Is it O.K. to be a Luddite?
Posted on Luglio 31st, 2008 in Connettivismo, Psicogrammi | No Comments »
[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 07/07/2007. Alla luce della discussione lanciata da Alberto Priora su Orfani della connessione e la sua presunta ascendenza luddista, questo articolo assume una nuova valenza.]
Nel suo saggio del 1984 (una delle rarissime incursioni critiche della sua produzione) Thomas Pynchon affronta col suo fare scanzonato e provocatorio il tema dello sviluppo tecnologico e la sua intersezione con l’immaginario, la cultura popolare e la società, dalla Rivoluzione Industriale in poi. I Luddisti, non credo ci sia bisogno di ricordarlo, furono agitatori che emersero in massa nell’Inghilterra di inizio Ottocento. Il loro nome deriva da Ned Ludd, che si dice fu il primo a scagliarsi contro una macchina tessile per protesta, riducendola in rottami (l’episodio viene datato in genere al 1779, sebbene non esistano prove sull’effettiva esistenza del personaggio, che molti ritengono di pura invenzione). Quello che in genere i libri di storia trascurano di dire è che i Luddisti non erano quella manica di reazionari primitivisti che potrebbero sembrare a ridurre la loro storia in due parole.
I Luddisti furono i primi a sollevare questioni che sarebbero poi diventati i cavalli di battaglia del primo movimento sindacale (adeguamento salariale, lavoro femminile, sfruttamento dei minori e le condizioni lavorative nelle fabbriche furono argomenti centrali nell’azione delle Trade Unions). E furono combattuti come nemici della patria, con condanne severissime che andavano dalla pena capitale alla deportazione in Australia. Tra i pochissimi personaggi politici che ne sostennero le ragioni si può però annoverare una figura d’eccezione del calibro di Lord Byron. A dimostrazione di quanto complesse fossero in realtà le basi e la causa del movimento luddista. Per una discussione letteraria dell’argomento rimando obbligatoriamente a La macchina della realtà di William Gibson e Bruce Sterling, a cui ho accennato poco tempo fa.
Nel suo articolo Pynchon parte dalla frattura tra cultura umanistica e scientifica che caratterizza la storia dell’Occidente secondo la nota distinzione tracciata da C.P. Snow nel suo The Two Cultures and the Scientific Revolution (1959), per approdare a un discorso che abbraccia la nostra civiltà su un arco di due secoli, dai primi vagiti del Romanticismo alla letteratura di fantascienza, vista come ultimo rifugio degli scrittori e dei visionari durante la decadenza del mainstream determinata dalla Guerra Fredda e dalla repressione maccartista, ma anche come ideale punto di contatto tra le due tradizioni.
Domandarsi oggi se abbia senso essere un Luddista non ha molto più senso di quanto ne avesse nel 1984, quando Pynchon redigeva il suo articolo, all’alba della Rivoluzione Digitale. Il progresso è indispensabile, ma non possiamo limitarci a subirne le ricadute. Il timone dello sviluppo deve restare sempre nelle mani salde del navigatore (kybernetis) uomo. Ma è davvero sorprendente notare come il concetto di “Singolarità Tecnologica” fosse stato intuito dal Nostro già dieci anni prima della sua piena elaborazione.
If our world survives, the next great challenge to watch out for will come — you heard it here first — when the curves of research and development in artificial intelligence, molecular biology and robotics all converge. Oboy. It will be amazing and unpredictable, and even the biggest of brass, let us devoutly hope, are going to be caught flat-footed. It is certainly something for all good Luddites to look forward to if, God willing, we should live so long. Meantime, as Americans, we can take comfort, however minimal and cold, from Lord Byron’s mischievously improvised song, in which he, like other observers of the time, saw clear identification between the first Luddites and our own revolutionary origins. It begins:
As the Liberty lads o’er the sea
Bought their freedom, and cheaply, with blood,
So we, boys, we
Will die fighting, or live free,
And down with all kings but King Ludd!




Credo che lo spettacolo che ci si è presentato davanti domenica sera (al vostro affezionatissimo e al 
Mario Schifano, della cui opera I Futuristi mi sono appropriato come logo per la banda connettivista (come si può vedere dalla colonna qui accanto), è stato uno dei protagonisti più carismatici e innovativi dell’arte italiana del secondo Novecento. Le sue composizioni manifestano spesso tributi alla metafisica di De Chirico e al futurismo di Balla, il cui insegnamento viene reinterpretato in una tensione continua e coerente di ricerca e sperimentazione (si veda la testimonianza di 



Una delle aspirazioni più saldamente radicate nell’animo umano è il desiderio di immortalità, che si estrinseca a diversi livelli dall’istinto biologico della procreazione “pilotato” dal software genetico (e non c’è bisogno che ricordi che in greco antico “timoniere” era kybernetikos), all’ossessione culturale per l’eternità che guida le civiltà occidentali (o più in generale, andando a ritroso, mediterranee), dalle dinastie faraoniche all’odierna civiltà dell’immagine, in una dinamo a ciclo continuo che ha caricato le batterie del sogno attraverso i secoli, attraverso il duro lavoro di uomini di cultura (come Dante e il dolce stil novo, finalizzato a regalare l’eternità alla donna bramata dal poeta, oppure i Romantici che recuperano il potere della poesia come strumento per appagare il loro anelito all’infinito) e di stato. Meno vincolate a questa logica appaiono alcune tradizioni non esclusivamente orientali: gli Etruschi, per dire, non usavano il marmo per le loro costruzioni (non solo funebri) perché la sua durevolezza mal si adattava alla caducità di tutte le cose, e non a caso di tutte le antiche civiltà dell’Europa occidentale gli Etruschi restano la più oscura, quasi avessero cercato di portare nelle loro tombe ogni traccia del loro passaggio. Inutile richiamare poi il concetto del Nirvana, proprio dell’Induismo per cui indica un’assenza di stimoli che mantengano in vita il desiderio, ma ripreso dal Buddhismo che ne fa un fine ideale, la liberazione dal dolore, il naufragio nel non-essere: un’eterna sospensione nell’






