Detroit, Las Vegas: Poleis decadute. Se la capitale dell’auto è ormai in tendenza negativa da decenni, tornata ai livelli demografici di 90 anni fa e afflitta da tassi di disoccupazione sulla soglia del 10%, adesso anche la capitale del gioco d’azzardo comincia a risentire della crisi. La recessione deve avere ispirato prudenza ai giocatori americani, dopo che tanti lavoratori erano già finiti in strada. Dopo gli anni rampanti dell’edonismo reaganiano, le magagne di decenni di capricci conditi di recente col pepe della finanza creativa hanno portato alla situazione oggi sotto gli occhi di tutti. La parabola discendente di Flint, uno dei sobborghi di Detroit, è stata narrata da Michael Moore nel suo Fahrenheit 9/11. Se non lo avete ancora fatto, consultate anche il quadro impietoso tracciato da Mr. Alan D. Altieri su Carmilla (dal fondo del barile al meltdown), e capirete come è stato possibile arrivare a questo punto.


Detroit al tramonto.

La crisi demografica e sociale delle città è sintomatica dello stato delle cose. Dopotutto è un dato di fatto che a partire dalla Rivoluzione Industriale il capitalismo ha intrecciato in maniera inestricabile le sue sorti al destino delle città. Le città sono diventate i gangli vitali nell’attività economica delle nazioni, ruolo che hanno mantenuto anche con la transizione dalla produzione di beni alla fornitura di servizi. Questa logica ha portato naturalmente alla marginalizzazione delle periferie, dedicate - come nelle peggiori visioni distopiche - al parcheggio del proletariato, secondo un gradiente sociale sempre più difficile da scalare, complice anche il progressivo impoverimento del proletariato stesso e il suo assorbimento nel sottoproletariato. E non perché agli uomini la natura abbia negato l’audacia dei salmoni, ma semplicemente perché secoli di esercizio e consuetudini hanno agevolato il radicamento nel nostro codice comportamentale della routine homoHominiLupus.

[A quanto pare, ci è andato sempre bene e fino ad oggi nessuno si è lamentato più di tanto. A NOI che leggiamo i giornali, discutiamo di politica, ci interroghiamo sulla rilevanza sociale delle decisioni del governo e via dicendo... che attorno al centro di Napoli fossero alloggiati un numero ancora imprecisato di persone - due milioni, tre milioni? - invisibili ad ogni censimento, non ha mai recato disturbo più di tanto. Con l'esplosione della crisi dei rifiuti la loro invisibilità però è venuta meno e, se fino a ieri non ci preoccupavamo che questa gente avesse fognature, acqua potabile, elettricità e una istruzione da paese civile, la nostra coscienza si è trovata costretta a farne i conti. I blocchi stradali, le occupazioni, le proteste. Tutto questo porta a un'altra storia, che non voglio riprendere adesso, ma dimostra che la crisi delle città, a Napoli, ma anche a Roma, Milano o Parigi, stava covando già da un bel po', ci ha solo impiegato il tempo fisiologico necessario per raggiungere la nostra soglia di percezione pubblica.]

Senza dati alla mano ma per una volta senza timore di essere smentito, posso affermare che le metropoli odierne versano tutte, indifferentemente, nello stesso stato di precarietà. Crisi di fiducia, disagi crescenti al crescere della distanza dal centro, disoccupazione, marginalità dilagante.


Detroit, Bellevue Avenue. Dalla galleria del Time Magazine.

Detroit, oggi, è la proiezione futura delle città in cui viviamo. Cities on the edge of the Abyss. Fatevi un giro nella galleria del Time per avere percezione delle rovine dell’America: stazioni abbandonate, teatri convertiti in garage, stabilimenti trasformati in rifugi per senzatetto. Il futuro è passato di qui e ha lasciato solo macerie. Reperti di archeologia post-industriale. American Acropolis, per dirla con William Gibson: da nucleo senziente a metastasi incontrollata e incontrollabile, quintessenza dello sfacelo e della disintegrazione. Decadenza, è questo il nome scritto nel futuro delle città, a meno di un drastico cambio di rotta. E per molte di esse non sarà necessario aspettare il corso della natura, come prospettava Forbes qualche anno fa. Big One e Vesuvio potranno essere facilmente anticipati dall’uomo, come dimostra l’esperienza con il Kipple partenopeo, altra emblematica vetrina delle potenzialità della legione.


Ancora Detroit, fotografata da Graham Davis.

La tendenza può essere invertita, ovvio. Ma occorre lavorarci. Di certo, allo stato attuale delle cose, visioni di qualche anno fa come la Victory City, la “Città del Futuro” di Orville Simpson II richiamata proprio da Gibson sul suo blog il mese scorso, sono quanto di più vicino all’utopia si possa trovare in circolazione.


Victory City, nel progetto di Orville Simpson II.