesce bello quanto gustarsi lo spettacolo.

I video originariamente inclusi in questo articolo sono stati rimossi in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-11-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi.

Scorrete lacrime, disse lo Sceriffo

Posted on Aprile 29th, 2009 in Agitprop, Connettivismo, False Memorie, Fantascienza, Graffiti, ROSTA | No Comments »

Rapporto di maggioranza.

Ode all’anarchico Passannante

Posted on Aprile 28th, 2009 in Agitprop, ROSTA, Stigmatikos Logos | 2 Comments »

E contro la fredda determinazione e la criminale e celebrata ottusità di Lombroso, noi elogiamo l’ardimento del deviante e, per dirla con il giovane Pascoli, “col berretto di un cuoco faremo una bandiera”.

Chernobyl: 23 anni dall’Ora Zero

Posted on Aprile 27th, 2009 in Connettivismo, False Memorie, Futuro, Kipple, Transizioni | 5 Comments »

Ieri sono stati 23 anni dal disastro di Chernobyl. 23 anni dall’Ora Zero nella mia personale linea storica del futuro. Prima era una nube indistinta di rumore e sabbia. Poi il canale radio-psichico si liberò all’improvviso e presero a sgorgarne dispacci dal fronte del futuro: l’eco del disastro, gli allarmi degli esperti, la Nube radioattiva che minacciava di inghiottire l’Europa. Fu il trauma che porta al risveglio della coscienza. Il futuro, per me, è nato nella Zona di Esclusione, sulle ceneri di quell’inverno nucleare. Non esattamente sotto i migliori auspici.

Viste le circostanze, recupero le reminescenze ballardiane di un mio vecchio articolo per Fantascienza.com: Chernobyl 2005: turismo sulle ceneri del disastro. Ancora una volta dal futuro, la mia personale memoria della catastrofe.

I giorni del replicante

Posted on Aprile 27th, 2009 in False Memorie, Stigmatikos Logos | 1 Comment »

Ormai non ci sono più dubbi sulla fondatezza dei peggiori sospetti del compagno Fernosky e miei. Non ci resta che confidare in una versione aggiornata con meno difetti di programmazione…

Un Anno nella Città Lineare

Posted on Aprile 24th, 2009 in Fantascienza, Letture, ROSTA | 3 Comments »

In compagnia di Paul Di Filippo, un viaggio indimenticabile in una città talmente assurda da ricordarci le assurdità del nostro mondo.

[E, a proposito di ribaltamenti di prospettiva, non è curioso come, del tutto inconsapevolmente, abbia scelto un attacco che si trova su coordinate precisamente antipodiche rispetto a quello adottato da Martina Frammartino nella sua recensione (che, ci crediate o meno, scopro solo ora) per Fantasy Magazine? Visto che l'oggetto del romanzo è un gioco di specchi e di punti di vista, trovo la coincidenza davvero emblematica. Altrettanto inquietante è quella menzione di Ballard, in una recensione scritta solo il giorno prima della sua scomparsa. Il fresco ricordo della lettura di questo libro, che in qualche misura omaggia le sue visioni più surreali ed eccentriche, aiuta un po' a mitigare il senso di perdita con la consapevolezza che la staffetta che fu di JGB non è rimasta abbandonata al suolo. La corsa verso il futuro di un comune orizzonte interno continua.]

Il paesaggio interno codificato del Terzo Millennio

Posted on Aprile 22nd, 2009 in Connettivismo, Futuro, Nova x-Press | 3 Comments »

Credo che non esista omaggio più grande alla visionarietà del compianto J.G. Ballard delle notizie che circolano sui giornali e fluttuano nell’etere e nel flusso-dati in questi giorni. Lo scorcio di Terzo Millennio che ci troviamo a vivere coglie e riflette le folgoranti intuizioni del grande autore britannico meglio di quanto potrebbero riuscirci centinaia di pagine di saggi critici. La qual cosa ci dimostra al di là di ogni dubbio quali siano le potenzialità insite in una scrittura e in una mente lucidamente protese verso il futuro.

La memoria del futuro che echeggia le visioni ballardiane parla, in questi giorni, delle avvisaglie di una nuova guerra fredda, di pirateria informatica e non, di detriti spaziali, di mappe globali dell’accessibilità. Il mondo in cui viviamo sembra davvero codificato dalle pagine di un romanzo di fantascienza. Qualche esempio?

Dal cyberspazio: echi di guerra fredda prossima ventura? Gli archivi del Pentagono sarebbero stati violati, a quanto riferisce il Wall Street Journal, da hacker che ne avrebbero trafugato informazioni della massima segretezza inerenti, tra le altre cose, il Joint Strike Fighter F-35 Lightning II di cui parlavamo un po’ di tempo fa (un progetto militare da 300 miliardi di dollari, finanziato da diversi paesi, tra cui anche l’Italia), e il sistema di distribuzione elettrica degli Stati Uniti d’America. Secondo alcuni ufficiali del Dipartimento della Difesa gli attacchi informatici, che starebbero subendo una vera e propria escalation da sei mesi a questa parte, sarebbero originati in gran parte dalla Cina. Echi di una nuova guerra fredda si profilano all’orizzonte. Ma, viene da chiedersi, cosa c’è di più sicuro e in grado di garantire la pace internazionale della conoscenza dei segreti della più sofisticata macchina da guerra mai progettata?

Dallo spazio: un nuovo sistema di monitoraggio e previsione per i detriti spaziali. 9.000 detriti di dimensioni superiori a 10 cm, altri 100.000 di dimensioni inferiori ma comunque considerevoli. A tanto ammonta la conta dei frammenti in orbita sopra le nostre teste. Rifiuti di varia tipologia: resti di precedenti missioni spaziali, parti di razzi e vettori, bulloni, guarnizioni e pezzi di satelliti. Residui di collisioni precedenti. Una pioggia di proiettili potenzialmente letali per le strutture orbitali. E’ la cosiddetta space waste o space junk. Space debris: detriti orbitali, gli ultimi originatisi dall’impatto di 2 satelliti, uno dei quali dismesso, lo scorso 10 febbraio a 789 km di quota sopra la Siberia. Lo scenario espone al rischio della cosiddetta Sindrome di Kessler: la possibilità che, con l’aumentare del loro numero, la crescente probabilità di collisione tra i detriti ne produca un aumento esponenziale. Il risultato di questo effetto domino sarebbe una cortina di spazzatura orbitale che si opporrebbe come una barriera a qualsiasi iniziativa di lancio, rendendo impossibile la messa in orbita di nuovi satelliti per le comunicazioni e inibendo qualsiasi eventuale tentativo di esplorazione spaziale per diverse generazioni. Un nuovo algoritmo è stato messo a punto dall’Università di Pisa per tracciare i movimenti di questi insidiosi oggetti.

Dal Corno d’Africa: un punto di vista obliquo. L’escalation di assalti operati dalla pirateria somala negli ultimi mesi ha costretto molti paesi e molte compagnie ad adottare contromisure forti. Ormai sono sempre meno le navi che si avvenuturano oltre il Golfo di Aden prive di scorta armata. Ma gli attacchi continuano. E l’occasione, al di là del dramma delle persone coinvolte, può diventare il pretesto per richiamare l’attenzione sul problema del rischio di collasso ecologico a cui le compagnie occidentali, in combutta con agenti locali, stanno esponendo quei settori dell’Oceano Indiano. Un servizio curato da Najad Abdullahi per Al Jazeera lo scorso ottobre ha riacceso i riflettori su traffico di rifiuti speciali (scorie tossiche, a volte anche radioattive) sversati lungo le coste somale nell’arco degli ultimi 20 anni. Da quando, cioè, la Somalia è precipitata nel caos dell’anarchia militare, preda di bande e di eserciti che si contendono il potere zona per zona. Una verità sommersa, e riportata a galla solo dallo sconquasso provocato dallo tsunami del 2004, che spinse sulle coste dell’Africa orientale le prove inequivocabili dello scempio perpetrato ai danni di quei mari. Lo scenario è da brividi e richiama, se possibile amplificandola, la Crisi Rifiuti vissuta da Bassitalia.

Mappa dell’accessibilità: come fuggire dal mondo in 48 ore. Ricercatori del Joint Research Center dell’Unione Europea hanno messo a punto delle mappe di accessibilità in cui stimano i tempi necessari per raggiungere ciascun punto del pianeta dalla più vicina città con almeno 50.000 abitanti. Uno studio che dimostra quale livello di urbanizzazione e antropizzazione si sia ormai raggiunto, che è stato ripreso anche dal New Scientist: per navigare la mappa, cliccate qui; mentre se volete scoprire qual è il posto più remoto della Terra, partite pure da qui. Viviamo in un mondo sempre più piccolo: dove correremo a rifugiarci la prossima volta che sentiremo il bisogno di starcene un po’ da soli? Ognuno ha il suo posto segreto, lontano dagli uomini. Sul Pollino ce n’è uno tra i più solitari d’Italia.

Questa rassegna estemporanea, raccolta il 21 aprile 2009, può servire da punto di partenza per l’esplorazione di quei territori che già Ballard ha attraversato - innumerevoli volte - nel corso delle sue ricognizioni cartografiche. C’è un mondo intero lì fuori da esplorare ed è un mondo mutevole, in magmatica trasformazione. E il mondo interno non è meno vario né meno complesso da decodificare. 

J.G. Ballard (1930-2009)

Posted on Aprile 19th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza | 7 Comments »

Questa mattina, all’età di 78 anni, J.G. Ballard è passato - come si dice in queste circostanze - a miglior vita. Non credo di avere mai avuto tante difficoltà con un necrologio come in questo caso. Ballard ha segnato la mia scoperta di così tanti aspetti della fantascienza che prima non avrei nemmeno saputo come immaginarli. Il suo impatto sull’immaginario - mio, ma non solo - resterà indelebile. E proprio per questo qualsiasi ulteriore parola rischia di essere inutile e di suonare retorica.

Con l’irriverenza che da sempre lo ha contraddistinto, all’uscita della sua autobiografia Miracles of Life, lo scorso maggio, Ballard aveva annunciato di essere affetto fin dal 2006 da un cancro alla prostata, ormai in fase terminale. La malattia ha fatto il suo corso e stasera mi sento un po’ come i suoi personaggi alienati, sopraffatti da un asservimento psicologico in grado di proiettare nella sfera della mitologia - un olimpo postmoderno, affollato di celebrità e icone della società dello spettacolo - l’oggetto delle proprie ossessioni.

Oggi abbiamo perso un pezzo di storia vivente. Anche se da tempo Ballard aveva preso le distanze dal mondo della fantascienza.

Ai margini della mostra delle atrocità, vedo con la coda dell’occhio Ballard seduto al fianco di James Dean, sul sedile del passeggero della sua Porsche 550 Spyder. “Little Bastard” è tirata a lucido. L’asfalto è segnato dalle crepe aperte dal surriscaldamento termonucleare e la configurazione dei segni lascia presagire la forza psichica dell’impatto imminente. Nel cielo sopra di noi lo Space Shuttle Challenger esplode 73 secondi dopo il lancio, mentre a 46mila piedi di quota si avvicina a Mach 2. Siamo tutti naufraghi su una spiaggia terminale alle prese con le equazioni del futuro. Un po’ più soli nel deserto del reale.

Risorse in rete:
Qual è la strada per lo spazio interiore? Il manifesto dell’inner space con cui Ballard cambiò per sempre la storia della fantascienza (e la letteratura del Novecento)
James G. Ballard e l’algebra del cielo interno, una rilettura della Mostra delle Atrocità, scritta con Fernando Fazzari.
Let’s talk about… inner space (20-10-2008)

L’industria culturale e la logica del predominio intellettuale

Posted on Aprile 18th, 2009 in Agitprop, Connettivismo, Fantascienza, Nova x-Press | 2 Comments »

Un bel titolo altisonante, no? Era da un pezzo che non ce ne capitava l’occasione. E probabilmente per un altro pezzo mancheranno tentativi di approfondimento e di critica sul panorama culturale nazionale (o quel che ne resta). Superato il tour de force internazionale, sono finalmente tornato al lavoro sui progetti narrativi lasciati in sospeso. Siccome si parla di diversi racconti in attesa di completamento o in varie fasi di revisione, e qualcos’altro di più lungo che sarebbe ora di estrarre dal suo limbo elettronico, considerando che non ho ancora raggiunto quella padronanza relativistica sul tempo che da tempo mi prefiggo, nelle prossime settimane mi toccherà diradare ulteriormente l’impegno sul fronte web-diaristico. Non so ancora bene che piega prenderanno gli eventi, ma sto considerando la possibilità di postare in questo spazio, se non altro di tanto in tanto, pezzi di quanto vado scrivendo prima ancora di capire se troveranno un incastro da qualche parte, in un racconto o in un romanzo (l’intenzione, ovviamente, è di sfruttare il vostro feedback e giovarmene). Ci sono inoltre delle novità sul fronte personale che mi terranno piuttosto impegnato nei prossimi mesi (e magari anche nei prossimi anni) lontano dal web, ma a parziale compensazione della ridotta presenza in rete posso ribadirvi che l’intenzione di rilanciare Next Station con cadenza mensile è seria e sarà altrettanto seriamente perseguita con la forza di una squadra di primo livello, con tutta probabilità già a partire dal mese di maggio.

E adesso veniamo a noi.

Da qualche tempo si fa un gran discutere delle logiche sottese all’assegnazione dei riconoscimenti in ambito letterario. In ballo ci sono prestigio, visibilità e un minimo di speranza di memoria futura. Questo almeno per quel che riguarda gli annali del Premio Strega. Nell’ambito della nostra amatissima - e litigiosissima - nicchia, la discussione non è stata molto diversa e, come fanno notare i veterani, si protrae così da un po’ più di tempo, malgrado la posta in palio sia decisamente più bassa. Credo che sia naturale, quando si vogliono applicare a un dominio culturale le logiche di una mentalità monopolizzata dalla competizione (chiamatela darwinista o, se preferite, capitalista): buona per il mercato e, al massimo, per lo sport. Michael Crichton, che di libri e successo se ne intendeva, scriveva già diversi anni fa (si era negli anni ‘90 e se non erro il libro in questione era Il mondo perduto) che nella nostra società ormai tutto quello che conta è confinato nelle prime 10-20 posizioni delle classifiche di vendita. La logica della competizione applicata alla cultura fa sì che prevalga la concezione che tutto quanto resti fuori dalla Top Ten non si giovi nemmeno di quella fugace parentesi di visibilità che, agli occhi dell’acquirente medio, coincide con un’implicita attestazione di merito e di importanza. Quale futuro può avere una civiltà che fonda su questi principi il metro di crescita della propria dimensione culturale?

I lettori deboli (ma se è per quello anche gli spettatori acritici o i musicofili senza preferenze precise di genere) è scorrendo le classifiche di vendita che fanno le loro scelte, finendo col rinforzare un meccanismo commerciale che taglia inesorabilmente fuori il grosso della produzione, spesso insieme a materiale degnissimo di apprezzamento. Ma nelle classifiche la qualità incide poco, a creare il successo è molto più spesso la combinazione di promozione (le strategie di marketing sono in grado di valorizzarne l’immagine e compiere miracoli) e fattori accidentali (per esempio la scarsità di eventuali contendenti). La volontà del produttore e il caso, insomma, pesano molto più del valore intrinseco del prodotto sulla sua affermazione nei circuiti della distribuzione. Non c’è da stupirsene, dopotutto. E chi scrive prima o poi finisce col farsene una ragione.

Sarebbe veramente importante che tutti se ne rendessero conto, ma ciò che può essere dato per scontato nella cerchia degli addetti ai lavori, all’esterno finisce quasi sempre per destare scalpore e sconcerto alla prima percezione delle dinamiche per niente trasparenti che vi sono sottese. Esiste allora un modo per sottrarsi a qualsiasi sospetto di macchinazione, compromesso, intrallazzismo di varia natura? Daniele Del Giudice, dato per vincitore dello Strega 2009 prima ancora che il suo lavoro arrivasse nelle librerie, nei giorni scorsi ha dato un esempio cristallino di integrità ritirandosi pubblicamente dalla competizione con una lettera aperta pubblicata da Repubblica. Una bella prova di coraggio, un vero atto d’amore verso la propria opera. Una riscoperta della valenza più profonda della scrittura, che è quella di arrivare al libro, non di smerciarlo con gli stratagemmi testati sulle bibite gassate. Ammesso che con il tempo il valore di un’opera emerge sempre all’attenzione dei lettori e della critica, come insegna la lunga lista dei trionfi postumi (da Kafka a Dick) non è affatto detto che il giusto valore venga tributato con il giusto tempismo. Ma se all’autore può bastare come dimostrazione il riconoscimento tardivo di avere bene operato, le case editrici devono sottostare alle dinamiche del mercato, con tutto il corollario di battage promozionali e premi letterari. Non possiamo quindi aspettarci dagli editori dei soprassalti di etica, ma da parte degli autori una condotta come quella di Del Giudice è quanto di più salutare ci possa essere nell’ottica di un risveglio di coscienza del nostro panorama culturale.

La promozione della cultura (a tutti i livelli, fino ad abbracciare nell’accezione anche la narrativa di genere) non può essere vincolata agli indici di vendita. E non si può scegliere il miglior libro dell’anno come risultato di un torneo a squadre sovvenzionato dagli stessi partecipanti. Anche perché per annate di produzione eccelsa possono esistere altrettante annate di più discutibile qualità. Che qualcuno cominci a rendersene conto, e a darne prova con gesti anche clamorosi, può essere un buon segno. Altrettanto positivo sarebbe se gli autori cominciassero a riconoscere l’attenzione che meriterebbero le attribuzioni di licenza “alternative” ai capestri anacronistici del copyright, come le Creative Commons o il copyleft. Ma chi ama giocare con le regole truccate spesso non ama mettersi in gioco. Specie se in discussione c’è uno status quo determinato da decenni di manovre e tattiche che hanno portato all’attuale egemonia nel panorama culturale (reso industria) del nostro paese. E non solo.

[Le immagini dell'Antartide sono riprese dall'edizione on-line del Telegraph.]