La ragione per cui l’ex-impero sovietico continua a esercitare un fascino persistente (e perturbante) su tanti scrittori di fantascienza e non solo (anche in Italia, come dimostrano in una certa misura i vincitori degli ultimi premi Fantascienza.com e Urania), anche a tanti anni dal suo collasso, credo che derivi dalla vasta nube di non-conoscenza che ancora avvolge gran parte degli elementi di quell’epoca. L’URSS non è mai stata un modello di trasparenza e le cose che si continuano a scoprire oggi lasciano senza parole, perché sembrano davvero uscite dalle pagine di fantascienza di uno scrittore come J.G. Ballard, con i suoi cacciatori di relitti spaziali tra le dune delle installazioni NASA abbandonate.

Di fronte al reportage segnalato da William Gibson sul suo blog, anche il fantasmagorico utilizzo letterario dell’ekranoplano da parte di Charlie Stross impallidisce. Un documento eccezionale, e chi ha letto Stazione delle maree sull’iterazione 08 di NeXT non farà fatica a comprendere i motivi della forte carica suggestiva che provo di fronte a queste immagini.

La storia, in breve: all’epoca dell’URSS, il Partito Comunista fece costruire una rete di fari per guidare le navi-cargo nelle loro rotte polari dall’estremo oriente verso ovest. Il percorso più breve rasentava le coste del nord del paese, in gran parte posizionate oltre il Circolo Polare Artico, lungo la cosiddetta Northern Sea Route. Regioni disabitate e ostili alla vita, remote da avamposti umani. Per questo gli scienziati al servizio del PCUS misero a punto dei piccoli reattori nucleari in grado di fornire ai fari l’energia necessaria per portare avanti il loro lavoro, anche per anni, senza il bisogno di grandi opere di manutenzione. I fari svolsero il loro lavoro egregiamente, finché il collasso dell’URSS non li consegnò all’abbandono. Le strutture persero anche quel po’ di manutenzione a cui avrebbero avuto diritto e finirono nel mirino degli scorridori che imperversano nelle regioni estreme dell’ex-impero. Insieme ai cacciatori di relitti spaziali fotografati dal norvegese Jonas Bendiksen, si è attestata anche una categoria di saccheggiatori di fari nucleari. Komatoz ci porta a conoscerne le abitudini con i suoi scatti. Rame e altri metalli sono il loro bersaglio, che li spinge a violare installazioni ormai ad elevatissimo rischio di contaminazione radioattiva nel completo disprezzo dei segnali di avvertimento e di qualsiasi norma di prudenza.

Uno dei racconti più terrificanti che io abbia mai letto è “Piccole suture sulla schiena di un morto”, un gioiellino sul day after firmato da quel genio multiforme che risponde al nome di Joe R. Lansdale. Chi l’ha letto capirà immediatamente, a chi non lo conosce non posso fare altro che consigliare un recupero immediato dell’antologia Maneggiare con cura del Champion Mojo Storyteller. Vi si narra la storia di un uomo, forse l’ultimo sopravvissuto all’olocausto, assediato nel suo rifugio in un faro abbandonato da legioni di piante carnivore. E dei suoi rimorsi.

La galleria di Komatoz me lo ha subito richiamato alla mente. Il futuro era già qui, prima che riuscissimo a vederlo.