Motori d’altri tempi

Posted on Ottobre 25th, 2008 in Exposé | niente commenti »

Oggi viviamo nell’era di Google. Siamo abituati a usare Google per cercare qualsiasi cosa, usiamo verbi come “googlare” o anche “autogooglarsi” per vedere chi parla di noi.

Ma c’è stato un tempo in cui Google non c’era ancora, e i motori di ricerca erano altri. Quando internet era ancora una cosa “piccola” andavano di moda le directory, elenchi più o meno ragionati di siti. Yahoo e Virgilio hanno cominciato così. Poi è arrivato Altavista, della Digital (gloriosa azienda di informatica in seguito inghiottita da Compaq in seguito inghiottita da HP). Altavista per la sua epoca era straordinario. Mancava la capacità di Google di dare un corretto ranking alle pagine, ma trovava tutto, e questo era già un bel risultato.

Più o meno in quel periodo andavano per la maggiore anche Lycos, Excite e qualche altro motore; all’epoca lavorare sul posizionamento nei motori di ricerca significava fare in modo di essere su più motori possibili, non, come oggi, essere piazzati bene nell’unico motore che conta.

Molti di questi siti hanno fatto in tempo a fare fortuna con la bolla della new economy. E i più grossi esistono ancora: Lycos usa un motore Google; Altavista appartiene a Yahoo; ed Excite è passato attraverso mani diverse e oggi è un portaletto di quelli che vorrebbero fare un po’ di tutto ma che in definitiva non hanno una vera ragione d’essere.

È proprio Excite che mi ha spinto a scrivere questo post, quando abbiamo trovato una pubblicità su Fantascienza.com, negli annuncini Google, che diceva “Cerchi fantascienza? Visita il Blog con pagine dedicate!” e mandava a un indirizzo “magazine.excite.it/fantascienza”.

Curiosamente, cliccando sul link si arriva a una pagina inesistente che rigira poi all’home page di Excite. Ok, un errore capita a tutti. Ma, incuriosito, ho voluto fare il mio solito “test” per motori di ricerca. Ho scritto “fantascienza” nella buca di ricerca di Excite e ho cliccato “cerca”.

Allora, il primo risultato fornito è una pagina su un sito con dominio numerico, che sfortunatamente non risponde. La seconda è una pagina web ma un rss di Excite stesso. La terza è la pagina non di Wikipedia ma del Wiktionary, che spiega che fantascienza significa science fiction.

Seguono pagine secondarie di altri siti vari. Per trovare un link a Fantascienza.com bisogna arrivare alla seconda pagina, e non è un link alla home page ma a una news qualsiasi (del settembre 2006, tra l’altro). Le due righe di testo descrittivo della pagina illustrano la data di registrazione in tribunale della testata: difficile trovare due righe meno significative.

Un pochino meglio, dibbiamo dirlo, va se cerchiamo con l’opzione “solo italiano”. Che però non è l’opzione di default (siamo su Excite.it, ricordiamolo). Qui Fantascienza.com è al secondo posto, dopo Carmilla, segue il sito dello Stic e al quarto posto il sito di Fabio Faminò. Senza la “ò”: queste cose aliene come i caratteri accentati non ci si può aspettare che vengano riconosciuti.

Ho provato anche a cercare “Gelmini”, tanto per fare un test sull’attualità. Il primo riferimento al ministro dell’istruzione era nella seconda pagina di risultati, ed era una pagina di un blog datata maggio che rimandava a una pagina di un altro sito datata dicembre 2007, quando la Gelmini era una qualsiasi portavoce di Forza Italia.

Insomma, povero Excite, ha un motore di ricerca che forse avrebbe potuto soddisfare un utente nel 1995, ma oggi può servire a malapena per farsi due risate. E ad apprezzare di più la fortuna che abbiamo di poter utilizzare Google.

Apple, made in China

Posted on Settembre 26th, 2008 in Commenti, Exposé | 10 commenti »

Nei giorni scorsi tutti i siti tecnologici e Mac hanno riportato la decisione di Apple di proibire ai programmatori la pubblicazione delle lettere di rifiuto di Apple stessa per i programmi per iPhone.

Spieghiamo meglio l’antefatto, per chi non abbia seguito. Chi vuole vendere o acquistare software per iPhone può farlo attraverso un solo canale: l’App Store su iTunes. È una soluzione con pregi e difetti. Pregi: gli sviluppatori hanno una straordinaria vetrina e la possibilità di vendere in modo semplice e efficace. Non sono pochi quelli che si stanno coprendo d’oro con programmini anche piuttosto semplici. Difetti: Apple decide se accettare o no il tuo programma, e se lo rifiuta puoi buttarlo via.

Quando Steve Jobs ha presentato l’App Store ha detto che sarebbero stati rifiutati programmi che infrangevano i contratti telefonici o che mettevano a rischio la sicurezza del telefono. In una situazione in cui Apple si arrogava il controllo totale del mercato software per il suo telefono, la trasparenza sembrava essere d’obbligo.

Tuttavia, nel mondo reale, pare che le restrizioni imposte da Apple si applichino anche ad altri casi. A parte il caso di NetShare, programmino che permetteva il tethering, ovvero l’uso di iPhone come modem per collegarsi in rete con il pc (cosa che ovviamente preoccupa le compagnie telefoniche, perché il traffico generato diventa immediatamente molto maggiore), si sono verificati di recente due casi molto antipatici.

Il primo riguarda un softwarino per la gestione e il download dei podcast, Podcaster, sviluppato da Almerica. Apple lo ha rifiutato con la motivazione “replica le funzioni di iTunes di Apple”. Attenzione, iTunes, per Mac e PC, non del software presente su iPhone che non dispone di nessuna funzione per la gestione dei podcast.

Il secondo è il caso di MailWrangler, di Angelo DiNardi, un semplice applicativo che permette di consultare più accounti di posta di GMail senza dover inserire ogni volta username e password. Non si tratta in realtà di un vero e proprio programma di posta, ma semplicemente di un’utility che fa il login automatico sulla webmail di Google. Un programma che, personalmente, avrei apprezzato molto, visto che ho diverse caselle su GMail, e che trovo il webmail per iPhone di Google più pratico e funzionale del programma Mail di iPhone.

Il rifiuto di Apple è stato analogo: replica le funzioni del programma di posta di iPhone.

Quindi? Apple ha paura della concorrenza e la stronca sul nascere? O semplicemente “non serve”, al contrario delle utilissime sette versioni di emulatori del bicchiere di birra con rutto finale che “arricchiscono” l’App Store?

Due brutti casi, a mio avviso, che Apple si poteva tranquillamente risparmiare. Ma il peggio doveva ancora venire, perché in seguito alle reazioni di riviste e blog, più o meno tutte a favore dei poveri programmatori e contrarie a Apple (dopotutto, in nessuno dei due casi le scelte di Apple sono state a favore dell’utente), la reazione è stata la peggiore: Apple ha ricordato seccamente ai programmatori che anche le lettere di rifiuto di Apple ricadono sotto il “non disclosure agreement”, e quindi non possono in nessun caso essere pubblicate.

MailWranglerFossero almeno ben chiari i principi su cui si basa Apple. Sappiamo per esperienza diretta di software rifiutati in base a dettagli tecnici quando decine di programmi esattamente identici erano già stati accettati. Sappiamo che le motivazioni del rifiuto arrivano dopo diverso tempo, e sappiamo che è praticamente impossibile chiedere in anticipo se un progetto sarà considerato accettabile o meno, o discutere dopo le motivazioni per cercare un accordo. Apple è sempre stata un’azienda famosa per comunicare poco e solo quando vuole lei, e la gestione dell’App Store non fa differenza.

Ricapitolando: una persona o un’azienda investe tempo e denaro a imparare a programmare per iPhone, a sviluppare un progetto, lo cura, ci mette dentro fatica e passione, e quando è pronto lo presenta a Apple, dove un ragazzino brufoloso qualsiasi a seconda di come gli gira può rifiutarlo e mandare a monte tutto il  lavoro di mesi. E zitto, non osare lamentarti.

L’odiata Microsoft non è mai arrivata a questi livelli, ci sembra.

Devo dire che speravo che questa reazione fosse la solita da solerte ufficio legale, e che sarebbe arrivata magari da Jobs un qualcosa che rimettesse le cose a posto. Ma sono passati diversi giorni e non è accaduto.

Almeno questo ha risvolti positivi per gli utenti? Quando si parla di Windows Mobile spesso si critica il fatto che il software in vendita non ha controllo e spesso finisce per “impestare” il telefono e renderlo instabile e inutilizzabile. Ma il software per iPhone è così migliore? A guardare l’App Store, dopo sei mesi dal lancio, troviamo che una buona percentuale del software offerto è roba peggio che amatoriale, di qualità molto scadente. Alcuni tipi di programmi sono replicati all’infinito: ci sono una dozzina di lettori RSS, per esempio, solo un paio dei quali realmente decenti (consiglio Feeds, e sconsiglio NetNewsWire, che su Mac è ottimo mentre su iPhone è inutilizzabile), ci sono decine e decine di Sudoku, di solitari di carte, di lampade notturne (programmi che non fanno altro che accendere il monitor con fondo tutto bianco: utile, certo, ma uno bastava).

Tra poco uscirà G1, il primo telefono basato su Android, il sistema operativo per smartphone di Google. Anche lì c’è un App Store - stesso nome, evidentemente Apple ha dimenticato di registrare il copyright - gestito da Google. Ma la grande G ha già fatto sapere che il suo App Store non imporrà nessun tipo di approvazione preventiva. Da parte Apple invece l’ultima notizia è che un editore ha dovuto annullare la pubblicazione di un libro sulla programmazione per iPhone, a causa delle regole di segretezza della Apple. Se voi foste uno sviluppatore e doveste decidere quale SDK mettervi a studiare, a questo punto cosa scegliereste?

Anche se portano doni

Posted on Settembre 3rd, 2008 in Commenti, Exposé | 13 commenti »

Timeo Danaos et dona ferentes. Temo i greci, anche quando portano doni: questo diceva Laocoonte ai suoi concittadini, per convincerli a diffidare dallo splendido cavallo di legno lasciato fuori dalle porte di Troia. Il dilemma di cui voglio parlare in questo post è simile, anche se di segno opposto: in sostanza, temo Google, perché porta troppi doni.

La scrittura di questo post su Google ChromeIeri tutto il mondo dell’informatica è andato in fibrillazione perché, un po’ a sorpresa, il Grande Fratellino ha annunciato che regalerà al mondo un nuovo browser, Chrome. La versione beta è già disponibile per Windows, XP o Vista, e a breve arriverà anche per Mac e Linux.

C’era bisogno di un nuovo browser, da affiancare a Internet Explorer, Firefox, Safari e Opera? Be’, tutto ciò che può aiutare a far scomparire dalla faccia della terra quell’abominio di Explorer è benvenuto. Gli altri browser fanno bene il loro lavoro, ma dopo aver provato per cinque minuti Chrome, devo dire che non ho potuto non innamorarmene. Veloce, pratico, semplice, intelligente. E dopo aver letto il fumetto di presentazione (38 pagine che spiegano in modo molto semplice anche dettagli tecnici complessi) ne ho apprezzato anche gli aspetti che non sono visibili. Poche e semplici impostazioni, suddivise in tre schede: “impostazioni di base”, “piccoli ritocchi”, “roba per smanettoni”. E nel menu per gli sviluppatori, una “console javascript” che è il sogno realizzato di ogni sviluppatore web.

Insomma, Chrome non è “un altro browser”. Ha tutto quel valore aggiunto che ne giustifica l’esistenza, e che lo rende indispensabile se siamo tra quelli che vedono il futuro dell’informatica sempre più indirizzato alle applicazioni remote, basate su tecnologie web. Questo post lo sto scrivendo con Chrome, e a parte la rottura di usare Windows, posso confermare che il browser funziona benissimo anche con Wordpress.

Perché ora e non prima? C’è un precedente: se ricordate, l’anno scorso Apple ha presentato il suo Safari in versione Windows. Accadeva poco dopo l’uscita di iPhone, che utilizza anch’esso Safari; allo stesso modo Google offre Chrome poco prima dell’uscita dei primi telefoni basati su Android, la sua piattaforma mobile che utilizza un browser web basato sullo stesso engine. Guarda caso: Safari, iPhone, Chrome, Android: tutti basati sullo stesso motore: WebKit.

Quando Apple decise di produrre il proprio browser web, visto che Microsoft aveva smesso si sviluppare Explorer per Mac, andò a trovare Mozilla. Il motore open source per eccellenza però all’epoca era pesante, lento, frutto della stratificazione di anni di sviluppo e di correzioni. Apple decise di mollarlo (e questo causò un salutare esame di coscienza nella comunità Mozilla, che da allora ha fatto enormi passi avanti) e finì per scegliere KHTML, il motore del browser linux Konqueror.

Ben presto però le strade di Apple e di Konqueror si divisero. Gli uomini di Konqueror erano idealisti, volevano un browser che rispettasse alla lettera tutti gli standard W3, mentre alla Apple volevano un browser efficiente e che funzionasse su tutti i siti, anche quelli fatti male, testati solo con Explorer. I due progetti si separarono e nacque così WebKit.

WebKit è ancore open source, ma è un open source per così dire “da corporation”. E’ adottato da Apple, da Nokia, da Adobe per la sua piattaforma Adobe AIR, e ora da Google.

Se Apple ha lanciato Safari per Windows per facilitare la progettazione di web application per iPhone e per aumentare la base di utenti di Safari, l’arrivo di Chrome non fa che migliorare le cose. Per gli sviluppatori web diventa obbligatorio, d’ora in poi, testare i siti non solo su Explorer 6 e 7 e su Firefox, ma anche sui browser WebKit. Compito non difficile, perché già oggi sappiamo che in genere un sito ben scritto funziona come deve sia su Firefox che su Safari, a parte rarissimi problemini facilmente sistemabili; la vera grana è sempre stata far funzionare le cose sui vari Explorer.

Un altro regalo di Google di questi giorni è l’Ad Manager. Google mette a disposizione degli editori uno strumento per gestire i propri spazi pubblicitari, gratuito, efficiente, facile da usare. Assomiglia a OpenAd, il software open source più diffuso per questi scopi, anche se appare più sofisticato. Ma al di là delle funzioni in più o in meno, c’è una differenza sostanziale: OpenAd te lo installi sul tuo server. Ad Manager gira su Google.

Difficile resistere. Google ti dà la possibilità di liberarti di tutto il traffico generato dai banner, e di rendere il servizio di fornitura molto più efficiente. Basta pagine che non si caricano perché aspettano che l’ad server decisa che banner passare. Grazie a questa efficienza si potranno usare banner più pesanti, fare campagne più articolate, e in breve tempo non sarà più possibile fare a meno di Google Ad Manager. E Google, il principale operatore al mondo nel campo della pubblicità web, avrà sui propri server tutte le informazioni riguardanti gli affari di una miriade di piccoli concessionari; avrà clienti, tariffe, statistiche, tutto a portata di mano.

Lo slogan di Google è “don’t be evil”. Non essere cattivo. Google sta conquistando il mondo con la sua bontà. Software straordinari, soluzioni nuove e geniali, servizi indispensabili. Tutto bello, tutto gratis. Come fai a dirgli di no?

Guardiamoci un po’ attorno. Quanta parte dell’economia mondiale dipende, oggi, dal successo dei siti internet? Quanta ne dipenderà domani? Oggi, ci sono persone che dedicano la loro vita allo studio di come funziona Google, e di quali trucchi vanno adottati per far comparire l’indirizzo di un sito nella prima pagina di una ricerca su Google. Originariamente il motore di ricerca di Google era stato progettato per studiare il web, capirlo e proporre i risultati in modo che i siti più importanti andassero in testa. Già oggi questo paradigma si è ribaltato. Google non studia più il web, è il web che studia Google. I webmaster non possono più creare i siti come pare a loro: devono seguire precise specifiche approvate da Google. L’HTML semantico, i CSS, l’XHTML, sono tutte bellissime tecnologie che non si sarebbero mai imposte se non fosse accaduto che chi le usava veniva premiato da Google.

Una volta un grafico poteva fare un titolo sulla pagina del proprio sito mettendo un bel gif, oppure usando una combinazione di <FONT>, <B> eccetera. Oggi se non usi un <H1> Google ti ignora. Quindi usi <H1> e poi lo formatti come vuoi usando i CSS:

E’ giusto così, intendiamoci: l’HTML semantico permette alla pagina di essere capita meglio dal software, di essere letta con browser alternativi (ad esempio quelli per ciechi), e in definitiva rende anche lo sviluppo più ordinato e più facilmente mantenibile. Google insomma è un tiranno ma è un tiranno illuminato.

Quando Google ti dice che puoi usare il servizio Gmail anche per i tuoi propri domini, e quindi avere a disposizione server di posta efficienti, una webmail bellissima (su iPhone è persino meglio del programma di posta integrato), spazio in abbondanza, la facilità di creare utenti, liste, forward, e un antispam davvero efficace, come fai a dire di no? Certo, da quel momento la tua posta sarà nei server di Google, ma Google è buono.

Quando Google ti dà un servizio di analisi del traffico del tuo sito come Analytics, sofisticatissimo e facile da usare, come fai a dire di no? Certo, da quel momento Google sa esattamente chi passa dal tuo sito, quante pagine servi, a chi le servi, di cosa ti occupi. Ma Google è buono.

Quando Google ti dà la possibilità di scrivere documenti, di usare fogli di calcolo, di creare presentazioni, tutto gratis, senza usare quel rompiballe di Word, da qualsiasi computer senza stare a fare copie su chiavette che poi si moltiplicano, e di metterlo a disposizione dei tuoi colleghi per lavorarci insieme, come fai a dire di no? Certo, da quel momento Google ha i tuoi documenti sui suoi server. Ma Google è buono.

Potrei andare avanti ma credo di aver reso l’idea. Io sono un fan di Google. Sono convinto che nessuno meriti il premio Nobel come Larry Page e Sergey Brin, perché stanno “facendo progredire l’umanità” come diceva Dario Fo nel famoso spot Think Different, e lo fanno come pochi l’hanno fatto prima di loro. Ma sto anche cominciando ad avere un po’ di paura; ci stiamo affidando troppo a Google, a questo grande fratellino così caro e così amichevole. Oggi la Cina dice a Google cosa deve far vedere o meno agli utenti cinesi. Quando manca al giorno in cui sarà Google a dirlo alla Cina? Quanto manca al giorno in cui sarà la “search engine optimization” a decidere quale presidente sarà eletto negli Stati Uniti? Quanto manca al giorno in cui un software automatico leggerà tutta la posta nei server (salvaguardando la privacy individuale, naturalmente) e detterà ai governi cosa vuole o non vuole la gente, sulla base di precisi dati statistici?

Anche ammettendo che Page e Brin restino “buoni”, un giorno andranno in pensione. O magari moriranno in un incidente spaziale. O si stuferanno. O una cordata di azionisti li metterà fuori gioco. E allora Google potrebbe diventare cattivo, e avrebbe nelle proprie mani un potere che nessun Blofeld ha mai sognato di avere. Google potrebbe togliersi la pelle umana e rivelare al di sotto le scaglie del rettile. E allora saremo davvero, davvero nei guai.

Finalmente anche l’Italia è un paese vivibile

Posted on Maggio 25th, 2008 in Whatever | 9 commenti »

Ebbene sì. Devo confessarlo. Ormai da molti anni stavo pensando di andare in esilio, di lasciare questo paese. Ogni viaggio all’estero era un’occasione in più per accorgermi dell’enorme lacuna di cui soffriva l’Italia, e al ritorno soffrirne cocentemente.

Una lacuna che ora è stata almeno in parte colmata, perché da qualche giorno, in corso Lodi 90 a Milano - guardacaso, vicino a casa nostra - ha aperto Chicken Cottage, il primo fast food italiano di cui io abbia notizia a vendere pollo fritto.

La notizia è di importanza straordinaria. Per rendersi conto dello stato selvaggio in cui ci trovavamo, basta notare che in Italia la gente non sa neppure cosa sia il pollo fritto. Quando lo si nomina pensa alle bistecchine di petto di pollo impanate, o al massimo al “Chicken Doré” di MacDonalds. Qualcuno fa riferimento alle alette Durango che si trovano al supermercato. Ma no, il pollo fritto è in effetti una cosa del tutto diversa.

Giusto per dare un’idea, per fare il pollo fritto si usano almeno una dozzina di spezie diverse che vengono usate sia mescolate con latte o yogurt per mettere il pollo a marinare, sia mescolate alla farina; il pollo viene normalmente fritto in una pentola a pressione, e successivamente passato anche in forno. Ciò che ne risulta sono pezzi - soprattutto cosce o alette - coperti da una crosta croccante e speziata, mentre all’interno la carne mantiene una incredibile morbidezza e succosità.

Quando Larry Page e Sergey Brin fondarono Google, si preoccuparono subito di trovare un cuoco d’eccezione per il loro campus, tanto che gli offrirono oltre a un eccellente stipendio anche delle stock options. Il cuoco che assunsero, Charlie Ayers, in precedenza cucinava per i Grateful Dead, ed era famoso per il suo “pollo fritto alla Elvis”.

Sul libro Google Story di David Vise e Mark Malseed c’è la ricetta; io lo chiamo “il pollo alla Google” e ogni tanto lo faccio anche in casa, ma è una cosa che richiede quasi una giornata di lavoro (senza contare i cinque giorni di marinata), quindi accade molto di rado.

Naturalmente, il pollo fritto, che è una ricetta tipicamente inglese poi esportata in America, è famoso in tutto il mondo grazie ad Harlan Sanders, nominato colonnello onorario dal governatore del Kentucky nel 1935. Sanders cominciò con un piccolo ristorante di una stazione di servizio a Corbin, e finì per creare una catena di fast food diffusi in tutto il mondo, la Kentucky Fried Chicken, che a un certo punto, quando nell’opinione pubblica si diffuse la malsana idea che il fritto facesse male, cambiò nome in KFC.

In Italia purtroppo KFC non è mai entrato. Ma è arrivata questa catena anglo-pakistana, Chicken Cottage: hanno una marea di negozi in UK, un paio di Pakistan, uno in Libia, uno alla Mecca, due in Sudafrica, uno a Parigi e uno a Bratislava. E ora uno a Milano in corso Lodi. Alleluia!