Così non si fa

Ieri sera mi sono ritrovata nell’inusuale e scomoda posizione di provare solidarietà per Berlusconi.

Oddio, non è la prima volta che mi dipiace per lui. E’ chiaro che Berlusconi non è un uomo felice e in pace con se stesso. Ma in questo caso, più che pena ho provato un senso di orrore e umana solidarietà che, se da un lato mi rassicura (vuol dire che non sono tutto sommato un mostro), dall’altro è molto sgradevole.

Insomma, non si malmena un essere umano, nemmeno Berlusconi.

Una volta chiarito che l’atto in sè è obbrobrioso (anche se mi pare che il colpevole abbia agito spinto dalla stessa follia che spinge la gente a uccidere i figli perchè posseduti dal demonio o i genitori perchè le voci ti ordinano di farlo), vale anche la pena di dire che è stupido e controproducente.

Volete tirare cose in testa a Berlusconi, tirate scarpe. O meglio, torte.

In effetti abbiamo avuto una animata discussione su Twitter sul tipo di torta da tirare.

Io ho suggerito che se proprio doveva essere una replica del Duomo di Milano, di panna montata.

Amici anglosassoni mi hanno fatto notare che tutte quelle guglie in panna montata, hai voglia, e hanno suggerito la meringa.

Ho fatto notare che la meringa, se ti capita in un occhio, fa male.

Hanno controbattuto con il marzapane. Il mio cuore ha sanguinato all’idea - ehi, il marzapane è prezioso, non si butta via! Patrick ha sentenziato che si fa la guerra con la pasticceria che hai, non con la pasticceria che vorresti avere.

Anna Mazzoldi ha fatto presente che il marzapane in vendita in mattoncini da Tesco può essere sacrificato senza patemi, anche se, dice Roz, il marzapane di Tesco è qualcosa che lei non augurerebbe a nessuno, nemmeno Berlusconi.

Ho anche fatto presente che la cosa ideale sarebbe una sostanza fatta rapprendere in uno stampo a forma di Duomo, e anche se il mio primo suggerimento era molto più scatologico (cosa che presenterebbe certi problemi igenici, comunque, e va quindi scartata), Anna ha immediatamente pensato alla gelatina, e di lì a salutare Berlusconi con il lancio di una serie di repliche in gelatina di famose attrazioni turistiche in varie città…

Come non si reagisce ad una recensione ovvero lo stato delle lettere

Lo ammetto, quando se la prendono con i miei amici tendo a incavolarmi. Però, come da bambina mi incavolavo quando la maestra mi dava un brutto voto ma riconoscevo di essermelo meritato, e come quando mi rifiutano un racconto mi rifugio in un angolo singhiozzando ma comprendo che l’editore ha le sue ragioni, così so bene quando un mio amico viene criticato  a ragione o no.

Fra ieri e oggi dunque ho provato molto personale fastidio per le critiche subite dal mio amico Giorgio, ma non mi sarei mossa a scriverne se non fosse per la forma e il contenuto di queste critiche.

Si da il caso che Giorgio abbia letto Bad Prisma, una antologia di racconti italiani edita da Mondadori. Non gli è piaciuto. Non gli è piaciuto tanto. Giorgio giudica la cura editoriale insufficiente, e ne ritiene responsabile l’editore. Rileva una serie di errori nei racconti, per esempio la comparsa di una t-shirt dell’Uomo Ragno negli anni 40-50, quando tale tipo di indumenti era completamente ignoto in Italia, e per lo più nei dintorni della A23, la cui costruzione è iniziata nel 1966, e così via. Giorgio non fa molti esempi tanto specifici, il che è un peccato perchè io mi ci diverto, ma l’impressione è che non voglia infierire.

Per tutto questo usa un linguaggio deciso: dice che l’antologia, “è indecente (sì sì, ho scritto proprio indecente) soprattutto in quanto prodotto editoriale nel suo complesso”, dice di un racconto in particolare che “solo a ripensarci c’ho i conati”, e finisce dicendo: “Ma lì in Mondadori non avete proprio nessuna vergogna?”

La sostanza della recensione è più composta, ma altrettanto negativa: “Parliamo dei racconti. La qualità generale è davvero bassa.” Giorgio si ferma e parla in modo lusinghiero di due racconti (nei commenti poi ne cita un terzo). Del resto dice: ” ma la maggior parte dei partecipanti si accontenta del compitino più o meno dignitoso, più o meno - solitamente molto meno - originale.”

Mi fermo per notare che anche io a volte ho constatato con tristezza questa caratteristica nei racconti italiani (e non solo, ma ahimè i racconti italiani sono in questo più regolari). Sono compitini, senza guizzi, senza scatti, goffi, a volte puliti ma privi di anima. E molto spesso, troppo spesso, sono rimasticature delle stesse storie, degli stessi temi, delle stesse ossessioni. Ricordo bene il disappunto che prese me e gli altri giudici di un premio letterario quando ci capitò di leggere racconto dopo racconto dopo racconto dopo racconto dopo racconto sulla predazione di organi. Lo scrittore italiano generalmente e’ tecnofobo, quindi La Malvagia Multinazionale Anglosassone è regolarmente impegnata a intrappolare poveri popolani, o ad allevare cloni, o a rapire alieni, per strappargli organi vitali. (Uno degli altri giudici, tanto per dare un’idea completa della situazione, era un signore vivo solo grazie ad un recente trapianto di rene. M’immagino la sua letizia.)

Forse il tema specifico cambia con gli anni, ma quello che sorprende è quanto poco questi scrittori fossero consci della poca originalità della loro idea. In parte questo deriva da uno dei problemi della fantascienza italiana: la mancanza di un gruppo di scrittori che si incontrano e si criticano regolarmente. Nel mio gruppo di scrittura la discussione spesso verte su: “La Le Guin ha scritto un racconto bellissimo su questo tema, l’hai letto?”, “Hai letto Blindsight di Peter Watts? Watts ha dei vampiri completamente fantascientifici, assolutamente niente di soprannaturale, e hanno tutto, bevono sangue, vengono presi dalla convulsioni quando vedono un angolo retto…”, oppure: “Hai letto i racconti della Tiptree? Perchè sono sicuro che ti piacerebbero.”

E dai gruppi di scrittura possiamo passare anche all’altra grande carenza del panorama fantascientifico italiano: la completa mancanza di familiarità con il concetto di critica. Giorgio scrive di un racconto:

Poi c’è il grande nome, ovvero Alan D. Altieri, con un racconto che spacca il culo ai passeri you blooda muthafucka (cioè, ok… era per adeguarmi al suo stile) ma che insomma mi ha lasciato un paio di dubbi: perché i suoi personaggi passano con tanta disinvoltura dall’italiano all’americano? A ’sto punto non era meglio lasciare tutti i dialoghi in lingua?. E poi per quale motivo in un racconto il cui fulcro è il pessimismo apocalittico di una realtà devastata dall’intervento armato dell’uomo si presentano armi e tecnologie belliche con tanto declamatorio entusiasmo? Sono l’unico che avverte una qualche morbosa contraddizione?

Ora questa particolare osservazione non è di per sè molto originale, ma un recensore non è costretto a essere originale, il suo compito è di sollevare domande. E quando una domanda è fondamentale e si ripropone spesso nella letteratura, viene fatta ripetutamente.

Di fatto la contraddizione implicita fra condannare la violenza e gloriarsi nella sua rappresentazione è al centro di almeno un romanzo recente, l’eccellente Black Man di Richard Morgan, in cui una società largamente libera dall’istinto violento prima deve ricrearlo in umani artificiali, poi si trova a emarginarli e a sradicarli, facendo intollerabile violenza nei loro confronti.

La migliore riflessione all’interno di un romanzo di fantascienza che ho trovato al proposito si trova in “L’altro Universo” di Iain M Banks, in cui una delle navi comincia a riflettere sulla tensione fra il suo riconoscere che la violenza è male e la sua funzione di macchina da guerra - e finisce per commettere suicidio, incapace di risolvere il conflitto.

Quindi insomma, la domanda di Giorgio non era peregrina, e magari meritava una risposta.

Invece.

Invece la reazione dei fan dell’autore è questa - e cito così come sono, nella loro interezza, perchè ci si faccia un’idea del tono generale:

Reperto A) “domanda : perchè il terribile recensore, che definisce “indecente” il libro, non si sbatte e scrive LUI una raccolta? Dal tono è evidente che LUI saprebbe farlo…..altro quesito…perchè questo illustre signor nessuno non è nel direttivo di qualche grande azienda editoriale ? E’ altrettanto evidente, sempre dal tono che LUI saprebbe come fare bene le cose…….ma perfavore…”

Reperto B) “In Italia oltre 60 miliono di Commissari Tecnici per la Nazionale di Calcio abbiamo anche mazzetti di editor e scritori nascosti :-)
Mi piacerebbe vedere quali sono i capolavori che legge…”

Reperto C) “Già hai ragione Beppe…..è che un conto è sentire una critica espressa in maniera educata e circostanziata, un altro è vedere qualcuno che evidentemente sfoga le sue frustrazioni prendensela col lavoro degli altri.”

Reperto D) “Recensire in quel modo è fin troppo facile, basta essere sprezzanti e far cadere dall’alto qualche considerazione banale. Per fare un lavoro decente bisogna impegnarsi un minimo, pare sia meno divertente…”

Reperto E) “Sull’argomento mi sono espresso qui, su FB, al telefono, al foro romano, in piazza sotto casa mia.
Mi viene ancora in mente che chi sta tanto attento a studiare il particolare nei lavori degli altri, poi invece utilizza termini grevi con immane leggerezza.
“indecente”
Mi sembra quantomeno gratuito.
E’ ovvio che ci si fa notare di più sparando a zero sul lavoro degli altri.
C’e’ molta gente che si da un tono, facendo il severissimo cassatore e riuscendo sempre a esporre i lati negativi di ogni opera anche quando poi è ritenuta dalla maggioranza diffusamente godibile.”

Reperto F) “mah, non so… ho letto la recensione ma mi sembra che la stessa definizione del recensiore e dei suoi sostenitori come .. alienati… sia sufficiente.
di fatto mi farebbe piacere che tutti quelli che frequentano FB andassero a cercare la nota di marilù oliva su cosa significa scrivere una recensione.
riassumo qui il mio pensiero che è discutibile ma quantomeno professionale.
a mio avviso se un libro non mi piace non ne parlo. lanciarsi in una filippica(tra l’altro scarsamente motivata)come fa Jo Iguana mi sembra tradire soprattutto acredine verso una casa editrice che ha rifiutato di pubblicarti.
secondariamente credo che una recensione sia uno strumento per il lettore in modo che possa capire che, se il suo gusto è in linea con un determinato filone, in quel particolare libro possa trovarci le cose che cerca.
del gusto, della volontà di mettersi in mostra, di farsi un nome alle spalle di chi scrive veramente, devo dire che non mi importa molto. e questo vale anche per i critici “paludati”che da ben altre tribune bocciano o promuovonocon acredine o entusiasmo per motivi non sempre chiari.
e poi, alla fine, io credo che ogni narratore, famoso o meno, bravo o mediocre, sappia dentro di sè se ha partecipato a un’antologia perchè gli faceva comodo piazzare una roba che aveva nel cassetto o se ci ha messo un po’ di cuore. e, quando la polvere si posa, è quello che conta. quello con cui chi scrive ,alla fine, deve farei conti. critiche o elogi a parte.

e adesso che ho fatto il serioso lascio la parola a un amico di poche parole… chi è?

<Immagine di Bud Spencer che tira un pugno>”

Reperto E) “Credo che Bud abbia espresso la summa del pensiero di tutti noi.”

Yep, come dicono qua. Ce dell’altro sul blog di Urania, se siete interessati, ma non cambia di molto, se non che Giorgio risponde.

Ora, prima di tutto quello che mi colpisce è il fatto che in Italia non è facile distinguere fra una critica e un attacco. Tante cose anche della politica italiana si spiegano se si tiene presente questo. Non siamo una società meritocratica, siamo una società che funziona con i rapporti amizicia, lealtà e aiuto reciproco fra persone, e la cosa non è di per sè negativa. Abbiamo famiglia premurose e solidarietà fra amici - d’altra parte, abbiamo anche la raccomandazione e la Mafia.

In una società basata sulla meritocrazia, se il tuo libro ha dei difetti questi vengono sviscerati in pubblico, le orecchie ti bruciano un po’, ma stai zitto e sorridi. Capisci che quello che è stato valutato (a torto o a ragione) è la tua prestazione, non la tua persona. Perchè la tua prestazione è la tua faccia pubblica, quello sulla base di cui vieni promosso, remunerato, rispettato e così via. La tua prestazione non è una qualità personale e non è fissa: puoi migliorare, o peggiorare, e comunque non ha nulla a che fare con la tua vita emotiva e interiore.

In una società basata sui rapporti di amicizia e lealtà reciproca, quello che conta è la tua persona (spesso, il tuo onore), la tua reputazione. Una critica quindi è una ferita alla tua personalità, una offesa personale. Siccome successo e remunerazione (non solo in denaro) dipendono dal fatto che sei rispettato e benvoluto più che dal fatto che sie bravo o no, una critica è una dimostrazione di inimicizia.

Per questo la reazione ad una critica è: ma questo perchè ce l’ha con me?

Altri tipi di reazioni che sono spiegabili in questa luce sono: Ma questo pensa di essere meglio di me? si noti - la critica ad una prestazione è tecnica, ma la critica alla persona è una valutazione, e quindi la critica non viene letta come “pensa che il mio racconto sia indecente”, ma come “Pensa che io sono indecente.” Al che la ritorsione: “indecente sarai tu!”

Un altra caratteristica di questo atteggiamento emerge bene dal Reperto F, il cui autore sostiene che se un libro non piace bisogna tacerne, perchè parlare male di un libro è, nella sua mente, indistiguibile dall’offendere una persona. Allo stesso modo, la critica non è una valutazione dei contenuti, forme, problemi, temi, soluzioni e discorsi che un libro ha o adotta nei confronti di altri libri - è semplicemente una questione di gusti. E’ insomma un fatto emotivo, intimo, personale.

Gli ostacoli posti al riconoscere la funzione di una critica alla prestazione sono tali che dalla confusione dolente nasce, in mancanza di meglio, l’ipotesi di motivi occulti. Se questo critica, deve avere delle ragioni di risentimento. Magari è uno scrittore fallito. Magari l’editore gli ha fatto uno sgarbo. Magari la moglie non gliela da’ (o se donna, avrebbe bisogno di una bella scopata) - quest’ultima ipotesi soprattuto ventilata in privato ma mai troppo distante dalla superficie.

Devo dire che più rileggo il pezzo di Giorgio, più avrei voluto una critica più dettagliata, feroce ma fredda. Non avendo letto il libro, posso solo fidarmi di Giorgio nel suo giudizio - e siccome sono italiana anche io, tendo a farlo. Ma siccome so che non sempre io e Giorgio la vediamo allo stesso modo (spesso, ma ehi, non sempre), vorrei davvero una critica più dettagliata, con citazioni e numeri di pagina. Anche se le mie chance di mettere le mani sul libro sono pressochè nulle e la mia voglia di leggerlo piuttosto scarsa.

A questo punto però vorrei affrontare alcune cose nel dettaglio:

Reperto A) “domanda : perchè il terribile recensore, che definisce “indecente” il libro, non si sbatte e scrive LUI una raccolta? Dal tono è evidente che LUI saprebbe farlo…..altro quesito…perchè questo illustre signor nessuno non è nel direttivo di qualche grande azienda editoriale ? E’ altrettanto evidente, sempre dal tono che LUI saprebbe come fare bene le cose…….ma perfavore…”

Intanto, perchè una raccolta non si scrive, a meno che non sia un’antologia personale. In questo caso, visto che è la cura editoriale di cui si parla, le abilità in questione sono la capacità di scegliere un racconto, revisionarlo, ottenere un contratto da un editore, supervisionare il personale che si occupa della preparazione del libro come oggetto fisico, per esempio correttori di bozze, impaginatori, stampatori, artisti per la copertina, grafici per il layout, eccetera, eccetera, eccetera.

La ragione per cui Giorgio non è nel direttivo di una casa editrice è che di professione fa il grafico, un lavoro in cui è bravo e da quel che so ben considerato.

Reperto B) “In Italia oltre 60 miliono di Commissari Tecnici per la Nazionale di Calcio abbiamo anche mazzetti di editor e scritori nascosti :-)
Mi piacerebbe vedere quali sono i capolavori che legge…”

Perchè ovviamente, per giudicare la performance di una squadra bisogna avere personalmente giocato per vent’anni e poi allenato un serie A… nel qual caso c’è sempre qualcuno che ti dice, perchè, quanti scudetti hai vinto tu?

O in altre parole, non è necessario saper fare una cosa per giudicarla. Altrimenti staremmo tutti davanti alla Cappella Sistina facendo, “Uh? Posso avere un po’ di patatine?” Capisco la tentazione di dire, ma prova un po’ tu! Che però è più giustificata quando a dirlo è qualcuno che in effetti ha fatto la cosa in questione.

Per il Reperto C) mi limito a segnalare che Giorgio non mi è mai parso particolarmente frustrato, anzi: è una persona attiva e ottimista, in grado di godersi la vita (deh, vive a Modena), e fa, espone e vende fotografie di notevole livello tecnico e artistico, il bastardo. Peraltro, Giorgio è uno dei pochissimi fantascientifici italiani che non scrive, non ha mai scritto, non ha mai avuto intenzione di scrivere.

Per il Reperto F) ho già detto; per il Reperto E), nel leggere di “un’opera diffusamente godibile” ho sorriso al ricordo nostalgico di un momento chiave della lista di fantascienza.

Dunque, era successo che un partecipante alla lista si era piazzato mi pare al sesto posto in un concorso letterario. Fiero e contento (con qualche giustificazione, poverino) aveva condiviso un link al suo racconto.Tutti in lista avevano mandato un mesaggio di congratulazioni, dicendo “Bravo! bellissimo racconto!” “Racconto eccezionale!” “Bel racconto! Congratulazioni!”.

Io avevo letto il racconto in questione ed ero rimasta zitta. Avevo però mandato un’email a un mio caro amico, giovane ma bravo scrittore e intelligente lettore, chiedendogli, “Sono pazza io o si sbagliano loro?”

Poi ero uscita.

Al mio ritorno avevo trovato una serie di sei o sette email, progressivamente più indignate. Parafraso:

1. “OH mio Dio!”

2. “Ma questo racconto è orrendo!”

3. “Ma COME FANNO questi a dire che gli piace?”

4. “Senti, ho composto una critica, me la puoi leggere?”

5. “Guarda, ti mando il testo, secondo te va bene?”

6. (Alla lista): “Un elenco incompleto e parziale dei difetti di questo racconto include: la grammatica, la sintassi, la cotruzione del periodo, la caratterizzazione dei personaggi, lo stile, la trama…”

Siccome il mio amico aveva mandato in copia tutto questo anche a Silvio Sosio, l’ultima email nella mia casella era di Silvio, che chiedeva sommessamente: “X, hai mai pensato di darti alla carriera diplomatica?”

(Ricordo anche con affetto la piccola lezione di Silvio su come comporre una critica che includa un elemento positivo: “Del tuo racconto mi è piaciuto in particolare il punto che chiude il secondo paragrafo. E’ piacevolmente rotondo e perfettamente inchiostrato.”)

Per dire che solo perchè una cosa è piaciuta a tanti non vuol dire che piaccia a tutti, non vuol dire che i tanti abbiano ragione, non vuol dire che sia vietato criticarla. Anche se il fallout di una critica onesta a volte è… divertente più per gli astanti che per i partecipanti.

Triste solitario y ingles

Leggo, perchè voglio farmi del male, un libro di David Lane, uno dei giornalisti dell’Economist che a suo tempo tanto indignarono il Principe. E’ un libro sull’Italia, cioè su Berlusconi, e mi ricorda un sacco di cose che avevo beatamente dimenticato.

Si apre, essendo un libro diretto agli inglesi, con diverse pagine asciutte ma liriche sulle tombe dei soldati britannici e americani caduti ad Anzio, e nei messi successivi, per la liberazione dell’Italia. Si sofferma sul fatto che molti dei caduti americani hanno nomi italiani: Saverio, Di Cesare, Chilotti.

E poi brutalmente riferisce che secondo Berlusconi non il sangue di quei soldati, o dei partigiani, ha fatto nascere la Repubblica. No, la vera, autentica Liberazione è arrivata nel ‘48, con la vittoria della Democrazia Cristiana.

Per un italiano l’impatto emotivo di questa apertura non è facile da capire. Ogni novembre qui il - diciamo - 98% degli inglesi si appunta un papavero al bavero. Quelli che non ce l’hanno, generalmente l’hanno perso. I papaveri sono di carta, sfornati da una fabbrica che impiegava mutilati di guerra (e ora per lo più impega i figli disabili degli stessi). I proventi finanziano la British Legion, che si occupa di curare gli interessi e la salute dei veterani.

Ecco - eccomi qui a spiergare gli inglesi agli italiani. Per lo più, passo troppo tempo a spiegare gli italiani agli altri.

All’inizio di aprile due miei amici newyorkesi erano a Roma, alla fine di diverse settimane di viaggi europei per festeggiare le nozze d’argento. Chiacchiero con loro e gli chiedo se hanno già sperimentato il curioso fenomeno dell’Italiano Che Si Scusa. Io ho cominciato a notarlo qualche tempo fa: quando l’ennesima notizia di colore compare sulle pagine dei giornali esteri, gli italiani si precipitano a scusarsi. E’ un impulso nobile ma malriposto. Gli altri non sono offesi: sono divertiti. Da tempo l’Italia per loro è la macchietta della comunità internazionale, la spalla comica che fornisce un risvolto leggero a momenti di tensione. Se mai il nostro Paese era noto per altre cose, ormai l’immagine di simpatici cafoni, di piacioni da periferia, di cafoncelli il cui scopo principale e’ di fornire la nota di colore, è fermamente stabilita nell’immaginario collettivo internazionale.

Il mio amico americano mi dice di no, che gli italiani non si sono scusati con lui, ancora.

Poi la mattina del terremoto lo sento in chat. E’ scosso, perché nonostante abbia vissuto a Seattle è stato tanto tempo fa e di terremoti a New York non ce ne sono molti. Lui e la moglie si trovano emotivamente coinvolti, ed è per questo che, una volta tornati in America, la battuta del Silvio sui campeggiatori li fa trasecolare. Cosa? Come? Cosa ha detto?

“Un voto di sfiducia non glielo leva nessuno”, commenta un loro amico. E io penso, Oh, beata innocenza.

Emerge dalla conversazione che segue che a) nessuno in Italia questa storia dei campeggiatori se l’è, come si diceva ai miei tempi, cagata di striscio. Sarà abitudine. Sarà stanchezza. Sarà rassegnazione. Boh. b) Che diversi fra inglesi, americani e irlandesi hanno sperimentato lo stesso fenomeno dell’Italiano che si Scusa. Solo che ormai anche gli italiani che vivono a Dublino, Londra e New York hanno smesso di scusarsi. Fanno spallucce. Dicono, “Ne ha sparate di ben altre”.

Gli italiani all’esterno hanno smesso di scusarsi perchè hanno smesso di raccontarsi balle. Si sono rassegnati. Hanno aperto gli occhi. Non vanno più in giro a cercare di convincere la gente che “quello là” è un’aberrazione, un’anomalia, un abbaglio. Non possono più in coscienza affermare che l’Italia si merita di meglio. Vanno in giro a borbottare “Ahi serva Italia, di dolore ostello, non donna di province, ma bordello” amaramente, e nessuno ovviamente li capisce, ma almeno si sentono in augusta compagnia.

E così da qui vivono con un fremito di passione il Divorzio All’Italiana. Telefono a casa e mia mamma come mio papà mi ripetono, macchè la ragazzina, macchè l’indignazione, è una questione di soldi, la Veronica vuole proteggere l’eredità dei figli. Da qui, io mi sento romantica, o forse solo meno cinica. Penso che un moto di disgusto, anche solo privato, riscatti in parte il mio paese. Oddio, poi quando la Veronica dice “ma nessuno ha un moto di disgusto? Nessuno reagisce?” mi viene da dirle, cara, ma dove sei vissuta fino ad oggi?

Ma non è l’unica a non voler vedere. Ascolto un’intervista con Scalfari (Eugenio) alla tv e mi deprimo. Mi deprimo per la risoluta cecità di fronte all’evidenza. Beh, in fondo ha solo il 40% nei sondaggi. In realtà non è così brutta. I cattolici gli si rivolteranno contro. Mica possono ignorare questa cosa…

Come no. Hanno ignorato ben di peggio. Ripetutatmente. Coerentemente. Suvvia, smettiano di raccontarci favole.

Se solo potessimo chiedere tutti il divorzio.

Nel frattempo, come dice il mio moroso nel sentire la notizia che la Veronica divorzia da Berlusconi: “Possiamo fare una colletta per le spese legali?”

Rabbia e schifo

O dovrei dire disgusto? Vergogna? Generalmente considero l’Italia con quel misto di rabbia e rassegnazione, di “si ride per non piangere”, che ha fatto grande la nostra Nazione. Ma oggi sono tutta Britannica: non ho voglia di ridere, non ho voglia di fare dell’ironia, non ho voglia di alzare gli occhi al cielo.

Ho voglia di sputare sul mio paese natale, e sui suoi cittadini, e chiedere a gran voce, contro il mio interesse, che sia cacciato a calci dall’Europa.

Mi è arrivata un paio di giorni fa la notizia che una coppia di amici miei, una coppia “mista” italian-neozelandese, si è vista rifiutare il diritto di vivere assieme in Italia. E una coppia stabile, che resiste se ho ben fatto i conti da otto anni, una famiglia solida e cementata dall’amore e dalla solidarietà, che ha resistito a due malattie gravissime e a vari altri problemi minori.

In Nuova Zelanda il coniuge italiano ha il permesso di soggiorno, in quanto parte di una coppia di fatto. In Italia, la parte neozelandese non solo non ha diritto di soggiorno, ma secondo l’ultima sentenza che ha negato il permesso non ce l’ha perchè concederlo sarebbe contrario all’ordine pubblico.

Mi fermo perchè ho un momento di fottone, e perchè vorrei che chiunque abbia amato qualcuno e abbia voluto costruire una vita insieme si fermi ad assaporare questo concetto: il fatto che voi e la persona che amate domandiate il diritto di vivere sotto lo stesso tetto è contrario all’ordine pubblico.

Ripeto, qui non si tratta della colf cinese che sposa il datore di lavoro in un matrimonio di convivenza. Qui si tratta di un rapporto quasi decennale, documentato da foto, testimonianze, conti correnti in comune, lettere, e una convivenza ininterrotta e stabile, con assistenza in ospedale, e frequentazione delle rispettive famiglie allargate, mamme suocere cognati nipoti nuore.

I miei amici si sono visti rifiutare il permesso di vivere legalmente nella casa che hanno acquitato e restaurato perchè non sono sposati e, di fronte alla legge italiana, un convivente non ha i diritti di un familiare, nessuna eccezione.

Al che immagino che qualcuno fra i miei lettori farà un sorrisetto e dirà, va be’, che si sposino, no?

Cosa che forse farebbero, per quanto non è carino sposarsi per adempiere ad un dettato burocratico, se potessero. Ma la legge italiana, a differenza che in molti paesi europei fra cui il Regno Unito, non gli consente di formalizzare il loro status di famiglia all’anagrafe, perchè i miei amici sono entrambi maschi.

Sono bastati tre anni fuori dall’Italia per far sì che reagisca a questa notizia con un rombo alle orecchie, una nebbia rossa davanti agli occhi, e la voglia di fare del male a qualcuno. Nel paese in cui vivo, rifiutare l’adozione ad una coppia omosessuale è un reato. La Shell ha un suo carro al Gay Pride. E così la polizia, i vigili del fuoco, i buddisti, e la Royal Navy. Le banche della City organizzano incontri e dibattiti in occasione del mese dell’orgoglio gay.

Nel paese in cui vivo due uomini o due donne si possono salutare con un bacio prima di separarsi alla fermata di un autobus. Ovviamente, si possono sposare.

Nel mio paese natale, il paese di Michelangelo, di Leonardo, di Giulio Cesare e di Pierpaolo Pasolini, due uomini che si amano, due persone che si amano, non possono vivere assieme, e il fatto che rivendichino il diritto di essere uguali di fronte alla legge come la Costituzione detta viene liquidato come assurdo, e peggio, come contrario all’ordine pubblico.

E la cosa peggiore è che questo non è un pronunciamento del solito governo Berlusconi, quello della donna fatta ministro per ragioni che, tanto per ricitare Pasolini, tutti sappiamo ma non possiamo provare. No, questo pronunciamento viene da una Corte di Cassazione, da quella magistratura che tanto spesso sembra l’ultimo baluardo di civiltà in questo paese.

Vivo a Londra da tre anni e mezzo. Mi manca ancora un anno e mezzo prima di poter domandare la cittadinanza britannica.

E voi cosa state aspettando?

Italia: più strana di come ti immagini

Sei fuori dal tuo paese da tre anni e cominci a non capire più le cose. La lotta fra preture, per esempio? Non ho idea.

Ma particolarmente strani sono i momenti in cui leggi una notizia e arrivato alla fine senti il PING! di una realizzazione che si completa, ti freghi gli occhi, torni indietro e rileggi…

A scatenare la rabbia della popolazione locale è stato il comizio dell’ex vice-sindaco di Lampedusa, la leghista Angela Maraventano, costretta a tornare a casa scortata dai carabinieri.

…Lampedusa?

…vice-sindaco leghista?

…Lampedusa?

Aspetta, magari non mi ricordo più come funziona la geografia italiana… vediamo un po’, lanciamo GoogleEarth…

No. Lampedusa è proprio dove pensavo che fosse.

Differenze Culturali

1. “Perchè vedi, mamma, la zuppa di lenticchie è per i vegetariani e quindi niente pancetta, e non so come darle sapore senza la pancetta.”
“Ma scusa, non puoi mettere dentro la pancetta e poi toglierla?”



“No, mamma, non funziona così.”
“Oh insomma, ma quanto è difficile questa gente. Mica la devono mangiare, no?”

2. Alex: “Mi ha sempre irritato questa cosa di chiamare le scuole private “Public Schools”. Confonde le idee.”
Io: “E’ perchè una volta c’erano due tipi di scuole: le scuole della Chiesa e quelle aperte a tutti gli altri, cioè pubbliche.”
Alex: “Si si, la so l’origine della parola, ma rimane il fatto che confonde le idee. E’ che noi inglesi siamo sempre attaccati alle cose, prima di lasciarle andare ci mettiamo secoli…”
Io (entusiasticamente): “Esatto! Come le due bocchette separate per l’acqua fredda e l’acqua calda! Una volta c’era una buona ragione di avere due diverse bocche per…”
Alex (perplesso e sulla difensiva): “Perchè? Cosa c’e’ che non va nei lavandini con due bocchette?”

3. Italiano trapiantato: “Tazza di tè?”
Ospite inglese: “Oh, volentieri!”
Italiano trapiantato: “Allora, ho del Darjeeling First Flush Whittard, del Lapsang Suchong, del Sencha, dell’Oolong…”
Ospite inglese (disorientato): “Non è che avresti del tè normale?”
Italiano trapiantato, tirando fuori la scatola di PG Tips con un sospiro: “Latte e zucchero?”

4. Inglese: “Tazza di tè?”
Italiano (perplesso): “Alex, ci sono trenta gradi fuori…”
Inglese: “E allora?”

5. Io (a mio zio, in visita a Londra): “Le riunioni dei fantascientifici? Beh, sai, qui funziona così: quando uno arriva nel pub, si avvicina agli amici e offre un giro, e tutti quelli che non hanno il bicchiere pieno ordinano e il nuovo arrivato torna con le sue cinque o sei pinte, e dopo un po’ o arriva qualcun altro o uno della compagnia originaria si alza e fa, io vado a prendermi una pinta, volete qualcosa? E così alla fine tutti offrono un giro e si paga più o meno lo stesso tutti quanti e…”
Mio zio: “Una pinta sarebbe mezzo litro, vero?”
Io: “Più o meno, sì.”
Mio zio: “E la bevi tutta?!?”

Vita nella terra senza Papa

Fra i molti vantaggi del vivere nel Regno Unito (particolarmente per un fantascientifico), ce n’è uno che ridiventa di scottante attualità ogni volta che torno in patria, anche se spesso percola anche da un’occasionale lettura della Repubblica: niente Papa.

Niente Papa al lunedì. Niente Papa la domenica. Niente Papa nei giornali, alla televisione, negli editoriali. Gli obbligatori dieci minuti di Papa in occasione dell’Angelus? Niente. Gli obbligatori due minuti di Papa nel telegiornale in un qualunque giorno feriale? Niente.

Di tanto in tanto Rowan Williams, quanto di più vicino ad un Papa esista nella fede anglicana (la Regina è il capo della Chiesa nello stesso modo in cui è il capo del Governo, cioè stando rigorosamente zitta), dice qualcosa, e c’e un breve dibattito. Ma l’ultimo intervento che ricordo risale a due anni fa. Per il resto, le chiese fanno le loro cose, di tanto in tanto Peter Hitchens (fratello religioso di Christopher) litiga con Dawkins, e morta lì. Ogni giorno ci sono la “preghiera del giorno” e il “pensiero del giorno”, che ruotano fra la varie confessioni, metodista, anglicana, evangelica, cattolica, musulmana, sikh, hindi, buddista, quacchera, unitaria, più qualche ateo e agnostico.

La domenica, con mia irritazione, il solito programma di varia attualità del mattino viene sostituito da un’intera ora di religioni. Ma il papa latita perfino lì. Ci sono dibattiti etici, con l’obbligatorio religoso (inteso come persona di fede, non sacerdote), ma niente Megafono Papale. Anche perchè essendo il Regno Unito diviso fra le varie confessioni di cui sopra, non c’è tempo.

Non è che non ci siano cattolici nel Regno Unito, ci sono eccome. Ma no sono ossessionati con il Papa quanto gli italiani.

Vista da fuori, la reverenza italiana per il Papa di turno pare strana. Quando mi sono trapiantata qui, Wojtila era già morto e quindi non so se la relativa oscurità del pontefice sia dovuta a una minore popolarità del Papa tedesco. Però ne dubito. Semplicemente, il Papa è un signore che vive in Vaticano e di cui non si sa molto.

Nei rari casi in cui si parla del Papa, lo si fa in un inciso: “e naturalmente i soliti sospetti, come il Vaticano e l’organizzazione degli stati islamici, si oppongono a questa risoluzione…”.

Ahhh, la liberazione. Liberati dal peso e dall’imbarazzo dell’ossessione vaticana sul sesso, i cattolici, compresi i cattolici atei come me, possono dedicarsi a parti più rilevanti del messaggio cristiano, come quelle sull’amore, la tolleranza, il perdono, lo sfamare gli affamati e vestire gli ignudi e così via. Di conseguenza, pur restando atea, non sono mai stata cattolica come da quando mi sono trasferita qui. Mi sorprendo perfino a citare i Vangeli. A ricordare con affetto San Francesco. A riflettere benignamente sul comandamento dell’amore.

Per dire la verità, non è che non rifletta benignamente sui principi del sikhismo e del buddismo, e non è che non abbia scoperto la silenziosa grandezza dei Quaccheri. Ma diciamo che a vivere lontano dal Papa il cattolicesimo sembra più attraente.

D’altra parte Macchiavelli lo aveva già detto: “Abbiamo, adunque, con la Chiesa e con i preti noi Italiani questo primo obligo, di essere diventati sanza religione e cattivi”.

Il futuro e gli italiani ovvero il pessimismo è reazionario

Come prima introduzione a questo blog, riposto qui un lungo commento che avevo mandato alla lista di fantascienza:

Ok, ho appena letto un interessante articolo sulla Repubblica che tratta del silenzioso abbandono da parte delle società della cura del cliente. Il cliente affezionato, è la persuasione che si sta diffondendo strisciante, comincia a perdere valore marginale - conosce i canali di comunicazione e li usa ripetutamente, costituendo un costo per la compagnia. Di conseguenza si tolgono i numeri di telefono dai siti web, si interpongono ostacoli di tutti i tipi come multipli operatori telefonici, lunghe attese, complicati menù eccetera eccetera.

L’articolo finisce così:

“Se poi qualche nostalgico insiste nel rivendicarsi cliente, nel pretendere l’antica gratificazione del “solo perché è lei”, si rivolga pure alla signorina online, all’”assistente personale che ti darà le risposte che desideri”. L’hanno già assunta parecchi fornitori, si presenta da una finestrella, sorridente, ti guarda negli occhi, pronta e disponibile, spesso ha un nome, qualche volta perfino una voce. È solo una replicante, naturalmente, un androide elettronico, un’immagine animata, ma che pretendiamo di più? Siamo clienti virtuali, ci spetta al massimo un interlocutore sintetico.”

Leggo, di seguito, il primo commento, che comincia così:

“E così se ne va un altro rapporto umano.”

Al che una piccola lampadina si accende sulla mia testa. Non riguarda il contenuto del commento, ma il suo tono. Mi viene spontaneo chiamarlo “Che tempi signora mia”, ma una volta formulato in questo modo mi ricorda un tono molto simile:

“Che roba contessa, all’industria di Aldo
han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti;
volevano avere i salari aumentati,
gridavano, pensi, di esser sfruttati.
E quando è arrivata la polizia
quei pazzi straccioni han gridato più forte,
di sangue han sporcato il cortile e le porte chissa quanto tempo ci vorrà per pulire…”.
“Sapesse, mia cara che cosa mi ha detto
un caro parente, dell’occupazione
che quella gentaglia rinchiusa lì dentro
di libero amore facea professione…
Del resto, mia cara, di che si stupisce?
anche l’operaio vuole il figlio dottore
e pensi che ambiente che può venir fuori:
non c’è più morale, contessa…”

Quello che il commento fa (Contessa fa altre cose più complicate) è prendere un trend e immediatamente saltare ad una conclusione esistenziale.

Esempi (inventati)

Aumenta del 50% il tempo passato sui siti di network sociale –> “A rapporti reali con persone reali si sostituiscono rapporti sintentici, basati sul mutuo isolamento”

Cala il consumo di sceneggiati televisivi, aumenta il consumo di videogames –> “Ormai abbiamo perso la capacità di prestare attenzione ad una trama e alla costruzione dei personaggi, e siamo solo capaci di reagire sul corto periodo, il nostro span di attenzione si è ridotto a pochi secondi…”

Il makeup non è più riservato alle donne: aumenta il consumo di cosmetici maschili, ed esplode il fenomeno dei saloni di bellezza maschili –> “E così la cultura del narcisismo, dell’adorazione dell’immagine, allarga inesorabilmente il suo campo d’azione…”

Notare che ognuno di questi esempi fittizzi puo’ essere considerato positivamente: è un bene se la gente parla con gli amici invece di andare a guardare le donnine nude o di rimanere consumatori passivi, è un bene che la gente si occupi in compiti attivi che stimolano la creatività invece di addormentarsi davanti a Beautiful, è un bene che gli uomini curino il proprio aspetto e dedichino del tempo alla, ehm, cura della propria persona.

E mi dico, sì, magari gli italiani sono costituzionalmente pessimisti (e Dio sa che ne hanno ragione) e c’è “il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà”…. (ma faccio notare che Gramsci viveva sotto il fascismo, con la seconda guerra mondiale all’orizzonte, e più che pessimista era realista.)

Ma il modo in cui queste notizie sono costruite è una specie di imbuto per incanalare l’amarezza e il pessimismo. Per esempio, trattando di trend oggettivamente negativi, come il cambiamento climatico, si puo’ dire ‘tutto va male e siamo condannati all’estinzione” oppure si puo’ costruire il pezzo con “se non facciamo qualcosa ADESSO, come per esempio tagliare il numero dei voli, ridurre i consumi eccetera eccetera eccetera, siamo destinati a epocali cambiamenti climatici che avranno un costo economico e sociale devastante”. Insomma, invece di inanellare segnali tutti negativi, traendone una conclusione inevitabile e cosmica, si delinea il problema, si citano possibili soluzioni, si valuta quanto tali soluzioni sono probabili ed efficaci, e si invita all’azioni.

Non so quanto questa tendenza al catastrofismo sia nel DNA italiano. Perchè, dopo tutto, l’Italia ha sì tante ragioni per essere pessimista, ma è anche quel paese che tutti danno per spacciato e poi ritorna a galla a mo’ di turacciolo fra la costernazione (e a volte il dispetto) degli astanti. Quindi non è che siamo tanto dei disfattisti.

Una cosa che mi viene in mente, per finire, e magari adesso riesco anche a riallacciarmi alla fantascienza, è che a un certo punto un mio amico, coincidentalmente ma forse no un editor di una casa editrice di fantascienza americana, ha scritto in un post su Usenet che la mentalità reazionaria si incentra esattamente attorno a questa idea: che il futuro è nero e immutabile, e che l’unica possibile reazione razionale è abbandonarsi alla disperazione oppure coltivare un cinico distacco.

Ma questa, dice lui, è la reazione che il reazionario vuole da noi, perchè Dio non voglia che si possa pensare che degli umili pezzenti, dei semplici essere umani, possano avere una qualche influenza sul futuro. Da lì a fondare sindacati e società di mutuo sostegno, e magari perfino formulare piani per una società migliore, non c’è che un passo. E quindi, dice lui, il cuore della posizione progressista è questa convinzione: che un futuro migliore è immaginabile e costruibile, e che quindi agire per avvicinarlo non è sciocco idealismo ma un comportamento razionale.

Dico questo perchè sento spesso in questa lista circolare la seduzione della disperazione, l’idea che il futuro non possa che essere _inevitabilmente_ brutale, disperato e oppressivo, e che nulla sia possibile fare per combattere questa situazione. Non voglio dire che non si debba ipotizzare, scrivere o pensare a uno scenario del genere: vorrei solo indicare quali sono i meccanismi ahem, sovrastrutturali che ci infilano in questo imbuto.

Meditate gente meditate, come diceva quello.

Oh, e piccola appendice psicologica: il catastrofismo è una caratteristica tipica anche della depressione. Il depresso vede la realtà spesso con maggiore razionalità che il non depresso, ma la proiezione che fa della sua e di altri esistenza nel futuro è invariabilmente catastrofica, e questo è uno dei sintomi peggiori della malattia. Chi comincia a prendere antidepressivi ha spesso la strana esperienza di vedere le stesse cose, ma con spirito molto diverso. La depressione non fornisce, come pensano molti, una visione più chiara: distorce invece tutto quello che si vede interpretandolo come un portento di catastrofe. Che l’Italia soffra di una depressione collettiva?