Archive for Novembre, 2008

Nessuna verità

Posted on Novembre 29th, 2008 in Proiezioni | 7 Comments »

Verrebbe quasi la voglia di parafrasare il titolo italiano del suo ultimo film per definire lo stato della carriera di sir Ridley Scott: nessuna verità, ma qualche certezza sì. Nessuna positiva, però. Come conciliare il ricordo dei capolavori che Scott ha saputo regalare al cinema (e agli appassionati di fantascienza prima di tutto) e il suo attuale coinvolgimento in blockbuster senza infamia e senza lode, che sembrano accontentarsi di sfiorare la superficie senza il coraggio di affondare la lama nella carne? Lo scorso anno il suo capolavoro indiscusso tagliava il traguardo dei 25 anni, celebrato con l’ennesimo director’s cut. Basta volgere lo sguardo indietro per comprendere quale traiettoria abbia imboccato, dal 1982 ad oggi, il percorso cinematografico di Scott.

Il regista inglese, dopotutto, ha sempre scopertamente privilegiato l’estetica nelle sue creazioni e oggi - con 18 lungometraggi all’attivo - emerge prepotente la convinzione che nei risultati migliori toccati in passato sia stato sempre beneficiato dal contributo dei collaboratori di eccellenza di cui aveva saputo circondarsi. Oggi, con 8 pellicole concentrate negli ultimi 9 anni, ad ogni nuova puntata delle sue gesta la sensazione di trovarsi davanti a un cinema di maniera, tanto esteticamente solenne quanto contenutisticamente insipido, si tramuta presto in sconfortanto nel ricordo degli antichi fasti. Nessuna verità (Body of Lies, attualmente nelle sale) non si sottrae purtroppo a questa regola. Anzi, per più versi si dimostra paradigmatico del cinema di Ridley Scott. Una confezione lucida al limite del patinato, per una esecuzione anonima e priva di mordente. Tratto dal romanzo di David Ignatius (articolista del Washington Post), Nessuna verità si muove tra spy story e cinema di guerra riciclando le soluzioni di montaggio già adottate dal sempre ottimo Pietro Scalia in Black Hawk Down (probabilmente il miglior Scott degli ultimi vent’anni), il solito cast a 5 stelle (con l’ormai fidelizzato Russel Crowe, imbolsito e dogmatico come vorrebbe il copione, ma che non allontana mai la sensazione del déjà vu) e la morale ormai stanca del suo regista.

Lo spunto del film, incentrato sull’attualità della Situazione in Iraq e ispirato alla rete globale del terrore, è promettente. Il rapporto tra l’analista della CIA Crowe/Hoffman e il suo agente embedded Di Caprio/Ferris costretto a girovagare per il Medio Oriente, dalla palude irakena ad Amman, dalla Siria agli Emirati Arabi, viene dipinto con accortezza. La cura dedicata ai personaggi, ai loro dissidi, è però tale che il film impiega praticamente tutto il primo tempo per decidere quale rotta intraprendere. Quando lo fa, purtroppo, i margini temporali di manovra sono ormai talmente ristretti, erosi dalle precedenti lungaggini, da non consentirne il pieno sviluppo del potenziale, lasciando in questo modo un’impressione di incompiutezza sempre più forte, mentre il regista tenta - senza molta convinzione, per la verità - di drenare i mille rivoli in cui ha disperso la trama. L’idea della rete terroristica parallela costruita ad hoc per portare allo scoperto il nemico vero resta così largamente inespressa e il potere disgregativo della sua carica finisce per detonare fuori bersaglio.

Nel suo maniacale accademismo, Scott non evita neppure le più facili delle trappole narrative: facendo leva sullo psico-terrore ormai imperversante, l’ondata di attentati che il copione scatena per l’Europa denuncia nel livellamento della complessità una contrazione della prospettiva imbarazzante; la semplicità poi con cui manda Ferris per le strade di Amman in compagnia di una donna iraniana trova il suo contrappeso nella soluzione elementare di denunciare la disapprovazione dei giordani attraverso sguardi torvi, di sospetto e di minaccia, sparati a tutto campo nella macchina da presa. Espedienti più adatti a un lavoro per la televisione che al grande schermo, che anche attraverso le prime imprese del regista inglese (I duellanti, Alien, Blade Runner) ha saputo dimostrarci invece il valore della messinscena, l’impatto dell’immagine, la densità del dettaglio come elementi per dipingere compiutamente la complessità variegata del mondo e della storia.

Ideologicamente neutro, incapace di approfondire un discorso che avrebbe meritato un polso decisamente più fermo di quello che la produzione è riuscita a concedersi in meno di un anno di lavoro, nonostante i 70 milioni di dollari investiti nella realizzazione, Ridley Scott si dimostra ancora una volta prigioniero di un meccanismo industriale, costretto a sfornare prodotti da dare in pasto a un pubblico onnivoro e acritico, capace di accontentarsi della schematizzazione più approssimativa possibile della realtà per sedare le angosce e le inquietudini di questi giorni - più che mai - di terrore. Una curiosità: i titoli di coda si segnalano per la canzone “If the world”, quinta traccia dell’album Chinese Democracy dei Guns N’ Roses, uscito lo scorso 23 novembre dopo la bellezza di 16 anni di attesa.

Woken Furies

Posted on Novembre 28th, 2008 in Agitprop, Fantascienza, Letture, ROSTA | No Comments »

Come anticipato, su Fantascienza.com alcune considerazioni preliminari sulle furie risvegliate di Richard K. Morgan. Seguiranno - presto - aggiornamenti più circostanziati.

La morte presunta della fantascienza

Posted on Novembre 25th, 2008 in Connettivismo, Fantascienza | 4 Comments »

Nei giorni scorsi è uscita un’inchiesta del New Scientist per far luce sugli ipotetici giorni contati della fantascienza: vi consiglio di buttare un occhio proprio a quest’ultimo link, che punta all’editoriale di Marcus Chown, abile nel mettere in luce le perplessità intorno alla morte del genere e a sintetizzarne una definizione che ne cattura l’essenza e, allo stesso tempo, i limiti maggiori (almeno dal punto di vista di chi scrive). In estrema sintesi, la fantascienza è la letteratura del cambiamento (come sostenevo anch’io qua) e il particolare frangente storico che ci troviamo ad attraversare impone un’abilità estrema nell’evitare che il proprio lavoro rischi di sembrare obsoleto nel periodo che intercorre tra la correzione delle bozze e la distribuzione in libreria. La rivista britannica ha anche intervistato per l’occasione sei pezzi da novanta, e la sintesi dei loro punti di vista potete recuperarla anche da un bell’articolo apparso oggi su Fantascienza.com che ne riporta la notizia.

Capita periodicamente di imbattersi in proclami che annunciano la fine della fantascienza. L’affermazione è paradossale e penso che sia questa sua caratteristica a renderla tanto seducente da risultare irresistibile: il genere del futuro non ha più futuro - oh, damn! Un ossimoro che solleticherà forse l’ansia di sensazionalismo di qualcuno. Personalmente, da quando bazzico le discussioni con gli appassionati e gli esperti (saranno non più di 8 anni), di proclami sulla morte del genere ho avuto la ventura di registrarne parecchi e la fortuna, poi, di vederli sempre smentiti alla prova dei fatti. D’altro canto, la testimonianza di gente con molta più esperienza mi conforta con la sicurezza che questi discorsi si sono più o meno sempre fatti, tenendo banco alle convention e nelle proiezioni catastrofiche degli addetti ai lavori, editori compresi.

Ci si lamentava che la fantascienza era morta e che il cyberpunk l’aveva ammazzata. Ma poi sono arrivati Iain M. Banks e Vernor Vinge con le loro space opera dal background cibernetico, e poi ancora Charles Stross con il suo postcyberpunk aggiornato ai tempi che corrono (anzi, che accelerano) e tutti abbiamo tirato un sospiro di sollievo.

Ci si lamentava che la scienza aveva ormai soppiantato la speculazione fantastica, ma poi un signore australiano che risponde al nome di Greg Egan ci ha dato prova che si potevano fare ancora cose assurde con la scienza, la matematica e la giusta dose di fantasia, e il sospiro di sollievo è stato già più rilassato perché quasi aspettavamo solo il momento che qualcosa del genere si compisse.

Abbiamo ascoltato gli inni funebri alla fantascienza, seppellita dalla triste realtà quotidiana, ma poi abbiamo trovato Michael Marshall Smith, K.W. Jeter e Richard K. Morgan e tutti ci hanno dimostrato che, trasponendo nel futuro il mondo di oggi e lavorando sulla giusta sintonia, c’erano ancora molte cose in giro scrutabili attraverso le lenti della fantascienza, mentre in cuffia andava la musica del noir migliore.

Abbiamo accettatto con una scrollata di spalle la comunicazione, mesta e un po’ sentita, di chi voleva farci credere che l’immaginario avesse ormai assimilato la fantascienza e fatto proprio il futuro, disinnescando la carica rivoluzionaria insita in uno, e quella sovversiva codificata nell’altra. Ormai eravamo abbastanza navigati da sapere che era tutta una questione di punti di vista. Così come dipende dal punto di vista l’efficacia della fantascienza declinata nel mainstream. Se a maneggiarla è un conoscitore dei suoi meccanismi e delle sue dinamiche, per esempio William Gibson, abbiamo un certo risultato (e quel risultato può capitare di vederlo poi realizzato, a distanza di un paio d’anni, nel mondo reale). Se invece la fantascienza viene ridotta a mero pretesto per allestire l’ennesimo baraccone, come sempre più spesso accade al cinema, il risultato non può che essere diverso.

Cosa concludere quindi?

Una conclusione definitiva è impossibile, come sempre accade quando ci si ritrova embedded nel fenomeno che si vuole capire. Ma una cosa, alle 23 di questa sera d’autunno, credo di saperla. Ho sacrificato pure troppo tempo a dipingere la situazione ed è il caso che mi metta seriamente a scrivere. Non per salvare la fantascienza - chi può salvare qualcuno sul cui certificato di morte hanno già apposto le loro firme centinaia di espertissime cassandre? - ma solo per il gusto di vedere dov’è che si riesce ad arrivare, prima di essere declassati come obsoleti.

Il 23 novembre e il miraggio della Ricostruzione

Posted on Novembre 23rd, 2008 in Nova x-Press | 4 Comments »

Il 23 novembre 1980 una scossa di terremoto di magnitudo 6.9 devastava il cuore di Bassitalia. Il terremoto sprigionò in pochi secondi un’energia stimata in circa 500 kilotoni, l’equivalente di 42 bombe di Hiroshima, e investì 17.000 kmq, radendo al suolo l’Irpinia e le province di Salerno e Potenza e traducendosi per via delle caratteristiche geomorfologiche del territorio e della debolezza strutturale dell’edilizia di inizio secolo in un’intensità di distruzione stimata all’XI grado della scala Mercalli. I numeri dell’evento che sarebbe passato alla storia come il terremoto dell’Irpinia, presi in sè, non possono dare un’idea di quello che significò il sisma, né alle ore 19.34 di quella domenica di 28 anni fa, né nei mesi e negli anni che seguirono: una scossa percepita dalla Pianura Padana alla Calabria, soccorsi ritardati dall’inaccessibilità dei territori colpiti, famiglie dilaniate, disagi che si protraggono ancora oggi e un piano di ricostruzione (la famigerata Ricostruzione di cui si è parlato per anni e che oggi si staglia nel firmamento delle idee come un titano della mitologia, un prodigio che nessuno ha ancora avuto il privilegio di toccare davvero con mano) che sembra ormai eterno, con la Finanziaria 2006 che ancora stanziava 100 milioni di euro per le opere della Ricostruzione.

La Ricostruzione ha richiamato sull’Irpinia una generosità di fondi per il cui finanziamento paghiamo ancora 75 lire (poco meno di 4 centesimi di euro) di accisa su ogni litro di carburante oggi acquistato. I contributi pubblici dello Stato ammontavano nel 2000 a 58.640 miliardi di lire, rivalutati ai prezzi del 2000 in 77.873 miliardi, pari a 40,218 miliardi di euro. Il dopoterremoto è diventato così una bolla economica a livello locale che non ha precedenti nella storia d’Italia: un banchetto a cui tutti si sono serviti con ingordigia, dai politicanti della zona agli imprenditori del Nord che qui sono venuti a delocalizzare (si dice così oggi, no?) i loro stabilimenti immancabilmente destinati alla chiusura allo scadere dei meccanismi di incentivazione. Il tutto orchestrato dalla Banca Popolare dell’Irpinia (tra i cui azionisti poteva vantare il nome dell’on. Ciriaco De Mita, acquistata nel 2000 dal Gruppo Banca Popolare dell’Emilia Romagna e fusa nel 2003 con la Banca Popolare di Salerno nella Banca della Campania) e, ove possibile, dalla mediazione della Camorra.

Il dopoterremoto è stato infatti attraversato da onde altrettanto convulse del moto sismico, rivelando paradossalmente una mobilità e una fluidità di movimenti superiore agli strati geologici che ne avevano determinato la causa scatenante. Dai 70 comuni disastrati e circa 200 danneggiati che erano stati censiti inizialmente, si passò col tempo a 687: una escalation che andò ad abbracciare praticamente tutta la Campania (542 comuni su 551), la Basilicata intera e 14 comuni pugliesi. Questa estensione finanziaria del Cratere, com’è ovvio, diluì i finanziamenti destinati alla ricostruzione dirottandone porzioni cospicue verso Napoli e il suo hinterland. Mentre i signori di Gomorra investivano quei fondi in imprese criminali di respiro nazionale (lo smaltimento clandestino dei rifiuti sarebbe esploso sulla fine del decennio) e internazionali (imprese edili che sarebbero sbarcate presto all’estero), i signorotti locali si accontentavano della loro fetta, spargendo le briciole intorno al tavolo. Chiunque sia stato scaltro abbastanza da tenere il passo degli squali è stato ricompensato con l’inquadramento in una classe media che ha tratto beneficio dal sisma, in un miracolo di transustanziazione che ha trasformato la disgrazia di molti nella fortuna di una minoranza.

E’ stato tuttavia un miracolo effimero, che si è sgonfiato nel giro di pochi anni, com’era inevitabile per una ricchezza generata con giochi di prestigio e “sganciata dal territorio“. Finita la cuccagna, i posti di lavoro promessi dai signorotti locali si sono rivelati fasulli, la disoccupazione ha alimentato nuovi flussi migratori verso il Norditalia e l’estero, i paesi sono tornati a svuotarsi (basta guardare gli andamenti demografici dei singoli comuni su Wikipedia: a una ripresa intorno al 1990 segue pressoché sempre un calo nel decennio successivo). L’ondata umanitaria e la generosità piovute sull’Irpinia e le zone terremotate da tutta Italia e dalle comunità italiane all’estero, sensibilizzate anche dall’instancabile opera d’informazione condotta dal compianto Indro Montanelli, si è mutata in una sottile diffidenza, il sospetto di chi si domanda: “com’è possibile che tutti i fondi raccolti per l’Irpinia non si siano tradotti in una rinascita del territorio?”.

Dei fondi che sarebbero dovuti servire per dotare il territorio di infrastrutture adeguate a favorirne uno sviluppo concreto e duraturo, non resta ormai che il ricordo, pronto a tramutarsi in stupore e meraviglia ogni volta che capita di vedere le cifre snocciolate in qualche tabella ministeriale o nelle periodiche inchieste che cercano di portare un barlume di luce nei meandri della storia. Il bandolo della matassa resta ingarbugliato. Invece che investire nelle attività agricole sul territorio che è il granaio della Campania, paradossalmente beneficiato da premi di indennità volti a normalizzarne la sovrapproduzione, così come nel settore delle rinnovabili, che da queste parti potrebbe produrre sostanziali sbocchi occupazionali, vi si decide di farne la sede per una piattaforma polifunzionale per lo smaltimento di rifiuti tra le più grandi d’Europa, mettendone a rischio anche l’integrità del bacino imbrifero.

La storia di Bassitalia resta costellata di sventure e zone d’ombra. In attesa che la prossima inchiesta venga a scoprirne gli altarini, la gente del posto continua a masticare offese e rancori, con la pazienza rassegnata che chi è di queste parti conosce bene. Questi monti sono fortunatamente immuni all’omertà: tutti sanno come vanno le cose e se ne lamentano, manca semmai quel minimo di intraprendenza che servirebbe a cambiarle, le cose. Oggi come ogni anno, noi che in Irpinia ci siamo nati e cresciuti torniamo a commemorare i morti e mi rendo conto che da quella domenica sera di 28 anni fa (ricordi di seconda mano di messe, caminetti accesi contro il freddo, sintesi delle partite a 90° minuto e poi, d’improvviso, la distruzione che spazza tutto, la fuga lungo i vicoli, le urla, il silenzio e la notte ad avvolgere il mondo dietro una tenda impenetrabile), da quel 23 novembre ci sembra separarci ormai l’abisso del tempo, una distanza siderale e incolmabile, dilatata dalle mille piccole, ingannevoli conquiste che ci sono state regalate per alimentare la nostra illusione che dal 1980, grazie alla fantomatica Ricostruzione, l’Irpinia sia entrata davvero nel circolo virtuoso del progresso (fatto di TV digitale, copertura totale delle reti di telefonia mobile e fuoristrada, ma non - per carità di Dio! - di diritto all’istruzione, banda larga o trasporti pubblici).

Oggi, ricordiamo. Poi, come ogni anno, torneremo ad aspettare la prossima ricorrenza. Con un ultimo occhio ancora ai numeri, per quanto insufficienti ad abbracciare la dimensione della tragedia: 2.735 vittime, 8.848 feriti, 280.000 sfollati. Una Ricostruzione mai ultimata, con insediamenti provvisori tuttora occupati. Benvenuti in Bassitalia. XXI secolo, ma non per tutti.

[La foto di apertura è tratta dalla Galleria del dossier di Repubblica, Irpinia: venti anni dopo. In chiusura: Castelnuovo di Conza (SA), foto di Antonio Melillo.]

Internet ai tempi della Frontiera Spaziale

Posted on Novembre 21st, 2008 in Accelerazionismo, Fantascienza, Futuro, Transizioni | 1 Comment »

Abbiamo già affrontato l’argomento delle possibili evoluzioni future della rete, presentando gli studi che ne interessano funzionalità, organizzazione e modalità di accesso e recupero delle informazioni (in Semantica delle immagini) e l’interazione con l’utente e l’ambiente (Anytime, Anywhere e La Rete, il futuro). Ma cosa possiamo dire sulla sua infrastruttura?

Di sicuro la transizione che tutti noi auspichiamo verso la frontiera spaziale, che se si compirà non potrà prescindere da un utilizzo pervasivo della tecnologia (e per pervasivo intendo tanto al livello della manipolazione biologica quanto dell’integrazione cibernetica), porterà a ricadute non trascurabili sulla concezione stessa della rete. Assodato che il vincolo ultimo alla trasmissione dei dati è rappresentato dalla velocità di propagazione delle onde elettromagnetiche (la luce nel vuoto viaggia a poco meno di 300.000 km/s), la sensazione di istantaneità che oggi sperimentiamo in un qualsiasi collegamento (connessione permettendo) non sarà più replicabile sulla scala dei link interplanetari o comunque spaziali: per colmare la distanza che separa la Terra dalla Luna ci vorrà come minimo un po’ più di un secondo, per trasmettere un’e-mail da Marte alla Terra si andrebbe - in caso di collegamento diretto - da un minimo di 3 minuti e qualche secondo fino anche a più di 20 minuti nei casi di massima divergenza orbitale.

Lo spazio solleva problematiche anche (anzi, soprattutto) dal punto di vista della trasmissione delle informazioni, non solo delle attività commerciali. Citando il professor Ronald N. Bracewell da una epigrafe de Gli Ascoltatori di James E. Gunn, “gli articoli più interessanti che si possono trasferire da stella a stella sono le informazioni e un tale scambio si può realizzare attraverso le onde radio“. E la ricerca sembra che si stia orientando verso soluzioni che richiamano alla mente scenari non alieni all’appassionato di fantascienza: la cosiddetta Internet Interplanetaria, una rete di internet basata su connessioni wireless e modalità store and forward nell’invio dei dati. Qualcuno ricorderà le sfere-dati planetarie ideate da Dan Simmons nei suoi Hyperion Cantos: nodi di una rete policentrica che abbraccia tutti i mondi dell’uomo. Ma i precedenti, è il caso di dirlo, si sprecano. Un progetto congiunto della NASA e di Google, con una partecipazione della famigerata DARPA, ha dato ieri i suoi primi frutti. L’approccio fa capo alle cosiddette Delay Tolerant Network (o Disruption-Tolerant Network), reti concepite per tollerare i ritardi nella trasmissione dell’informazione e interruzioni dell’ordine di diversi minuti dovute alle cause più disparate: rumore, occultamento dei nodi, interferenze.

Finora le comunicazioni spaziali sono sempre state condotte nel protocollo ormai preistorico della linea diretta: ogni comunicazione costretta a transitare dal centro di controllo a Terra. Ma con l’aumento degli oggetti in orbita e del traffico già oggi stiamo avanzando verso uno scenario decisamente più complesso di quello per cui una simile soluzione si rivela accettabile. Satelliti, stazioni spaziali, sonde e, chissà, tra qualche anno forse anche presidi scientifici sulla Luna o su Marte. Un panorama del genere richiede un approccio che tenga conto della sua composizione e dei suoi già citati vincoli strutturali dovuti alle distanze. Ed è da questo ordine di considerazioni che è emerso il sistema Delay Tolerant Network a cui ha dato il suo contributo anche Vinton Cerf, uno dei pionieri di Internet.

Dell’esperimento hanno parlato sia il Corriere della Sera che Vittorio Zambardino sul suo blog. In estrema sintesi: sono stati scambiati file di immagini con una sonda in viaggio a 32 milioni di km dalla Terra verso la cometa Hartley-2, in un contesto di simulazione che comprendeva altri 9 nodi sul pianeta. L’esperimento ha verificato il meccanismo di archiviazione automatica dei dati da parte del trasmettitore (tx) in attesa della disponibilità del ricevitore (rx), dove tx e rx non sono necessariamente mittente e destinatario del messaggio ma due nodi qualsiasi della rete. L’esperimento è stato ripetuto per un mese, confermando la validità del DTN.

Un passo importante è stato compiuto verso la rete del futuro. Resta in sospeso il problema del limite fisico della velocità di trasmissione. Ma magari anche su questo fronte la fantascienza verrà in aiuto degli scienziati. Nel vertiginoso scenario cosmico de La Scala di Schild dipinto da Greg Egan, si immagina che interi pianeti si sottopongano a un processo di ibernazione di massa (rallentamento delle attività informatiche e cognitive fino quasi alla stasi) per ovviare ai ritardi delle comunicazioni interstellari. Ottenendo quindi dalla percezione soggettiva quello che oggettivamente ci è proibito.

[L'immagine riprodotta appartiene al Broadband Wireless Network Laboratory del Georgia Institute of Technology.]

La legge di Riepl e l’estinzione dei vecchi media

Posted on Novembre 20th, 2008 in Connettivismo, Nova x-Press, Psicogrammi | 2 Comments »

[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 05-04-2008]

La legge di Riepl è una di quelle chicche che resterebbero confinate nel campo specifico del loro settore di appartenenza se la letteratura non contribuisse al loro sdoganamento. Il caso in questione è di interesse ancora maggiore considerato che la letteratura che più di tutte ha contribuito alla sua diffusione (benché sotto mentite spoglie, quasi in incognito) è la fantascienza. La relativa voce di Wikipedia contiene quattro righe di notizie che sono la condensazione della voce tedesca da cui è stata ricavata. L’ultimo aggiornamento risale al primo aprile del 2007, ma non lasciatevi trarre in inganno dalla data.

Stiamo parlando di un’ipotesi avvalorata dalla fattualità empirica, parente stretta della più blasonata legge di Moore che da qualche anno corre sulla bocca di tutti. Quasi un secolo di strenua resistenza sul campo le è valso la promozione al rango di “legge”, ma ciò non implica che la sua validità si manterrà inalterata nel corso del tempo. Quello che possiamo dire è che fino ad oggi la sua efficacia generale non ha subito contraccolpi dall’incedere del progresso, resistendo fin dal 1913 quando a formularla fu il curatore del principale quotidiano del tempo di Norimberga, Wolfgang Riepl.

In un saggio sugli antichi mezzi di informazione (“Das Nachrichtenwesen des Altertums mit besonderer Rücksicht auf die Römer”) Riepl stabilì che i nuovi sviluppi risultati dal progresso non rimpiazzano mai del tutto i modelli esistenti, ma piuttosto determinano una deriva di questi ultimi verso nuove modalità di impiego e nuove nicchie di utilizzo. L’ipotesi di Riepl gode di una certa popolarità nel dibattito della comunità scientifica nei paesi mitteleuropei. In Occidente, l’opera di divulgazione più importante deve molto a due autori di fantascienza come Bruce Sterling (ispiratore del Dead Media Project, che prima di perdere slancio nel 2001 arrivò ad archiviare circa 600 articoli dedicati alle tecnologie estinte o spacciate) e William Gibson.

Nel suo racconto Academy Leader (1991, apparso su Cyberspace: First Steps a cura di Michael Benedikt, MIT Press, e da noi incluso nella raccolta Parco giochi con pena di morte, ed. Mondadori), Gibson riprende alcune note buttate giù in un pezzo del 1989 a metà tra narrativa e saggio (Rocket Radio, scritto per “Rolling Stone” e incluso in Italia nella raccolta citata). Ne riporto un brano:

Una volta perfezionate, le tecnologie di comunicazione raramente si estinguono del tutto; piuttosto, si riducono per occupare nicchie specifiche nella infostruttura globale. Si è suggerito di utilizzare radio a cristalli come mezzi per trasmettere i momenti ottimali per la semina a isolate tribù agricole. Il mimeografo, uno dei molti recenti dinosauri degli uffici urbani, brilla ancora con inalterato potenziale da samizdat megli angoli sperduti del secolo, risposta tardovittoriana all’impaginazione elettronica. Banche di innumerevoli villaggi del Terzo mondo conteggiano a manovella i loro totali su nere calcolatrici Burroughs, sbobinando metri di cifre azzurro chiaro su lunghe spirali di carta curiosamente allegre, mentre l’Unione Sovietica, non ancora entusiasta per i nuovi divertimenti tecnologici usa e getta, è divenuta l’ultima risorsa affidabile per le valvole elettroniche. Il formato a otto piste dei nastri sopravvive nei caffè ambulanti del Profondo Sud, come supporto per la musica country e per la pornografia viva-voce.

La Strada escogita i propri usi per le cose - usi che i fabbricanti non hanno mai immaginato. Il microregistratore, inizialmente concepito per dettature a braccio di qualche dirigente, si trasforma nel medium rivoluzionario del “magnetizdat”, permettendo la diffusione nascosta di discorsi politici banditi in Polonia e in Cina. Il cercapersone e il cellulare divengono strumenti economici sul mercato sempre più competitivo delle droghe illegali. Altri manufatti tecnologici diventano inaspettatamente mezzi di comunicazione… L’aerosol dà origine alla matrice dei graffiti urbani. I rockettari sovietici pressano in casa dischi flessibili usando vecchie radiografie del torace…

Dalla fantascienza alle tecnologie sorpassate, dalla calcolatrice Burroughs di nuovo alla fantascienza. E così il cortocirtuito si chiude, in un lampo di folgorazione capace di illuminare, nel domani, il nostro presente.


[In apertura un dagherrotipo di Daguerre. Nell'articolo: macchina calcolatrice di Burroughs. In chiusura: foto di IguanaJo, "Caged".]

Il meme del dubbio

Posted on Novembre 18th, 2008 in Connettivismo, False Memorie, Psicogrammi | 1 Comment »

[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 15-06-2007. Versione rivista e ampliata.]

A quanto pare ci eravamo sbagliati. Io per primo, lo ammetto. La mia colpa è in un racconto che prima o poi dovrebbe uscire da qualche parte: si intitola Codice morto e parla proprio di questo, di quella vasta porzione del nostro DNA apparentemente spenta, inattiva, morta appunto, ma che adesso scopriamo essere più viva di quanto sospettavamo. Niente codice in letargo, quindi, ma istruzioni in apparenza inutili tanto alla sintesi proteica quanto alla replicazione genetica (e alla trasmissione dei caratteri) eseguite non si sa ancora bene per fare cosa. Ma comunque attive.

E’ una cosa che un po’ mi inquieta e che si combina con il discorso sulle ambiguità linguistiche che andavo esaminando qualche tempo fa, e che oggi ha richiamato ChiCaBanDiTa. L’inglese è perfetto da questo punto di vista. Cela - nemmeno troppo bene - molteplicità di significato sorprendenti, oltre a essere una lingua decisamente più compatta rispetto alle nostre consuetudini neoromanze.

Le due riflessioni, quella relativa alla nuova frontiera genetica aperta dal programma EncODE e quella sull’ambiguità linguistica, si sono fuse insieme in una sovrapposizione quantica di stati neurali. Nel 1976 Richard Dawkins coniava la parola “meme” nel suo controverso libro Il gene egoista: in analogia al concetto di gene della biologia genetica, Dawkins definiva il meme come “un’unità di informazione in grado di replicarsi da una mente o un supporto simbolico di memoria - come un libro - a un’altra mente o supporto. In termini più specifici, un meme è un’unità auto-propagantesi di evoluzione culturale” (fonte: Wikipedia).

Un meme è qualcosa che s’incista tra i ricordi e ne guida l’evoluzione per garantirsi la sopravvivenza. E non è una cosa statica, ma evolve per effetto di un fenomeno noto come deriva memetica. Un virus, come aveva intuito quel genio di William Burroughs, con un suo meccanismo di autopreservazione che s’innesca di fronte alla perdita di inerzia, mutando di vettore in vettore. Come se questo non bastasse, i memi tradiscono anche una intrinseca tendenza aggregativa, raggruppandosi in una sorta di cluster memetici con il potere di richiamare, per effetto del loro campo memetico, memi analoghi: così, per esempio, il meme Singolarità include i memi progresso, accelerazionetecnologia (tra i primi esempi che mi vengono in mente). A questo proposito, non posso non segnalarvi lo spettacolare Lessico Memetico di Principia Cybernetica

Ormai qualche mesetto fa spendevo un po’ di tempo riflettendo sulla parola “believe“. Credere, un concetto correlato alla fede, buona e giusta che sia, oppure malriposta. Questa parola, come a volte capita, mi si era innestata nelle routine psichiche. Ogni quattro parole pensate, saltava fuori questa: believe. Be-lieve.
Be-lieve.

E’ curioso come l’unità lie sia finita in believe. Trasformata, certo, visto che il suono della pronuncia è completamente diverso nei due casi. Possiamo pensare allora che il meme della bugia si sia evoluto a tal punto da garantirsi la sopravvivenza nel cuore stesso della fede? Una strategia spiccia di sopravvivenza applicata alla linguistica. Un punto debole in grado di minare castelli di certezze indistruttibili. Una lancia di Longino piantata nel cuore del profeta.

Dubitate. Sempre. Fine delle comunicazioni.

[L'immagine qui in alto è tratta da Neon Genesis Evangelion.]

Ultime dalla fine del mondo: Italia, novembre 2008

Posted on Novembre 15th, 2008 in Agitprop, ROSTA | 5 Comments »

“Conosci questo mondo, amico: se non sei della polizia, non hai peso!”

Capt. Bryant - Blade Runner (1982)

La furia di Quellcrist

Posted on Novembre 14th, 2008 in Agitprop, Fantascienza, Letture | 5 Comments »

Un ecosistema…

Quellcrist, anche qualgrist, erba infestante anfibia originaria di Harlan’s World. La quellcrist è una specie d’erba acquatica da acque basse, di colore ocra, che si trova soprattutto nelle zone temperate. Per quanto contenga alcuni elementi nutritivi, non possiede le qualità di specie d’origine terrestre o ibridate a scopi alimentari e non è quindi considerata una coltivazione conveniente dal punto di vista economico.

Dalla quellcrist matura si possono estrarre alcune sostanze mediche ma, al di fuori di certe piccole comunità nel sud dell’arcipelago di Millsport, la pratica non è diffusa. In effetti, la quellcrist è notevole solo per il suo insolito ciclo vitale. Se e quando si venga a trovare in zone prive d’acqua per lunghi periodi di tempo, i baccelli del vegetale si seccano, trasformandosi in una polvere nera che può essere trasportata dal vento per centinaia di chilometri. Il resto della pianta muore e imputridisce, ma la polvere, una volta tornata in contatto con l’acqua, si ricostituisce in microfronde dalle quali un’intera pianta può crescere nel giro di settimane.

… produce le sue idee. Le idee…

Quellcrist Falconer, nom de guerre della leader rivoluzionaria e pensatrice politica Nadia Makita, nata a Millsport il 18 aprile 47 (calendario coloniale), morta il 33 ottobre 105. Figlia unica del giornalista di Millsport Stefan Makita e della ricercatrice marina Fusako Kimura. Makita studiò demodinamica all’università di Millsport. Pubblicò una controversa tesi di laurea, Falle del ruolo sessuale e nuova mitologia, nonché tre raccolte di versi in bassojap, che ben presto assunsero status di culto tra i letterati di Millsport. [...] All’inizio del 69 Makita pubblicava sulle riviste radicali Stella Nuova e Il mare del cambiamento, articoli nei quali è possibile rintracciare un netto distacco dalle tendenze liberal-riformiste che aveva mostrato da studentessa (e alle quali entrambi i genitori aderivano). In luogo di quelle, propose una nuova etica rivoluzionaria che attingeva a correnti preesistenti di pensiero estremista ma si caratterizzava per il vetriolo col quale le suddette correnti venivano aspramente criticate e considerate quasi una prassi politica della classe dirigente. Quell’approccio non le attirò le simpatie dell’intellighenzia radicale dell’epoca. Per quanto riconosciuta brillante pensatrice, Makita si trovò sempre più isolata dalla dirigenza rivoluzionaria.

… sopravvivono agli uomini. La furia…

In mancanza di un’etichetta per la sua nuova teoria politica, la definì quellismo in un articolo, La rivoluzione occasionale, nel quale sostenne che i rivoluzionari moderni devono, se privati di nutrimento da forze oppressive, spandersi sulla terra come polvere di quellcrist, ubiqui e senza lasciare tracce ma portando in sé l’energia della rigenerazione rivoluzionaria dove e quando nuovo nutrimento possa crescere. È generalmente ritenuto che la sua assunzione del nome Quellcrist sia immediatamente successiva e provenga dalla stessa fonte ispirativa. Sull’origine del cognome Falconer, invece, le dispute restano aperte.

… è pronta a destarsi. Ancora una volta.

Richard K. Morgan. Woken Furies. Finalmente in libreria il terzo capitolo delle avventure di Takeshi Kovacs: Il ritorno delle furie. Ne parleremo spesso nelle prossime settimane. Siete avvisati.

Eco di visioni a Wittering Beach

Posted on Novembre 13th, 2008 in Graffiti, ROSTA | 1 Comment »

I luoghi hanno un potere immenso. Il loro influsso può radicarsi nel codice macchina delle nostre menti, restando sepolto per anni come rumore di fondo nella routine quotidiana, salvo erompere poi come la musica dell’universo dagli altoparlanti di una stazione di ascolto. I paesaggi esplorati da J.G. Ballard nelle sue visioni dall’orlo della New Wave (spiagge desolate su cui andavano ad arenarsi e morire i sogni, le speranze e le illusioni della società occidentale) furono anche spunto di ispirazione per i Pink Floyd.

Questo reportage di Azzurra Bongiorno ne ripercorre le orme attraverso strade, stazioni, scuole e locali che il tempo ha spazzato via e che echeggiano ormai solo degli spettri di un’epoca perduta per sempre, e una galleria di paesaggi psichedelici davvero evocativa. Con tracce di fantascienza.