Fanteria dello Spazio: in difesa di Heinlein
Posted on Maggio 31st, 2008 in Fantascienza, Letture |
Ieri Fantascienza.com ha pubblicato questa bella e come di consueto informatissima recensione di Gianpaolo Rai. Oggetto della disamina è forse il romanzo di fantascienza più controverso di sempre: già noto agli appassionati con il titolo di Fanteria dello Spazio, a questo giro della ruota l’editore ha preferito optare per il titolo originale, contando sulla forza di richiamo dell’omonima trasposizione cinematografica curata da Paul Verhoeven nel 1997.
Si tratta della nona edizione italiana del romanzo. A quanto è dato capire, fin dalla sua prima pubblicazione uranica (correva l’anno 1962…), Fanteria dello Spazio ha alimentato le discussioni degli appassionati. Solo da quando esistono i gruppi di discussione e i forum, in almeno 3 occasioni mi ci sono ritrovato io stesso coinvolto, a dimostrazione di quanto potente sia la sua facoltà di attizzare gli animi, ancora oggi a distanza di 49 anni dalla sua stesura. Questo è forse il titolo su cui vengono formulate con maggior tenacia le accuse di ideologia militarista e destrorsa al suo autore. Dal canto mio, posso impostare la mia difesa di Heinlein (che di sicuro tutto era fuorché un progressista) su una duplice linea di argomentazioni:
- Virtus, ovvero responsabilità civile (più che militare). Il mondo che Heinlein mette in scena è connotato in maniera decisa e inequivocabile come una società militare. Si tratta di una democrazia rappresentativa, ma all’esercizio del diritto di voto attivo e passivo possono accedere solo i cittadini che abbiano prestato servizio di leva. Solo loro sono i cives della res publica heinleiniana, la Federazione Terrestre. Come si sia arrivati a questo stato delle cose non è poi così importante: Johnny Rico nasce in questa società e l’uscita dall’adolescenza lo pone di fronte al problema di definire il proprio ruolo nel suo contesto sociale. L’arruolamento volontario testimonia di una acquisizione di coscienza e della sua presa di responsabilità, più che di una iniziazione alla vita. In condizioni diverse, Rico avrebbe potuto essere un pioniere coinvolto nello sforzo di conquista della Frontiera, oppure uno scienziato consacrato alla conoscenza. In un mondo in guerra permanente è invece un soldato. Uno stato che non si appella alla leva coatta e non restringe in alcun modo le libertà della popolazione (siano essi cittadini o meno) manca di un particolare caratterizzante delle società autoritarie: l’irregimentazione. Ma allora come si spiega la classe dirigente della Federazione, composta esclusivamente da reduci? Ecco, forse, uno dei paradossi più sottili del romanzo: se Heinlein abbia voluto o meno fustigare i politici del suo tempo, quelli che - per dirla alla Altieri - mandano a morire i giovani del loro paese facendoli pagare per la propria stupidità, è una cosa che mi sarebbe piaciuto chiedergli. Dal canto mio, mi piacerebbe credere che una classe politica di uomini e donne sopravvissuti in prima persona agli orrori della guerra potrebbero non volere altro per la propria gente che la pace.
- Endurance, ovvero volontà di sopravvivenza. La guerra che si trova a combattere l’umanità nel romanzo di Heinlein è una battaglia per il proprio futuro: in discussione è infatti la conquista umana dello spazio, fortemente osteggiata dagli aracnidi e dai loro alleati. La competizione è uno dei processi alla base delle dinamiche naturali. Quando a opporsi non sono due individui, ma due gruppi (due nazioni, due civiltà, due specie) lo sbocco più naturale è il conflitto. Da questo punto di vista il romanzo non è nemmeno troppo idealista, quanto piuttosto realista: le menate sulla volontà di potenza servono solo a mascherare un impulso meccanico e deterministico. Sarebbe legittimo aspettarsi una maggiore razionalità da parte di specie sufficientemente evolute da affacciarsi sulla frontiera galattica, ma il dialogo presuppone uno dei requisiti fondamentali della comunicazione: una base comune di convenzioni su cui intavolare la discussione. E tra uomini e Ragni manca qualsiasi canale di comunicazione. Lo scontro viene quindi spogliato di qualsiasi sovrastruttura ideologica: è un noi contro loro, non per accaparrararsi delle risorse ma solo per difendere un diritto. Il proprio diritto al futuro.
Sul tema della guerra la fantascienza ha prodotto un filone piuttosto ricco di titoli. Degni eredi di Heinlein sono David Gerrold (con la sua saga Guerra contro gli Chtorr), Lucius Shepard (Settore Giada, di cui ultimamente è stato ristampato il racconto ispiratore, Piste di guerra) e, in tempi più recenti, Richard K. Morgan (Angeli Spezzati e il Clarke Award ancora inedito in Italia Thirteen). Ma emblematica è stata la
contrapposizione tra Fanteria dello Spazio e Guerra Eterna: fin dall’uscita di quest’ultimo, nel 1974, la sua chiave antimilitarista e il suo messaggio fortemente pacifista hanno portato Joe Haldeman (reduce del Vietnam) a essere visto come l’anti-Heinlein per eccellenza. In realtà a me sembra che i due romanzi, comunque due pietre miliari nella storia del genere, giochino su due piani diversi. Heinlein si pone su un livello metastorico, portando allo scoperto la forte componente istintiva, animale, ancora insita nel nostro DNA. Haldeman, invece, si concentra sulle contraddizioni degli apparati militari per congegnare quello che in sostanza è un lavoro di denuncia, contro la guerra del Vietnam e contro tutte le guerre. E’ per questo che non ho difficoltà ad amarli entrambi nella stessa misura.
In chiusura, una brevissima nota sul film di Verhoeven. Starship Troopers non è un capolavoro e non tiene certo fede all’ambizione del romanzo di Heinlein, ma non lo ritengo un film sprecato. Grottesco, eccessivo, iperbolico, è insomma puro Verhoeven. Forse avrebbe potuto riuscire meglio evitando le allusioni a un Quarto Reich dello spazio: il suo principale difetto è proprio quello di ricondurre a una prospettiva storica la visione cosmica, universale, che rende unica la Fanteria dello Spazio di Heinlein.









7 Responses
Ringrazio pe rle belle paarole sulla recensione, sono anch’io un veterano delle battaglie su Heinlein e Fanteria dello spazio, e devo dire che una cosa mi ha sempre colpito, l’enorme distanza tra chi sosteneva la tesi di FDS come pamphlet fascistoide e chi riteneva la società prospettata da Heinlein una democrazia, scevra di razzismo e tentazioni autoritarie.
In effetti entrambe le tesi possono portare acqua al loro mulino, i cittadini, civili e non, della Federazione sono sottoposti a pene durissime, spesso corporali, non esiste una grossa abitudine a trasgredire gli ordini, e sin da piccoli si viene indottrinati pesantemente (il corso di storia e filosofia, per dirne una).
Dall’altra parte si può dire che il sistema politico federale è una democrazia rappresentativa con alcuni vincoli per accedere al voto e alla carriera politica, e che comunque esclude per i militari di carriera la possibilità di votare.
Gli aracnidi sono visti come esempio di razzismo, il nemico con il quale non si può discutere, l’orso sovietico e i suoi sudditi proiettati nello spazio, per contro con i Pelleossa ci si trova prima in guerra e poi alleati, i protagonisti della storia vengono da tutto il mondo, e ci sono giapponesi e tedeschi visti in modo positivo (il che non è poco nel dopoguerra), il secondo campo d’addestramento per la fanteria è in Russia.
Insomma un’opera sicuramente non monolitica, l’ideale per discutere, e voi da che parte state?
Carissimo, benvenuto e grazie per esser passato a trovarmi!
Credo che qualsiasi sistema di istruzione sia una forma di indottrinamento che rispecchia il sistema socio-politico nel cui ambito è maturato. La Federazione Terrestre fa scudo, anche culturalmente, contro l’emergenza che assorbe tutti i suoi sforzi. Trovo quindi naturale e perfettamente coerente che all’interno si ritrovi ripiegata su se stessa.
Un libro per certi versi simile e scritto da una prospettiva completamente diversa da quella di Heinlein è Divisione Cassini di Ken MacLeod. In quel caso è la minaccia di una fazione postumana a costringere una civiltà socialista, quasi utopica, a correre ai ripari. E l’esito non è meno militarizzato della FDS…
Da che parte mi schiero quindi? Sempre a sinistra, ma una cena con Heinlein non me la sarei negata
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Dopo la pubblicazione di A noi vivi credo che non sia più possibile parlare di un Heinlein fascistoide, certo l’esercito perfetto che lui immagina resta, appunto, una creazione della fantasia, gli eserciti, anche quando sono di nazioni democratiche, non ci vanno tanto per il sottile, certo nel 1959 Vietnam e My Lai erano di la da venire, per non parlare di Abu Ghraib.
E’ anche vero che le definizioni “destra” e “sinistra” applicate agli USA devono tener conto di una società diversa dalla nostra, per un americano il law enforcement è normale, da noi è visto con sospetto.
Divisione Cassini è in effetti molto simile a FDS, ma la minaccia viene portata a una società che deve difendersi, per cui appare logico che si attrezzi per farlo, la Federazione… anche, a dire il vero, ma la seconda è già pronta a farlo.
Forse è per questo che Mac Leod non è stato tacciato di militarismo.
Ricordo ancora con piacere un’interminabile discussione con il buon sub-dirdir a proposito del romanzo di Heinlein.
Quasi quasi vado a rileggermela!
(se non ricordo male il mio problema fondamentale con Fanteria dello spazio era l’assenza programmatica di qualsiasi posizione di dubbio. Soluzione narrativamente ineccepibile, che rendeva però sterile ogni ipotesi di discussione ideologica del romanzo.)
Ecco qua, ho recuperato il post di partenza, direttamente (o quasi) dal lontano 2004…
Lo sapevo io che tirando fuori la tuta dall’armadio Anacho ci stava mettendo tutti nei guai…
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“Ricordo ancora con piacere un’interminabile discussione con il buon sub-dirdir a proposito del romanzo di Heinlein.”
Vero, mi aveva colpito la tua determinazione nel difendere posizioni evidentemente fallaci, poi è bastato mandarti gli “Assassini di Anacho” per convincerti.