Avatar: ma ci fa o ci è?

Posted on Gennaio 17th, 2010 in Fantascienza | 24 commenti »

Quanto mi stavano sulle scatole quelli che, nei giorni scorsi, scrivevano sui forum di Fantascienza.com sparando contro Avatar, a priori. “Io non ci penso neanche ad andarlo a vedere”. “Un film senza una trama non vale niente”. Che palle. Il sentimento di antipatia a mio avviso era dovuto: tutti entusiasti, eccitati nell’attesa di qualcosa di nuovo, di grandioso, e questi a fare i sostenuti, snobbini, criticoni e cagadubbi.

Ecco, tutto ciò mi fa ancora più incavolare, perché anche se di certo non dirò che avevano ragione, purtroppo devo dire che Avatar è stato davvero una delusione.

Chiariamo. Avatar è un film straordinario. È straordinario perché segna una tappa della storia del cinema, perché mostra cosa si può fare con la tecnologia e il talento artistico. È straordinario perché è una visione stupenda, dall’astronave all’inizio - mai goduto così tanto a vedere un’astronave - alla battaglia della fine (da questo punto di vista, Il signore degli anelli è definitivamente storia). È straordinario perché ora sappiamo veramente cos’è, come si usa, a cosa serve e qual è il modo migliore di usare il 3D, e di questo non posso essere troppo felice perché dopo Avatar tutti faranno film in 3D e gli occhi mi fanno ancora male dopo tre ore dalla fine del film e soffro a pensarci.

Avatar è un film da vedere. Non ha senso pensare di non vederlo. Non se uno pretende di esprimere qualsivoglia opinione sul cinema. Sarebbe come non aver visto Il padrino o Star Wars.

Detto questo. Avatar è un film straordinariamente deludente dal punto di vista narrativo.

I punti negativi sono presto detti. Trama. Ambientazione. Personaggi.

La trama: non è che non ci sia; c’è, col suo solito schema introduzione-crisi-vantaggio-sconfitta-vittoria finale. Non devia di una virgola, incollato al terreno, aderenza perfetta. Solo che è già stata vista mille volte. Puoi prevedere gli sviluppi senza il minimo sforzo. Ti dicono di spegnere il telefono in sala: così resta libero per ricevere un continuo squillare di scelte e di eventi telefonati.

Ambientazione: ok, alla fine dei conti è praticamente un film western. Balla coi lupi, o coi puffi come ha scritto qualcuno. I Navi sono indiani, sono plasmati sugli indiani, sul mito hippy degli indiani d’America visti come popolazione perfettamente in sintonia con l’ambiente e la natura. Si comportano come indiani, combattono come indiani, fanno persino il caratteristico verso con la lingua quando attaccano. La foresta è foresta, gli animali sono cani, tigri, uccelli solo un po’ diversi e tutti con queste due lunghe orecchie-USB, tranne i Navi che, chissà per quale strano scherzo evolutivo, invece di avere due connettori al posto delle orecchie ne hanno uno solo nascosto nella treccia. Una treccia naturale, che il clone ha già nella vasca di crescita. Mah.

I personaggi sono topoi del cinema così stravisti che neppure Arlecchino e Pantalone sarebbero stati più trasparenti. Dal protagonista Jake Sully, handicappato che ritrova la vita piena, alla bella che prima lo odia - poi lo ama - poi lo odia - poi lo riama, il rivale in amore ma valoroso che fa il piacere di morire eroicamente, il cattivo così cattivo che non ha neppure un istante di ripensamento. Il potente ma debole uomo dell’azienda.

Personaggi vuoti. Senza una storia, senza motivazioni, che fanno quello che devono solo perché è la storia a comandarlo. Perché Jake Sully accetta il lavoro? Perché cambia idea e si allega agli indigeni? Perché la dottoressa cambia così in fretta idea su di lui? Perché il cattivo è cattivo? Solo accenni vaghi e non convincenti. Soldi. Amore. Interesse.

Situazioni banalizzate all’estremo, da favoletta per bambini. C’è il metallo più prezioso dell’universo, e il giacimento più grosso è ovviamente sotto la casa dei buoni. Uno dice: ok, lì c’è il giacimento più grosso; prendiamo nota, quando avremo esaurito i giacimenti che sono da tutte le altre parti del pianeta, che non avranno la stessa sfortuna di stare sotto una città, eventualmente vedremo che fare. No no, bisogna far spostare gli indigeni o se possibile sterminarli per prendere subito quel giacimento lì.

Altri momenti penosi quando sentiamo Zoë Saldana spiegare che solo tot volte nella storia è riuscita l’impresa di addomesticare uno dei draghi rossi giganti. Ring… pronto? Sì, guarda che più avanti Jake domerà uno dei cosi rossi giganti e allora tutti lo adoreranno come un eroe del loro popolo. Ricevuto grazie.

Più avanti si scopre che è possibile trasferire definitivamente la coscienza dal corpo umano a quello dell’avatar usando la connessione sensoriale offerta dall’albero con i rami luminosi. I Navi hanno addirittura una sorta di rito ben preciso già pronto, nonostante si tratti di un concetto per loro del tutto alieno. Purtroppo… oh, un attimo una chiamata: ah sì, guarda che lo stesso sistema lo userà Jake per passare definitivamente nel corpo alieno. Bene grazie.

Disperato, Jake parla con Madre Natura, ma secondo la Uhura blu Madre Natura non si abbassa ad aiutare gli esseri viventi, difende solo l’equilibrio. Cavolo, quilla di nuovo il telefono… sì, ho capito, è evidente che qui è in pericolo proprio l’equilibrio quindi Madre Natura alla fine interverrà. Magari aspetterà a farlo dopo che i Navi saranno stati abbastanza sterminati: forse erano troppi e andavano giusto un po’ riequilibrati.

Mi fermo perché se continuo così è una strage, ed è anche fin troppo facile.

Ma veniamo alla vera domanda: perché?

Spiego il senso della domanda. Avatar non è un film di Michael Bay. Non è neanche di Wolfgang Petersen, né di un registino stagista che fa quello che gli dice la produzione. È un film di James Cameron. Caspita. James Cameron. Quello di Aliens. Quello di Abyss. Quello di Terminator I e II. Quello di True Lies. Tutti film divertenti, di intrattenimento ma intelligenti, con trame per nulla prevedibili, personaggi che bucano lo schermo e restano nella storia del cinema.

Non posso, semplicemente, pensare che Cameron abbia perso la mano, o che abbia speso così tanti soldi nella tecnologia da doversi accontentare di uno sceneggiatore da strapazzo; anche perché la sceneggiatura e il soggetto sono suoi, come erano suoi in quasi tutti i suoi film. Allora, il sospetto è che tutto ciò sia stato ultrasemplificato e banalizzato di proposito, in base a un preciso calcolo.

Due possibili motivazioni.

La prima: motivazione artistica. Il punto del film non è la storia, sono le immagini. È lì la vera innovazione, il novus, il fulcro artistico, il messaggio. La storia deve distrarre il meno possibile, deve essere quasi trasparente. Come i personaggi si muovono come automi spinti dalla trama, la trama non è altro che un rullo che gira e che serve a far scorrere le immagini.

La seconda: motivazione economica. Un film con una storia intelligente è possibile che incassi un sacco di soldi. Ma se vuoi incassare una montagna di soldi, la faccenda è diversa. La storia non deve essere intelligente, complessa, imprevedibile. Deve essere semplice, anzi ancora di più, deve essere archetipica. Qualcosa che tutti dal primo all’ultimo siano in grado di capire e di riconoscercisi.

Attenzione: non penso che l’idea di Cameron sia quella di far soldi e diventare ricco. Penso però che Cameron sia stato attratto inevitalmente dalla sfida impossibile di battere se stesso. Di riuscire a fare un film capace in quella che da tredici anni è la missione impossibile del cinema, cioè incassare più di Titanic.

Non sono d’accordo con Cameron, ovviamente. Personalmente credo che sarebbe stato possibile fare un film più originale, più intelligente, più bello senza pregiudicare il risultato economico. Ma naturalmente io posso solo dirlo dal basso del mio blog; quello che ha superato i tre miliardi di dollari con solo due film è lui. E l’evidenza dice che ha ragione.

Strategie hollywoodiane

Posted on Luglio 10th, 2009 in Fantascienza | 4 commenti »

Di recente è emersa la notizia riguardante un prossimo film basato sul videogioco Asteroids. Sì, quel vecchio videogame con gli asteroidi che girano per lo schermo e l’astronavina triangolare che se ne sta nel mezzo a sparare. E poi appena toccavate il joystick per farla muovere era un disastro, perché quella seguiva davvero le regole della dinamica nello spazio, e allora bastava un colpettino troppo forte e non la fermavi più. O meglio, si fermava non appena andava a sbattere su un asteroide di passaggio.

AsteroidsA chi è venuta l’idea di sviluppare un film su un gioco del genere? Si tratta indubbiamente di strategie sviluppate ai vertici delle major di Hollywood che noi mortali difficilmente possiamo anche solo arrivare a supporre. Io ci ho provato, e mi è venuta fuori sta roba qui.

SBANG! (pugno sul tavolo)

Cazzarola avete visto che successone quelli della Paramount con Transformers? Perché nessuno me l’aveva detto? Compriamo subito anche noi i diritti di un gioco della Harsbro! Cosa c’è a disposizione? G.I. Joe? Già fregato dalla Paramount anche quello? Pokemon? No, già fatto… Come dici? La Harsbro possiede la Atari? Perfetto! Compriamo un videogioco della Atari!… Telefono subito! Ma lo sapranno l’inglese questi giapponesi? Ah non sono giapponesi? E se sono americani perché hanno un nome che sembra giapponese? Va be’… Atari? Buon giorno, siamo la Universal. Pictures, sì, quella. Vorremmo comprare un gioco… venti dollari, così poco? Come per che piattaforma lo vogliamo? No, vogliamo comprare i diritti di un gioco per farci un film, non una copia di un gioco… cosa avete? Ghostbusters? Ma no, l’hanno già fatto il film… Riddick? Ma che, Riddick è nostro… ma no, qualcosa di classico, di famoso… ET? Ma no… Indiana Jones? Ma no!! Pensa però, mica lo sapevo che erano tratti da videogiochi. Asteroids? Non è che è tratto da quel film con Bruce Willis vero? Ok, allora prendiamo quello, quanto viene? Ah, mi da in omaggio anche Pong? affare fatto, allora!

Il film di Fondazione, ecco il soggetto

Posted on Gennaio 28th, 2009 in Fantascienza | 25 commenti »

È appena arrivata alla stampa la notizia che Roland Emmerich girerà un film tratto dalla saga della Fondazione di Isaac Asimov, e i nostri agenti si sono già impadroniti del soggetto. Curiosi di sapere come riuscirà il regista di Independence Day a portare nelle due ore di un film di Hollywood una saga di ampio respiro e tutto sommato un po’ cerebrale come questa? Ecco qui, svelato in anteprima l’adattamento della trama!

Il protagonista è un agente del servizio segreto imperiale. E’ stato incaricato di andare a prelevare uno scienziato da un pianeta periferico e portarlo su Trantor. Mentre si recano allo spazioporto l’agente nota un veicolo che li insegue. Inseguimento con le auto a cuscinetto d’aria fino al minuto 15. L’agente, Seldon e la figlia di Seldon, Arcadia, prendono l’astronave, Hari Seldon spiega all’agente le sue teorie storiografiche in una scena poetica con musica, brandelli di frasi per far capire che sono concetti filosofici, e immagini suggestive di galassie, e l’agente si convince che la causa di Hari Seldon va difesa a ogni costo e che deve a lui la sua fedeltà prima ancora che all’imperatore. Siamo al minuto 17.
Durante il viaggio verso Trantor un clandestino cerca di uccidere Seldon. Inseguimento a bordo dell’astronave, alla fine l’assassino si spara nel vuoto per non farsi catturare. Siamo al minuto 27.
Arrivo a Trantor. Scena in computergrafica per far vedere Trantor, magari ricclando footage non usato di Coruscant. I due incappano in una rivolta anti imperiale, approfittando della quale un assassino cerca di uccidere Seldon. Inseguimento in mezzo alle vie di Trantor. Siamo al minuto 30.
Seldon arriva di fronte all’imperatore e gli spiega il suo progetto di Enciclopedia Galattica. Scena poetica con musica, brandelli di frasi per far capire che sono concetti filosofici, e immagini suggestive di galassie. Siamo al minuto 45.
La spedizione di Seldon parte per Terminus, scortata dalle navi imperiali. A bordo della nave c’è un clandestino che cerca di uccidere Seldon. L’agente lo scopre e lo insegue. Ce ne sono degli altri. Sparatoria. Gli assassini muoiono ma la nave è danneggiata. Sta per finire l’aria. L’agente si lancia nel vuoto senza tuta e riesce a stabilire un contatto con l’altra astronave. Sono tutti salvi.
Siamo al minuto 65.
Il viaggio procede. A metà strada si avvicina una flotta di navi tutte strane piene di scheletri sugli scafi (riutilizzo di cgi da Serenity). E’ la flotta del Mule. La scorta imperiale dà battaglia ma nonostante la maggiore potenza sono sopraffatti dal numero. Siamo al minuto 80.
Finalmente le navi del Mule stanno per abbordare la nave di Seldon quando ecco delle bordate arrivare come dal nulla che colpiscono le ultime navi del Mule. E’ la flotta della Fondazione! Salvor Hardin in persona in collegamento annuncia che la flotta nemica si ritira! E’ fatta!
Siamo al minuto 95.
Sono tutti contenti ma Arcadia strilla e tutti si accorgono che l’agente è rimasto colpito da uno degli ultimi colpi. E’ in fin di vita, ma ugualmente racconta a Seldon del suo sogno di tornare un giorno al suo bucolico pianeta natale. Scena poetica con musica, brandelli di frasi per far capire che sono concetti filosofici, e immagini suggestive di galassie.
Siamo al minuto 110.
Tutto sembra concluso. Scene felici e suggestive sul pianeta Terminus, magari con musica e immagini di galassie. Vita quotidiana nell’università di Terminus. Alloggi. Arcadia che sta mettendo tristemente in una scatola gli effetti personali dell’agente morto, musica di tensione, il suo passaporto imperiale dell’agente era falso, e nascosto ce n’era un altro con le insegne di un ente misterioso: la Seconda Fondazione. Musica tesissima. Silenzio. Titoli di coda.

Che disastro i remake. Gli originali invece…

Posted on Dicembre 16th, 2008 in Fantascienza | 13 commenti »

Dopo aver visto al cinema, domenica, Ultimatum alla Terra versione 2008, con Keanu Reeves, stasera mi sono visto la versione del 1951. In questi giorni ho letto in giro vari commenti sul tenore: “ah che orrore questi remake! C’era proprio bisogno di rovinare un capolavoro come Ultimatum alla terra?”

La versione 2008 del film è effettivamente un po’ un disastro, accumula buchi di logica, errori scientifici, comportamenti irrazionali dei personaggi, melensaggine e superficialità. Ma la versione del 1951 era davvero questo grande capolavoro, o forse chi la esalta non fa altro che esaltare un ricordo dell’infanzia?

The Day The Earth Stood StillBene, da tempo sostengo che i film di quest’epoca, con poche eccezioni, sono sopravvalutati oltre ogni ragionevolezza, e sono convinto che sia anche il caso di Ultimatum alla Terra.
Diciamo innanzi tutto che si tratta di un film estremamente naif, a livello di favoletta per bambini. Non c’è un minimo di tentativo di essere realistici. E non parlo dell’astronave plasticosa o del robot con la tutina argentata; parlo di come si comportano le persone, i militari, gli agenti del governo; di come parlano le persone.

Una nota di passaggio: fa un po’ impressione vedere la gente che fuma in continuazione, e tutti gli uomini in giacca cravatta e cappello (anche quello che legge il telegiornale, in studio, ha il cappello in testa) e le donne tutte rigorosamente con gonne svolazzanti da ballo e tacchi alti.
Francamente dubito che gli Stati Uniti fossero così, anche se era il 1951.

Il punto di partenza è lo stesso: Klaatu viene sulla Terra, un pianeta che gli alieni conoscono come notoriamente violento e bellicoso, ed esce dall’astronave senza la minima protezione. La prima cosa che fa è infilare una mano nella tuta per tirare fuori dalla tasca un aggeggio che sembra un’arma, in modo da essere sicuro che gli sparino all’istante.
Tra l’altro se avesse avuto davvero quell’aggeggio nella tasca della tuta si sarebbe visto un mostruoso rigonfiamento puntuto sul petto, ma forse ha tasche tipo Eta Beta.

Come c’era da aspettarsi un militare gli tira una revolverata, agitando la pistola mentre spara con un gesto tipo “film di cowboys” (non avrebbe centrato neppure l’oceano Pacifico sparando a quel modo). Qualcuno che riprende il mitare per aver sparato senza che gliel’avessero ordinato? Macché. Calmi come se andassero a fare un picnic i militare si avvicinano all’alieno caduto, ci manca che fischiettino.

A quel punto il robot Gort giustamente si altera un pochino, e comincia a far guizzare il suo raggio disintegratore dal ciclopico occhio. Adesso che dovrebbero sparare, i militari invece stanno a guardare: in una scena che dura tre o quattro minuti Gort inquadra ora il fucile di un militare, ora un cannone, ora un carroarmato, ora un altro fucile. Se la prende comoda, tanto nessuno prende l’iniziativa di rispondere al fuoco.

Klaatu se sta sdraiato per un po’ - evidentemente era stanco del viaggio - dopodiché dice a Gort di darsi una calmata e si rialza bello fresco. Ritornano gli allegri militari, chiacchierano con Klaatu come se fosse un vecchio commilitone che non vedevano da tempo e lo accompagnano all’ospedale.

Qui Klaatu viene ospitato in una bella cameretta. Qualche scienziato che venga non dico a studiarlo, ma a fargli magari qualche domanda? No. Arriva solo un calmo signore di mezza età rappresentante del governo, ovviamente col suo bel cappello e la valigetta. Chiacchierano amabilmente come se Klaatu fosse l’ambasciatore del Re d’Inghilterra, e poi se ne va tranquillamente. Non viene offerto il tè con i pasticcini, ma d’altra parte è in questi dettagli che si vede la differenza tra i film americani e quelli inglesi.

A questo punto Klaatu decide di andarsene per i fatti suoi. Se ne va a spasso per Washington insieme al ragazzino, che ovviamente lo porta al cimitero alla tomba di suo padre, poi a vedere il monumento di Lincoln, e infine a casa dello scienziato, che non ascolta Bach ma vorrebbe porgli migliaia di domande, come John Cleese nel remake. Nel frattempo vediamo la madre del ragazzo che deve decidere se sposare il bellimbusto di turno, ma già sappiamo che non lo farà perché destinata a invaghirsi repentinamente quanto assurdamente di Klaatu.

Durante la notte scopriamo che l’astronave aliena è stata messa sotto custodia: ci sono ben due soldati due a fare la guardia. Klaatu fa i segnali in codice morse a Gort con una torcia elettrica e il robottone si mette in moto. I due militari invece di dare l’allarme o quantomeno di mettersi al riparo si avvicinano timidamente al robottone, il quale ovviamente spara il suo raggetto e li disintegra.

Il giorno dopo Klaatu viene individuato e alla fine ucciso dai militari, che dopo aver seguito la macchina palleggiandosela via radio per tutto il tragitto, la cosa migliore che sanno fare è sparare appena lo vedono scendere dal taxi. Gort non la prende bene, fa fuori altre due sentinelle altrettanto tonte (no, dopo quanto accaduto la sera prima la guardia non era stata rafforzata) e si mette in marcia probabilmente per distruggere la Terra. Ma arriva la madre del ragazzo, che appena vede Gort muoversi inizia a urlare come da contratto in tutti i film anni cinquanta; per fortuna non sviene. Probabilmente per l’epoca una novità dirompente. Invece, si calma di botto per pronunciare, senza il minimo tremore nella voce, la fatidica frase “Klaatu Barada Nikto”.

L’indomani tutti gli scienziati si danno appuntamento per fare il loro convegno sul prato davanti all’astronave. Nonostante il fatto che ogni notte vengano fatte fuori due sentinelle, nessuno ha pensato di impedire happening pubblici attorno al veicolo alieno. Arrivano i militari che con molta grazia e gentilezza spiegano agli scienziati che forse sarebbe bene spostare l’evento in altro luogo, ma in quel momento Klaatu esce dalla nave. E lì giù col suo bel pistolotto. Se non smetterete di fare la guerra, verremo noi che siamo pacifici e vi distruggeremo tutti. Decidete un po’ voi. Dopo di che se ne va. The End.

La lettura di questo film ha senso soltanto sullo strato più superficiale, quello della favola. Siamo al livello di Cappuccetto Rosso. Se appena ci si comincia a fare qualche domanda il castello crolla inesorabilmente. Com’è possibile che il lupo abbia inghiottito la nonna senza masticarla? Non si può chiedere. Se Klaatu è venuto per fare il suo discorso a tutti gli uomini, perché si accontenta di farlo solo davanti a pochi scienziati? Non poteva dire quello che doveva dire fin dall’inizio? Visto che ne ha il potere non potrebbe distruggere tutte le armi del pianeta col suo raggetto? Se hanno il potere di bloccare l’elettricità su tutto il pianeta (bloccando anche tutte le auto: evidentemente nel 1951 in USA le automobili avevano già l’iniezione elettronica, altrimenti non si spiega perché un motore a scoppio dovrebbe venire bloccato dalla mancanza di elettricità), che bisogno c’è di distruggere la Terra per evitare che causi danni alle altre civiltà della galassia? E a cosa sono servite in definitiva tutte le avventure che ha Klaatu durante il film?

Nel remake un minimo di senso c’è: quello di far capire all’alieno che gli esseri umani sarebbero qualcosa di più di quello che appaiono visti da fuori. Debole, ma almeno è qualcosa. Nel film originale tutt’al più per Klaatu arrivano solo conferme che gli umani sono idioti e sparano regolarmente prima di parlare.

Se la trama ha poco senso, i personaggi ne hanno ancora meno. Se le decisioni del governo nel remake appaiono artificiose e non giustificate, nel film originale sono assurde e sconclusionate. Klaatu, la donna, il ragazzo, i vari esponenti del governo si muovono come burattini che seguono una sceneggiatura che li sbatacchia come marionette appese a un filo, del tutto privi di una propria logica, di una propria coerenza di comportamento.

Il messaggio di fondo è di una banalità sconcertante anche per l’epoca, all’inizio della guerra fredda. La pace viene imposta ai terrestri da una potenza aliena che dispone di una potenza bellica più grande: in sostanza una situazione analoga a quella dei pacifici e saggi Stati Uniti che portano pace e democrazia invadendo con le loro truppe la Corea, o il Vietnam, o l’Irak.

Ultimatum alla Terra versione 2008 è senz’altro un film inutile e mal riuscito. Ma certo non pecca di lesa maestà nei confronti di un capolavoro immortale del cinema di fantascienza. Pecca se mai nell’aver voluto rispolverare un filmetto ingenuo e superficiale che faceva meglio a starsene nel dimenticatoio e a godersi l’alone di mito che solo gli anni trascorsi, e nient’altro, possono avergli fatto meritare.

Science Fiction Masala

Posted on Giugno 4th, 2008 in Fantascienza | 7 commenti »

Che esperienza.

Nei giorni scorsi abbiamo visto un film di fantascienza, il nostro primo film di fantascienza indiano, Koi… Mil Gaya. Davvero interessante, sotto molti aspetti.

Innanzitutto, è interessante vedere uno spaccato di vita quotidiana in India, un paese sul quale tutto sommato sappiamo poco e che rappresenta uno dei paesi cardine del futuro del pianeta. Il film era in lingua originale, e anche ascoltare il parlato è stato già istruttivo: abbiamo scoperto che l’hindi ha una sonorità molto simile al giapponese, ma soprattutto che gli indiani usano continuamente nelle frasi locuzioni inglesi. Non semplici parole, come facciamo noi, ma vera e propria fraseologia. “Good morning”, “what a shame”, “have a nice day” e così via. Soprattutto, mi è parso, quando vogliono dare particolare importanza alla frase; un po’ la mania tutta italiana di arrampicarsi nell’antilingua stile verbale dei carabinieri.

Dal punto di vista cinematografico, la prima cosa che salta agli occhi è il “masala”, ovvero il miscuglio di generi: commedia, fantastico, drammone, e soprattutto l’onnipresente musical. Almeno ogni dieci minuti di film scatta il momento della cantatina e del balletto. Glab!

Un dettaglio già più interessante è il fatto che, sebbene il film avesse ampi debiti verso la cinematografica occidentale (ne parlo più avanti), la trama non risultava affatto prevedibile. Non tanto nello svolgimento generale, quanto nelle piccole cose: quei meccanismi a cui ci si abitua dopo decenni di film americani, per cui sai che un certo fatto è preparatorio a un altro. E invece niente: si carica la tensione, ci si aspetta un certo evento, e invece la scena successiva è già la mattina dopo, col nostro protagonista che si sveglia bello tranquillo. Affascinante…

La storia è un bel “masala” di classici della fantascienza. Inizia con Incontri ravvicinati - con tanto di musichina per comunicare con gli alieni - poi diventa ET, per poi diventare Fiori per Algernon. Se lo si prende con lo spirito giusto il divertimento è assicurato.

L’attore principale, che interpreta il difficile ruolo del ragazzo minorato mentale, è Hritik Roshan; ha solo 34 anni, per cui ha girato finora solo una ventina di film. Ha esordito quando aveva sei anni. Carriera più lunga per Rekha, 54 anni, che interpreta sua madre: 176 film all’attivo, ma ha esordito tardi, a 12 anni. Sì, fa una media di quattro film all’anno per quaranta quattro anni. In India fare l’attore non è un mestiere di tutto riposo.

Il film ha avuto un seguito, Krrish, ed è in produzione il terzo, Krrish 2.