Archive for Maggio, 2008

Fanteria dello Spazio: in difesa di Heinlein

Posted on Maggio 31st, 2008 in Fantascienza, Letture | 7 Comments »

Ieri Fantascienza.com ha pubblicato questa bella e come di consueto informatissima recensione di Gianpaolo Rai. Oggetto della disamina è forse il romanzo di fantascienza più controverso di sempre: già noto agli appassionati con il titolo di Fanteria dello Spazio, a questo giro della ruota l’editore ha preferito optare per il titolo originale, contando sulla forza di richiamo dell’omonima trasposizione cinematografica curata da Paul Verhoeven nel 1997.

Si tratta della nona edizione italiana del romanzo. A quanto è dato capire, fin dalla sua prima pubblicazione uranica (correva l’anno 1962…), Fanteria dello Spazio ha alimentato le discussioni degli appassionati. Solo da quando esistono i gruppi di discussione e i forum, in almeno 3 occasioni mi ci sono ritrovato io stesso coinvolto, a dimostrazione di quanto potente sia la sua facoltà di attizzare gli animi, ancora oggi a distanza di 49 anni dalla sua stesura. Questo è forse il titolo su cui vengono formulate con maggior tenacia le accuse di ideologia militarista e destrorsa al suo autore. Dal canto mio, posso impostare la mia difesa di Heinlein (che di sicuro tutto era fuorché un progressista) su una duplice linea di argomentazioni:

- Virtus, ovvero responsabilità civile (più che militare). Il mondo che Heinlein mette in scena è connotato in maniera decisa e inequivocabile come una società militare. Si tratta di una democrazia rappresentativa, ma all’esercizio del diritto di voto attivo e passivo possono accedere solo i cittadini che abbiano prestato servizio di leva. Solo loro sono i cives della res publica heinleiniana, la Federazione Terrestre. Come si sia arrivati a questo stato delle cose non è poi così importante: Johnny Rico nasce in questa società e l’uscita dall’adolescenza lo pone di fronte al problema di definire il proprio ruolo nel suo contesto sociale. L’arruolamento volontario testimonia di una acquisizione di coscienza e della sua presa di responsabilità, più che di una iniziazione alla vita. In condizioni diverse, Rico avrebbe potuto essere un pioniere coinvolto nello sforzo di conquista della Frontiera, oppure uno scienziato consacrato alla conoscenza. In un mondo in guerra permanente è invece un soldato. Uno stato che non si appella alla leva coatta e non restringe in alcun modo le libertà della popolazione (siano essi cittadini o meno) manca di un particolare caratterizzante delle società autoritarie: l’irregimentazione. Ma allora come si spiega la classe dirigente della Federazione, composta esclusivamente da reduci? Ecco, forse, uno dei paradossi più sottili del romanzo: se Heinlein abbia voluto o meno fustigare i politici del suo tempo, quelli che - per dirla alla Altieri - mandano a morire i giovani del loro paese facendoli pagare per la propria stupidità, è una cosa che mi sarebbe piaciuto chiedergli. Dal canto mio, mi piacerebbe credere che una classe politica di uomini e donne sopravvissuti in prima persona agli orrori della guerra potrebbero non volere altro per la propria gente che la pace.

- Endurance, ovvero volontà di sopravvivenza. La guerra che si trova a combattere l’umanità nel romanzo di Heinlein è una battaglia per il proprio futuro: in discussione è infatti la conquista umana dello spazio, fortemente osteggiata dagli aracnidi e dai loro alleati. La competizione è uno dei processi alla base delle dinamiche naturali. Quando a opporsi non sono due individui, ma due gruppi (due nazioni, due civiltà, due specie) lo sbocco più naturale è il conflitto. Da questo punto di vista il romanzo non è nemmeno troppo idealista, quanto piuttosto realista: le menate sulla volontà di potenza servono solo a mascherare un impulso meccanico e deterministico. Sarebbe legittimo aspettarsi una maggiore razionalità da parte di specie sufficientemente evolute da affacciarsi sulla frontiera galattica, ma il dialogo presuppone uno dei requisiti fondamentali della comunicazione: una base comune di convenzioni su cui intavolare la discussione. E tra uomini e Ragni manca qualsiasi canale di comunicazione. Lo scontro viene quindi spogliato di qualsiasi sovrastruttura ideologica: è un noi contro loro, non per accaparrararsi delle risorse ma solo per difendere un diritto. Il proprio diritto al futuro.

Sul tema della guerra la fantascienza ha prodotto un filone piuttosto ricco di titoli. Degni eredi di Heinlein sono David Gerrold (con la sua saga Guerra contro gli Chtorr), Lucius Shepard (Settore Giada, di cui ultimamente è stato ristampato il racconto ispiratore, Piste di guerra) e, in tempi più recenti, Richard K. Morgan (Angeli Spezzati e il Clarke Award ancora inedito in Italia Thirteen). Ma emblematica è stata la contrapposizione tra Fanteria dello Spazio e Guerra Eterna: fin dall’uscita di quest’ultimo, nel 1974, la sua chiave antimilitarista e il suo messaggio fortemente pacifista hanno portato Joe Haldeman (reduce del Vietnam) a essere visto come l’anti-Heinlein per eccellenza. In realtà a me sembra che i due romanzi, comunque due pietre miliari nella storia del genere, giochino su due piani diversi. Heinlein si pone su un livello metastorico, portando allo scoperto la forte componente istintiva, animale, ancora insita nel nostro DNA. Haldeman, invece, si concentra sulle contraddizioni degli apparati militari per congegnare quello che in sostanza è un lavoro di denuncia, contro la guerra del Vietnam e contro tutte le guerre. E’ per questo che non ho difficoltà ad amarli entrambi nella stessa misura.

In chiusura, una brevissima nota sul film di Verhoeven. Starship Troopers non è un capolavoro e non tiene certo fede all’ambizione del romanzo di Heinlein, ma non lo ritengo un film sprecato. Grottesco, eccessivo, iperbolico, è insomma puro Verhoeven. Forse avrebbe potuto riuscire meglio evitando le allusioni a un Quarto Reich dello spazio: il suo principale difetto è proprio quello di ricondurre a una prospettiva storica la visione cosmica, universale, che rende unica la Fanteria dello Spazio di Heinlein.

Appunti sul futuro di una terra marginale

Posted on Maggio 31st, 2008 in Accelerazionismo, Agitprop, Futuro, Kipple | 2 Comments »

Il futuro è il territorio delle potenzialità e le possibilità che potrebbero diventare realtà domani sono i sogni di oggi. Nelle settimane scorse non mi sono risparmiato, parlando della mia terra e del suo presente, e quello che ne è venuto fuori è uno scenario senz’altro desolante, che offre ben pochi spiragli di miglioramento ora che il Governo ha deciso di fronteggiare la crisi che paralizza tutta la Campania facendo valere “la forza dello Stato”. La paventata svolta autoritaria delle istituzioni per ora ha sortito un unico effetto: inasprire l’opposizione e la resistenza dei territori interessati dal piano governativo. Quello che non mi convince di alcune strategie emergenti dal tessuto, per altro magmatico, del movimento di opposizione alle discariche è una certa mitizzazione del proprio territorio.

Ne parlavo appena un mesetto fa sul vecchio blog. L’Alta Irpinia, che dei territori interessati è quello che conosco senz’altro meglio, è tutto fuorché un piccolo mondo antico da conservare intatto nella sua situazione attuale. L’Irpinia orientale, con le sue propaggini, solo erroneamente può essere identificata con la zona orientale della provincia di Avellino: raccoglie invece nel suo bacino comuni dalle limitrofe province di Foggia, Potenza e Salerno, ed è una rete - a maglie molto larghe - di comunità che quotidianamente si scambiano braccia e teste. La localizzazione degli istituti scolastici, delle aree industriali, delle zone commerciali, solo in parte coincide con i confini amministrativi ereditati dalla Prefettura. Non è una situazione anomala, questa, ma la accomuna a un po’ tutte le terre di confine in Italia.

Una trentina di comuni, nessuno dei quali con più di 8000 abitanti. Una densità demografica media di poco più di 50 abitanti per chilometro quadrato. 1500 kmq di boschi, altopiani e acque, che dai 500 metri della valle dell’Ofanto si inerpicano fino ai 1809 metri della vetta del Cervialto. Qui è dove la terra ha tremato il 23 novembre del 1980, lasciando ferite visibili ancora oggi. E questa è la terra del saldo demografico in netto passivo, di migliaia di emigranti partiti per il Nord, per l’Europa o per le Americhe, e mai tornati. Preservarla nel suo stato attuale significherebbe abbandonarla a se stessa, condannando il territorio e la sua gente a una lenta morte. Vogliamo contare i giovani che sono partiti per le università del Centro e del Nord che non faranno mai ritorno?

Emblematica dell’Irpinia è la sua ferrovia: la linea Avellino-Rocchetta. Una delle più antiche d’Italia, datata 1895. 119 km di serpentina lungo la valle dell’Ofanto, percorsi in 2h 23min (lo stesso tempo necessario per coprire i 258 km che separano Salerno da Roma, dati Trenitalia). 119 km, di cui 75 tra queste terre: da Montella a Rocchetta, 18 stazioni servite da un treno al giorno in ciascuna direzione. Una linea morta, o meglio suicidata, come testimoniano gli edifici abbandonati presso la stazione di Conza-Andretta-Cairano, concepita come scalo merci nel corso della ricostruzione post-Terremoto e mai aperta al traffico. Una cattedrale nel deserto, come tante altre da queste parti. Il movimento passeggeri è pressoché inesistente, a causa della collocazione delle corse praticamente inutile a sostenere o agevolare il pendolarismo su rotaia. Il treno da Avellino parte alle 6:40 per arrivare a Rocchetta alle 9:14, il treno di ritorno parte alle 9:25 per arrivare ad Avellino alle 11:53. Altre 4 corse collegano Lioni con Avellino, lasciando di fatto scoperti i restanti 55 km della tratta. La distanza media degli scali dai centri abitati di riferimento si aggira sui 5-10 km, i casi delle stazioni in paese sono episodi rarissimi, fortunati, forse fortuiti. Tutto il movimento della zona si ritrova così a essere scaricato sull’asfalto, su stradine dissestate che confluiscono nell’unica arteria stradale degna di questo nome, la Statale Ofantina Bis (SS 400), teatro in tutte le stagioni di incidenti, spesso disastrosi.

Ma questi 1500 kmq sono stati la culla dell’energia eolica in Italia. A Bisaccia e Andretta, nel 1991, la Regione mise in marcia i primi impianti, e da allora decine di società si sono riversate qui da tutta la penisola. L’Eden del Vento? Non proprio. La rete di trasmissione che serve la zona è ovviamente preistorica e congestionata: i suoi vincoli strutturali, inadeguati a sostenere la volubilità di una fonte non programmabile, rappresentano allo stato attuale il principale limite allo sviluppo ulteriore dell’eolico. In condizioni idonee, i 150 MW di potenza attualmente installata (sufficienti a coprire il fabbisogno di centomila famiglie) potrebbero diventare il nucleo di un distretto energetico basato sull’integrazione con il territorio, fonte di collocamento per la gente del luogo.

Il fotovoltaico potrebbe completare l’indipendenza energetica delle comunità locali. E una rete ferroviaria adeguata, insieme al superamento del digital divide, potrebbe forse risollevare le sorti delle iniziative industriali penalizzate da un posizionamento marginale. Ma al momento sembrano scontrarsi due visioni del domani: la prima vorrebbe fare dell’altopiano del Formicoso una discarica per la città di Napoli e provincia (l’Alta Irpinia è già autonoma nello smaltimento dei propri rifiuti); la seconda sembrerebbe volere opporre alla minaccia commissariale nient’altro che l’immobilismo. Dal canto mio, resto fermo nelle mie convinzioni: tutte le discariche esistenti in Campania dovrebbero offrire la propria disponibilità a smaltire i rifiuti accumulati, mentre in parallelo andrebbe incentivata in tempi rapidissimi la disciplina della raccolta differenziata e del recupero dei materiali. Il futuro non può che viaggiare sulle rotaie dello sviluppo, integrando risorse paesaggistiche, salvaguardia della natura e nuove tecnologie.

Quanto all’Irpinia, mantenere congelata una situazione già ferma a venti anni fa non è una soluzione e non rispecchia il futuro che questa terra meriterebbe.

La terra dei fantasmi

Posted on Maggio 29th, 2008 in Fantascienza, Letture | 14 Comments »

Oggi ho finalmente messo le mani sull’ultimo Gibson. Alla fine il Demiurgo di Segrate ha optato per un titolo più sibillino di quello annunciato in un primo tempo (Il paese delle spie, che già non era il massimo, ma almeno ci poteva stare) e per una copertina che esce decisamente sconfitta dal confronto con le edizioni in lingua inglese (qui come si mostra in USA, e qui come appare in UK). Se non altro, hanno aggiornato le note del risvolto di copertina, dove il Node è tornato a essere tale.

Pur avendo in lettura L’alba del disastro di Charles Stross (ormai alle battute finali), i due anni di spasmodica attesa per questo Spook Country hanno avuto la meglio: non ho resistito alla tentazione e mi sono immerso nel primo capitolo appena tornato a casa.

Prima considerazione: William Gibson non ha perso il tocco. Frasi affilate come coltelli, atmosfere avvolgenti come i ritmi blues del suo Sud. Fin dalle prime righe Guerreros proietta il lettore in un turbine di paranoia e mistero.

Seconda considerazione: ancora una volta una donna alle prese con una tendenza artistica da indagare. Proprio come Marly Krushkhova in Giù nel cyberspazio (1986) e, più tardi, Cayce Pollard nel sorprendente L’accademia dei sogni (2003), Hollis Henry ha un incarico da svolgere per un oscuro committente.

Terza considerazione: già si prospetta un nuovo livello di dettaglio nella trama frattale dei riferimenti che Gibson intesse intorno al lettore. Ancora una volta è l’immaginario a intersecare e compenetrarsi con l’universo narrativo plasmato dalle parole di questo profeta del XXI secolo.

Una telefonata nel cuore della notte e Hollis Henry, appena reclutata come giornalista del “Node”, si avventura in una deriva onirica lungo un Sunset Boulevard spazzato dal vento del deserto. Al termine della notte, in un’esperienza mediata da un’immersione nel virtuale, Hollis si ritrova al cospetto del cadavere di River Phoenix.

Anche i più giovani ricorderanno la figura dell’attore. Una delle ultime vere icone del cinema, prima che il cinema naufragasse sotto le luci della ribalta, River Phoenix ha incarnato forse l’ultimo sussulto del mito che già aveva vibrato in James Dean e in Marlon Brando. Dopo di lui, esiterei ad associare un nome o un volto a una carica iconografica tale da meritare l’inclusione nella mitologia mediatica. Con la parziale eccezione di Vincent Gallo, avrei difficoltà a individuare una figura capace di reggere il confronto nell’industria dello spettacolo attuale. Nato nel 1970, prima di venire fulminato a soli 23 anni da una dose letale di speedball nelle vicinanze del Viper Room, proprio sul Sunset, in circostanze ancora non del tutto chiarite la notte di Halloween del 1993, Phoenix recitò in alcuni ruoli che gli meritarono una popolarità straordinaria: Explorers, Stand by Me, Indiana Jones e l’Ultima Crociata (dove interpretava il giovane Indy), Belli e dannati.

Io lo ricordo per Le ragazze di Jimmy di William Richert (titolo originale: A Night in the Life of Jimmy Reardon, 1988), piccolo ma partecipato affresco di una provincia che forse già all’epoca non esisteva più. Prima di morire, River Phoenix aveva interpretato anche una piccola parte nel film I signori della truffa di P.A. Robinson (Sneakers, 1992), nel ruolo di un hacker.

Per ulteriori connessioni, ci aggiorniamo nei prossimi giorni.

Continuum 2(oo)8

Posted on Maggio 28th, 2008 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, ROSTA | 1 Comment »

E’ uscito il numero 28 di Continuum, la storica webzine di fantascienza curata dall’amico Roberto Furlani. Si tratta del primo numero dell’anno, slittato finora a causa di tutta una serie di ritardi. Poco male, vista la ricchezza del sommario: tra gli altri trovano posto un nuovo racconto di Simone Conti (resoconto di una strana invasione) e un mio vecchio racconto (se la memoria non mi confonde, la mia prima e per ora unica incursione nei territori dell’ucronia). Come rimarca Roberto, sembra quasi che per una volta con Simone abbiamo voluto scambiarci i ruoli…

Quanto alla saggistica, la nona puntata delle Visioni Cyberpunk ci porta in territorio postumano, con una riflessione su Tetsuo, l’uomo di metallo di Shinya Tsukamoto. Se qualcuno noterà una discrepanza tra il tono di questo articolo e quello delle ultime cose che ho scritto, non si preoccupi: il pezzo risale a più di 4 anni fa, quando il progetto della panoramica sul cinema cyberpunk (che va avanti ormai dal numero 19), già concepito per un’altra rivista poi scomparsa, venne rilanciato in blocco grazie al supporto e alla fiducia di Roberto. Spero che se non altro vi appassioni per il suo risvolto vintage.

Più recente è invece il consueto punto della situazione sul panorama fantascientifico internazionale. Questa volta al centro delle mie elucubrazioni è il dilemma integrazione/isolazionismo, tema sviluppato a partire da alcune considerazioni piuttosto provocatorie intorno ad Accelerando (evento editoriale del 2007 per l’appassionato italiano) e integrato con le suggestioni ispirate dall’ultimo romanzo di Greg Egan, Incandescence. A dirla tutta, oltre a un refuso che lascio al lettore il piacere di scovare, anche questo pezzo soffre di un certo ritardo, essendo accadute molte cose tra la stesura e la pubblicazione. Per dirne una, è uscito in Italia l’ultimo William Gibson. Ma ci torneremo presto.

Per il momento, un ringraziamento dovuto al S*ommo.

Com’è che va il mondo

Posted on Maggio 28th, 2008 in Futuro, Kipple, ROSTA | No Comments »

Sarebbe troppo facile assecondare la tentazione di gridare quanto fondati fossero certi sospetti. Mancano le sentenze, ma esiste un procedimento, e per farsi un’idea di cosa si muova sotto la pelle delle istituzioni, in Campania, basta scorrere le intercettazioni parzialmente riportate dal Corriere della Sera. E se i nomi di ieri sono quelli di oggi, il futuro si prospetta sempre più cupo dell’attualità.

Solo di pochi gioni fa era la notizia del sequestro di 2 tir carichi di rifiuti tossici altamente pericolosi destinati a discariche abusive dell’Irpinia Orientale. Traffici illegali e macchinazioni legittimate in questi giorni si confondono. La linea di separazione tra i due domini si fa sempre più fievole. E in gioco è il futuro di una terra, di chi ci vive, di chi ci muore.

Scrutando la Frontiera

Posted on Maggio 27th, 2008 in Agitprop, Connettivismo, ROSTA, Transizioni | 5 Comments »

Il fascino della Frontiera è forte, oggi come in tutti i periodi di transizione. Riprendendo le parole di Marshall McLuhan: “Gli uomini sulle frontiere, siano esse spaziali o temporali, abbandonano le loro vecchie identità. I vicinati danno identità. Le frontiere le strappano via.

La prima cosa che quindi mi ha colpito leggendo il saggio di Wu Ming 1 intitolato New Italian Epic. Memorandum 1993-2008: narrativa, sguardo obliquo, ritorno al futuro, che ha innescato un bel dibattito non solo in rete, è stato il ricorso a immagini e metafore dalla forte carica iconografica, da Jack Beauregard (personificazione stessa della Frontiera e di un ideale passato glorioso) alla splendida ripresa della premessa di 54:

Non c’è nessun «dopoguerra».
Gli stolti chiamavano «pace» il semplice allontanarsi del fronte.
Gli stolti difendevano la pace sostenendo il braccio armato del denaro.
Oltre la prima duna gli scontri proseguivano. Zanne di animali chimerici
affondate nelle carni, il Cielo pieno d’acciaio e fumi, intere culture estirpate dalla
Terra.

Ma l’intervento di Wu Ming 1 intesse un discorso molto più vasto e articolato, elevandosi quasi al rango di una chiamata alle armi. E quello che sorprende, a questo punto, è l’enorme quantità di punti di contatto con il Connettivismo. Meditandoci sopra con il compagno Fernoski, abbiamo prodotto una nostra riflessione sui punti salienti del documento, e non solo. La trovate on-line su Next-Station.org

Adesso, a voi la parola.

 

Nell’era della memoria globale

Posted on Maggio 26th, 2008 in False Memorie, Fantascienza, Futuro, ROSTA | 6 Comments »

Una anticipazione del discorso che William Gibson terrà a Roma domani sera: “Il flusso del silenzio, l’insistenza dell’oblio” (fonte Reuters). Dal Corriere della Sera, 3 estratti illuminanti:

“Il tempo si muove in una direzione, la memoria in un’altra, e noi siamo impegnati a costruire artefatti per contrapporci all’inarrestabile flusso dell’oblio. In realtà, ci contrapponiamo al flusso del silenzio. Erigiamo pietre: le pietre parlano, anche dopo tutti questi secoli. Contro la pressione del silenzio, dell’oblio, contro l’assenza di memoria, schieriamo vari tipi di principi di informazione. I primi elementi di informazione, forse, erano pezzetti di argilla color ocra, il bisonte riprodotto nella risoluzione minima necessaria. La stilizzazione dei graffiti delle caverne non ha perso minimamente la sua efficacia, neanche dopo tutti questi millenni; di quale schermo del mondo odierno potremo dire la stessa cosa nel giro di un decennio?”

[...]

“Che i nostri fratelli ancora più grandi, per il bene della sicurezza nazionale, setaccino mari di dati, ancor più ampi e sempre più trasparenti, può darci fastidio, ma questo è qualcosa con cui aziende e persone hanno già avuto a che fare, e con cui avranno sempre più a che fare. La raccolta e la gestione dell’informazione, a qualsiasi livello, sarà autorizzata in maniera esponenziale dalla natura stessa del sistema, così il sistema sarà globale, transnazionale e, in una versione intrinseca del tutto inedita, non gerarchico. La trasparenza è assenza del silenzio e dell’oblio. Diventa difficile per chiunque, proprio per chiunque, come non lo è mai stato in passato, tenere un segreto [...].

È qualcosa che vorrei sottoporre all’attenzione di ogni uomo di stato, leader politico e dirigente d’azienda: il futuro, alla fine, vi porterà allo scoperto. Non riuscirete a mantenere i vostri segreti. Il futuro, maneggiando strumenti di trasparenza inimmaginabili, l’avrà vinta su di voi. Alla fine, quello che avrete fatto sarà sotto gli occhi di tutti [...].

Un mondo di trasparenza dell’informazione sarà per forza anche un mondo dalla delirante molteplicità di punti di vista, attraversato da una semina di false informazioni, dalla disinformazione, da teorie della cospirazione e da un elevato tasso di pazzia. Potremmo anche essere capaci di vedere più chiaramente cosa sta accadendo, ma questo non significa che ci troveremo anche prontamente d’accordo”.

[...]

“Se volete conoscere un’epoca, studiate i suoi incubi più lucidi. Nello specchio delle nostre paure più oscure, vedremo svelarsi molte cose. Ma non scambiate quegli specchi per mappe del futuro, o anche solo del presente”.

Dove eravamo rimasti

Posted on Maggio 25th, 2008 in Agitprop, Kipple, Sezione π² | 1 Comment »

Fino all’altro giorno l’Irpinia era la terra dei lupi. Adesso sui monti capita di rado di vederne e in genere a parlarne sono voci di seconda mano. In compenso l’Irpinia sta diventando terra del Kipple. Se si presume che uno scrittore di fantascienza debba sapere dar voce al suo tempo, anticipandone le conseguenze future, ammetto di non avere dato prova di adeguata futuribilità: in Sezione π² come sfondo per la piaga del Kipple sono andato a scegliere Napoli, una città che non conosco, quando invece mi sarei potuto soffermare sui miei luoghi per mettere in scena il collasso ambientale che avevo in mente. Da adesso al 2059 molte cose potranno cambiare, ma nonostante i margini di miglioramento non credo che saranno molte le situazioni che si avvieranno verso una soluzione. E con le premesse attuali, le prospettive si fanno ancora più cupe.

La Crisi dei Rifiuti ha messo in ginocchio una regione. Non una regione qualsiasi, ma la seconda regione italiana per peso demografico e una delle più vitali in settori chiave della nostra economia come il turismo e l’industria agro-alimentare. Impossibile quantificare i danni, che sicuramente surclassano le stime peggiori. L’unica cosa che è possibile valutare al momento è il danno d’immagine, per un Paese che ha deciso di passare da vetrina dell’incapacità di gestire l’emergenza (incapacità che non ha risparmiato nessuno, istituzioni locali, regionali e nazionali) a palcoscenico per una prova muscolare del nuovo governo. Che la situazione fosse al collasso era evidente per tutti, meno forse che per le istituzioni stesse. Con la decisione di assicurare la risoluzione della crisi mediante l’intervento delle forze armate si è arrivati all’implicita ammissione delle stesse autorità della loro inadeguatezza a fronteggiare il problema.

La chiusura degli orizzonti è tradita dalla solita megalomania a cui ci hanno abituati i nostri politici. Termovalorizzatori, carcere per i dissidenti, un tripudio di discariche. Passando sul corpo del Paese. Impresa per altro facile, trattandosi di un Paese ormai cadavere, svuotato di ogni coscienza civile e di ogni spirito di umanità. E questo era dove ci eravamo lasciati. Malgrado non sarei stato disposto a riconoscere una briciola di fiducia al nuovo governo uscito dalle urne, la conferma dei timori lascia un senso di amarezza. Un’impressione che si somma all’impotenza, di fronte allo scempio che verrà fatto delle aree prescelte come “siti di interesse strategico nazionale”: invece di appoggiarsi alle discariche già esistenti per tamponare la crisi e procedere parallelamente con un deciso intervento a favore della raccolta differenziata, del recupero dei materiali e del risveglio delle coscienze, si preferisce tirare su 10 nuove discariche e trattare i dissidenti come nemici dello Stato. Come se quanti ci hanno portati a questo terribile empasse ne fossero stati degni custodi…

E questo è il punto da cui partiamo. Nelle settimane scorse ho cercato di spiegare quanto fosse errata la convinzione che un territorio lontano dalla città dovesse per forza essere vuoto e morto, ma che al contrario avesse una sua innocenza da difendere, una integrità da salvaguardare con tutte le forze. Resta la speranza inutile e del tutto fine a se stessa che domani, di fronte al fallimento della strategia imposta ai territori, non sarò il solo a rimpiangere la sacralità perduta di quei luoghi.

 Rovine del borgo di Conza della Campania, distrutto
dal sisma del 1980 (foto di
Angelo Verderosa)

Get to the next screen!

Posted on Maggio 23rd, 2008 in Transizioni | 7 Comments »

Capita a volte di fare delle scelte che non sono vere scelte, che si portano dietro un sacco di complicazioni, che a giochi fatti risaltano più per gli ostacoli superati che per i traguardi veramente raggiunti. Scelte forse anche incomprensibili, ma necessarie per rispondere all’unica cosa che nei momenti di transizione conta davvero: “passare alla prossima schermata”, per dirla con le parole di Takeshi Kovacs.

E allora eccoci qua, dopo quasi 5 anni di linea diretta sul canale causale della fine del mondo. A pensarci bene, con i tempi sempre più veloci che ci troviamo ad attraversare, 5 anni sono un po’ di più di una semplice parentesi, e anche più di una bella stagione. Ma ogni giorno si muore un po’ dentro, e per questo cambiare di tanto in tanto non guasta.

Per questo ho visto fin da subito l’apertura di una nuova piattaforma per blog su Fantascienza.com come un’opportunità. Era un’occasione per chiudere gli occhi e fare quel salto che forse mancava all’Apocalisse. In effetti, lasciarsi dietro 1248 post non è proprio indice di sanità mentale. Confidando di recuperare prima o poi tutto il recuperabile, questa è la mia piccola banca della memoria per chi volesse dilettarsi con qualche arretrato. Spero comunque di incontrare la maggior parte di voi nel futuro, piuttosto che nel passato, non appena avrò superato questa immancabile fase di assestamento.

Sempre che qualcuno non abbia voglia di violare la causalità nel mio cono storico di luce…