L’ultimo post di Davide Mana pubblicato sul suo Strategie Evolutive e l’interessante dibattito che ne sta scaturendo in sede di commenti mi offrono lo spunto per dedicare questo op-ed agostano al fenomeno del momento (almeno nel campo della narrativa applicata alla rete): i booktrailer.

I booktrailer, come saprete, rappresentano una strategia di promozione di un prodotto letterario, una delle molteplici, del tutto inaspettate, risorse messe a disposizione degli utenti del web dalla sua incarnazione 2.0. Il circuito è esploso grazie all’affermazione di piattaforme per la condivisione di video, come YouTube, MySpace, Spike, per citare solo le più rinomate. Una delle serendipità della nuova frontiera elettronica, insomma. Prima chi avrebbe mai pensato di poter sponsorizzare un libro attraverso il linguaggio del cinema? Adesso, invece, si assiste a una mobilitazione in massa, specialmente da parte degli scrittori esordienti o emergenti risoluti a sfruttare ogni possibilità di promozione del loro lavoro. Democraticamente, il fronte digitale del web 2.0 offre loro, oltre ai mezzi tradizionali, anche questo ulteriore sbocco. Convincersi però di potere così competere alla pari con le grandi case editrici, a prescindere dall’impegno di risorse (non solo economiche, ma anche creative, intendendo con ciò la dimestichezza con il mezzo), potrebbe facilmente indurre a commettere passi falsi.

Di booktrailer è possibile ormai trovarne on-line in quantità industriali. Dai prodotti fatti in casa alle produzioni esteticamente più compiute, la qualità ovviamente rispetta la scala dell’investimento economico. Non che per tirare fuori qualcosa di decente sia fondamentale disporre di un budget da 2.000 euro da affidare alla casa di produzione specializzata nel settore, ma spesso le autoproduzioni tradiscono tutte le pecche che in genere affliggono una prima esperienza: cattiva gestione narrativa, ingenuità varie, dilatazione dei tempi, ricorso a materiale di terzi magari protetto da copyright. Fare un booktrailer non è come montare il video di Natale, non fosse altro perché il suo obiettivo è aiutare a vendere - o, almeno, invogliare a leggere - un libro.

Se le case editrici più grandi e le più lungimiranti possono permettersi o azzardare l’investimento di cui sopra (la cifra non è casuale, tiene conto del costo di una troupe di 2-4 persone tra regista, sceneggiatore e attori), rivolgendosi a dei professionisti del campo, spesso l’equivoco di fondo di questi tempi virtuali (ovvero che l’accessibilità a un linguaggio o a uno strumento implichi per magia la piena padronanza degli stessi) spinge gli autori stessi a improvvisarsi filmaker, per sopperire alla mancanza di fondi. A fronte di una ricaduta ancora incerta (nessuno sa quanto un booktrailer aiuti le vendite di un libro, anche perché non è affatto improbabile finire oscurati nell’eccedenza di offerta che è possibile riscontrare ovunque), è anche comprensibile una certa prudenza da parte dei piccoli editori, per i quali un investimento promozionale di questo tipo equivale a un costo da 3 a 10 volte superiore a quello di una tiratura media. Ciò spinge molti autori a provvedere in proprio. Il dubbio è che sia molto più facile rischiare di perdere 100 potenziali lettori che riuscire ad accattivarsene 10.

Comunque, il circuito è in crescita e il giro dei booktrailer, almeno per il momento, sembra fortunatamente lontano da battute di arresto. Dall’esperienza degli addetti ai lavori e dalla visione dei prodotti in circolazione, possiamo ricavare alcune utili lezioni.

1. Durata. La lunghezza del booktrailer non segue una regola, ma bisogna sempre ricordare qual è il suo scopo: alimentare la curiosità dello spettatore e trasformarlo in lettore. La persistenza dell’attenzione è molto volubile, specie in rete. Riuscire a concentrare tra 30 secondi e 2 minuti quello che si ha da dire moltiplica le possibilità che il messaggio arrivi poi al destinatario.

2. Idea di base. Il booktrailer non può prescindere da una forte idea di fondo. Come per ogni forma di narrazione un ruolo cruciale è giocato dalla creatività. A seconda della disponibilità di mezzi si può decidere di giocare con l’illustrazione di copertina, mettere insieme un montaggio di fotogrammi fissi, o impiegare degli attori per girare vere e proprie scene. Anche in assenza di un’immediatezza del messaggio, l’importante è guadagnarsi la curiosità di chi sta visionando il filmato. Risulta quindi decisivo il potenziale d’impatto.

3. Esecuzione. Due correnti di pensiero sono emerse tra gli operatori del settore. C’è chi ritiene che il booktrailer deve conservare una stretta attinenza con il libro che promuove, e chi invece considera ugualmente efficace un lavoro slegato dall’oggetto del libro o comunque ad esso solo vagamente correlato. In ogni caso, l’importante è colpire l’attenzione del navigatore.

Ecco, ho buttato giù queste righe per lo più come pro-memoria per il futuro. L’anno scorso, proprio di questi tempi, accarezzavo l’idea di impegnarmi per un booktrailer dell’allora imminente Sezione π². Poi il proposito sfumò, ma non è ancora detta l’ultima parola. A settembre intanto dovremmo riuscire a mettere on-line l’e-book del romanzo e, in prospettiva futura, cose interessanti potrebbero seguire sul medio periodo.

Per il momento, vi lascio con due esempi rappresentativi, scelti tra i booktrailer più belli e interessanti in circolazione al momento. Incandescence promuove il nuovo libro di Greg Egan, uscito lo scorso maggio, ed è un lavoro dignitoso fatto in casa, capace di catturare il lettore con un un investimento presumibilmente minimo (esiste anche un secondo trailer, a mio parere però meno efficace). Baciami, Giuda è invece dedicato al libro omonimo di Will Christopher Baer, pubblicato nella rimpianta collana Marsilio Black. E’ un lavoro professionale e, a oggi, il booktrailer più riuscito in cui mi sia imbattuto.

Buona visione! Buone letture!

I video contenuti in questo articolo sono stati rimossi in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per l’inconveniente, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi.