Archive for Gennaio, 2009

Aldani R.I.P.

Posted on Gennaio 31st, 2009 in Fantascienza, Futuro, ROSTA | 1 Comment »

Il grande Lino Aldani, universalmente riconosciuto come il padre della fantascienza italiana, ci ha lasciati stanotte. Il futuro è oggi un po’ più lontano e più vago. Ricordiamolo con queste sue lucidissime parole, raccolte da Giuseppe Lippi:

Gli anni 2000 sono arrivati a vuoto, inutilmente; tante cose che avrebbero dovuto mettersi a posto, invece si sono aggravate. 2002, 2003, 2004, un anno vale l’altro… Qui non si muove niente, è questo il grave. Non so dirlo con precisione, ma non siamo pronti a gestire il futuro. Ci siamo capitati in mezzo e non ce la facciamo. Negli anni Sessanta e Settanta c’è stato un ottimismo della volontà che ci ha fatto sperare, ma col passare degli anni ha avuto la meglio il pessimismo della ragione. A meno di non cambiare radicalmente il nostro atteggiamento in direzione bioetica, il mondo andrà incontro a un’immane distruzione di risorse, capacità e forme di vita. Non vedere questo equivale ad essere perduti. Una delle cose che l’umanità non vuole assolutamente capire è che da quando è iniziato un certo tipo di sviluppo, non abbiamo fatto un momento di pausa. Stiamo continuando ad andare avanti in progressione geometrica, prosciugando tutto quello che avremmo dovuto conservare per il futuro. Le attese socialiste, che condividevamo in tanti, non si sono verificate. Sì, ci ho creduto a lungo, ma ormai l’unica rivoluzione che possiamo fare consiste nel coraggio di sopportare l’attuale situazione. E’ già un pensiero rivoluzionario, perché non vuol dire condividere ma sopportare un certo stato di cose.
“Scrivere science fiction ha ancora un senso? Sì, ma solo a patto di mettere in risalto la
pars destruens, non la pars construens. Altrimenti ci limiteremmo ad andare avanti solo perché siamo nel campo e la conosciamo”.

Per entrare nell’universo immaginifico di Aldani, vi consiglio questa bella intervista di Selene Verri per la rivista francese Lunatique.

On writing science fiction

Posted on Gennaio 30th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Sezione π² | 5 Comments »

Stimolato da una di quelle domande indiscrete che non dovrebbero mai porsi a uno scrittore - e brava Pauline! - Vittorio Catani ci ha regalato un lungo e dettagliato intervento sul rapporto tra autore, idee e scrittura nell’ambito della fantascienza. In due puntate (che potete leggere qui e qui) il Vikkor riassume la sua posizione in merito, alimentando un dibattito che è poi proseguito sulle pagine di Davide Mana.

Paola Bravi, che ha acceso il confronto nella lista Yahoo! Fantascienza-I, è una delle persone verso cui nutro un pesante debito di riconoscenza. E’ stata tra le mie prime lettrici (in effetti, per un lungo periodo la sua presenza mi ha rassicurato sull’esistenza di una lettrice che non fosse mia madre…) e, in assoluto, tra le prime con cui mi sono confrontato, privatamente, sul tema della mia scrittura. Direi che è l’occasione giusta per tornare sull’argomento. Mi sforzerò quindi di raccogliere considerazioni e impressioni senza farla troppo lunga (è una promessa… mi impegnerò!). Il punto è che è dannatamente difficile (okay, okay… non mi sto già rimangiando la parola).

Catani fa giustamente notare come l’idea sia centrale nella stesura di un lavoro di fantascienza, che non a caso è stata a lungo reputata letteratura d’idee, in maniera decisamente riduttiva. La science fiction è molto di più, inutile spiegarlo a chi abbia avuto a che farne, e chi non ha avuto il piacere farebbe meglio a scoprirlo da sè per non privarsi di un privilegio tanto accessibile da essere sempre più sottovalutato. Ma è indiscutibile che senza le idee a sorreggerla non avrebbe granché significato scriverne. Non voglio dilungarmi, anche perché è giusto e opportuno che le considerazioni tutte condivisibili di Catani le leggiate sul suo blog. Ma voglio sviluppare in maniera un po’ più sistematica il discorso sulle potenzialità della fantascienza nella prospettiva di chi scrive. Insomma, perché uno scrittore sceglie la fantascienza e non un qualsiasi altro genere?


Angels fall first, War in Heaven, by Strangelet (via Fantasy Art Design).

Innanzitutto, non è affatto detto che chi scrive fantascienza non debba poter scrivere anche di altro. Si sprecano gli esempi di scrittori che si sono impegnati su più fronti, dalla fantascienza al fantastico fino al poliziesco o al thriller. Ma questo rafforza la convinzione che la fantascienza possa vantare degli strumenti che, in determinate circostanze, la rendono più appetibile di ogni altro genere. Se si scrive science fiction, lo si fa per sfruttare un valore aggiunto e questo surplus deriva dalla prospettiva che i suoi strumenti ci danno sulla dimensione del tempo. Guardare il presente dal futuro è un po’ come scrutare il panorama di una città da un grattacielo: si gode di una posizione privilegiata, che consente uno sguardo se non onnicomprensivo quantomeno in grado di abbracciare una vastità di spazi inaccessibile dal livello del suolo. Stesso discorso per il tempo.

Questa prospettiva e il buon esito dell’osservazione dipendono in maniera inestricabile da due prerogative che la fantascienza condivide con i generi contigui: il worldbuilding popolarizzato proprio dalla fantascienza e portato allo stato dell’arte anche al di fuori dei confini del genere (si pensi al contesto ludico di videogiochi e RPG) e il rigore con cui ogni operazione immaginifica deve essere disciplinata. Worldbuilding, dunque, lungo un canale che riallaccia la fantascienza al bacino del fantastico; e metodo, lungo una direttrice diversa che riconduce la science fiction ai generi per cui un meccanismo di precisione è imprescindibile, che potremmo raccogliere sotto l’ampio ventaglio che consente l’accezione della crime fiction (giallo, thriller, poliziesco, anche il noir, perché serve una disciplina estrema per far funzionare l’irruzione del caos della vita nel congegno narrativo).

La costruzione dell’universo immaginario è tipicamente la parte più coinvolgente del lavoro: vedere una città prendere vita dalla pagina, strada dopo strada, oppure assistere semplicemente all’irruzione del mondo nel microcosmo dei personaggi (attraverso uno qualunque dei molteplici espedienti concessi a chi scrive fantascienza: linguaggio, cultura, costume, storia, attualità) racchiudono quegli istanti di entusiastica frenesia in cui si ha la sensazione di sperimentare in prima persona la nascita di qualcosa di vivo. Il discorso vale nella sua pienezza per un romanzo, ma si applica senza troppi problemi anche alla dimensione breve del racconto: sia perché capita spesso che i racconti ricadano in uno sfondo comune, messo a punto dall’autore storia dopo storia, dettaglio dopo dettaglio; sia perché anche nel caso di racconti isolati, per fare in modo che la storia funzioni senza dare l’impressione di svolgersi su un fondale di cartapesta, in qualche modo occorre evocare uno sfondo vivo. Ed è triste constatare la diffidenza tipica della cultura italiana per questo aspetto fondamentale del processo creativo sotteso alla scrittura (cosa che mi è stata fatta notare da Salvatore Proietti). Credo che un esempio emblematico della mia esperienza con il worldbuilding possa essere considerato Sezione π², in cui ci sono un tentativo compiuto (non so se riuscito) di reinvenzione di un ambiente urbano (la geografia stravolta di Napoli, dell’Hinterland e della Cintura del Kipple) e una costante intrusione dell’Esterno nel mondo di Vincenzo Briganti (intrusioni che, contraffatte dal Blue-K, a un certo punto ridefiniscono la sua stessa percezione del reale).

L’applicazione del metodo è invece la parte del lavoro che comporta più sacrificio, ma che tipicamente si rivela indispensabile per far funzionare le cose. Il paragone immediato è con il meccanismo narrativo di una trama spionistica oppure gialla: il metodo è imprescindibile, detta i tempi e i modi della narrazione, il dosaggio delle idee e il ritmo delle loro occorrenze. Messa in questo modo potrebbe sembrare la parte spiacevole del lavoro, ma non è così. La cosa interessante è che i problemi con cui ci si trova a fare i conti sono di volta in volta diversi, per cui non si corre il rischio di annoiarsi con l’applicazione di una procedura industriale standardizzata. Il metodo, è bene saperlo, non lo si possiede fino a quando non lo si acquisisce. Non si compra, non si ha per dote innata (salvo rarissimi casi, non il mio). Ma lo si può apprendere con la giusta applicazione e, solitamente, nell’affinarlo un editor gioca un ruolo fondamentale (al punto da cominciare a sentire i suoi suggerimenti in onda direttamente nel vostro impianto craniale: non così, così è meglio, non esagerare, etc.).

A stesura ultimata, si impone il rispetto categorico del precetto kinghiano: scrivi con la porta chiusa, rileggi con la porta aperta. Tutto quello che si è scritto deve essere riletto come se a leggerlo fosse una persona diversa dall’autore. Il che significa smettere le idiosincrasie dell’artista e vestire la tuta dell’operaio. Di solito è a questo punto che vengono fuori i più belli tra i nodi al pettine. Roba che, nei casi peggiori, può obbligare anche alla riscrittura (mi è successo di recente, con un racconto che credevo finito, ma che non lo era affatto, malgrado tutti i miei sforzi di dargli una struttura narrativa solida e un background trasparente. Risultato: da riscrivere, e sono già in ritardo di un mese!). Mi capita spesso di scrivere di slancio. Ma prima di pervenire a una versione definitiva da proporre alla lettura di terzi, solitamente non posso fare a meno di passare attraverso un numero variabile di fasi intermedie.

La verità è che la mia scrittura è figlia di una sequenza di approssimazioni successive.

Giampietro Stocco: Dalle mie ceneri

Posted on Gennaio 28th, 2009 in Fantascienza, Letture | 3 Comments »

Dalle mie ceneri è un thriller fantascientifico, come capita di rado di leggerne a firma di autori italiani. Alan D. Altieri ha fatto scuola, ma Giampietro Stocco ci aggiunge un tocco personale derivato dalla sua sensibilità, riconducendo il tema della cospirazione, dell’indagine attraverso la trama inestricabile dei segreti di stato, alla sua passione naturale per l’ucronia. Su questo impianto Stocco innesta addirittura un filone di speculazione hi-tech che si spinge verso le frontiere del postumano. La miscela è azzeccatissima e ci regala un’ambientazione al contempo esotica e globale, trasportandoci nel mondo del 2015 come avrebbe potuto risultare da un diverso esito del braccio di ferro tra Argentina e Regno Unito alle Falkland/Malvinas. Un evento minore della nostra storia recente che conduce a una divergenza temporale verso un futuro che solo nelle pagine finali scopriamo essere poi non così distante da una buona fetta dei mondi futuri che potrebbero toccarci in sorte.

Queste le note positive. Purtroppo si nota una certa frettolosità, nello svolgimento e nell’editing (con un certo numero di refusi che spezzano la lettura, dal ritmo altrimenti veloce e coinvolgente). La storia invece avrebbe meritato un altro approfondimento. Non dico il doppio delle pagine, ma una cinquantina di cartelle in più sarebbero giovate sia alla suspense che all’atmosfera, così come qualche riga di dettaglio su Buenos Aires e l’Italia avrebbero potuto aiutare il lettore a immergersi nel contesto geopolitico ben congegnato dall’autore. Se il Cono Sur non facciamo in tempo ad assaporarlo che già ci troviamo sbalzati in Europa, ma solo di passaggio, ho trovato invece ben delineato il paesaggio sociale e urbano della parte ambientata in Africa. Dal punto di vista strutturale, l’intermezzo che si ricollega all’epilogo sarebbe riuscito più efficace se la stessa linea narrativa fosse stata richiamata almeno un altro paio di volte nel corso della trama. In misura analoga il pupazzo-IA avrebbe dovuto giocare un ruolo anche più avanti nello svolgersi degli eventi, per non ridursi alla dimensione della semplice trovata ad effetto, efficace ma estemporanea.

Se posso permettermi, consiglierei a Stocco di rimetterci sopra le mani - compatibilmente con gli altri suoi impegni, che so essere molteplici - per sviluppare meglio il plot spionistico. Lo dico perché ho notato una massa critica di potenzialità inespresse, che avrebbero invece potuto produrre una bella detonazione letteraria. Sul versante delle note estremamente positive, personalmente ho molto apprezzato l’ambiguità morale e l’equilibrio con cui l’autore riesce a portatla avanti per tutta l’estensione della trama, fino alla sua piena risoluzione finale. Davvero un bel tocco da maestro, da parte di un autore che, come dimostra la vittoria all’ultimo premio Alien, si sta ritagliando un ruolo da protagonista nel panorama contemporaneo della fantascienza italiana.

Su Fantascienza.com è possibile leggere un’anteprima della novella e la recensione di Giampaolo Rai. Apprendiamo anche, con estremo piacere, che i libri del catalogo Odissea sono tra i più venduti sull’iTunes Store per quanto concerne gli e-book per iPhone e iPod Touch. Nella Top 20, insieme a calibri internazionali come Shepard e Stross, Stocco risulta l’autore italiano più letto.

Decessi illustri

Posted on Gennaio 27th, 2009 in Agitprop, Fantascienza | No Comments »

A proposito di crime fiction, dopo la fantascienza, adesso tocca proprio al romanzo giallo. Ormai sembra che un buon certificato di decesso non lo si neghi proprio a nessuno. In calce all’intervento di Dazieri, una mia replica. Forse seguirà altro nei prossimi giorni.

Profondo noir

Posted on Gennaio 27th, 2009 in ROSTA | No Comments »

Un bellissimo profilo di George Simenon tracciato attraverso le sue opere da John Banville. Da leggere per conoscere meglio l’autore belga, prolifico, tormentato, ossessivo, impietoso ritrattista dell’uomo espiantato, alla continua caccia di nuove coordinate esistenziali.

Allucinazione consensuale: quota 1.007.730.000

Posted on Gennaio 26th, 2009 in Accelerazionismo, Futuro, ROSTA | No Comments »

Secondo questo rapporto della comScore, a dicembre la Rete ha toccato quota un miliardo di utenti unici. Il 41% arriverebbe dai paesi dell’Estremo Oriente, con la Cina che mette a segno il sorpasso sugli USA (179 milioni contro 163) e Paesi Bassi e Canada che raggiungono i migliori livelli di penetrazione nella Top-15: rispettivamente, con 11,8 e 21,8 milioni di navigatori hanno il 72% e il 66% della popolazione su Internet. Come al solito l’Italia si accontenta di figurare mentre in Europa Germania, Regno Unito e Francia fungono da traino.


Mappa di un settore di Internet rappresentante meno del 30% delle connessioni in
classe C al 15 gennaio 2005. Le linee magenta individuano domini localizzati in
Francia, Italia, Regno Unito e Polonia (fonte:
Wikimedia Commons).

Softpedia si richiama a uno studio secondo il quale le dimensioni della Rete raddoppierebbero in 5,62 anni. La popolazione mondiale ha impiegato mezzo secolo (1950-2000) per passare da 2,5 a 6 miliardi di individui. L’allucinazione consensuale si avvia a diventare davvero globale. E’ solo questione di tempo. Quando succederà, malgrado le nostre aspettative, saprà coglierci senz’altro alla sprovvista.

DDR Simmons: requiem for a sci-fi dream

Posted on Gennaio 24th, 2009 in Accelerazionismo, Agitprop, Fantascienza | 3 Comments »

Sono sempre stato convinto che uno dei pregi fondamentali della fantascienza risieda nella sua ampiezza di vedute, qualità esaltata dalla prospettiva che ogni vera storia di fantascienza può concedersi, staccandosi dalla soggettività e dal momento contingente per aspirare - senza che questo ne implichi forzatamente il raggiungimento - a un’oggettività quanto mai distante dal nostro vissuto quotidiano. La fantascienza NON è questo, siamo intesi, ma possiede QUESTA facoltà tra le sue prerogative. Può farlo, insomma, e quando ci riesce esercita anche un’utile funzione pedagogica: la tolleranza, il rispetto, l’umanità, escono rinvigorite da quel punto di vista altro che la fantascienza può concedersi. Il che forse potrebbe essere addotto anche come causa concorrente nella mancanza di popolarità che ha sempre contraddistinto la fantascienza scritta.

Non voglio farla troppo retorica, ma per me la fantascienza ha sempre incarnato un sogno di libertà e uguaglianza. Per questo ieri mattina sono rimasto sbigottito davanti alla home page di Carmilla, che si apriva con l’intervento di Jean-Daniel Brèque, traduttore francese di Dan Simmons, su un increscioso episodio verificatosi sul forum dell’autore americano. Estrapolo un brano dal suo articolo:

Negli ultimi tempi sono stato turbato, rivoltato e anche depresso dai commenti dei partecipanti al forum del sito, e dall’autore stesso, che vomitavano fiumi di odio contro i democratici, gli arabi, gli omosessuali, gli ecologisti ecc.
L’11 gennaio scorso, la goccia che ha fatto traboccare il vaso: Dan Simmons ha incitato un internauta a denunciare alla FBI una giovane palestinese che studia negli Stati Uniti, che gli aveva confidato la sua collera davanti ai massacri di Gaza e il suo desiderio di vendetta.

La prova di quanto afferma Brèque è sotto gli occhi di tutti, sul forum ufficiale di Simmons. Vicenda paradossale, assurda, che sconfinerebbe nel grottesco se non fosse per il risvolto orrido di bieco opportunismo che nasconde. Uno dei massimi autori viventi di genere (attivo sui fronti più disparati, dalla fantascienza all’horror, dal thriller al giallo) invita un suo lettore a denunciare all’FBI una sua collega per le frasi buttate lì nel corso di una conversazione. Roba da DDR ai tempi ingloriosi della temutissima Stasi.

La discussione è andata amabilmente avanti per qualche giorno, tra offese gratuite un po’ a tutti, dai democratici ai palestinesi (secondo l’ormai consueta logica Palestina = Jihad), fino agli europei che invocavano la sospensione dei raid israeliani e dell’Operazione “Piombo Fuso”. Finché oggi - probabilmente per la risonanza suscitata dalla vicenda dopo il “licenziamento” di Brèque e la solidarietà testimoniatagli dai colleghi - Dan Simmons ha deciso di chiudere a tempo indeterminato il suo forum. Curiosamente, adducendo le motivazioni che lo hanno spinto a questa decisione, Simmons dimostra di non rendersi conto bene della gravità delle sue stesse affermazioni, assumendosi invece la responsabilità degli altri in un cortocircuito espiatorio che è un esercizio brillante di equilibrismo.

Probabile che l’agente gli abbia fatto notare  un paio di punti in cui la condotta civile era stata trasgredita, elementi che avrebbero potuto indisporre il meglio disposto degli editori. Cosa ancor più deplorevole, a pensarci bene, con un libro in uscita (Drood, annunciato per il prossimo febbraio) e il sito che ormai cominciava a essere inquadrato negli ecoscandagliometri di idiozia di mezza rete. [Mi piace credere che la Rete abbia giocato un ruolo di primo piano nella vicenda, fungendo prima da ripetitore per i rancori repressi di Simmons e dei suoi compagni di merende, e susseguentemente da cassa di risonanza e amplificatore di tali insulsaggini.]

In definitiva, Simmons ha deciso di chiudere il suo bar elettronico, almeno per il momento. Così anche il sito segnerà l’EEG flatline, come è capitato negli ultimi giorni al suo amministratore.

Postilla personale: Sono reduce dalla lettura dell’impegnativo ma toccante Gli uomini vuoti (The Hollow Man, 1992), ristampato da ”Urania” a fine 2007, che non faticherei a citare tra le migliori letture dell’anno appena concluso. In esso Simmons imbastiva - tra le esplosioni di rabbia e nichilismo che condiscono la discesa agli inferi del protagonista - anche una riflessione sull’umanità che solo adesso mi accorgo quanto fosse in realtà ambigua: dopo averlo letto come un apologo sull’empatia come facoltà fondante di ogni rapporto umano, mi trovo costretto a rileggerlo alla luce dei recenti sviluppi come un requiem per il mio sogno personale sulla fantascienza. Da un po’ di tempo ho tra le letture di scorta che mi accompagnano di mese in mese (potrei parlare di slow reading o long reading, a seconda dei punti di vista) anche Il canto di Kalì. Non so davvero se a questo punto lo riprenderò in mano. Dopo questa storia assurda, concedere a Simmons la sospensione dell’incredulità sarebbe un po’ come invitare a cena un cannibale.

Forever Joker

Posted on Gennaio 23rd, 2009 in Proiezioni, ROSTA | 2 Comments »

Insieme con la Creatura nella Nebbia, il Joker è stato probabilmente il personaggio più memorabile regalatoci dal cinema del 2008. Fa quindi piacere ritrovare Heath Ledger nelle candidature all’ambita statuetta, per quanto dove si trovi adesso l’Oscar possa valere quanto ogni altra umana preoccupazione, non una briciola di più. Però i premi attribuiti postumi hanno una loro valenza superiore, quasi definitiva, per cui tendo a disdegnarli meno di quanto mi capiti fare di solito.

Quanto al Cavaliere Oscuro, non credo fosse il Nolan più in forma, per quanto nel finale si sforzi di raccogliere i mille rivoli narrativi di una trama fuori controllo in un messaggio morale che getta una luce fosca sui tempi che ci troviamo a vivere. Dopo avere visto gonfiarsi a dismisura l’aspettativa per l’uscita del film, nella sala la bolla è immancabilmente scoppiata, lasciandomi sul palato quel senso di incompiutezza che si accompagna alle occasioni perdute. Anche per questo all’epoca non avvertii lo stimolo di parlarne su queste pagine, come sono invece solito fare tanto con le cose più belle quanto con quelle più brutte.

Bella fotografia, scenografie notevoli (anche se per nulla futuristiche, come spacciato da qualche critico in odore di assenzio), musica perfetta, ma trama esile e sviluppo narrativo ancora più debole, come dicevo sopra. Eppure, a ogni entrata in scena del Joker c’era da tirare il fiato. Nevrotico, luciferino, sanguinario, dinamitardo, il perfetto elemento di destabilizzazione: insomma superlativo, al punto da valere da solo il prezzo del biglietto. ”La migliore interpretazione di un cattivo che ho mai visto”, secondo Michael Caine. Considerando che il paragone immancabile era con il Jack Nicholson del primo Batman di Tim Burton, che ne esce sorprendentemente eclissato, tutto sommato Ledger il suo riconoscimento postumo l’ha già scolpito nella celluloide. E dopo averlo visto anche negli stivali del cowboy di Brokeback Mountain, lo sconforto per la sua perdita è ancora più forte. Non basterà comunque una statuetta a colmare la sua assenza dal cinema dei prossimi anni, ma magari ne terrà vivo il ricordo meglio di quanto è accaduto con lo sfortunato River Phoenix.

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-11-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

Il Cavaliere Oscuro

Avviso ai naviganti: fari nucleari, un’integrazione

Posted on Gennaio 22nd, 2009 in Connettivismo, Futuro, Kipple | 3 Comments »

Un interessante contributo alla storia dei fari nucleari ci è stato fornito dall’ing. Moskatomika: come mi ha fatto giustamente notare, sul sito dell’AIEA (l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica) molte pagine sono dedicate agli RTG (Radioisotope Thermoelectric Generator) impiegati in fari polari e stazioni meteo remote, e al loro decommissioning.

Un documento assolutamente consigliato per comprendere la filiera di recupero e stoccaggio dei generatori nucleari è il rapporto RTG Master Plan Development Results and Priority Action Plan Elaboration for its Implementation, da cui si evincono i dati salienti dell’operazione: all’inizio del 2007, 582 RTG erano installati presso siti russi (di questi 218 lungo la Northern Sea Route, dall’arcipelago di Novaja Zemlja al distretto autonomo di Čukotka), in gran parte esposti al rischio di saccheggio, e già si era al corrente che il finanziamento di 130 milioni di dollari stanziato per il recupero e la messa in sicurezza delle installazioni non sarebbe bastato a coprirne lo smantellamento, come pure che il sito militare di Mayak, nel cuore della Siberia, avrebbe potuto offrire una capacità di accoglienza non superiore agli 80 pezzi all’anno.

In queste condizioni, non stupisce l’elenco degli incidenti principali che hanno riguardato gli RTG dal 1999 ad oggi. Generatori nucleari rimossi dalle loro sedi e abbandonati nei posti più impensabili: a una fermata dell’autobus (Leningrado, 1999), in un bosco (Georgia, 2002) o su una spiaggia (Mar Baltico, 2003). Come ci spiega quest’altra pagina, un RTG estrae la propria energia dai processi di decadimento di una sostanza radioattiva (come ad esempio lo 90Sr [i nuclei RHS (da Radionuclide Heat Source) di Stronzio 90 sono estremamente compatti e durevoli, essendo il tempo di dimezzamento di questo isotopo dell'ordine di 28 anni]), senza comportare l’innesco di ulteriori decadimenti che porterebbero alle reazioni a catena prodotte, invece, in maniera controllata all’interno dei reattori delle centrali nucleari.

Malgrado questo, tuttavia, gli RTG restano una fonte potenziale di contaminazione radioattiva: eventuali danni agli involucri, abbastanza frequenti nel caso di apparati abbandonati per decenni, possono rilasciare raggi beta con effetti nocivi sull’ambiente e la salute di soggetti esposti.

[Photo by Komatoz.]

1600 Pennsylvania Avenue: prospettiva Obama

Posted on Gennaio 21st, 2009 in Agitprop, Futuro, ROSTA | 2 Comments »

Dopo averne seguito il cammino con partecipazione e - una volta tanto mi concedo l’uso di una parola che avevo soppresso dal dizionario - speranza, non potevo sorvolare sull’Inauguration Day. Pago quindi pegno allo Zeitgeist, e lo faccio con un bellissimo brano estrapolato dal primo discorso tenuto da Barack Obama come Presidente:

Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, capiamo che la grandezza non va mai data per scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie o di ribassi. Non è stato un sentiero per i deboli di cuore, per chi preferisce l’ozio al lavoro, o cerca solo i piaceri delle ricchezze e della celebrità. E’ stato invece il percorso di chi corre rischi, di chi agisce, di chi fabbrica: alcuni celebrato ma più spesso uomini e donne oscuri nelle loro fatiche, che ci hanno portato in cima a un percorso lungo e faticoso verso la prosperità e la libertà.
Per noi hanno messo in valigia le poche cose che possedevano e hanno traversato gli oceani alla ricerca di una nuova vita.
Per noi hanno faticato nelle fabbriche e hanno colonizzato il West; hanno tollerato il morso della frusta e arato il duroterreno.
Per noi hanno combattuto e sono morti in posti come Concord e Gettysburg, la Normandia e Khe Sahn.
Ancora e ancora questi uomini e queste donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato fino ad avere le mani in sangue, perché noi potessimo avere un futuro migliore. Vedevano l’America come più grande delle somme delle nostre ambizioni individuali, più grande di tutte le differenze di nascita o censo o partigianeria.
Questo è il viaggio che continuiamo oggi.
[...]

Ci sono troppe cose da troppo tempo assenti dal lessico comune. Non potevo non trascriverle in questo taccuino multimediale. Quello che saremo nasce dalla memoria di quello che avremmo potuto essere e dalla consapevolezza di quello che siamo.

A proposito, ecco gli auspici di un oracolo vivente per ogni lettore di fantascienza: Frederik Pohl. E un ricordo toccante da parte di William Gibson per capire come la fantascienza abbia cambiato la sua vita e le nostre nel 1961, in un ex-bagno per neri convertito in edicola, a Wytheville, Virginia.