La famiglia Addams

Posted on Novembre 16th, 2014 in Televisione, Uncategorized, teatro | No Comments »

Recentemente sono andata a vedere a Milano al Teatro della Luna il musical La Famiglia Addams. I protagonisti erano Elio di Elio e le Storie Tese e Geppy Cucciari. Ma tutta la famiglia è stata protagonista, soprattutto Mercoledì (perdonatemi i nomi degli altri attori non me li ricordo).

Inutile dire che ho riso molto. Elio si è rivelato un attore in gamba e Geppy Cucciari invece è una brava cantante e non me l’aspettavo, è stato una sorpresa. Ogni membro del cast ha avuto il suo momento e ha potuto cantare un pezzo che ha messo in evidenza le proprie doti canore e di recitazione. Perfino Lurch, il maggiordomo che per tutto il musical ha biascicato dei versi incomprensibili, ha cantato alla fine un pezzo veramente forte con una voce da basso molto potente, quasi da cantante lirico. Inaspettato.

La storia del musical è abbastanza semplice: le due famiglie coinvolte, gli Addams e la famiglia del fidanzato di Mercoledì, si chiedono che cosa significa essere normali, cosa rende felici nella vita, quanto bisogna lottare per il proprio amore. Questioni universali in grado di appassionare le generazioni più giovani e quelle dei loro genitori.

Il musical mi è piaciuto veramente tanto, ha avuto numerosi momenti comici con battute fulminanti e attimi di profondità che hanno fatto pensare. Le canzoni sono una più bella dell’altra, i ballerini sono stati bravi, le scenografie incredibili e i costumi memorabili, realizzati da un grande stilista come Antonio Marras.

Se vi capita che sono in touneé vicino a voi, non perdete tempo e acquistate i biglietti. Io ho avuto la fortuna di avere dei posti nel primo settore a pochi metri dal palcoscenico e posso assicurare che vale la pena spendere un po’ di più, si possono ammirare le espressioni dei volti e godere meglio l’interazione tra i personaggi oltre a vedere bene i magnifici costumi.

L’esperienza del teatro è molto più ricca di quella del cinema. Se potete, andate, sono soldi ben spesi.

The Leftovers

Posted on Luglio 29th, 2014 in Televisione, Uncategorized, donne | No Comments »

Ho visto i primi tre episodi della nuova serie The Leftovers e sono rimasta disgustata. Malgrado la buona volontà degli attori le storie fanno schifo.

C’è un sentimento che proviene dall’esperienza dell’11 settembre: ricordare i propri morti, onorarli, non lasciarli andare, trasformarli in eroi e vivere come se fossero ancora con noi. Questo secondo me denota un’incapacità a gestire le emozioni e le esperienze, a elaborare il lutto e ad accettare la realtà della vita. Una caratteristica della cultura americana. Il mito del grande pioniere del passato d’altronde si basa sull’idea che con forza e coraggio si possano cambiare le cose, trasformare la propria vita e riuscire ad avere successo lì dove gli altri falliscono. Ma un avvenimento come quello raccontato nella serie, dove l’1% della popolazione scompare misteriosamente, non lo si riesce ad accettare, non lo si può cambiare e quindi la società americana entra in crisi.

Secondo la serie quasi ogni famiglia ha avuto una persona scomparsa al suo interno e questo rende tutti molto solidali anche se ci sono tensioni su come affrontare questa perdita: c’è chi organizza parate commemorative (il sindaco), chi denuncia i criminali scomparsi insieme alle persone innocenti (il prete), chi cerca di sopravvivere malgrado la terribile perdita (una donna) ecc.

Il protagonista maschile, lo sceriffo della città, ha perso la moglie non perché è scomparsa ma perché si è unita a un gruppo organizzato come una setta e formato da dissidenti che organizzano contro-proteste allee parate commemorative ecc. Vivono come in una comune ma hanno regole abbastanza strette, come per esempio mantenere il silenzio, che per me personalmente sarebbero fin troppo difficili e icnomprensibili da seguire. Purtroppo dopo aver visto solo tre episodi non si riesce bene a capire quale sia il ruolo di questa chiamiamola ’setta del silenzio’ ma non credo che lo capirò a breve perché non ho intenzione di continuare a seguire la serie, neanche per dovere di cronaca, mi ha disgustato troppo.

Intorno allo sceriffo ruotano alcuni personaggi femminili molto interessanti che tradiscono fin troppo bene il concetto che i media americani e i produttori hanno delle donne in questo momento. La moglie dello sceriffo per esempio, benché interpretata da una bravissima attrice, è costretta al silenzio e comunica con gli altri dentro e fuori la setta solo con bigliettini scritti a mano. Il personaggio è chiaramente una donna di mezza età con figli adolescenti e capita spesso che il ruolo delle donne mature nella società americana venga sminuito perché ridotto al silenzio. Se non hai il diritto alla parola non puoi esprimere quello che pensi e quello che provi e quindi conti meno di niente. Questo significa anche che le donne dopo una certa età, quando non sono più fertili, non contano più, non rivestono più alcuna importanza, sono fantasmi bianchi che non sono più neanche in grado di sussurrare.

La figlia invece è la tipica adolescente americana, quindi ribelle e non ancora ben inserita nella società patriarcale. Va in giro con l’amica a combinare guai malgrado le raccomandazioni del padre, lo sceriffo, e il loro rapporto in un certo senso mi ricorda un po’ quello di Twilight.

L’episodio che vede protagonista Christopher Ecclestone nella parte di un prete che deve trovare soldi per ricomprare la propria parrocchia che gli viene espropriata mi ha convinto che la serie è un completo fallimento. La stupidità della trama è un insulto all’intelligenza del pubblico e poco può fare il nostro ex-Doctor Who per risollevare le sorti della storia. Non c’è proprio niente da fare, non c’è via di scampo.

Conclusioni: guardate la serie solo se non avete proprio niente altro da guardare e soprattutto se avete una gamba rotta e siete immobilizzati a letto.

The Bridge

Posted on Luglio 29th, 2014 in Televisione, Uncategorized, donne | No Comments »

Sono riuscita a guardare alcuni episodi di The Bridge sia nella versione originale svedese che in quella americana e ho notato alcune differenze che secondo me sono molto importanti.

Prima di tutto la protagonista femminile svedese non è una ex-modella splendida diventata attrice come nella serie americana. In secondo luogo la sua vita quotidiana al di fuori dell’ufficio viene mostrata con molto più realismo, senza pregiudizi e senza compromessi dettati dal desiderio di auto-censurarsi per poter andare in onda in prima serata. Per esempio in un episodio l’investigatrice svedese viene mostrata prima che si stimola le parti intime in modo molto esplicito e poi va in un bar a rimorchiare un uomo con cui passa la notte felicemente. I due vengono mostrati in vari stadi di nudità. La mattina dopo l’uomo se ne va sconvolto perché la donna, che non riesce a dormire, si mette a lavorare guardando delle foto di cadaveri sul suo computer. Non tutti possono reggere alla vista e certamente lei non è una donna comune.

Il modo di lavorare negli uffici, intendo il rapporto tra colleghi, le relazioni umane, sono molto più realistici nella serie svedese, mentre la versione americana la sento un po’ più distante, mi tocca di meno. Questo realismo diventa molto crudo ed emotivamente pesante  in alcuni episodi quando persone innocenti rimangono uccise senza che l’investigatrice svedese e la sua squadra possano fare qualcosa per salvarli. La morte, l’impossibilità di riuscire a salvare tutti malgrado gli sforzi, rendono la serie molto vivida e rimane nella mente per molti giorni dopo aver visto un episodio. Peggio di alcune scene viste al telegiornale.

Questo crudo realismo è totalmente assente nella versione americana, dove tutto sembra artisticamente orchestrato, gli eventi sono edulcorati e le emozioni censurate.

Il mio pensiero è che la televisione svedese e scandinava in generale abbia deciso di seguire la lezione dei suoi grandi registi cinematografici del passato guardando in faccia la dura realtà senza retrocedere neanche di fronte all’evento terminale della vita.

La televisione americana, benché si stia lentamente smarcando dai vecchi cliché hollywoodiani, non riesce comunque ancora a dimenticarli e il realismo, che pure dopo l’11 settembre ha caratterizzato una vasta produzione televisiva e cinematografica, non ha ancora raggiunto i livelli che affrontiamo qua in Europa. Gli americani hanno paura fi affrontarre faccia a faccia certi argomenti e le loro narrazioni sembrano sempre edulcorate. Il realismo d’altronde non lo si può affrontare solo con la conta dei cadaveri alla fine di un episodio, ci vuole ben altro.

Trecce olimpiche

Posted on Febbraio 16th, 2014 in donne | No Comments »

A causa di una malattia che mi ha bloccato a letto, sto seguendo le olimpiadi alla TV dalla mattina alla sera in modo quasi ossessivo. Ci sono molti sport femminili che io non sapevo neanche esistessero e sono strabiliata da quante donne ci siano a gareggiare. In Italia lo sport femminile in televisione non esiste o nel migliore dei casi viene relegato in orari assurdi che non permettono una visione tranquilla e rilassata a chi il giorno dopo deve alzarsi alle 6:00, come me.

Mi scorrono davanti immagini televisive di donne splendide, in gran forma, più o meno giovani, più o meno esordienti, sorridenti sia che vincono sia che perdono, che si abbracciano al traguardo anche se sono arrivate ultime. Io tanto spirito olimpico non lo avevo mai visto. Nei loro occhi vedo la gioia, la tenacia, la determinazione. E poi vedo tante belle trecce o ciuffi di capelli di ogni sfumatura di colore che fuoriescono dal casco protettivo. Trecce che volano nel vento, nei salti a testa in giù, tra le porte delle discese. Tanti capelli lunghi ben curati che prima non si erano mai visti. Sono cresciuta guardando le donne olimpiche dell’est europeo prima della caduta del muro e all’epoca le donne non si riusciva proprio a distinguerle, erano armadi esattamente come gli uomini, non mi piaceva affatto lo sport fatto così. Adesso invece è una gioia. Sono tutte donne normali, si vede che sono grandi atlete ma hanno dei corpi dai movimenti armoniosi che esprimono gioia e bellezza, niente a che vedere con il passato.

Sono molto contenta di questa olimpiade dove le donne sono donne e non dei mostri costruiti a tavolino per vincere. Questo dovrebbe essere un incentivo a tante ragazze a praticare lo sport, dove finalmente si può rimanere se stesse e ed esprimere le proprie qualità.

Akta Manniskor

Posted on Dicembre 31st, 2013 in Televisione, donne | 1 Comment »

Si tratta di una serie di fantascienza svedese che ho iniziato a guardare da poco, naturalmente in originale con i sottotitoli dato che la serie non l’ha ancora comprata nessuno.

Conosco la cultura scandinava solo per i mobili, qualche gruppo musicale ogni tanto, un grande regista e naturalmente i gialli che sono esplosi di recente grazie al gusto noir aggiornato che noi (e per fortuna gli americani) non siamo in grado di riprodurre. Nessuno però pensava che gli scandinavi fossero in grado anche di creare fanatascienza innovativa.

Questa nuova serie è la versione europea di “Almost Human” e mostra la nostra società in un futuro non molto lontano in cui gli androidi sono pienamente inseriti nel tessuto sociale, lavorano nelle fabbriche, fanno le badanti, sono cameriere, sono oggetti sessuali ecc. Mentre Almost Human è la classica serie poliziesca in cui hanno importanza le indagini e il modo in cui i protagnisti le portano a termine, in Akta Manniskor, che in svedese significa veri umani, viene mostrato il rapporto quotidiano di questi androidi con le famiglie dove lavorano o con i colleghi nelle fabbriche. Il problema è che alcuni di questi androidi hanno acquisito autocoscienza e quindi si sono dati alla macchia per sfuggire allo spegnimento e alla riprogrammazione.

Il ritmo di questa serie è molto più lento e riflessivo rispetto alla serie americana, le inquadrature sono fatte di sguardi, accenni di emozioni o mancanza di emozioni, risposte imbarazzate, tensione sessuale o odio per le macchine, rabbia e disprezzo. In pochi episodi è stata mostrata tutta la gamma di risposte emotive degli umani verso gli androidi, mentre per gli androidi abbiamo visto il dramma di una condizione da schiavi attraverso gli occhi di un androide danneggiato, su su fino a una versione autocosciente che ha imparato a uccidere.

Nella serie svedese ci sono poi molti più personaggi femminili rispetto a quella americana a riprova che la Scandinavia, pur non essendo il paradiso delle donne, è comunque più avanti rispetto a noi in Italia e agli americani. Inoltre malgrado venga posto il problema dell’androide femmina come schiava sessuale, non è centrale nella storia, è soltanto uno dei tanti temi affrontati e alla fine le “androide” hanno gli stessi problemi di tutti gli altri androidi.

Dal punto di vista visivo questa serie è straordinaria. Gli androidi sono mostrati sotto una luce pastello e un trucco sul viso che crea l’illusione della plastica. Tutti hanno degli occhi azzurri molto finti per aumentare l’effetto di artificiale, ma la cosa più incredibile è che gli attori sono veramente bravi e si atteggiano e si muovono come se fossero dei manichini dotati di movimento, senza per questo sembrare meccanici.

Penso che questa serie svedese sia molto più sofisticata e profonda nei temi affrontati e nell’approccio visivo rispetto alla serie americana Almost Human che invece è molto basica e nelle trame imita e ricrea temi già affrontati da mille altri cop show.

Consiglio di vedere questa nuova serie, ne vale veramente la pena, ma se non siete abituati state attenti allo shock dello svedese, riuscirete a capire qualche parola ogni tanto solo dopo alcuni episodi ma per fortuna ci sono i sottotitoli.

Un Felice Anno Televisivo a tutti!

Person of Interest

Posted on Dicembre 29th, 2013 in Televisione | No Comments »

Attenzione spoiler!

Sto guardando la terza stagione di Person of Interest e ho visto fino all’episodio 11 dal titolo “Lethe” che è il cliffhanger di Natale. Questa terza  stagione era iniziata un po’ in sordina e stavo iniziando a perdere interesse a favore di altre serie ma poi c’è stato un gruppo di episodi che ha fatto decollare la stagione riportando la tensione, l’eccitazione e la passione che c’era all’inizio. C’è stato un arco narrativo che ha riguardato l’identificazione e la cattura dei membri di HR, l’organizzazione criminale segreta interna alla polizia. Purtroppo c’è stata una perdita gravissima, la detective Carter è morta in una scena molto drammatica. Adesso il gruppo di eroi deve fare i conti con questa perdita e non tutti riescono a elaborare il lutto nel modo giusto. John Reese infatti si è perso nel dolore.

Adesso io vorrei togliermi alcuni sassolini dalle scarpe riguardo alla serie. Il fatto che Carter sia morta mi ha dato molto fastidio. La trama che ha portato a questo evento terribile è stata molto ben studiata e non ho nulla da dire al riguardo, come sempre le sceneggiature di Person of Interest giocano con gli incastri degli eventi in modo veramente magistrale. Quello che mi dà veramente fastidio è la scomparsa dell’unico personaggio femminile veramente degno di questo nome: Carter si è trovata a crescere da sola il figlio, ha dovuto cacciare il marito che era violento, è stata messa all’angolo da HR e ha rischiato di essere uccisa in qualsiasi momento, ma soprattutto è una donna che metteva passione nel suo lavoro, che non si lasciava scoraggiare, era una combattente e ha affrontato il proprio destino fino all’ultimo respiro senza mai tirarsi indietro o fuggire come altri al suo posto avrebbero fatto.

Adesso che Carter è morta, sono rimasti due personaggi femminili che però non hanno la stessa statura morale e soprattutto sono personaggi molto più secondari e marginali rispetto a Carter. Prendiamo Shaw ad esempio. E’ un’agente addestrata come John Reese e fa esattamente le stesse cose che fa lui però gli ideatori della serie si sono sentiti in diritto di castrarla emotivamente negandole quella vita e quelle esperienze che gli altri danno per scontato. Anche un amore finito male come è accaduto a Reese è meglio di niente, o del vuoto assoluto. Shaw infatti ha qualche tipo di problema psicologico che le impedisce di provare emozioni e di vivere una vita piena tanto che era un medico ma le hanno fatto lasciare il lavoro. Da lì poi il passo verso la professione di assassina è stato breve.

Ricapitoliamo: Reese prova forti emozioni, ha difficoltà a tenerle sotto controllo ed è per questo che in vari periodi della sua vita ha sofferto molto diventando un barbone o dandosi alla macchia come adesso dopo la morte di Carter. Shaw invece non prova nulla, non ha emozioni è una macchina che esegue e basta. Quello che io vedo è che secondo gli ideatori della serie, perché una donna possa fare il lavoro di Reese  deve essere una psicopatica senza emozioni, una donna normale non potrebbe mai farlo perché le sue emozioni sono troppo straripanti, gli ormoni sapete sono un ostacolo!

Parliamo poi di Root. Sembrava una hacker invincibile, ha persino rapito Finch e messo in scacco la squadra. Che fine ha fatto adesso? Ha passato un periodo in manicomio perché naturalmente un genio come lei va rinchiuso, è troppo pericolosa, mentre adesso Finch la tiene rinchiusa in una gabbia di Faraday per impedirle di comunicare con la macchina e fare altri danni.

Root è stata domata: il paternalismo di Finch la tiene bloccata così che non possa nuocere alla società patriarcale. Ogni tanto la fa uscire quando gli fa comodo, ma poi la richiude a chiave. E’ lui a decidere per lei come se lei fosse una bambina recalcitrante, quindi non una donna adulta con tutte le sue facoltà ma una minore e  lui si sente investito della patria potestà su di lei. Forse Finch è geloso del rapporto particolare che Root ha sviluppato con la macchina? E’ molto interessante che per Finch la macchina è neutra mentre per Root è femmina. Per lei forse la macchina è una compagna, una madre, o una dea, comunque un essere vivente. Che cos’è invece per Finch? E’ solo una macchina molto avanzata o anche lui ha sviluppato un rapporto emotivo con lei? Per il momento non è chiaro, lo vedremo nei prossimi episodi.

Comunque non sono contenta: la verità secondo me è che hanno dovuto eliminare un personaggio femminile così forte come Carter perché stava rubando spazio ai protagonisti maschili e quindi ne hanno approfittato per fare un arco narrativo drammatico e liberarsi di un personaggio scomodo. Né più né meno.

The Black List

Posted on Dicembre 28th, 2013 in Televisione | No Comments »

Attenzione spoiler!

Recentemente ho iniziato a guardare una nuova serie dal titolo “The Black List”, trasmessa ogni venerdì sera alle 21:00 da FoxCrime, canale Sky. Il protagonista, Raymond Reddington, un criminale incallito che sembra conosca i segreti e i complotti di tutto il mondo,  è interpretato da James Spader, attore che conosco perché lo seguo dai tempi di “Stargate”, il film del 1994, e la serie “Boston Legal” dove ha duettato con William Shatner, ma la sua carriera va ben oltre queste mie due citazioni.

Questa nuova serie, The Black List, è molto interessante. In pratica nel primo episodio Reddington si costituisce all’FBI e comincia a collaborare con loro per sgominare tutta una serie di criminali e terroristi che sono riusciti a sfuggire dalle grinfie dell’agenzia. In particolare lavora insieme a una giovane agente appena uscita da Quantico, la profiler Elizabeth Keen interpretata dall’attrice sconosciuta Megan Boone.

L’archetipo dell’agente donna dell’FBI ormai è rappresentato da Jodie Foster che ne ha dato una interpretazione indimenticabile in “Il silenzio degli innocenti” e tutte le attrici oggi si devono confrontare con quel modello e devo dire che l’attrice Megan Boone è un po’ scarsa nella parte e a volte anche un po’ scialba. Comunque vedere la serie in italiano non giova affatto, in genere preferisco vedere i miei telefilm in originale con i sottotitoli dato che gli attori di madrelingua inglese lavorano molto di voce e poco di espressione facciale mentre a volte il doppiaggio è fatto un po’ di corsa.

Il grande mattatore della serie è invece James Spader che con il suo personaggio si può divertire molto. Praticamente Reddington si comporta come uno che conosce i segreti del mondo ed è disposto a rivelarne ogni tanto qualcuno ma solo all’agente Keen con cui sembra avere un attaccamento emotivo ben più profondo di quello normale tra partner di lavoro. Questo collegamento tra i due non è stato ancora spiegato nella serie ma ogni tanto ci sono delle piccole scene, dei riferimenti, delle frasi di Reddington che lasciano trapelare qualcosa dal profondo e dal passato, come echi di una vita precedente di cui la ragazza è l’inconsapevole protagonista. Reddington le ha detto che il suo attaccamento a lei è ricollegabile alla scomparsa del padre e io sinceramente ho iniziato a pensare che sia lui il  vero padre. Infatti si comporta spesso come tale. Vanno in missione insieme sotto copertura e lui uccide una spia cinese che stava per smascherarla. Lei viene rapita e sta per essere sciolta nell’acido e lui arriva di corsa a salvarla siogliendo poi nell’acido il criminale che stava per ucciderla. Insomma si comporta come un angelo custode della ragazza e cerca di aiutarla in ogni occasione, anche con l’omicidio a sangue freddo.

Questa cosa dell’omicidio a sangue freddo mi dà parecchio da pensare. Negli ultimi tempi ho visto alcune serie in cui i protagonisti superano la linea di demarcazione che ha sempre separato in televisione i buoni dai cattivi, i cattivi uccidevano e i buoni li catturavano e li affidavano alla giustizia. Adesso invece c’è molta più ambiguità: i protagonisti delle serie TV non sono più buoni nel senso tradizionale del termine, camminano su una linea di confine e stanno un po’ di là e un po’ di qua. Una volta potevi star certo che un buono non avrebbe mai ucciso a sangue freddo un criminale perchè aveva un codice etico che gli impediva di farlo e che lo rendeva superiore ai suoi nemici, oggi invece i protagonisti come Reddington uccidono un episodio si e l’altro pure. E’ pur vero che Reddington è un criminale e che si comporta come tale ma è il protagonista della serie e non sono abituata all’eroe che uccide in questo modo. Mi è capitato anche in “CSI: Miami” di vedere Horatio uccidere un serial killer pedofilo. Il criminale era appeso a una balaustra e rischiava di cadere nel vuoto ma Horatio non l’ha aiutato benché avrebbe potuto farlo benissimo e l’uomo è precipitato. Non parliamo poi di quello che succede in Dexter, mi è bastato vedere poche scene per vomitare. In questi telefilm vediamo il riflesso di una società che non crede più nella giustizia e nel sistema giudiziario tanto che le persone sono disposte a farsi giustizia da sé, anche con l’omicidio a sangue freddo. Questa è una tendenza che per il momento è solo latente perché appare solo in un pugno di episodi di varie serie TV, ma la cosa rischia di ingrandirsi e allora che tipo di modello comportamentale proporremo ai nostri ragazzi, ai giovani? Quello del vendicatore che uccide i suoi nemici? Quello che spara ai suoi vicini di casa perché fanno troppo rumore?

Sinceramente sono molto perplessa. Sempre più spesso negli ultimi tempi i criminali vengono innalzati al rango di eroi senza per questo modificarne il comportamento, anzi più sono violenti più sono eroici, e spesso la qualità di un telefilm si giudica con la conta dei cadaveri. Disapprovo, preferisco le serie con molti dialoghi e poca azione, ma ormai ce ne sono poche in giro e sono in via di estinzione. La società della violenza ha preso il sopravvento.

Almost Human: Recensione

Posted on Novembre 22nd, 2013 in Televisione | No Comments »

Attenzione SPOILER!

Ho visto il primo episodio della nuova serie di JJ. Abrams. I primissimi minuti prima della sigla sembrano un remake di “Robocop”: squadra di poliziotti viene attirata in una trappola, muoiono tutti, se ne salva solo uno ma gravemente ferito. Risorgerà come Robocop oppure no? Niente di tutto questo, nella serie ci sono già dei poliziotti androidi che oltretutto muoiono con molta facilità nelle missioni, come nella scena iniziale.

L’accoppiata poliziotto umano/poliziotto androide mi suona familiare e mio marito che è esperto di sf letteraria mi conferma che è stata introdotta da Asimov nel romanzo “Abissi d’acciaio”.

Andando avanti nell’episodio scopro che la città è identica a quella di Blade Runner anche se si vede che è realizzata con meno soldi. Probabilmente nel futuro usano lo stesso architetto ma con la crisi costruisce palazzi meno imponenti. C’è anche la pioggia e gruppi di gente che gira con gli ombrelli aperti. Mi aspetto di veder volare in cielo un affare che fa la pubblicità alle Colonie Extra Mondo ma non succede, peccato, sarebbe stato divertente.

Infine la scelta dei personaggi e degli attori chiamati a interpretarli mi conferma alcuni sospetti che avevo avuto già in passato su Abrams: ha problemi con le donne e le minoranze etniche, non sa che farsene nelle storie.

Iniziamo dalle donne. La fidanzata del protagonista è misteriosamente coinvolta con la banda dei cattivi ed era presente all’agguato in cui il protagonista umano era stato ferito. La seconda donna che ho visto è una poliziotta che nella storia ha un’importanza marginale. L’ultima è la boss del poliziotto umano, quindi è una che comanda una squadra, ma quante volte negli ultimi tempi abbiamo visto personaggi femminili simili che oltretutto spesso fanno una brutta fine. E’ un nuovo cliché: ce n’era una di colore  in Mentalist ma ha avuto problemi con John il Rosso; in NCIS Jenni si è scavata la fossa da sola cercando vendetta contro “la Grenouille” ma tanto era già malata e sarebbe morta comunque presto; anche in Castle c’è una boss donna, per il momento ancora viva; infine c’è la grandiosa Hetty in NCIS: Los Angeles interpretata dalla premio Oscar Linda Hunt. Forse ce ne sono anche altre ma in questo momento non mi vengono in mente.

Parliamo adesso dei problemi riguardanti le minoranze etniche. L’unico orientale è un medico che esercita la professione più o meno legalmente in un quartiere malfamato. Niente di interessante insomma, anche in Blade Runner c’erano questi tecnici, medici e scienziati sgangherati che producevano cose particolari. ” …. occhi, io faccio solo occhi!” (cit.).

Per quanto riguarda la gente di colore dobbiamo prenderla alla larga e spiegare alcune cose. Andando avanti nell’episodio infatti scopro che il protagonista umano ha dei seri problemi di carattere e anche di comportamento tanto che uccide il suo nuovo partner robotico facendolo cadere dalla macchina in corsa e poi sotto un camion. Mi domando se si può usare il termine uccidere per un robot. Comunque a me la scena del robot sotto il camion mi ha fatto impressione e non mi è piaciuta per niente.

Il secondo partner robotico affidato al poliziotto umano sembra avere maggiori chance di sopravvivenza. Oltre ad essere di colore fa parte della serie DRN, definita “antiquata”. Si pensa subito a uno scassone di macchina invece scopriamo che la sua programmazione è talmente avanzata che possiede emozioni ed è in grado di collegare i dati in suo possesso in modo intuitivo. Gli altri poliziotti robotici sono di una serie più moderna ma meno sofisticati, perché in questo modo sono più controllabili.

Non è la prima volta che vediamo in TV una coppia di poliziotti, uno bianco e uno nero. Mi ricordo che quando ero bambina ho visto una serie degli anni ‘60 molto interessante con protagonisti due agenti segreti della CIA, il titolo era “I, Spy” e gli interpreti erano Robert Culp e Bill Cosby. Negli anni ‘80 non perdevo un episodio di “Miami Vice” con Don Johnson e Philip Michael Thomas, poi ho seguito i film di “Arma Letale” con Mel Gibson e Danny Glover, negli ultimi tempi ci sono i film di “Men in Black” con Will Smith e Tommy Lee Jones. Probabilmente ci sono anche altre serie ma io ho visto solo queste.

Ma torniamo alla nostra serie. Il poliziotto umano è un bianco mentre l’androide è un nero. Che cosa possiamo estrapolare da questa situazione? L’essere umano è la misura di tutte le cose e in particolare nella nostra società il maschio bianco eterosessuale è la norma, il modello a cui devono far riferimento tutti gli altri che di conseguena vengono posizionati al secondo posto oppure ai margini, è il caso delle donne e delle minoranze etniche e questo pilot conferma la regola. Fin qui niente di nuovo. Il problema però è che l’androide è un nero. Come androide non può essere considerato neanche un essere vivente, la sua posizione è al di fuori del genere umano, è un oggetto, simile a un soprammobile parlante, è un essere sacrificabile, come il robot finito sotto il camion. Il poliziotto androide di colore quindi deve provare di essere superiore agli altri modelli e deve anche dimostrare di essere uguale a un essere vivente grazie alla sua programmazione particolare. Mi domando: quante altre volte la gente di colore dovrà dimostrare di essere persone umane e non oggetti o animali nella nostra società? Noi italiani non siamo da meno degli americani, basti ricordare come certi politici trattano un particolare ministro del nostro attuale governo. L’argomento purtroppo è ancora molto attuale.

Le scelte di questa serie hanno delle connotazioni razziali  molto pericolose. Non è possibile stabilire adesso se la scelta di un androide di colore sia casuale o intenzionale, magari la produzione vuole affrontare temi razziali molto controversi e quindi non si può far altro che applaudire, ma se invece non è così si sono presi una bella gatta da pelare.

Un androide costruito per servire gli umani è come uno schiavo meccanico sempre disponibile, far interpretare questo ruolo a un attore di colore potrebbe far acquisire alla serie una connotazione razzista. Gli sceneggiatori si troveranno a camminare sul bordo dell’abisso nei prossimi episodi e dovranno stare molto attenti. Il titolo della serie, Quasi umano, mi fa temere che per quanti sforzi possa fare l’androide, rimarrà sempre e solo quasi umano ma mai umano vero, quindi potrebbe rimanere sempre uno schiavo, una prospettiva terribile.

Agents of SHIELD

Posted on Novembre 17th, 2013 in Televisione, donne | No Comments »

Attenzione SPOILER!

Sto guardando con molta trepidazione gli episodi di questa nuova serie che sinceramente mi sembra la migliore nel panorama televisivo autunnale.

Ci sono personaggi femminili molto interessanti, a volte leggermente stereotipati: l’agente cinese dall’oscuro passato, la scienziata molto dolce che fa tenerezza, la hacker alternativa che non si sa mai da che parte sta. D’altronde anche i personaggi maschili sono leggermente stereotipati, ma questo non toglie nulla al gusto di guardarsi la serie.

L’episodio più recente che ho visto è “The Hub”. Devo dire che è stato notevole vedere Coulson rendersi conto di non potersi fidare ciecamente del sistema come aveva fatto fino ad allora. La sua frase magica è stata per tutto l’episodio “Trust the system” ma poi quando ha capito che il sistema lo stava tradendo e con lui i membri della sua squadra, ho visto nei suoi occhi il segno del dubbio, un dubbio che ha rimesso in discussione tutte le sue certezze, compresa Tahiti, “a magical place”. Mi viene in mente il motto di X-Files, “Trust no one”. Da questo momento in poi le cose nella serie non saranno più le stesse perché Coulson guarderà alle sue missioni e allo SHIELD con crescente scetticismo e il pubblico sarà tutto con lui. Non so, forse ho una mentalità complottista ma fino ad ora nella mia vita non sono mai riuscita a trovare una organizzazione, di nessun tipo, che non mi abbia tradita o delusa in qualche modo e solo nei più stretti membri della mia cerchia di parenti e amici ho trovato supporto e conforto. Quindi capisco il desiderio di Coulson di creare una squadra che sia soprattutto una famiglia in opposizione a una organizzazione lontana e burocratica che persegue solo i propri obiettivi senza riguardo per le necessità individuali.

Approvo la direzione che sta prendendo la serie; riesco a capire le motivazioni dei personaggi e non ho alcun problema a identificarmi con uno o due di loro. Fino ad ora la serie per me è un successo.

Qualcuno conosce “Guardians of the Galaxy?”

Posted on Giugno 1st, 2013 in Uncategorized, cinema, donne | No Comments »

Vecchi fumetti a me sconosciuti (ma questo è facile, io non leggo mai fumetti) stanno facendo parlare molto di se da quando è in pre-produzione un film tratto dalla serie. “Guardians of the Galaxy”. Ma chi li conosce, chi sono questi guardiani della galassia. Mi toccherà fare delle ricerche e leggerli. Non tanto perché vogliono farne un film, quanto per il numero di attrici eccezionali che stanno reclutando. La prima di cui ho saputo è Zoe Saldana, vista in Avatar e in Star Trek dove interpreta una  Uhura fidanzata di Spock. Il suo personaggio sarà un’aliena dalla pelle verde. Mmm, mi ricorda qualcosa. Poi scopro che Glenn Close interpreterà il capo dei guardiani della galassia, un ruolo simile a quello di Samuel L. Jackson/Nick Fury negli Avengers. Oggi scopro anche che la cattiva principale sarà interpretata da Karen Gillan, una delle companion di Doctor Who.

Le riprese dovrebbero iniziare alla fine di giugno con una uscita nelle sale programmata per agosto 2014, ma io non riesco ad aspettare, l’attesa sarà troppo lunga. Caspita, queste notizie sono incredibili. Speriamo che i ruoli vengano scritti con criterio e non usando vecchi clichè, ma Glenn Close non avrebbe accettato la parte se non fosse stata di suo gusto e quindi c’è speranza.

Nel film naturalmente non ci sono solo donne, c’è un folto gruppo anche di attori uomini, ma in questo momento non riesco a pensare a loro, vedo solo alcune attrici eccezionali recitare in ruoli importanti in un film di azione/avventura. Non tutto è perduto per il genere femminile.