Let’s talk about… sex
Posted on Settembre 28th, 2008 in Fantascienza, Letture | 6 Comments »
Leggo sul suo blog che Rudy Rucker è stato recentemente protagonista di un intervento sulle tematiche sessuali affrontate dalla fantascienza nell’arco della sua storia. Nel post, che vi invito a leggere, Rucker fa riferimento a quello che personalmente considero uno dei racconti di fantascienza (e non solo) più belli mai letti. Era da un po’ che covavo il proposito di parlare di racconti, considerato che generalmente l’attenzione cade su testi più corposi.
[Breve digressione: è possibile leggere in giro un mucchio di recensioni di romanzi, ma quanti post vengono dedicati a un racconto? Sembra quasi che, anche in questo caso, le dimensioni siano fondamentali, e occorra così raggiungere un numero critico di battute perché un'opera acquisisca il diritto di venire discussa. Al di sotto di questa soglia, non c'è speranza. Un grosso errore, perché come più volte rilevato da critici più autorevoli di me (Salvatore Proietti ha dedicato una trilogia di articoli alle riviste di fantascienza su Robot, apparsi nei numeri 46, 47 e 48) la fantascienza nasce nel racconto e trova nella dimensione breve la sua maturità. E probabilmente ci sono molti più racconti che romanzi meritevoli di essere conosciuti.]
L’aver letto il commento di un grande scrittore a un racconto storico mi offre lo spunto di mettere finalmente in atto l’idea, almeno come punto di partenza per un tema inedito su queste pagine: la sessualità. Il racconto in questione è firmato da Samuel R. Delany: Aye, and Gomorra (tradotto in Italia su Robot n. 35 da Paolo Busnelli nel 1979, con il titolo Sì, e Gomorra) risale al 1967 e fu originariamente incluso nell’antologia-manifesto della New Wave, uscita proprio quell’anno a cura di Harlan Ellison: Danguerous Visions. Un pugno allo stomaco, come si dice in questi casi e come è spesso leggere Delany, che può essere reperito anche on-line nella versione originale. Il degrado delle città, la vita di strada, il disagio sociale, gli usi collaterali della tecnologia diverranno di lì a 15 anni i punti cardine delle storie cyberpunk, ma sono tutti elementi già perfettamente sviluppati da Delany in questo racconto eccezionale.
La storia si snoda intorno alle figure degli spaziali, giovani i cui corpi sono stati modificati chirurgicamente per poter sopravvivere ai rigori della vita orbitale: selezionati in giovane età, sono stati “neutralizzati” per prevenire gli effetti nocivi delle radiazioni spaziali sui gameti. Gli spaziali presto diventano il fulcro di una sottocultura feticista, nota come “free-fall-sexual-dispacement-complex“, che esprime “il desiderio di qualcosa che non può ricambiare l’attrazione sullo stesso piano”. La vicenda segue - spesso secondo moduli avanguardistici - le peripezie di una banda di questi spaziali, su e giù per il pozzo gravitazionale (potremmo dire, parafrasando un celebre titolo di Rucker). Li vediamo in azione a Parigi, quindi a Houston e infine a Istanbul, dove il protagonista vive una toccante notte d’amore (o quasi). Lo svolgimento mette a confronto due tipi di disagio: quello dei frelk, i feticisti che costruiscono le loro fantasie intorno al sogno di innocenza artificiale degli spaziali; e quello proprio degli spaziali, che si ritrovano congelati per sempre in uno stadio pre-puberale, ma si prestano volontariamente - per denaro, per noia o per piacere riflesso - all’appagamento delle fantasie dei frelk. Due forme di solitudine che s’incontrano: quella di chi si crogiola nel piacere distorto che deriva da essa, e quella di chi insegue l’illusione effimera di un’impossibile via di fuga dalla propria condizione.
In Aye, and Gomorra, c’è l’alienazione dei tempi moderni e c’è l’incomunicabilità come costante della nostra società. Siamo di fronte a due mondi che s’incontrano solo per una breve parentesi, e si accontentano della frugalità senza volere approfondire oltre, perché qualsiasi tentativo porterebbe all’emersione di segreti troppo inconfessabili per poter essere sopportati. E c’è anche qualcosa in più, che raramente si è visto nella fantascienza.
“Su un angolo della scrivania c’era una pigna di quelle riviste fotografiche sugli spaziali che si trovano in quasi tutte le edicole del mondo: ho sentito della gente dire seriamente che venivano stampate per ragazzini delle medie con mente avventurosa. Non hanno mai visto quelle danesi! Aveva anche qualcuna di quelle. C’era uno scaffale di libri d’arte. Al di sopra c’era una pila di space opera in pocket da due soldi: Peccato alla Stazione Spaziale N. 12, Il libertino a razzo, Orbita selvaggia.”
L’accenno alla pornografia mi rimanda col pensiero a quel saggio delle psicopatologie contemporanee che è
La Mostra delle Atrocità (The Atrocity Exhibition, 1969-90) di James G. Ballard, altro new waver di spicco, non a caso anche lui molto apprezzato al di fuori dei confini del genere (forse ancor più che dagli appassionati di fantascienza tout-court), tutto incentrato sull’esplorazione delle “radici non sessuali della sessualità“. E da Ballard a William Burroughs il salto è breve: l’immaginario del profeta beatnik è tutto modulato su ossessioni di natura sessuale, che sfociano in visioni di contagi venerei usati come armi di controllo di massa.
La crisi dell’identità e il tentativo di ridefinire la propria personalità agendo sui confini della propria sfera sessuale mi riportano invece alla mente uno dei più bei racconti italiani di questi anni, Confini di Fabio Nardini (2004), apparso su Robot n. 43 e poi incluso nella raccolta Quantica (che ho recensito per Fantascienza.com). Negli ultimi anni si è comunque assistito a un’impennata delle storie sintonizzate su queste frequenze. Meritano senz’altro di essere ricordati altri due racconti usciti sulle pagine di Robot: Brevi incontri di Vittorio Catani (2003), apparso prima su Robot n. 41 e poi incluso ne L’essenza del futuro, su complessi rituali metropolitani che hanno i loro codici a disciplinare le relazioni sessuali; e Scream Angel di Douglas Smith (idem, 2003) sul numero 46, sullo sfruttamento e lo sterminio delle culture aliene operato da un sistema militare del futuro, con una storia d’amore tra l’uomo e l’aliena che potrebbe ricordare il classico Gli amanti di Siddo di Philip J. Farmer (The Lovers, 1961, in qualche misura legato al precedente Gli anni del Precursore [A Woman a Day] del 1960, che mette in scena un regime sessuofobico e oppressivo). Tematica, questa, ripresa anche da M. John Harrison nel suo splendido Luce dell’universo (Light, 2002), dove il povero alieno Tig Vesicle non riesce a tenere lontana la moglie dalle tentazioni sessuali degli uomini nella cupa New Venusport.
Venendo quindi ai romanzi, credo che non si possa prescindere per questa materia dal lavoro di K.W. Jeter, e in particolare da quelli che sono i suoi romanzi più importanti: Dr. Adder, violentissima storia del 1984 sulla guerra tra liberazione sessuale e repressione religiosa combattuta sui campi di battaglia congiunti di una Los Angeles del prossimo futuro e della psicologia dei suoi stessi abitanti; e Noir (1998), cupa detective story ambientata nel futuro devastato del Dr. Adder, tra baby-prostitute e - anche qui - contagi venerei orchestrati dalle onnipotenti megacorporazioni. E visioni altrettanto inquietanti ci giungono dal Bruce Sterling de La Matrice Spezzata (Schismatrix, 1982), dove la specie aliena degli Investitori insegna agli umani qualche preoccupante perversione correlata ai meccanismi della riproduzione e una stazione spaziale postumana raccoglie il seme delle polluzioni notturne dei suoi ospiti per sintetizzare un pool genetico più promettente.
A metà strada tra il racconto e il romanzo si situa la novella di Greg Egan Oceanic (1999), su cui ci siamo già soffermati su questo stesso blog. La possibilità di “scambiarsi” il sesso durante il rapporto non era forse stata ancora prefigurata, né dalla fantascienza né tantomeno altrove. Ci pensa questa storia sospesa tra trascendenza ed esobiologia a colmare il vuoto. E, a questo punto, credo che ce ne sia davvero per tutti i gusti.



E’ arrivato nelle settimane scorse il
Bassitalia).
Meritano una menzione d’onore gli italiani che ieri erano a Castel Volturno per commemorare la
L’altra sera, alla vigilia delle celebrazioni per il santo patrono della città più bistrattata al mondo, negli stessi minuti in cui il Napoli tornava in Europa dopo oltre un decennio di purgatorio, 25 km a nord-ovest del San Paolo una pioggia di piombo si abbatteva su sette extra-comunitari, davanti alla sartoria “Ob Ob exotic fashions” di Castel Volturno, al civico 1083 della statale Domitiana. 84 bossoli sono stati ritrovati sulla scena del crimine, e i corpi immersi in un lago di sangue. Una mattanza. La contrapposizione tra la festa della città e la violenza brutale dimostrata dai sicari è stridente.
avesse nessuno in zona a rendere conto della strage e per questo in redazione si siano affidati ai dispacci delle agenzie stampa. Come è interessante notare dagli
La sartoria sarebbe così al centro di un “traffico di stupefacenti” (dal pezzo del 19/9), che giustificherebbe pertanto la relazione tra i due diversi agguati. Il 19/9 c’era stato senz’altro il tempo di effettuare i rilievi del caso sulle scene del crimine, come dimostrano i sigilli affissi dai magistrati sulla saracinesca sbarrata della “Ob Ob exotic fashions” mostrata in TV, e se l’ipotesi del traffico di droga fosse stata avvalorata dal riscontro delle perquisizioni, la ricostruzione operata dai giornali avrebbe avuto senza dubbio un altro senso. Invece non mi risulta ancora niente in questa direzione.
protesta degli extracomunitari della Piana del Volturno, umiliati dal caporalato e dagli abusi, stretti tra i due fuochi della mafia nigeriana (che magari starà anche cavalcando l’onda della protesta, questo paese dopotutto ha una lunga tradizione di infiltrazioni volte a pilotare i movimenti di massa) e dei signori di Gomorra. Il commento più arguto su quanto è successo e sta succedendo arriva ancora una volta da Giuseppe D’Avanzo, uno dei rari nomi capaci di nobilitare l’informazione qui da noi. Su Repubblica.it è uscito oggi il suo commento
Scrive Imarisio nel pezzo citato: “La città conta ufficialmente 21 mila abitanti, ma accanto ad essi è come se fosse sorta una città gemella popolata solo da clandestini. Lo dice chiaro l’ammontare pro capite della tassa sui rifiuti. Il Comune paga esattamente il doppio di quello che dovrebbe produrre in base ai residenti registrati all’anagrafe. Ma Castelvolturno è soprattutto la città dei Casalesi. Il posto che contiene gli investimenti immobiliari a cinque stelle e i tuguri dei disperati nei quali pescare reclute a basso costo, i grandi progetti e i boschi dove si nascondono gli eroinomani da rifornire con la dose quotidiana. L’Alfa e l’Omega del loro atlante criminale, dentro al quale adesso si agita una scheggia impazzita. Un piccolo gruppo di camorristi giovani e imbottiti di cocaina, stanchi del limbo nel quale il clan dei Bidognetti è stato costretto da arresti e condanne, che ha deciso di rinegoziare ogni alleanza, e di alzare il prezzo con gli stranieri, per rivendicare il primato della camorra. Negli ultimi dieci mesi hanno firmato 16 omicidi. All’inizio erano 4-5 elementi, adesso sono già una dozzina. La violenza paga, fa proseliti. In questa Babele, è l’unico linguaggio riconosciuto“.
mette in scena una ricostruzione d’epoca straordinaria, per niente edulcorata e anzi addirittura sporca nella raffigurazione delle affollate strade dei bassifondi di Hong Kong e di Shanghai, intrise di sudore e miseria, denotando una cura del particolare capace di surclassare in realismo le patinate produzioni hollywoodiane. Purtroppo il gusto quasi maniacale di riproporre dettagli, abitudini e convenzioni borghesi nella Cina occupata della Seconda Guerra Mondiale, benché regali una percezione vivida e a tutto tondo di quei giorni di disperazione, terrore e decadenza, finisce anche per determinare una dilatazione dei tempi che mette a dura prova l’attenzione dello spettatore. La storia, che dopo la conquista del Leone d’Oro ha goduto di una esposizione pressoché globale, è quella di Wong Jiazhi, una giovane spia arruolata dalla Resistenza per sedurre un funzionario della polizia (Tony Leung Chiu Wai, già attore feticcio dell’intramontabile Wong Kar-Wai, premiato a Cannes nel 1999 per In the Mood For Love, ma di questa splendida accoppiata vi consiglio di recuperare anche Hong Kong Express e il semi-fantascientifico 2046), collaborazionista dei giapponesi, in modo da aggirarne il cordone di sicurezza e attirarlo in una trappola mortale. A reclutarla è una cellula rivoluzionaria nata in seno a una piccola compagnia teatrale per iniziativa di un gruppo di sprovveduti studenti universitari. Wong Jiazhi (o Chia Chi, a seconda delle grafie), che per la guerra ha sofferto l’abbandono del padre e vive in condizioni di disperata povertà, si lascia affascinare dal capocomico. E questo è l’inizio della sua rovina, perché niente andrà secondo i loro piani.
Ma il frontman dei liberal chic nostrani ha bypassato il problema con una di quelle geniali manovre a sorpresa di cui è costellata la sua carriera (ricordate la






