Archive for Febbraio, 2009

Philip José Farmer, R.I.P.

Posted on Febbraio 27th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | 4 Comments »

La mattina del 25 febbraio si è spento nella sua casa di Peoria Philip José Farmer, uno degli ultimi sopravissuti tra i giganti che hanno fatto la storia della fantascienza. L’ho appreso ieri mattina da Salvatore Proietti e conosco modi migliori di cominciare una giornata di lavoro. Nel 1952, con il suo racconto di esordio (The Lovers, respinto dalle principali riviste dell’epoca e infine approdato alla pubblicazione sulle pagine di Startling Stories), Farmer fece scalpore per il tema dell’amore tra un terrestre e un’aliena e si guadagnò il premio Hugo come “giovane scrittore più promettente”. Ma Farmer ebbe una carriera tutt’altro che facile, prima del decollo che cominciò dalla metà degli anni ‘60.

Uno dei primissimi libri di fantascienza che lessi poco più che bambino fu Gli anni del precursore (A Woman a Day, 1960), nella sua edizione per i Classici di “Urania”. Ricordo di averlo preso perché accoppiato a Mr Lars, sognatore d’armi di Philip K. Dick, e conservo bene in mente il ricordo di quell’estate di metà anni ‘90. Dick era già una mia ossessione, ma più delle guerre psichiche tra gli weapon designers dei due Blocchi, in quei pomeriggi di luglio a proiettarmi in uno stato di straniamento persistente furono le opprimenti visioni/ossessioni di Farmer. Il libro, collegato all’universo del citato Gli amanti di Siddo, non è un capolavoro. Ma i temi della sessualità e della religione affrontati in maniera così disinvolta da Farmer non possono passare inosservati davanti agli occhi di un adolescente.

Per me, quell’estate persa nelle nebbie di un altro secolo (un mondo senza internet e senza cellulari, in cui anche solo imbattersi in un tascabile di fantascienza poteva assumere i connotati sovrannaturali di una ierofania), fu una piccola grande fortuna ritrovarmi tra le mani un libro di uno degli ultimi autori pulp del nostro genere senza mai avere nemmeno sentito nominare Kilgore Trout. Una fortuna che dovrebbe toccare in sorte a tutti i giovani lettori, in quel preciso-indeterminato periodo delle loro vite.

Anche per questo: buon vento, Signor Farmer, in arte Trout! Ci rivedremo magari un giorno sulla riva del Fiume, scambiandoci aneddoti apocrifi su Tralfamadore.

[Qui il necrologio di Silvio Sosio su Fantascienza.com e qui il mio su Urania Blog.]

The very essentials of a Strange Attractor (21-2-2009)

Posted on Febbraio 26th, 2009 in Nova x-Press | 4 Comments »

Titolo altisonante e pomposo, lo so. Non vogliatemene (tanto per continuare sulla stessa linea). Nei giorni scorsi ho aggiornato la Capsula del tempo. Come noterete fin dal primo impatto, è tutto fuorché essenziale. Prima che esploda, maneggiate anche quella con una certa cautela. E, per quanto possibile, divertitevi su e giù per il cyberspazio.

Torri aprite il fuoco!

Posted on Febbraio 23rd, 2009 in Agitprop, Graffiti, Proiezioni | 3 Comments »

A proposito di Resistenza culturale alla strategia del Controllo e alla nuova logica del dominio, l’altra sera la trasmissione La 25ma Ora - Il cinema espanso de La7 ha dedicato uno speciale ad alcuni corti realizzati da Antony Balch tra gli anni ‘60 e i ‘70, cercando di trasporre su pellicola la tecnica del cut-up messa a punto da Burroughs e Brion Gysin sul modello del dadaistra Tristan Tzara. Balch, regista horror inglese e distributore di film di exploitation, incontrò William Burroughs al Beat Hotel di Madame Rachou e i due strinsero amicizia iniziando una intensa collaborazione che approdò a questi progetti cinematografici. Non di rado i corti coinvolgevano in prima persona il profeta dei beatnik anche come attore.

Per approfondire il discorso su Burroughs, il cut-up come tecnica letteraria aleatoria e il suo impiego critico come «arma» da contrapporre al linguaggio come virus, l’influsso bidirezionale tra immaginario fantascientifico e controcultura beat, metto qui i collegamenti - che lo Zio Billy mi perdoni - a due articoli a lui dedicati su Fantascienza.com: un profilo e la sua riscrittura incentrata sulla Trilogia Nova. In realtà ci sarebbe molto da aggiungere sulla questione dei collegamenti. Il cut-up&fold-in portato da Burroughs allo stato dell’arte nella de-linearizzazione del testo trova un valido contrappeso nella trama di riferimenti intertestuali che percorrono la Trilogia del Cut-Up in particolare e tutta la sua opera nel complesso. In effetti, scrivendone lo scorso anno, parlavo a questo proposito di «trittico olografico» proprio in funzione di questa sovrapposizione, che viene infine a realizzarsi tra i punti di vista e le linee narrative destrutturate.

Oggi, nell’era della Rete nella sua incarnazione 2.0, come possiamo far valere a nostro vantaggio le acquisizioni della guerriglia sin-estetica di Burroughs? Il segreto, ieri come oggi, sembra risiedere sempre nel valore della connessione. Prendere d’assalto lo Studio della Realtà dalle nostre rispettive cabine di regia: la costellazione dei link può aprire nuove associazioni, intessere una rete di collegamenti utile a imbrigliare la comprensione del mondo attraverso una molteplicità di punti di vista in grado di proiettare nuova luce sulla trama del reale. Oggi abbiamo strumenti nuovi da usare. La Resistenza può passare all’upgrade.

E dopo questo apologo dell’ipertesto - in diretta dallo Studio della Realtà, grazie a YouTube, ecco il corto Towers open fire del 1963.

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

Towers Open Fire

Onde elettriche che falciavano attraverso gli schemi cerebrali della Terra - Il messaggio della Resistenza Totale sulle onde corte del mondo - Questa è guerra all’ultimo sangue - Scambiare le lingue - Tagliare le linee delle parole - Far vibrare i turisti - Lasciare libere le porte - Fotografie che cadono parole che cadono - Fare irruzione nella Stanza Grigia - Chiamata generale per i partigiani di tutte le nazioni - Torri aprite il fuoco!

William S. Burroughs - Nova Express (1964)

Vecchi media

Posted on Febbraio 22nd, 2009 in Connettivismo | No Comments »

Semplicemente formidabile.
(Ancora da English Russia)

Drowned Word, by Fazarov

Posted on Febbraio 21st, 2009 in Connettivismo, ROSTA | 1 Comment »

Comunicazione di servizio: il compagno Fernosky si è deciso finalmente ad aprire un blog, linkato da qualche giorno nella colonna qui a destra sotto il nostro Network. E’ solo un altro passo sul cammino che di qui a qualche mese porterà la banda connettivista a riconfigurare la propria strategia di comunicazione on-line. Imminenti novità attendono anche Next-Station.org. Quindi, come si dice, restate sintonizzati.

Per il momento non posso che consigliarvi di tenere d’occhio il blog Drowned Word. Al di là delle reminescenze ballardiane del titolo, si parte con una citazione di Allen Ginsberg. Un’implicita dichiarazione d’intenti, direi… E quindi: in bocca al lupo a questo nuovo blogger per la sua avventura!

Inno alla Resistenza: Forever Khruner

Posted on Febbraio 19th, 2009 in Agitprop, Connettivismo, Graffiti, Kipple | 23 Comments »

Quanto possiamo arrivare a disprezzare una persona? A che punto può spingersi la nostra repulsione, il nostro disgusto? Il nostro odio? Non mi capita poi spesso di interrogarmi su questi argomenti. Non più, almeno. Ho paura che una parte consistente della mia rabbia giovanile sia andata perduta per sempre e me ne rammarico. Ma poi mi succede di leggere l’ennesima assurdità, l’ennesimo aborto psichico rilasciato alla massa elettorale, spacciato come prelibatezza intellettuale e, subito dopo lo scandalo, prontamente seguito dall’immediata smentita pre-confenzionata. Storia vecchia: ci siamo abituati, ormai. Meglio: siamo assuefatti.

La puttanata sparata dal Presidente del Consiglio che ha fatto incazzare a morte il popolo argentino sta facendo in queste ore il giro del mondo. Potete leggere una ricostruzione sul Corriere on-line, che riprende la storia dalle pagine del Clarín. Ormai tanto siamo allo sfinimento psicologico, all’esaurimento di ogni scrupolo morale. Per cui un bit di immoralità ulteriore non aggraverà più di tanto la nostra generale, inesorabile lobotomizzazione (anche se magari ci avvicinerà alla fine).

Per capire perché l’ennesima cazzata architettata dal Presidente del Consiglio - nonché corruttore ormai certificato - mi mandi in bestia devo risalire con la memoria qualche anno indietro nel flusso del tempo, alla scoperta di un fumetto di fantascienza che con il tempo si è attestato di diritto come uno dei classici argentini più celebri al mondo. Il primo contatto avviene a Buenos Aires nello studio di un autore di fumetti, dove compare dal nulla un uomo che si presenta come Khruner, “il vagabondo dell’infinito”: un pellegrino che attraversa il tempo alla ricerca della sua epoca perduta, strappatagli da una tremenda (quanto silenziosa, almeno nelle decisive fasi iniziali) invasione aliena. Juan Galvez (nell’originale Juan Salvo) aveva una famiglia, aveva una vita. Poi l’orrore fece irruzione nella quotidianità e tutto cambiò. Da allora è costretto a vagare in lungo e in largo attraverso i continuum, dove tutti lo conoscono semplicemente come L’Eternauta.

Raramente mi è capitato di leggere - dentro e fuori dalle mie frequentazioni fantascientifiche - un’opera tanto struggente. E devo il privilegio alle idee e alla penna di uno sceneggiatore di nome Héctor Oesterheld, che nel lontano 1957 s’inventò questa malinconica e tormentata figura così distante dal cliché dell’eroe tutto d’un pezzo. Il 21 aprile del 1977 Oesterheld sarebbe stato prelevato dalla sua abitazione da una squadra armata per andare incontro al medesimo destino che già era toccato a due delle sue figlie, scomparse l’anno prima. A novembre dello stesso anno scomparirà anche la terza figlia, incinta di otto mesi. Ancora un mese e la Guerra Sucia porrà la sua croce sulla famiglia Oesterhed, uccidendo l’ultima delle figlie sopravvissute. Uno sterminio familiare, una delle tante storie di ordinario orrore scritte col sangue e consegnate all’eterno oblio del presente dalle dittature militari.

In Argentina tra le vittime del processo di Riorganizzazione Nazionale (El Proceso, 1976-1983) ci furono 30.000 desaparecidos, svaniti nel nulla, inghiottiti dall’oceano al culmine dei famigerati vuelos de la muerte, i voli della morte a cui nei giorni scorsi ha fatto riferimento con tanta eleganza il Presidente del Consiglio. 30.000 persone accusate di sovversione, arrestate, detenute per periodi imprecisati, sottoposte alle sevizie e torture più inumane che la mente umana sia riuscita a concepire (con una violenza psicologica che toccava il culmine quando le torture venivano inflitte alla presenza dei familiari) e, infine, traferite sui camion per le fosse comuni o sugli aerei della prefettura con destinazione il mare aperto. Con l’unico conforto di una dose di pentothal. Un libro che ne parla da un’ottica fantascientifica è la novella Dalle mie ceneri di Giampietro Stocco (recensita di recente). Una testimonianza eccezionale della procedura messa in atto dagli squadroni della morte è il film Garage Olimpo di Marco Bechis (1999), intitolato proprio come uno dei Centri Clandestini di Detenzione della rete di repressione della Giunta Militare.

Le immagini ritraggono graffiti urbani a Buenos Aires.

Uno dei gruppi paramilitari più attivi, la Triple A (da Alianza Anticomunista Argentina), obbediva agli ordini di José López Rega detto el Brujo per via della sua passione per l’esoterismo, già segretario personale di Perón e affiliato al gruppo di potere massonico facente capo alla Loggia P2. Scorrendo la lista degli appartenenti alla P2 rinvenuta nel 1981 presso la residenza del Gran Maestro Licio Gelli, potreste imbattervi in qualche nome noto.

Qualsiasi lettore si sia invece imbattuto nelle pagine de L’Eternauta è diventato Khruner a sua volta e, una volta viaggiato attraverso i continuum, sarà destinato a restarlo per sempre, fino alla fine dei tempi. Ecco perché tutto quello che possiamo fare è resistere senza perdere la sacrosanta attitudine all’indignazione, anche se ormai ho cominciato a credere che attraversare le dimensioni per urlare la propria rabbia possa non essere più utile come poteva esserlo una volta. Ma l’Eternauta mi viene in soccorso per rispondere alla domanda di apertura. Dobbiamo imparare a ripulire dall’odio le nostre vite. L’odio appartiene a Loro, gli invasori che allungano le loro dita nell’ombra, che dall’ombra muovono i fili. E si tratta di un odio di portata cosmica, a cui possiamo opporre solo un’umanità altrettanto cosmica per tenere in vita la speranza del riscatto e della giustizia. Pro-memoria per il futuro:

La nostra resistenza deve essere, prima di tutto il resto, una resistenza di natura morale.

Se non per noi, por todos los hombres que combatieron, e per tutti gli innocenti inghiottiti nel Nulla. Affinché la loro memoria risplenda sul nostro domani.

Heaviside Layer Blues

Posted on Febbraio 16th, 2009 in Connettivismo, False Memorie, Futuro, Kipple, Letture, Transizioni | 6 Comments »

C’è poco da dire, il sito English Russia continua a rivelarsi una miniera di diamanti per tutti gli amanti come me delle linee evolutive interrotte e abbandonate della tecnologia del XX secolo. Già la storia dei fari nucleari dismessi sulla Northern Sea Route e caduti preda di saccheggiatori di RTG ci aveva regalato manciate di sense of wonder e più moderni brividi di inquietudine. Be’, siete pronti per un nuovo giro sulla giostra dell’immaginario? E allora torniamo in Siberia, per scoprire l’altrettanto suggestiva storia dei collegamenti ionosferici e delle radiostazioni a onde medie.

Facciamo un salto indietro nel tempo e torniamo a un’epoca antecedente alle comunicazioni satellitari. Gli ingegneri sovietici furono tra i primi a doversi confrontare con il problema delle comunicazioni su un territorio vasto e quasi completamente spopolato, con rarissimi avamposti umani (spesso militarizzati) sperduti a migliaia di chilometri l’uno dall’altro. Come metterli in comunicazione senza dover disseminare migliaia di ripetitori radio? Per una volta la risposta dell’ingegnere equivale a quella dell’uomo di Dio: semplice, chiedendo una mano al cielo!

Tra 90 e 150 km di quota sul livello del mare si estende uno strato atmosferico di gas ionizzati, la cui esistenza venne ipotizzata separatamente agli inizi del Novecento dall’ingegnere elettrico americano Arthur E. Kennelly (un collaboratore di Thomas Edison) e dal fisico britannico Oliver Heaviside (la cui attività spaziò senza limiti attraverso i campi elettromagnetici e l’elettrotecnica, ed è a lui che dobbiamo la coniazione di termini oggi familiari agli addetti ai lavori come: conduttanza, permeabilità, impedenza, induttanza, ammettenza ). Ma già nel 1899 Nikola Tesla (probabilmente il più sfortunato titano che la scienza abbia mai avuto, molto bello il ritratto fantascientifico trasmessoci dal film The Prestige, dove a prestargli le sue luciferine sembianze è nientepopodimenoché David Bowie), nel corso dei suoi leggendari esperimenti a Colorado Springs, si era accorto di qualche particolarissima peculiarità di questa regione della nostra atmosfera che verrà poi definitivamente rilevata solo nel 1924 dal fisico britannico Edward V. Appleton. I gas ionizzati di quello che verrà poi battezzato strato di Kennelly-Heaviside hanno una frequenza di risonanza che gli permette di riflettere le onde elettromagnetiche incluse in un determinato range di frequenze. Nella fattispecie, le comunicazioni radio in onde medie (usate per esempio nelle familiari trasmissioni AM) possono sfruttare questa proprietà per scavalcare l’orizzonte, utilizzando in pratica la ionosfera come uno specchio. Che è esattamente quanto fece Guglielmo Marconi (al pari di Tesla ignaro dell’esistenza dello strato di Heaviside) nel 1901, quando effettuò la prima comunicazione radio transoceanica dalla Cornovaglia a Terranova, coprendo un tragitto di 3.000 km (per cui ebbe bisogno di un doppio rimbalzo sulla ionosfera, a riprova del fatto che la classe non è acqua…).

Il principio adottato dai tecnici russi è lo stesso e le foto che ho ripreso da English Russia (che a sua volta le ha riprese dalla fonte russa tllrsever.org, per chi masticasse il cirillico) sono indicative del loro lavoro. L’Armata Rossa implementò questo network di antenne per link ionosferici in modo da comunicare pressoché istantaneamente su distanze fino a 10.000 km. All’epoca i giovani venivano mandati presso queste stazioni radio disperse nel nulla per il loro servizio di leva: due anni tra i boschi o nella steppa, a tenere d’occhio queste gigantesche antenne dalla forma bizzarra. Qualcuno oggi ricorda quei giorni con nostalgia, altri ringraziano che il tempo delle stazioni radio MW si sia compiuto. Alcune di esse sono state dismesse dopo l’avvento delle comunicazioni satellitari, altre sono state convertite alla nuova tecnologia.

Ma lo strato di Heaviside non è scomparso con queste stazioni. E’ ancora lì, a un’altezza compresa tra 90 km (quando, di giorno, la pressione del vento solare lo comprime sugli strati atmosferici inferiori) e i 150 km (quando, di notte, guadagna quota e permette alle trasmissioni notturne di sfruttare rimbalzi più lunghi e nella campagna del Maryland può capitare di cogliere una emittente di base a Città del Messico). Ma la sua posizione risente anche dell’attività solare e del ciclo delle stagioni.

Sullo strato di Heaviside la letteratura contiene pagine molto interessanti. Wikipedia cita il musical Cats (dove rappresenta una sorta di paradiso dei gatti… non chiedetemi di più) e i suoi nobili natali: il poeta e drammaturgo T.S. Eliot, che ne parlò anche in un suo copione sulla vita dopo la morte, The Family Reunion. Ed è possibile che, come altre cose, Thomas Pynchon abbia ripreso anche questa da Eliot. Quale modo migliore di salutarci che rileggere una delle sue pagine, non meno densa di dettagli e ricca di bellezza di migliaia di altre sue pagine? Il brano che segue è tratto dal racconto L’integrazione segreta (The Secret Integration, 1964, qui nella traduzione di Roberto Cagliero per l’edizione tascabile e/o del 2002 di Entropia, terza ristampa), l’unico racconto di Pynchon che abbia per protagonisti dei ragazzini, che per altro dimostrano di essere molto più intelligenti, razionali ed empatici dei loro genitori. Forse perché i fumetti e i tascabili di fantascienza che insieme ai film di serie B costituiscono la loro dieta sono molto più utili delle fatture e delle buste paga per conservare la presa sul senso del futuro…

[...] Grover era radioamatore. La ricetrasmittente e il pannello di controllo se li era montati da solo. Per via del cielo, e anche delle montagne, i segnali in arrivo erano capricciosi. Certe notti, quando Tim si fermava lì a dormire, la stanza di Grover col passare delle ore si riempiva di voci incorporee, che a volte arrivavano persino dal mare. A Grover piaceva ascoltare, lui però trasmetteva di rado. Teneva appese al muro delle cartine stradali, e ci faceva un segno ogni volta che sentiva una voce nuova, riportando anche la frequenza. Tim non l’aveva mai visto dormire. Poteva farsi vivo a qualsiasi ora, sicuro di trovarlo in piedi, a manovrare le sue manopole tenendosi schiacciata sulle orecchie un’enorme cuffia di gomma. C’era anche un altoparlante; a volte era acceso pure quello. Scivolando dentro e fuori dal sonno, Tim sentiva mescolarsi ai propri sogni poliziotti chiamati per incidenti d’auto, oppure semplici rumori, ombre che si muovevano là dove tutto avrebbe dovuto essere immobile, tassisti che aspettavano i treni notturni lagnandosi del caffè o facendo battute caustiche al centralinista del radio-taxi, un pezzo di una partita a scacchi, rimorchiatori che trascinavano una fila di chiatte cariche di ghiaia lungo l’Hudson, operai della manutenzione stradale che d’autunno e d’inverno lavoravano fino a tardi per sistemare barriere o per spalare la neve, e poi di tanto in tanto un cargo in mare, quando quella roba su nel cielo, lo strato di Heaviside, era favorevole - queste cose scendevano e filtravano tutte insieme a popolare i suoi sogni, così che al mattino non sapeva mai quali erano vere e quali il frutto di allucinazioni. Grover non gli era mai stato d’aiuto. Appena sveglio, mentre era ancora un po’ nel mondo dei sogni, Tim chiedeva: «Groovie, e il procione perduto? La polizia l’ha trovato?», oppure: «E quel boscaiolo canadese che risaliva il fiume su una casa galleggiante?». Grover rispondeva sempre: «Non mi ricordo». Etienne Cherdlu, quando si fermava anche lui a dormire, ricordava cose diverse da quelle di Tim: canzoni, gente con l’hobby di osservare i tassi, che faceva rapporto a una specie di quartier generale, oppure accese discussioni di football, mezze in italiano.

Due anni più tardi Pynchon riprenderà un’immagine simile ne L’incanto del lotto 49 (The Crying of Lot 49, 1966: “Solo dopo tre chilometri di strada si rese conto che i capricci della ricezione notturna avevano incanalato KCUF da Kinneset”), dove assisteremo a nuovi casi di compenetrazione con i sogni delle allucinazioni mediatiche (non più radiofoniche, ma televisive). E, naturalmente, torneranno anche i tassi. Ma questa è un’altra storia.

Futuristi nel futuro

Posted on Febbraio 15th, 2009 in Connettivismo, ROSTA | 1 Comment »

Il 2009 è l’anno di Charles Darwin (bicentenario della nascita), de L’origine delle specie (150 anni) e, ormai lo sanno anche gli asteroidi, del Futurismo. Ovvero: ZANG TUMB TUMB!

Mario Schifano: I Futuristi.

Nel febbraio 1909 Le Figaro pubblicava a pagamento il manifesto di Filippo Tommaso Marinetti e il Futurismo diventava il più importante prodotto culturale mai esportato dall’Italia, “l’unica estetica che l’Italia abbia esportato nel mondo in epoca moderna” come diranno gli studiosi, una bomba memetica che fece strage dappertutto, mietendo consensi e fecondando iniziative affini. Impossibile non ricordare il futurismo russo di Vladimir Majakovskij, la sintesi moscovita di arte e attivismo politico: proprio come i loro omologhi italiani, i poeti proto-sovietici vissero l’euforia elettrizzante della lotta e della creatività in prima persona, insegnandoci per sempre la differenza tra l’arte e la politica (che poi grossomodo è la stessa che corre tra la Rivoluzione e la restaurazione).

Gli eventi organizzati per le celebrazioni del centenario del futurismo si sprecano. Ma su due almeno vorrei richiamare la vostra attenzione, in quanto credo che si distinguano proprio in virtù della loro natura dal numero dei festeggiamenti passatisti che riempiono i calendari. Entrambi avranno infatti per protagonisti persone che l’esperienza artistica cercando di portarla avanti giorno per giorno, con la prua sempre ben puntata verso il futuro.

La prima: Futurismo LIVE a cura del Movimento Futurista Oggi, si svolgerà a Ferrara venerdì prossimo 20 febbraio (questo lo Spazio Web Futurismo 2009).

La seconda: Futuri Connessi presso lo Spazio Polaresco di Bergamo il 28 febbraio, evento a cura del Centro Universitario Teatrale e dei connettivisti, coordinati dal sempre attivissimo Alex Tonelli.

In entrambi i casi, purtroppo, per ragioni indipendenti dalla mia volontà non potrò essere presente. Mi preme però ringraziare in questa sede gli amici Alessio Brugnoli e Alex per i loro inviti e la dedizione che hanno profuso nelle rispettive iniziative. Se vi trovate nei paraggi, non posso che invitarvi caldamente a farci un salto.

TUUUMB TUUUum TUUuum TUuuum

Meta-riflessi cyberpunk: la memoria del futuro

Posted on Febbraio 13th, 2009 in Connettivismo, False Memorie, Fantascienza | 2 Comments »

A volte ritornano. E’ impossibile tenere lontana la sensazione di trovarsi in un mondo cyberpunk, giorno dopo giorno. Il controllo delle menti esercitato attraverso i mass media, la politica sempre più invischiata con gli interessi dell’affarismo nazionale e internazionale, i teatri bellici in real-time, la prospettiva manomessa e schiacciata su una lunghezza da futuro zero, i tentativi di imbavagliare lo spirito critico anche nella dimensione della nuova frontiera digitale. Ma anche gli strumenti della Resistenza: campagne di marketing virale che esplodono lungo le direttrici neurali della Rete e, sull’orizzonte di pochi mesi, i primi passi concreti verso la rete ubiqua. Tra qualche anno, forse, nanotubi di carbonio interfacciati con i neuroni.

Era a questo che pensavo scrivendone qualche settimana fa (no, non sono in una bolla temporale, è solo che quell’articolo era pronto da un pezzo, prima della sua pubblicazione). E’ l’intero paesaggio tecnologico che sta ribollendo intorno a noi: i flussi di informazione tracciano scenari ogni giorno più simili alle pagine di Gibson, di John Shirley o di Tom Maddox. Poi, possiamo questionare quanto vogliamo sul merito intrinseco del cyberpunk nell’economia (pessima locuzione, ne convengo) della fantascienza e su quali e quanti autori abbiano esercitato la loro più o meno radicale influenza sui cyberpunk (Ballard, Disch, Delany e, andando un po’ più indietro, Dick, Bester e così via). Se la fantascienza è uscita dal ghetto e ha invaso il reale con immagini che l’uomo comune e profano non potesse ricondurre alla mitologia grottesca popolata di UFI e spade laser, lo dobbiamo al cyberpunk. E, volenti o nolenti, la sua estetica ha plasmato a sua immagine e somiglianza il mondo in cui viviamo.

Non stupisce quindi vedere di nuovo in libreria, a distanza di un decennio e più dalla sua uscita, un’antologia cult per la controcultura degli anni ‘80 e ‘90: Strani Attrattori (nessun conflitto di interessi). Come non stupisce l’uscita, a 14 anni dalla sua fantomatica apparizione (l’editore Synergon di Bologna chiuse proprio a ridosso dell’uscita del testo, lasciandolo praticamente orfano), di un libro divenuto una piccola leggenda metropolitana: La stanza mnemonica di Oscar Marchisio, che tornerà in libreria la settimana prossima grazie ai tipi di Socialmente con un titolo leggermente diverso, Meta-stanza, e un sottotitolo paradigmatico: La memoria del futuro.

Perché il cyberpunk ha svolto un suo ruolo non solo all’esterno, ma anche dentro la fantascienza. La consapevolezza della dimensione del futuro è passata per gli anni ‘80. Ed è da lì che muove i passi la fantascienza del nuovo millennio.

Déjà Vu - Corsa contro il tempo

Posted on Febbraio 11th, 2009 in False Memorie, Fantascienza, Proiezioni | 4 Comments »

E chi l’avrebbe mai detto che mi sarei ritrovato a parlare in termini tanto positivi di un film di Tony Scott? Se già Nemico Pubblico (1998) aveva sorpreso muovendosi in bilico tra spy-story e thriller, il fantascientifico Déjà Vu viene a tendermi un’imboscata praticamente nel giardino di casa, e la cosa brutta è che l’agguato centra in pieno il bersaglio.

Ecco un caso emblematico di sottostima artificialmente indotta: avendo raccolto fredde critiche dagli esperti del settore e reazioni positive dalla critica generalista (concentrata come ormai d’abitudine solo sugli aspetti più immediati e superficiali, come dimostra la rassegna raccolta dalla scheda del film su Cinematografo.it), all’uscita nelle sale ero stato erroneamente indotto a diffidare della pellicola. Ho così approfittato del passaggio televisivo dell’altra sera per recuperare senza fretta, com’è mia consuetudine con i titoli di seconda e terza scelta nelle mie liste di visione. E ho potuto quindi realizzare quale terribile errore di valutazione avessi commesso a suo tempo.

Déjà Vu (2006) è un film spiazzante, dal primo fotogramma – scene di festa sul molo di Algiers davanti a New Orleans che preludono a una catastrofe imminente: attimi di vita rubati con scrupolo quasi ossessivo a un giorno qualunque di gente comune – all’ultimo – un fermo immagine così demodé da riuscire a suo modo fuori da ogni schema o convenzione. In mezzo c’è tutto il cinema che non ti aspetteresti da Tony Scott, bene amalgamato con quanto di meglio il regista inglese aveva saputo mostrarci nelle sue opere precedenti. Alla prima categoria appartengono il controllo totale sull’impatto emotivo delle situazioni, la solidità narrativa, un tocco di romanticismo funzionale alla storia senza mai essere invadente. Nella seconda ricadono l’uso impeccabile dei mezzi tecnici, le soluzioni registiche tanto improbabili da dare le vertigini (ma, se non altro, dispensate in dosi che non rischiano di indurre assuefazione), la costruzione di un meccanismo implacabile congegnato con precisione da orologiaio.

Breve sinossi: Nel tentativo di far luce su una tragedia costata la vita a centinaia di persone imbarcate su un traghetto, l’agente dell’ATF Doug Carlin (Denzel Washington) s’imbatte nel cadavere di una ragazza collegata in maniera misteriosa al disastro. Mentre acquista valore la pista del terrorismo, Carlin scava nel privato della ragazza (Paula Patton) e si avvicina più di chiunque altri alla verita sepolta dietro al caso. I suoi progressi non mancano di attirare l’attenzione di un’unità top secret dell’FBI, che sembrerebbe in grado di sfruttare un canale spazio-temporale privilegiato, concesso da una tecnologia avveniristica, per cogliere informazioni preziose dal passato. Con due vincoli: si può guardare solo 4 giorni e 6 ore indietro nel tempo. E per una volta sola.

Il film può essere idealmente diviso in tre parti: la prima di natura prettamente poliziesca, in cui cominciano a essere disseminati elementi per la prima svolta; la seconda, che segue l’introduzione dell’elemento fantascientifico del viaggio nel tempo, senza arrivare a dispiegarne le potenzialità in tutta la loro portata; l’ultima, che si compie con la rivelazione di tutte le carte e la combinazione definitiva di tutti i tasselli nel loro posto all’interno del mosaico. Questa progressione costante permette a Scott di tenere alto il livello narrativo al di là delle semplici – ma sempre suggestive – trovate tecniche di montaggio, in cui è da segnalare perlomeno la resa fenomenale della sovrapposizione di piani temporali, con il passato che s’insinua nel presente efficace metafora anche di questi tempi vissuti all’insegna del senso di colpa e dell’orrore, della paura come del pentimento.

Déjà Vu è infatti un film che parla in maniera piuttosto esplicita di guerra al terrore, senza scadere mai nella retorica. La scelta di ambientare la storia in una New Orleans ancora ferita dall’uragano (e fotografata nella sua devastazione) è in sé provocatoria e coraggiosa e si completa nella dedica finale alle vittime di Katrina che precede i titoli di coda. Denzel Washington offre una recitazione convincente e decisamente più riuscita delle sue precedenti esperienze con la fantascienza (il poco riuscito Virtuality di Brett Leonard, 1995, e il più recente The Manchurian Candidate di Jonathan Demme, 2004). E anche se i risvolti del ponte spazio-temporale di 4 giorni e 6 ore avrebbero potuto ricevere giustificazioni meno confuse e pretestuose (in questo è troppa la carne messa al fuoco da parte degli sceneggiatori Terry Rossio e Bill Marsilii), i punti a favore alla fine surclassano le poche ingenuità, rendendole tollerabili anche nella prospettiva delle innumerevoli altre opere (film, serie TV, romanzi, racconti) che hanno giocato sullo stesso tema.

Le riflessioni sulla memoria e sulla visione ricollegano Déjà Vu ai migliori titoli fantascientifici degli ultimi anni. Strange Days, Donnie Darko, Minority Report sono solo i primi che mi vengono in mente. E di questi 2 su 3 vanno a inserirsi come la pellicola di Scott nel fortunato filone del crossover tra poliziesco e fantascienza ormai etichettato come future noir.

Che Tony Scott sia diventato più bravo del fratello Ridley? Di sicuro, ora come ora, sarei disposto ad accettare anche una possibile alternativa dietro la camera da presa dell’eventuale Blade Runner 2, tornato alla ribalta come ipotesi di lavoro con i rumors insistenti di questi ultimi giorni.