Esempi di burocrazia che uccide il paese

Posted on Maggio 11th, 2012 in Commenti | 6 commenti »

Oggi mi sono imbattuto in un caso secondo me esemplificativo di come la burocrazia sia una macchina infernale dalla quale non riusciremo mai a fuggire.

Arriva al Delos Store una richiesta di abbonamento da parte di una biblioteca. “Vorremmo sapere i costi e le modalità per abbonarsi a questa rivista”. Ok, rispondo che i costi sono tot (circa 20 euro) e come si può pagare.

Mi rispondono ringraziandomi cortesemente e invitandomi a compilare una dichiarazione in cui devo dare tutte le indicazioni sul conto bancario, le persone che hanno accesso al conto, e la dichiarazione deve essere firmata e accompagnata dal documento di identità della persona che ha accesso al conto.

Un momento: non ho chiesto di partecipare a una gara d’appalto per costruire una scuola. Siete voi che siete venuti da me per comprare una cosa da venti miseri euro.

Mi informo, e viene fuori che il concetto è questo: c’è una legge che predispone alcune misure per combattere la mafia, la legge 136 del 2010. Tra le altre cose nell’articolo 3 stabilisce una norma della “tracciabilità dei flussi di denaro”, per cui ogni flusso di denaro deve andare su conti che siano tracciabili.

Ora, lo spirito della legge è chiaro: che non sia possibile per un ente pubblico mandare capitali su conti esteri cifrati o cose del genere. Ma poi entrano in gioco i modi di gestire queste cose nella pratica. E allora, per “conto tracciabile” non è più sufficiente che sia semplicemente un conto italiano (del quale se necessario le forze dell’ordine potrebbero facilmente sapere tutto) ma deve essere accompagnato da una dichiarazione che attesti chi ha accesso a quel conto. La firma, non essendo apposta in presenza di un pubblico ufficiale, va accompagnata da un documento di identità.

La legge dice esplicitamente che per somme inferiori a 1500 euro non è obbligatorio che il pagamento sia tracciabile. Ma ahimè, chi ha fatto il regolamento non ha capito il senso della cosa, per cui non è scattata analoga deroga sulla documentazione richiesta se il pagamento è fatto effettivamente con un bonifico e non in contanti.

Così si arriva a questa assurdità per cui per venti euro bisogna firmare dichiarazioni e mandare la propria carta di identità; con un evidente problema di privacy. Per dire, se qualcuno intercetta la mail, o se qualcuno la legge nell’ufficio che per me è solo un indirizzo email apparentemente di un comune, ora sa a casa di chi andare dove gli basterà puntare una pistola per avere accesso a un conto corrente. Nel caso del Delos Store non farebbe un grande affare, ma se fosse stata una ditta più grossa? Ecco come una norma antimafia diventa potenzialmente un pericolo per il cittadino.

Seconda cosa: ma che senso ha tutto questo? È così che si combatte la mafia? Ci sarà qualcuno che verificherà chiamando la banca e chiedendo se quello che ho scritto è vero (e se così fosse non potevano chiedere direttamente a loro?) E il tempo perso per fare queste cose quanto costerà? E se anche fosse, cosa mi costerebbe dieci minuti dopo che l’ente pubblico mi ha fatto il bonifico far ammettere tra le persone che hanno accesso al conto anche il signor Vito Corleone? E la mia carta di identità sulla mail, che valore dovrebbe avere? Non credo che ci metterei molto con Photoshop a fare carte di identità intestate Garibaldi, Giuseppe o Vader, Darth.

Quindi complicazioni, perdite di tempo, infrazioni della privacy per ottenere un risultato che è puramente simbolico, come quando sull’aereo vi chiedono se siete terroristi. Un certo signor Bin Laden è andato in USA varie volte, e sospetto che quella crocetta non l’abbia mai messa.

Se le elezioni si facessero su Facebook il nostro presidente sarebbe un pomodoro

Posted on Settembre 9th, 2010 in Whatever | 1 commento »

Se le elezioni consistessero nel contare i “fan” su Facebook, Niki Vendola vincerebbe le elezioni. Ma solo per un vizio di forma, perché il vincitore morale sarebbe ancora Berlusconi.
No, non sto dicendo che Vendola è un pomodoro, la faccenda del pomodoro la spiego dopo. La pagina di Vendola oggi su Facebook sfiora i 250.000 fan, ed è la pagina di un politico seguita dal maggior numero di persone. La pagina principale di Silvio Berlusconi ne ha 220.000, ma dedicate all’attuale e ancora per poco capo del governo ce ne sono diverse altre, tra le quali una con 60.000 fan, una da 20.000 e altre minori; in teoria la somma porterebbe Berlusconi in testa, ma andrebbe prima verificato il grado di sovrapposizione tra i fan delle diverse pagine.
Solo al terzo posto in questa particolare classifica, e sono sorpreso perché probabilmente è l’uomo politico che ha puntato sulla rete con più convinzione, c’è Antonio Di Pietro, con 132.000 fan.

Gli altri politici hanno tutti numeri piuttosto bassi, anche se è interessante un confronto. Gianfranco Fini quasi 70.000 fan; Pierluigi Bersani ne ha 32.000; Pier Ferdinando Casini è a 14.000; di Umberto Bossi non ho trovato pagine significative. Tra gli altri personaggi più in vista Mara Carfagna ha 36.000 fan, Rosy Bindi è quasi a diecimila, Piero Fassino 5000, Giulio Tremonti nulla di significativo. Massimo D’Alema raccoglie poco più di 300 fan.

Altri politici, come Daniele Capezzone e Maria Stella Gelmini, contano decisamente più fan nelle pagine create per denigrarli che in quelle create per applaudirli. Come dar torto al popolo di Facebook, in questo caso?
In realtà, questo fenomeno vale anche per Berlusconi. Infatti la pagina “Questo pomodoro avrà più fan di Silvio Berlusconi” ha superato i 600.000 fan, ben oltre il doppio dei sostenitori del premier, come del resto auspicato dal titolo della pagina stessa.

La lezione che se ne trae non è delle più incoraggianti. È chiaro che tante persone, forse la maggioranza, non ne vogliono più sapere di Berlusconi. Ma è anche chiaro che molto meno chiaro è cosa si vorrebbe mettere al suo posto. Un altro indicatore molto interessante che ho notato sulla spaccatura dell’elettorato è che in tutte le pagine di apprezzamento a Berlusconi ho trovato solo 1 amico dei miei 365. Sulla pagina di Vendola, ad esempio, ce ne sono 35.
Ultima nota: è interessante notare che, restando nel campo della politica, c’è un personaggio che in popolarità straccia senza difficoltà tutti i politici, pomodori inclusi: è Marco Travaglio, che conta ben 675.000 fan. Circa 67 volte più del giornalista (se il termine è applicabile) più popolare dell’altra sponda, Vittorio Feltri.

Legge bavaglio, arrestati gli astrofisici!

Posted on Giugno 16th, 2010 in Commenti | 5 commenti »

Milano, 16 giugno 2011. È choc nel mondo scientifico in seguito agli arresti, avvenuti nelle prime ore della mattina da parte di nuclei della Digos, di diversi scienziati italiani, astronomi e astrofisici, e dei direttori di due delle maggiori riviste scientifiche pubblicate nel nostro paese, una delle quali è l’edizione italiana di una prestigiosa testata americana.

L’arresto è un atto dovuto secondo il magistrato che lo ha ordinato, dopo la specifica denuncia del ministro del controllo della ricerca scientifica Carlucci.

La vicenda è iniziata alcuni giorni fa, quando i siti web delle riviste incriminate hanno pubblicato la notizia della ricezione da parte di ricercatori americani di un segnale proveniente dalla costellazione del Cigno che attesterebbe l’esistenza di una civiltà extraterrestre. L’ascolto del segnale, come riportavano gli articoli, si era protratto per quasi sei mesi. I ricercatori del SETI, come prassi di questo progetto, avevano inviato la registrazione del segnale audio agli elaboratori dei ricercatori e hobbisti associati, molti dei quali anche italiani, per l’elaborazione e l’analisi. Fino alla certezza del risultato ottenuto: nella costellazione del Cigno esisterebbe quindi una civiltà tecnologica in grado di inviare nello spazio interstellare segnali radio.

La doccia fredda è arrivata quando il ministro ha fatto notare che l’ascolto di segnali provenienti dallo spazio va considerato, a tutti gli effetti, un’intercettazione. L’ascolto prolungato oltre i 75 giorni, nonché la pubblicazione di risultati, dati e analisi sul segnale stesso, è una grave violazione della legge approvata proprio di questi tempi lo scorso anno.

Ora si teme che il provvedimento restrittivo possa interessare anche tutti gli iscritti al programma SETI, diverse migliaia in Italia, sui quali pende anche una denuncia per infrazione dei diritti d’autore per lo scaricamento del segnale grezzo dai server del SETI senza adeguato pagamento del corrispettivo alla SIAE. Vi riferiremo ulteriori sviluppi.

Giro di vite contro i pirati

Posted on Agosto 29th, 2008 in Commenti | 3 commenti »

Per chi non se ne fosse accorto, negli ultimi tempi pare che la giustizia italiana si stia dando parecchio da fare contro i cosiddetti pirati. Sono scattati una serie di provvedimenti che hanno portato prima alla chiusura del sito Colombo, uno dei più noti aggregatori di bit torrent italiani, e verso la metà di agosto all’oscuramento, su ordinanza di un giudice di Bergamo, del famoso sito The Pirate Bay.

In cosa consiste l’oscuramento: ai provider italiani viene chiesto di modificare i propri dns in modo che l’indirizzo piratebay.org e qualcun altro collegato non vengano risolti, e che l’indirizzo ip del sito risulti irraggiungibile.

Diciamo subito che questo misure sono facilmente eludibili:se un utente non usa i dns del suo provider ma, per esempio, OpenDNS (consigliabile anche per molti altri motivi), aggira facilmente la prima parte del provvedimento; e la seconda l’ha aggirata PirateBay cambiando indirizzo ip al volo dopo poche ore.

Le reazioni che leggo sul sito del Partito Pirata, che fa riferimento all’omologa organizzazione svedese nata attorno al sito, mi lasciano un po’ perplesso. L’ordinanza del giudice viene contestata in base al fatto che, secondo loro, Pirate Bay non viola i diritti d’autore, perché ospita solo file torrent che sono a tutti gli effetti solo dei link che rimandano a file distribuiti sui computer degli utenti. C’è inoltre un gran affermare che il Partito Pirata non vuol mettere in cattiva luce la FIMI e altre organizzazioni simili, che il Partito Pirata condanna lo scambio di materiale protetto dai diritti d’autore, e così via.

O insomma, che razza di pirati fifoni abbiamo davanti? Si combatte la causa del no copyright facendo finta di non voler infrangere il copyright? Ha senso contestare tecnicamente una sentenza facendo affermazioni in parte contrarie ai propri principi?

In effetti, la posizione del Partito Pirata, come pure quella del PiratPartiet svedese originale, non è chiarissima. Se all’atto della sua fondazione il PiratPartiet si dichiarava apertamente contrario ai trademark, al momento di stilare il proprio programma politica questa posizione è stata decisamente smussata. Forse è giusto così, ma è possibile combattere battaglie politiche con idee così così?

Negli ultimi anni l’offensiva dei proprietari di copyright sta diventando sempre più invadente, limitando sempre di più le possibilità degli utenti, cercando di vendere tutto ovunque sempre per qualsiasi uso, ed espandendosi anche a settori che non dovrebbero essere posti sotto copyright. È una guerra che a mio avviso è determinante per il futuro della cultura, e va combattuta con tutte le armi. Incluse le idee radicali: perché spesso solo se pretendi 100 ottieni 10.

Poi ovviamente la mia posizione, come penso quella di tante altre persone di buon senso, è un po’ una via di mezzo. Se è giusta la difesa dei diritti dell’autore, è anche giusta la difesa della diffusione della cultura. La cultura deve circolare, per il suo stesso bene. Una dimostrazione immediata la danno, per esempio, quegli sport che sono spariti dai canali televisivi generalisti per finire solo sui canali a pagamento, pendendo drammaticamente in popolarità.

La musica, il software e gli altri prodotti culturali devono circolare in una certa misura liberamente, per potersi far conoscere. Se nessuno li conosce, nessuno li acquisterà.

C’è di più. Se si vuole che la gente acquisti, bisogna saper vendere. Troppo spesso i prodotti regolarmente acquistati sono meno fruibili di quelli che circolano piratati. Basti pensare a cd con protezione della copia, software che richiedono dongle o inserimento di cd, dvd con spot antipirateria obbligatori (ma perché rompete le scatole a me, che ho comprato il dvd?) prima di poter vedete il film.

Di più. Da vent’anni esiste internet, le informazioni circolano rapidamente. Perché uno spettatore italiano dovrebbe aspettare da sei mesi a un anno per vedere le puntate del proprio telefilm preferito andate in onda in USA? Capisco che debba aspettare se le vuole in italiano, ma se le vuole in inglese perché non vendergliele subito?

Insomma, il punto è che l’unico modo serio di combattere la pirateria è quello di dare modo alla gente di non doverla usare. Offrite prodotti a prezzi ragionevoli, vendeteli subito ovunque, e fare in modo che sia facile comprarli, scaricarli e usarli. Vedrete come calerà la pirateria.

Violenza giovanile? Colpa dei videogiochi!

Posted on Luglio 4th, 2008 in Whatever | 4 commenti »

E come no! Una volta era colpa del rock, poi dell’heavy metal, adesso dei videogiochi. L’ultimo a emettere questa sentenza di condanna è persino un rockettaro, Noel Gallagher degli Oasis. Lo riporta Corriere.it, fonte di cui in genere mi fido poco, per cui sono andato a cercare qualche fonte inglese. “People say it’s through violent video games and I guess that’s got something to do with it” ha detto Gallagher. “If kids are sitting up all night smoking super skunk and they become so desensitised to crime because they’re playing these video games, it’s really, really scary.”

Trovo che sia davvero triste che persino un musicista - forse chiamare rock quello che fanno gli Oasis è un po’ eccessivo - possa fare questo tipo di dichiarazioni.

Faccio una proposta. Oggi per qualunque cosa si fanno sondaggi e statistiche. Facciamo una bella statistica: vorrei sapere qual è la percentuale di ragazzi che giocano ai videogiochi che ha accoltellato qualcuno. Anzi, non mi basta. Facciamo un’altra statistica: vediamo tra i giovani delinquenti che hanno accoltellato qualcuno qual è la percentuale di quelli che giocano ai videogiochi.

La mia impressione è che nella gran parte dei casi se gli capita in mano una playstation se la vendono all’istante, per drogarsi o magari per mangiare.