Archive for Ottobre, 2008

L’orrore nella nebbia

Posted on Ottobre 30th, 2008 in Proiezioni | 9 Comments »

La rappresentazione di un orrore metafisico e l’omaggio alle visioni lovecraftiane riscattano The Mist, la pellicola che segna il ritorno del sodalizio tra Frank Darabont e Stephen King. Il film parte male ma ha un’impennata di adrenalina nell’ultima mezz’ora, che tocca il suo culmine nella manciata di istanti in cui sullo schermo transita ”l’immane che, pur sovrastandoci, ci ignora” (per usare le efficaci parole di Andrea Bonazzi). Per la recensione completa vi rimando a Next-Station.org. Qui sotto, invece, una veduta della Creatura. Non notate anche voi qualche (ben più che vaga) somiglianza cthuloide?

Per chi non avesse voglia di sciropparsi tutto l’articolo, mettiamola in questi termini: se la Creatura qui sopra fosse stata selezionata al provino per Cloverfield, quest’anno ci sarebbe scappato il film del secolo. Così, invece, ci tocca accontentarci. (Ma non ci va poi tanto male… no?)

Le cinture di Epsilon Eridani

Posted on Ottobre 30th, 2008 in Accelerazionismo, ROSTA | No Comments »

Interessante scoperta del telescopio spaziale Spitzer. A 10,5 anni-luce da casa, un sistema solare un po’ meno alieno.

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Posted on Ottobre 29th, 2008 in Kipple | 5 Comments »

Logica del dominio. Gennaio. Forse…

La Lucania secondo Pasolini

Posted on Ottobre 28th, 2008 in Graffiti, Kipple, ROSTA | No Comments »

Da Repubblica.it:

“A distanza di più di quarant’anni dal film di Pier Paolo Pasolini Il Vangelo secondo Matteo Giovanna Gammarota è andata in quei luoghi dell’Italia meridionale che il regista scelse per ambientarvi la vita di Gesù. Nasce così “Sopraluoghi in Lucania. Sulle tracce del ‘Vangelo secondo Matteo’ di Pier Paolo Pasolini”, la mostra fotografica (dal 30 ottobre al 28 novembre 2008 alla Sala Santa Rita di Roma), che racconta in 35 fotografie scattate nel corso del 2006 la particolare esperienza artistica vissuta dalla Gammarota. Ciò che l’ha spinta a seguire le tracce del Vangelo non è stato il desiderio di mostrare le bellezze dei paesaggi ma il bisogno di verificare, fisicamente ed emozionalmente, se i luoghi avessero conservato la forza ancestrale che comunicavano nel film. Ne sono nate immagini volutamente semplici e dirette, che accolgono il trascorrere lento del tempo, ma proprio per questo si caricano di memorie, si rivelano capaci di ascoltare i silenzi della terra e il linguaggio delle cose.”

La presentazione della mostra sulle pagine on-line della Reppublica si conclude con il conforto che le “immagini [...] dimostrano che quel paesaggio è ancora lì intatto come Giovanna Gammarota stessa racconta”.

Non per fare come al solito il bastian contrario, ma non è così. In quarant’anni molte cose sono cambiate, e poche o nessuna in meglio. Lo sfruttamento selvaggio dei bacini di combustibili fossili imposto dalle compagnie nazionali, la miopia “tattica” delle amministrazioni locali sul tema delle rinnovabili, gli intrecci di interesse a livello politico con il doppio-gioco di giudici e amministratori e lo scempio del territorio, sono tutte cifre di una strategia ben precisa, resa possibile dalla speculazione sul sogno di riscatto di una terra.

Certo, addentrandosi in queste terre venendo dal Tavoliere, o dall’Irpinia, si prova ancora lo stesso stupore che mi riempiva a sei anni, sui viadotti che scavalcano i baratri dell’Appennino, davanti alle distese di colline e calanchi erosi dagli elementi. Ma ormai è soprattutto lo stupore alimentato dal ricordo, dalla persistenza della memoria e delle sensazioni che vi furono impresse e codificate in giovanissima età. E presto subentra la delusione per il balzo in avanti che avrebbe potuto essere spiccato, che un po’ era stato promesso, e che invece tutti sembrano aver voluto dimenticare.

StormWatch: Post Human Division

Posted on Ottobre 26th, 2008 in Graffiti | No Comments »

“Mostriamogli che l’umanità non è ancora morta”.
Agente John Doran

StormWatch era un’organizzazione di pronto intervento post-umana sovvenzionata dalle Nazioni Unite. In seguito a una drastica riorganizzazione del bilancio, StormWatch ha perso tutti i suoi privilegi.

Jackson King deve affrontare l’ennesima missione impossibile della sua carriera: sviluppare nuovi metodi per contrastare nuove minacce, nonostante il budget sempre più ridotto a disposizione. Senza stazione orbitante, senza teletrasporto, senza navicelle spaziali si può ancora pensare di combattere criminali in grado di alterare la realtà e alieni assetati di sangue e potere?

La Post Human Division potrà mai avere una chance di successo?

Ho scoperto StormWatch lo scorso settembre grazie al Professor Zakalwe (alias Ivan Lusetti) in occasione dello speciale delosiano dedicato al Postumanesimo e ho subito approfittato della disponibilità sul Bazaar del primo volume di StormWatch: Post Human Division per fare i conti con questo universo. A dire la verità, come dimostra anche questa panoramica apparsa sul blog del Coniglio di Metallo, il parere degli esperti concorda nel ritenere la prima incarnazione della serie piuttosto scadente, se non proprio orripilante. Fino all’intervento di quel genio irrequieto che risponde al nome di Warren Ellis (anche lui ampiamente trattato da Lusetti nell’articolo linkato, a cui vi rimando), che sul finire degli anni ‘90 trasformò un prodotto mediocre in una delle opere più innovative e impegnate del decennio. Lotta al terrorismo, trame politiche, strategie di controllo di massa e ricadute del progresso divennero i capisaldi del nuovo corso.

Sotto la guida di Jackson King, telepate di medio livello noto con il nome in codice di Battalion, provvisto di una tuta da guerra che ne amplificava i poteri psicocinetici, già comandante in campo della precedente formazione, l’unità superumana anti-crisi delle Nazioni Unite affrontava minacce che spaziavano da dittature sanguinarie a  alieni alle incursioni temporali. Fino a quando l’inglese dalla penna d’oro decise che era giunto il momento di darci un taglio e in StormWatch: Crisis fece sterminare la squadra (quasi) in blocco nella sua base spaziale, nel corso di un assalto di aliens (proprio loro, le creature inventate da Rambaldi per Ridley Scott, che da James Cameron in poi avrebbero invaso i media, dalle pagine dei fumetti a quelle delle novelization, per finire nei videogame). Ellis ne avrebbe approfittato per far sorgere dalle sue ceneri uno dei suoi successi maggiori, The Authority, mentre la franchise si sarebbe reincarnata in StormWatch: Team Achilles, in cui la sezione rivive come contromisura alla proliferazione postumana, in storie dalla forte impronta militarista. E le cose a questo punto si complicano, tra ritorni e influenze incrociate con altre serie della WildStorm.

Nel 2006 l’etichetta decide di rifondare la serie su presupposti nuovi e ne affida la sceneggiatura a Christos Gage (già sceneggiatore di alcuni episodi di Law and Order e Numb3rs) e i pennelli a Doug Mahnke (che già si era fatto apprezzare per il lavoro su Seven Soldiers: Frankenstein, JLA e The Mask). Il risultato è questa StormWatch: Post Human Division, una vera sorpresa. Come prendere 6 perdenti, affidarli alle cure di un agente della NYPD e trasformarli nella nuova Divisione Post-Umana, a presidio della città di New York. Tra di loro abbiamo avanzi di galera, apprendisti stregoni, superuomini ritrovatisi all’improvviso privi di superpoteri, uomini ibridati con Dna alieno e perfino una prostituta d’alto bordo. L’armata brancaleone dei comics, verrebbe da pensare, più scassata dei Watchmen, praticamente carne da cannone da spedire contro l’avanguardia di una minaccia che viene definita postumana, ma che ha molti più tratti in comune con una invasione aliena. Una missione abbastanza disperata da riuscire, al punto che la Divisione verrà inviata a Las Vegas per addestrare una unità analoga, prima di affrontare la terribile sfida finale.

L’alchimia tra sceneggiatore e disegnatore funziona a meraviglia e ci regala momenti di autentico stupore, nella scansione delle scene, nella atmosfere urbane (notturne e sporche), come pure nella caratterizzazione di personaggi che sono, ognuno a suo modo e con le proprie contraddizioni, difficili da dimenticare. Ci vengono tutti presentati dal Direttore Jackson King in persona nel prologo, che ne inscena il reclutamento, e con gli sviluppi della storia evolvono a mostrare le molteplici sfaccettature del proprio carattere. Abbiamo così The Machinist, l’ex-criminale mago dell’elettronica che dopo aver meditato di conquistare il mondo con i propri marchingegni si lascia ora spadroneggiare dall’anziana madre, vivendo nella gloria del ricordo di guappi di strada scopertisi post-umani a loro volta e costretto a barcamenarsi fuori peso-forma tra le mille insidie del lavoro di infiltrato. Oppure la Mostruosità, il brillante dottor Mordecai Shaw, rapito dagli alieni, chirurgicamente mutato in un ibrido, costretto a lottare di continuo con gli istinti primordiali che potrebbero scatenarne la rabbia tremenda (sia essa brama sessuale o furia distruttiva) e, per questo, continuamente sotto effetto di farmaci. Ci sono poi Splendore, la donna esperta in manipolazioni che ha sedotto i peggiori super-criminali della città, e Paris, soldato d’elite che, pur nella sua ipervigilanza ed estrema bravura nell’ammazzare (effetti collaterali del suo potente istinto di sopravvivenza), resta pur sempre un uomo, con i limiti di tutti gli uomini davanti alla trascendenza postumana. E arriviamo infine a quelle che forse sono le due caratterizzazioni più riuscite: Lauren Pennington, reduce da StormWatch Prime dove vestiva i panni di Fahrenheit, capace di dominare il fuoco, che dopo un duro scontro con Cooler, la sua nemesi, si scopre misteriosamente priva dei suoi poteri; e la giovanissima Black Betty, già assistente di Jeremiah Cain, “uno fra i più tosti stregoni del pianeta”, che rifiutò di unirsi a StormWatch per intraprendere la sua esplorazione degli infiniti piani dimensionali alternativi. Ridotta all’impotenza, Lauren vive la sua condizione come una retrocessione al livello umano, e per questo - lei che dovrebbe essere la veterana del gruppo - si trasforma ben presto nell’elemento di maggiore instabilità della Divisione. Abbandonata dal suo amante, Black Betty al contrario non si perde d’animo e, pur non avendo mai abbracciato la rigida disciplina della stregoneria (che le avrebbe imposto di scegliere tra orge disumane e l’astinenza assoluta…), riesce a trovare la via d’uscita da ogni situazione con il solo aiuto dell’astuzia (e, quando proprio necessario, una piccola mano dal sovrannaturale).

A capo della nuova squadra viene messo l’agente John Doran, già in forza al 18° Distretto. Uno sbirro che più sbirro non si potrebbe, attaccato alla famiglia (la moglie è malata di un cancro terminale), ligio alla divisa, indurito dalla strada al punto da sopravvivere a due distinte minacce postumane (inclusa la Cooler che ha messo fuori gioco la potentissima Fahrenheit). Invidiato dai suoi colleghi per il nuovo incarico che gli è stato affidato da King, Doran si rivela subito all’altezza della missione per cui è stato prescelto: trasferire le sue competenze alla squadra. Quali sono queste competenze? La dedizione alla causa, la difesa dei più deboli dai soprusi dei superuomini e… va bene, un po’ di disciplina. Quanto basta per tenere insieme la baracca. Il suo personaggio non scade mai nella retorica spiccia, probabilmente grazie proprio alle doti umane per cui è stato reclutato nella nuova StormWatch umana. Perché, dopotutto, come impara il Direttore King facendo di necessità virtù, non è necessario reclutare a suon di quattrini i migliori postumani sulla piazza per combattere la degenerazione dei loro simili. Bastano uomini e donne per un lavoro sporco come questo. Bastano una semplice guida e un po’ di fiducia per riscoprire il lato umano in ex-delinquenti, incroci alieni e postumani quasi onnipotenti, e trasferirne i valori alle generazioni future.

Incontri pericolosi

Posted on Ottobre 26th, 2008 in Stigmatikos Logos | 1 Comment »

La natura che non ti aspetti… D’accordo che uno non si sceglie quasi mai i vicini, ma al signor Les Martin, pensionato australiano che ha scattato la foto che vedete qui sotto, la sorte ha riservato una sorpresa scomoda e piuttosto pericolosa. Secondo gli esperti le immagini non sono state contraffatte. Casi di ragni giganti particolarmente voraci erano già stati osservati in precedenza. Ma la ragnatela intessuta da questo ragno gigante deve essere stata un capolavoro di ingegneria strutturale per resistere ai tentativi del volatile di divincolarsi. Quando l’ingegneria procura da mangiare, capita che anche la catena alimentare possa essere sovvertita.

Cronoclandestino

Posted on Ottobre 25th, 2008 in Connettivismo, Stigmatikos Logos | 12 Comments »

Avanti, Simone, scendi da lì. Per tornare all’ora solare non serve mettere in moto la macchina del tempo.

E Johnny prese il fucile

Posted on Ottobre 25th, 2008 in Proiezioni | 3 Comments »

(Johnny Got His Gun, USA 1971, b/n e col., 106’)
Regia: Dalton Trumbo
Con: Timothy Bottoms, Donald Sutherland, Jason Robards, Marsha Hunt

Lasciata la famiglia e la fidanzata Kareen nel Colorado, Joe Bonham prende parte ai combattimenti della Guerra Mondiale 1914-18 in terra di Francia, e a 19 anni rimane gravemente ferito Ridotto a una specie di troncone umano per gli interventi chirurgici, privo di arti e impossibilitato a parlare, il giovanotto viene tenuto in vita con una serie di accorgimenti clinici che finiscono per essere la ragione per cui i medici se ne interessano e lo nascondono quasi si trattasse di un segreto militare. Convinti che si tratti di una pura sopravvivenza di tipo “vegetale”, i medici devono ricredersi quando Johnny - che nel frattempo ha preso coscienza del proprio stato, ha ripreso a pensare nonchè a riorganizzare le proprie sensazioni, ha dimostrato di potersi esprimere con l’alfabeto Morse sillabato con movimenti della testa - chiede o la morte o l’esposizione al pubblico in un circo. Allontanata la pietosa infermiera che ha cercato di fermare l’erogazione dell’ossigeno, i medici continuano a tenerlo nascostamente in vita sino a quando Dio vorrà.

Tratto dall’omonimo romanzo dello stesso Dalton Trumbo, vincitore nel 1939 del National Book Award, E Johnny prese il fucile (1971) si guadagnò alla sua uscita il Gran Premio Speciale della Giuria alla 24esima edizione del Festival di Cannes. Approfitto della sua programmazione in Fuori Orario (questa notte, intorno alle 2 e mezza seguendo l’ora solare) per segnalarvelo senza riserve. Si tratta di un capolavoro ineguagliato del genere bellico, poco noto al grande pubblico forse per la figura scomoda del suo autore oppure perché ha il coraggio di mostrare il volto sporco della guerra. Nella pellicola di Trumbo è del tutto assente lo slancio epico che nonostante tutto caratterizza opere pure intrinsecamente antieroiche come Il Cacciatore (1978) o Apocalypse Now (1979-2001) o Platoon (1986) o Full Metal Jacket (1987).  Johnny got his gun porta in scena l’orrore della guerra, quello vero, che riguarda gli uomini e non i principi o i valori, che accomuna i reduci e le vittime.

Manifesto dell’antimilitarismo, trova il coraggio di confrontarsi anche con temi non meno universali come il diritto di scelta, l’eutanasia e il rapporto con la fede. Allucinate sono le seguenze che mostrano Gesù Cristo (interpretato da Donald Sutherland) intrattenersi con Johnny (Timothy Bottoms), incapace malgrado la sua divinità di offrirgli risposte sulla sua sorte o anche solo conforto, e quelle in cui Johnny immagina i possibili impieghi della sua persona nella nuova condizione in cui è stato ridotto. Alternando il b/n del presente (con Johnny intrappolato nella prigionia della totale perdita delle percezioni, isolato dai suoi affetti e dal resto del mondo, almeno finché un’infermiera riesce a instaurare con lui una miracolosa linea di comunicazione) e il colore dei ricordi e delle visioni di Johnny, il film ci regala un punto di vista scomodo, impopolare, sui delicatissimi orizzonti esplorati.

Un’opera sulla pietà, sulle aberrazioni degli uomini, sui soprusi del potere, che è stata giustamente definita “un grido di rabbia”. E che tutti meriterebbero di conoscere.

Un problema di rilevanza

Posted on Ottobre 24th, 2008 in Connettivismo, Fantascienza | 1 Comment »

Qual è la peculiarità della SF? Parliamone, se volete…

Salvataggi a richiesta

Posted on Ottobre 22nd, 2008 in Agitprop, Stigmatikos Logos | 4 Comments »

Lo scorso anno, grosso modo di questi tempi, il signore dei lemming decideva di procedere al salvataggio di un uomo politicamente spacciato, divenuto l’ombra di Sua Emittenza che per 15 anni aveva fatto il bello e il cattivo tempo tra i suoi e fuori (ecco la storia in 4 pillole d’epoca, rappresentative della politica ad assetto variabile tipica della cosiddetta Seconda Repubblica: Fini-Casini, Berlusconi-Fini, Casini-Fini-BerlusconiVeltroni-Belusconi). Non so se qualcuno ricorda le espressioni affrante, la desolazione, i primi segni di cedimento che indicavano un carisma appannato, una figura politica ormai priva di ogni credibilità.

All’epoca il capo-lemming decise che era presto per sbarazzarsi di Sua Emittenza. Sarebbe stato un gioco troppo facile o forse una perdita troppo grande da colmare per il popolo italiano. E così iniziò ad applicare una strategia speculare a quella del Cavaliere, che nel giro di poche battute avrebbe portato all’implosione della sua (sua = del lemming) coalizione. Qualcuno ricorda il fantomatico Vassallum? E gli effetti salutari della politica da salotto?

Oggi Veltroni, dopo avere già salvato Berlusconi, ha deciso che è arrivato il momento di salvare l’Italia. E per questo si appresta a scendere in strada. Se questo mondo fosse un’utopia e non un’ucronia distopica, tutti questi signori del PD per strada ci starebbero già da aprile. A cercarsi un lavoro.

[Nell'immagine l'astronauta Frank Poole alla deriva nello spazio, in 2001: A Space Odyssey.]