Avatar: ma ci fa o ci è?

Posted on Gennaio 17th, 2010 in Fantascienza | 24 commenti »

Quanto mi stavano sulle scatole quelli che, nei giorni scorsi, scrivevano sui forum di Fantascienza.com sparando contro Avatar, a priori. “Io non ci penso neanche ad andarlo a vedere”. “Un film senza una trama non vale niente”. Che palle. Il sentimento di antipatia a mio avviso era dovuto: tutti entusiasti, eccitati nell’attesa di qualcosa di nuovo, di grandioso, e questi a fare i sostenuti, snobbini, criticoni e cagadubbi.

Ecco, tutto ciò mi fa ancora più incavolare, perché anche se di certo non dirò che avevano ragione, purtroppo devo dire che Avatar è stato davvero una delusione.

Chiariamo. Avatar è un film straordinario. È straordinario perché segna una tappa della storia del cinema, perché mostra cosa si può fare con la tecnologia e il talento artistico. È straordinario perché è una visione stupenda, dall’astronave all’inizio - mai goduto così tanto a vedere un’astronave - alla battaglia della fine (da questo punto di vista, Il signore degli anelli è definitivamente storia). È straordinario perché ora sappiamo veramente cos’è, come si usa, a cosa serve e qual è il modo migliore di usare il 3D, e di questo non posso essere troppo felice perché dopo Avatar tutti faranno film in 3D e gli occhi mi fanno ancora male dopo tre ore dalla fine del film e soffro a pensarci.

Avatar è un film da vedere. Non ha senso pensare di non vederlo. Non se uno pretende di esprimere qualsivoglia opinione sul cinema. Sarebbe come non aver visto Il padrino o Star Wars.

Detto questo. Avatar è un film straordinariamente deludente dal punto di vista narrativo.

I punti negativi sono presto detti. Trama. Ambientazione. Personaggi.

La trama: non è che non ci sia; c’è, col suo solito schema introduzione-crisi-vantaggio-sconfitta-vittoria finale. Non devia di una virgola, incollato al terreno, aderenza perfetta. Solo che è già stata vista mille volte. Puoi prevedere gli sviluppi senza il minimo sforzo. Ti dicono di spegnere il telefono in sala: così resta libero per ricevere un continuo squillare di scelte e di eventi telefonati.

Ambientazione: ok, alla fine dei conti è praticamente un film western. Balla coi lupi, o coi puffi come ha scritto qualcuno. I Navi sono indiani, sono plasmati sugli indiani, sul mito hippy degli indiani d’America visti come popolazione perfettamente in sintonia con l’ambiente e la natura. Si comportano come indiani, combattono come indiani, fanno persino il caratteristico verso con la lingua quando attaccano. La foresta è foresta, gli animali sono cani, tigri, uccelli solo un po’ diversi e tutti con queste due lunghe orecchie-USB, tranne i Navi che, chissà per quale strano scherzo evolutivo, invece di avere due connettori al posto delle orecchie ne hanno uno solo nascosto nella treccia. Una treccia naturale, che il clone ha già nella vasca di crescita. Mah.

I personaggi sono topoi del cinema così stravisti che neppure Arlecchino e Pantalone sarebbero stati più trasparenti. Dal protagonista Jake Sully, handicappato che ritrova la vita piena, alla bella che prima lo odia - poi lo ama - poi lo odia - poi lo riama, il rivale in amore ma valoroso che fa il piacere di morire eroicamente, il cattivo così cattivo che non ha neppure un istante di ripensamento. Il potente ma debole uomo dell’azienda.

Personaggi vuoti. Senza una storia, senza motivazioni, che fanno quello che devono solo perché è la storia a comandarlo. Perché Jake Sully accetta il lavoro? Perché cambia idea e si allega agli indigeni? Perché la dottoressa cambia così in fretta idea su di lui? Perché il cattivo è cattivo? Solo accenni vaghi e non convincenti. Soldi. Amore. Interesse.

Situazioni banalizzate all’estremo, da favoletta per bambini. C’è il metallo più prezioso dell’universo, e il giacimento più grosso è ovviamente sotto la casa dei buoni. Uno dice: ok, lì c’è il giacimento più grosso; prendiamo nota, quando avremo esaurito i giacimenti che sono da tutte le altre parti del pianeta, che non avranno la stessa sfortuna di stare sotto una città, eventualmente vedremo che fare. No no, bisogna far spostare gli indigeni o se possibile sterminarli per prendere subito quel giacimento lì.

Altri momenti penosi quando sentiamo Zoë Saldana spiegare che solo tot volte nella storia è riuscita l’impresa di addomesticare uno dei draghi rossi giganti. Ring… pronto? Sì, guarda che più avanti Jake domerà uno dei cosi rossi giganti e allora tutti lo adoreranno come un eroe del loro popolo. Ricevuto grazie.

Più avanti si scopre che è possibile trasferire definitivamente la coscienza dal corpo umano a quello dell’avatar usando la connessione sensoriale offerta dall’albero con i rami luminosi. I Navi hanno addirittura una sorta di rito ben preciso già pronto, nonostante si tratti di un concetto per loro del tutto alieno. Purtroppo… oh, un attimo una chiamata: ah sì, guarda che lo stesso sistema lo userà Jake per passare definitivamente nel corpo alieno. Bene grazie.

Disperato, Jake parla con Madre Natura, ma secondo la Uhura blu Madre Natura non si abbassa ad aiutare gli esseri viventi, difende solo l’equilibrio. Cavolo, quilla di nuovo il telefono… sì, ho capito, è evidente che qui è in pericolo proprio l’equilibrio quindi Madre Natura alla fine interverrà. Magari aspetterà a farlo dopo che i Navi saranno stati abbastanza sterminati: forse erano troppi e andavano giusto un po’ riequilibrati.

Mi fermo perché se continuo così è una strage, ed è anche fin troppo facile.

Ma veniamo alla vera domanda: perché?

Spiego il senso della domanda. Avatar non è un film di Michael Bay. Non è neanche di Wolfgang Petersen, né di un registino stagista che fa quello che gli dice la produzione. È un film di James Cameron. Caspita. James Cameron. Quello di Aliens. Quello di Abyss. Quello di Terminator I e II. Quello di True Lies. Tutti film divertenti, di intrattenimento ma intelligenti, con trame per nulla prevedibili, personaggi che bucano lo schermo e restano nella storia del cinema.

Non posso, semplicemente, pensare che Cameron abbia perso la mano, o che abbia speso così tanti soldi nella tecnologia da doversi accontentare di uno sceneggiatore da strapazzo; anche perché la sceneggiatura e il soggetto sono suoi, come erano suoi in quasi tutti i suoi film. Allora, il sospetto è che tutto ciò sia stato ultrasemplificato e banalizzato di proposito, in base a un preciso calcolo.

Due possibili motivazioni.

La prima: motivazione artistica. Il punto del film non è la storia, sono le immagini. È lì la vera innovazione, il novus, il fulcro artistico, il messaggio. La storia deve distrarre il meno possibile, deve essere quasi trasparente. Come i personaggi si muovono come automi spinti dalla trama, la trama non è altro che un rullo che gira e che serve a far scorrere le immagini.

La seconda: motivazione economica. Un film con una storia intelligente è possibile che incassi un sacco di soldi. Ma se vuoi incassare una montagna di soldi, la faccenda è diversa. La storia non deve essere intelligente, complessa, imprevedibile. Deve essere semplice, anzi ancora di più, deve essere archetipica. Qualcosa che tutti dal primo all’ultimo siano in grado di capire e di riconoscercisi.

Attenzione: non penso che l’idea di Cameron sia quella di far soldi e diventare ricco. Penso però che Cameron sia stato attratto inevitalmente dalla sfida impossibile di battere se stesso. Di riuscire a fare un film capace in quella che da tredici anni è la missione impossibile del cinema, cioè incassare più di Titanic.

Non sono d’accordo con Cameron, ovviamente. Personalmente credo che sarebbe stato possibile fare un film più originale, più intelligente, più bello senza pregiudicare il risultato economico. Ma naturalmente io posso solo dirlo dal basso del mio blog; quello che ha superato i tre miliardi di dollari con solo due film è lui. E l’evidenza dice che ha ragione.

Sistemi operativi da fantascienza

Posted on Ottobre 4th, 2009 in Exposé, Fantascienza, Scacchi, Whatever | 3 commenti »

Sullo numero di MacWorld di ottobre, attualmente in edicola, è uscita una delle puntate più “fantascientifiche” della mia rubrica sulle anticipazioni di prodotti Apple, Exposé. Ve la propongo.

Come sarà Mac OS XI?

L’uscita del 10.6 ci fa pensare: come sarà il sistema operativo del futuro? Ecco qualche idea, con relativi pro e contro.

La rivoluzione portata dal 10.6 è stata la più inattesa. Per la prima volta da… be’, forse da sempre, esce un sistema operativo la cui novità non è fare qualcosa di più ma fare le stesse cose meglio. Codice ottimizzato e un’architettura che permetterà anche alle applicazioni future di funzionare in modo più veloce ed efficiente.
Questo può dare l’idea di quanto possa essere difficile fare previsioni su quello che porterà una nuova versione di Mac OS X. Ma visto che amiamo il pericolo, noi vogliano andare ancora oltre.

Siamo alla 10.6, il che significa che tra un paio d’anni arriverà la 10.7, tra altri due la 10.8 e poi la 10.9. Se tutto va bene, tra otto anni, nel 2017 o giù di lì (posto che il mondo non finisca come previsto dai Maya nel 2012) potranno accadere due cose: o Apple facendo finta di nulla se ne uscirà con un Mac OS X 10.10, o il mondo vedrà l’alba di Mac OS XI. Che a quel punto dovrà essere un prodotto nuovo, tanto rivoluzionario quanto il Mac OS X lo è stato rispetto al Mac OS oggi chiamato “Classic”.
Ma come potrebbe essere un sistema rivoluzionario? Facciamo due ipotesi.

Parlare al computer

Chi non ricorda quella famosa scena si Star Trek: Rotta verso la Terra in cui Scotty pretende di usare un vecchio Mac dandogli comandi a voce?

Perché in effetti nel ventitreesimo secolo coi computer si interagirà parlando.

Ora, qualcuno potrebbe chiedersi quanto possa essere comodo impaginare un depliant a voce (”il box mettilo un po’ più a destra… no, allargalo un pochino… un po’ meno…”). O che confusione debba esserci in un ufficio open space con cinquanta impiegati che lavorano parlando col proprio pc.

Fatto sta che Apple sta facendo progressi in questo campo. Già all’epoca del System 7 il sistema conteneva una tecnologia per pilotare il computer a voce, ma funzionava veramente maluccio: più che altro un gadget.
Oggi invece invece abbiamo visto apparire col nuovo iPod Shuffle e poi col l’iPhone 3GS interfacce che funzionano realmente.

Il punto è che un conto è dire al computer “computer, apri il documento expose.doc nella cartella Documenti”, e un conto è dirgli “computer, controllarmi se per caso abbiamo già parlato di interfacce vocali nelle precedenti puntate di Expose”. Insomma, non c’è grosso vantaggio nell’interfaccia vocale se l’utente deve conoscere un preciso codice di comandi.

Viceversa, un’interfaccia che capisca realmente il linguaggio naturale richiede una vera intelligenza artificiale. E quando comparirà sulla terra una vera intelligenza artificiale probabilmente prenderà il controllo del pianeta e manderà dei robottoni con gli occhi rossi vagamente somiglianti a Schwarzenegger a ucciderci tutti…

Far marameo allo schermo

Tre anni fa, quando partì questa rubrica, eravamo entusiasti delle interfacce multitouch, e ci eravamo convinti che questa fosse la strada dell’innovazione che Apple avrebbe dovuto seguire. Dopo molti mesi d’uso intenso dell’iPhone ci siamo parzialmente ricreduti. Sì, sull’iPhone va benissimo, ma su un computer sul quale eseguire compiti più velocemente, con più precisione e più frequentemente forse no. Semplicemente, le nostre dita sono troppo grosse. E unte: sporcano lo schermo. Per non parlare del fatto che Apple in questo campo sarebbe già indietro, visto che sono già in commercio pc della HP con schermo multitouch.

C’è però un’alternativa che potrebbe essere più interessante: il riconoscimento non del tocco ma del gesto. O delle gestures, per usare il termine inglese.

Gesti eseguiti con le mani, nell’aria, che il computer tramite webcam vede, riconosce e agisce in conseguenza. Un esempio di questo tipo di interfaccia si vede nel film Johnny Mnemonic. La tecnologia, più o meno, c’è già: e qualcosa di simile per esempio lo fa la stessa console Wee.

C’è ancora di meglio. Ci sono già tecnologie di origine militare che permettono al computer di capire dove punta il nostro sguardo. Potremmo, per esempio, sostituire il mouse: per cliccare su un’icona basta guardarla e fare l’occhiolino con l’occhio sinistro. Naturalmente, per far apparire il menu contestuale l’occhiolino andrà fatto con l’occhio destro.

Provare a immaginare cosa possa rendere rivoluzionario un sistema operativo nel 2017 è ovviamente soltanto un gioco. Impossibile prevedere le nuove invenzioni, le mode, le cose che accadranno da qui ad allora.

Anche se, a ben guardare, in questi ultimi otto anni l’informatica non è stata certo rivoluzionata; il mondo dei computer è certamente cambiato molto meno tra il 2001 e il 2009 di quanto non sia cambiato tra il 1993 e il 2001.

Probabilmente il Mac OS XI sarà uguale al Mac OS X, con magari qualche protezione in più, o la possibilità di acquistare software solo da un mega App Store della Apple. O magari la grande rivoluzione sarà che potrà girare anche su pc di altre marche…

No, questo mai.

James Tiberius Custer

Posted on Maggio 12th, 2009 in Fantascienza | 7 commenti »

In questi giorni è quasi obbligatorio per chi ha un blog postare qualcosa a proposito di Star Trek. Non mi esimerò, ma vorrei dire qualcosa di un pochino diverso dal mio parere sul film e da quanto mi sembra rispondente allo spirito di Star Trek.

Allora, parliamo del generale Custer.

George Armstrong Custer è nato da famiglia contadina nello stato dell’Ohio, nel 1839. Si iscrive all’accademia militare West Point per diventare ufficiale. È bravo quando vuole, ma troppo insofferente della disciplina e dell’autorità. Scoppia la guerra civile e Custer riesce a diplomarsi, ma solo all’ultimo posto della graduatoria. Ciononostante la guerra ha bisogno di ufficiali: tutti i cadetti con una preparazione sufficiente vengono reclutati, e Custer viene nominato tenente.

Nel 1862 riesce a persuadere il suo colonnello a fargli comandare un attacco contro le truppe confederate: l’attacco ha successo e Custer riesce addirittura a catturare uno dei generali di corpo d’armata confederati.

Nel film del 1941 con Errol Flynn, They Died With Their Boots On (in italiano La storia del generale Custer), la storia di Custer viene naturalmente un po’ romanzata; Custer viene nominato di punto in bianco generale in seguito a un equivoco, ma ciononostante si fa valere cambiando le sorti della guerra e la nomina viene confermata.

Dopo la fine della guerra viene richiamato in servizio nella guerra indiana, col grado di colonnello; fonda il reggimento 7° cavalleria e ne forgia lo spirito anche usando la canzone tradizionale irlandese Garry Owen che è tutt’ora il “nickname” del reggimento. Infine muore nella battaglia di Little Big Horn, nel tentativo di impedire un massacro ben peggiore.

La finzione non si discosta moltissimo dalla realtà: Custer diviene effettivamente generale bruciando le tappe e ha un ruolo decisivo nella guerra, grazie ai suoi attacchi imprevedibili che spesso causano ingenti perdite alle truppe unioniste, ma anche gravi danni a quelle confederate. Il film dipinge un Custer amico degli indiani (Cavallo Pazzo era interpretato da Anthony Quinn) e che cerca inutilmente di opporsi a chi vuole infrangere il trattato di pace, mentre la storia sembra caricargli qualche responsabilità in più.

Tra finzione e realtà, comunque, noto una notevole somiglianza tra James Kirk e George Armstrong Custer. In particolare nel film di J.J. Abrams, che sembra voler richiamare la leggenda di Custer in modo esplicito: il padre di Kirk si chiama “George”, Kirk è insofferente alla disciplina e rischia l’espulsione dall’accademia; i cadetti vengono chiamati al servizio attivo a causa di un’emergenza; Kirk diventa capitano in modo rocambolesco ma la sua audacia lo porta a ottenere risultati così importanti che il comando viene confermato.

In fin dei conti Kirk rappresenta proprio ciò che la leggenda di Custer incarna: l’ideale del militare creativo, fuori dalle regole, che riesce a ottenere il successo pensando fuori dagli schemi, e al quale è facile perdonare la spacconeria, l’irruenza e quella buona dose di arroganza proprio in virtù dei risultati e anche di un pizzico di autoironia. Della quale nel Custer reale non sappiamo, ma in quello di Errol Flynn era senza dubbio presente.

Una nota curiosa: nel film del 1967 Custer of the West (Custer eroe del West) nel cast compare anche un certo Jeffrey Hunter, che proprio l’anno prima aveva recitato nel pilot di una nuova serie televisiva di fantascienza… e che venne sostituito, quando la serie andò in produzione, da un certo William Shatner.

Il mio parere sul film? Be’, la trama non regge gran che, il cattivo è un semplice sparing partner senza personalità, e senza dubbio ci sono un sacco di quei dettagliucci sbagliati che fanno incavolare i trekkie più fanatici. Chi se ne frega. Il film è divertente, getta le basi per il rilancio di Star Trek, i personaggi principali sono delineati bene e i loro rapporti sono intriganti. Non è un capolavoro, ma è certamente un capolavoro quello che JJ è riuscito a ottenere affrontando una sfida così difficile.

Il film di Fondazione, ecco il soggetto

Posted on Gennaio 28th, 2009 in Fantascienza | 25 commenti »

È appena arrivata alla stampa la notizia che Roland Emmerich girerà un film tratto dalla saga della Fondazione di Isaac Asimov, e i nostri agenti si sono già impadroniti del soggetto. Curiosi di sapere come riuscirà il regista di Independence Day a portare nelle due ore di un film di Hollywood una saga di ampio respiro e tutto sommato un po’ cerebrale come questa? Ecco qui, svelato in anteprima l’adattamento della trama!

Il protagonista è un agente del servizio segreto imperiale. E’ stato incaricato di andare a prelevare uno scienziato da un pianeta periferico e portarlo su Trantor. Mentre si recano allo spazioporto l’agente nota un veicolo che li insegue. Inseguimento con le auto a cuscinetto d’aria fino al minuto 15. L’agente, Seldon e la figlia di Seldon, Arcadia, prendono l’astronave, Hari Seldon spiega all’agente le sue teorie storiografiche in una scena poetica con musica, brandelli di frasi per far capire che sono concetti filosofici, e immagini suggestive di galassie, e l’agente si convince che la causa di Hari Seldon va difesa a ogni costo e che deve a lui la sua fedeltà prima ancora che all’imperatore. Siamo al minuto 17.
Durante il viaggio verso Trantor un clandestino cerca di uccidere Seldon. Inseguimento a bordo dell’astronave, alla fine l’assassino si spara nel vuoto per non farsi catturare. Siamo al minuto 27.
Arrivo a Trantor. Scena in computergrafica per far vedere Trantor, magari ricclando footage non usato di Coruscant. I due incappano in una rivolta anti imperiale, approfittando della quale un assassino cerca di uccidere Seldon. Inseguimento in mezzo alle vie di Trantor. Siamo al minuto 30.
Seldon arriva di fronte all’imperatore e gli spiega il suo progetto di Enciclopedia Galattica. Scena poetica con musica, brandelli di frasi per far capire che sono concetti filosofici, e immagini suggestive di galassie. Siamo al minuto 45.
La spedizione di Seldon parte per Terminus, scortata dalle navi imperiali. A bordo della nave c’è un clandestino che cerca di uccidere Seldon. L’agente lo scopre e lo insegue. Ce ne sono degli altri. Sparatoria. Gli assassini muoiono ma la nave è danneggiata. Sta per finire l’aria. L’agente si lancia nel vuoto senza tuta e riesce a stabilire un contatto con l’altra astronave. Sono tutti salvi.
Siamo al minuto 65.
Il viaggio procede. A metà strada si avvicina una flotta di navi tutte strane piene di scheletri sugli scafi (riutilizzo di cgi da Serenity). E’ la flotta del Mule. La scorta imperiale dà battaglia ma nonostante la maggiore potenza sono sopraffatti dal numero. Siamo al minuto 80.
Finalmente le navi del Mule stanno per abbordare la nave di Seldon quando ecco delle bordate arrivare come dal nulla che colpiscono le ultime navi del Mule. E’ la flotta della Fondazione! Salvor Hardin in persona in collegamento annuncia che la flotta nemica si ritira! E’ fatta!
Siamo al minuto 95.
Sono tutti contenti ma Arcadia strilla e tutti si accorgono che l’agente è rimasto colpito da uno degli ultimi colpi. E’ in fin di vita, ma ugualmente racconta a Seldon del suo sogno di tornare un giorno al suo bucolico pianeta natale. Scena poetica con musica, brandelli di frasi per far capire che sono concetti filosofici, e immagini suggestive di galassie.
Siamo al minuto 110.
Tutto sembra concluso. Scene felici e suggestive sul pianeta Terminus, magari con musica e immagini di galassie. Vita quotidiana nell’università di Terminus. Alloggi. Arcadia che sta mettendo tristemente in una scatola gli effetti personali dell’agente morto, musica di tensione, il suo passaporto imperiale dell’agente era falso, e nascosto ce n’era un altro con le insegne di un ente misterioso: la Seconda Fondazione. Musica tesissima. Silenzio. Titoli di coda.

Un mondo alla rovescia per Forrest Ackerman

Posted on Dicembre 9th, 2008 in Fantascienza, Pubblicazioni | 1 commento »

Forrest AckermanIn questi giorni è in edicola il numero 1541 di Urania, con un romanzo di uno dei migliori scrittori di questi anni, Ken MacLeod, La fortezza dei cosmonauti. In appendice il volume ospita, grazie a Giuseppe Lippi che ha voluto pubblicarli e che li introduce con parole molto generose nei miei confronti, due miai brevissimi racconti: Correzione, il racconto più recente che ho scritto, e Mondo alla rovescia, un mio vecchio racconto breve già uscito da qualche altra parte, ma non ricordo dove. Entrambi comunque sono stati pubblicati anche su Delos.

Mondo alla rovescia descrive un’ipotetica realtà alternativa in cui la fantascienza è così importante da essere al centro dell’esistenza quotidiana non solo di pochi fan, ma della gente comune. Mi sentirei di dedicare questo racconto a Forrest J Ackerman, un grandissimo personaggio della storia della fantascienza scomparso pochi giorni fa.

Cos’ha fatto Ackerman? È stato uno scrittore, un regista, un artista, un critico letterario? No, anche se qualcosa l’ha scritta anche lui. Ha fondato e diretto una rivista, Famous Monsters Of Filmland che è stata importantissima soprattutto perché su quella rivista è “cresciuta” una generazione di cineasti fantastici (in entrambi i senti: bravissimi e dediti al genere fantastico) come Spielberg, Lucas, Landis, Jackson. Ma non è questo il punto. Ackerman è stato, prima di tutto, un fan.

È per questo che nell’articolo che esce oggi in edicola sul quotidiano Il Riformista, che mi ha chiesto un articolo su Ackerman, inizio dicendo che “per chi non conosce il mondo della fantascienza forse non è così facile capire l’importanza di Forrest Ackerman. Bisogna prima capire che la fantascienza non è un mondo fatto solo di libri e di film, ma è anche un mondo di appassionati. Un popolo di fan, di club, di convention, di riviste amatoriali. È un fenomeno che nasce insieme alla fantascienza stessa, all’inizio del secolo, e del quale Ackerman è l’incarnazione.”

Ackerman ha fondato il primo club, la prima fanzine, ha iniziato la tradizione della sfilata in costume, che lui chimava “futusticostume” e che oggi si chiama con un nome che fonde due parole, come proprio a lui piaceva così tanto fare, “cosplay”. Ackerman ha partecipato a tutte le convention mondiali della fantascienza dalla prima del 1939 all’ultima del 2008, mancandone solo un paio per ragioni di salute. Ricordo che nel 2005 a Glasgow il povero Forry passò tutto il periodo della convention in ospedale, se non sbaglio proprio a Glasgow: era arrivato fin lì ma poi era stato male e si era perso la convention.

Io l’ho incontrato solo una volta, nella mia prima esperienza da fan, all’Eurocon di Stresa nel 1980, quando mi aggiravo senza conoscere nessuno se non quei grandi personaggi invitati alla convention: Alfred Bester, John Brunner, e Forrest Ackerman. Sono morti tutti e tre, e di tutti e tre ho gli autografi. Quello di Ackerman, non avendo libri suoi, ce l’ho su un foglietto che conservo all’interno di Nelle rovine della mente, il romanzo fanta-porno di Philip Farmer in cui Ackerman è il protagonista.

Aggiornamento. Dicevo che Mondo alla rovescia era già uscito da qualche parte; Doralys mi fa notare che, inclusa l’uscita su Delos, è la quarta pubblicazione. Era già uscito su MC Microcomputer e su MacWorld Italia.

Science Fiction Masala

Posted on Giugno 4th, 2008 in Fantascienza | 7 commenti »

Che esperienza.

Nei giorni scorsi abbiamo visto un film di fantascienza, il nostro primo film di fantascienza indiano, Koi… Mil Gaya. Davvero interessante, sotto molti aspetti.

Innanzitutto, è interessante vedere uno spaccato di vita quotidiana in India, un paese sul quale tutto sommato sappiamo poco e che rappresenta uno dei paesi cardine del futuro del pianeta. Il film era in lingua originale, e anche ascoltare il parlato è stato già istruttivo: abbiamo scoperto che l’hindi ha una sonorità molto simile al giapponese, ma soprattutto che gli indiani usano continuamente nelle frasi locuzioni inglesi. Non semplici parole, come facciamo noi, ma vera e propria fraseologia. “Good morning”, “what a shame”, “have a nice day” e così via. Soprattutto, mi è parso, quando vogliono dare particolare importanza alla frase; un po’ la mania tutta italiana di arrampicarsi nell’antilingua stile verbale dei carabinieri.

Dal punto di vista cinematografico, la prima cosa che salta agli occhi è il “masala”, ovvero il miscuglio di generi: commedia, fantastico, drammone, e soprattutto l’onnipresente musical. Almeno ogni dieci minuti di film scatta il momento della cantatina e del balletto. Glab!

Un dettaglio già più interessante è il fatto che, sebbene il film avesse ampi debiti verso la cinematografica occidentale (ne parlo più avanti), la trama non risultava affatto prevedibile. Non tanto nello svolgimento generale, quanto nelle piccole cose: quei meccanismi a cui ci si abitua dopo decenni di film americani, per cui sai che un certo fatto è preparatorio a un altro. E invece niente: si carica la tensione, ci si aspetta un certo evento, e invece la scena successiva è già la mattina dopo, col nostro protagonista che si sveglia bello tranquillo. Affascinante…

La storia è un bel “masala” di classici della fantascienza. Inizia con Incontri ravvicinati - con tanto di musichina per comunicare con gli alieni - poi diventa ET, per poi diventare Fiori per Algernon. Se lo si prende con lo spirito giusto il divertimento è assicurato.

L’attore principale, che interpreta il difficile ruolo del ragazzo minorato mentale, è Hritik Roshan; ha solo 34 anni, per cui ha girato finora solo una ventina di film. Ha esordito quando aveva sei anni. Carriera più lunga per Rekha, 54 anni, che interpreta sua madre: 176 film all’attivo, ma ha esordito tardi, a 12 anni. Sì, fa una media di quattro film all’anno per quaranta quattro anni. In India fare l’attore non è un mestiere di tutto riposo.

Il film ha avuto un seguito, Krrish, ed è in produzione il terzo, Krrish 2.