Sistemi operativi da fantascienza

postato Ottobre 4th, 2009 in Exposé, Fantascienza, Scacchi, Whatever | 3 commenti »

Sullo numero di MacWorld di ottobre, attualmente in edicola, è uscita una delle puntate più “fantascientifiche” della mia rubrica sulle anticipazioni di prodotti Apple, Exposé. Ve la propongo.

Come sarà Mac OS XI?

L’uscita del 10.6 ci fa pensare: come sarà il sistema operativo del futuro? Ecco qualche idea, con relativi pro e contro.

La rivoluzione portata dal 10.6 è stata la più inattesa. Per la prima volta da… be’, forse da sempre, esce un sistema operativo la cui novità non è fare qualcosa di più ma fare le stesse cose meglio. Codice ottimizzato e un’architettura che permetterà anche alle applicazioni future di funzionare in modo più veloce ed efficiente.
Questo può dare l’idea di quanto possa essere difficile fare previsioni su quello che porterà una nuova versione di Mac OS X. Ma visto che amiamo il pericolo, noi vogliano andare ancora oltre.

Siamo alla 10.6, il che significa che tra un paio d’anni arriverà la 10.7, tra altri due la 10.8 e poi la 10.9. Se tutto va bene, tra otto anni, nel 2017 o giù di lì (posto che il mondo non finisca come previsto dai Maya nel 2012) potranno accadere due cose: o Apple facendo finta di nulla se ne uscirà con un Mac OS X 10.10, o il mondo vedrà l’alba di Mac OS XI. Che a quel punto dovrà essere un prodotto nuovo, tanto rivoluzionario quanto il Mac OS X lo è stato rispetto al Mac OS oggi chiamato “Classic”.
Ma come potrebbe essere un sistema rivoluzionario? Facciamo due ipotesi.

Parlare al computer

Chi non ricorda quella famosa scena si Star Trek: Rotta verso la Terra in cui Scotty pretende di usare un vecchio Mac dandogli comandi a voce?

Perché in effetti nel ventitreesimo secolo coi computer si interagirà parlando.

Ora, qualcuno potrebbe chiedersi quanto possa essere comodo impaginare un depliant a voce (”il box mettilo un po’ più a destra… no, allargalo un pochino… un po’ meno…”). O che confusione debba esserci in un ufficio open space con cinquanta impiegati che lavorano parlando col proprio pc.

Fatto sta che Apple sta facendo progressi in questo campo. Già all’epoca del System 7 il sistema conteneva una tecnologia per pilotare il computer a voce, ma funzionava veramente maluccio: più che altro un gadget.
Oggi invece invece abbiamo visto apparire col nuovo iPod Shuffle e poi col l’iPhone 3GS interfacce che funzionano realmente.

Il punto è che un conto è dire al computer “computer, apri il documento expose.doc nella cartella Documenti”, e un conto è dirgli “computer, controllarmi se per caso abbiamo già parlato di interfacce vocali nelle precedenti puntate di Expose”. Insomma, non c’è grosso vantaggio nell’interfaccia vocale se l’utente deve conoscere un preciso codice di comandi.

Viceversa, un’interfaccia che capisca realmente il linguaggio naturale richiede una vera intelligenza artificiale. E quando comparirà sulla terra una vera intelligenza artificiale probabilmente prenderà il controllo del pianeta e manderà dei robottoni con gli occhi rossi vagamente somiglianti a Schwarzenegger a ucciderci tutti…

Far marameo allo schermo

Tre anni fa, quando partì questa rubrica, eravamo entusiasti delle interfacce multitouch, e ci eravamo convinti che questa fosse la strada dell’innovazione che Apple avrebbe dovuto seguire. Dopo molti mesi d’uso intenso dell’iPhone ci siamo parzialmente ricreduti. Sì, sull’iPhone va benissimo, ma su un computer sul quale eseguire compiti più velocemente, con più precisione e più frequentemente forse no. Semplicemente, le nostre dita sono troppo grosse. E unte: sporcano lo schermo. Per non parlare del fatto che Apple in questo campo sarebbe già indietro, visto che sono già in commercio pc della HP con schermo multitouch.

C’è però un’alternativa che potrebbe essere più interessante: il riconoscimento non del tocco ma del gesto. O delle gestures, per usare il termine inglese.

Gesti eseguiti con le mani, nell’aria, che il computer tramite webcam vede, riconosce e agisce in conseguenza. Un esempio di questo tipo di interfaccia si vede nel film Johnny Mnemonic. La tecnologia, più o meno, c’è già: e qualcosa di simile per esempio lo fa la stessa console Wee.

C’è ancora di meglio. Ci sono già tecnologie di origine militare che permettono al computer di capire dove punta il nostro sguardo. Potremmo, per esempio, sostituire il mouse: per cliccare su un’icona basta guardarla e fare l’occhiolino con l’occhio sinistro. Naturalmente, per far apparire il menu contestuale l’occhiolino andrà fatto con l’occhio destro.

Provare a immaginare cosa possa rendere rivoluzionario un sistema operativo nel 2017 è ovviamente soltanto un gioco. Impossibile prevedere le nuove invenzioni, le mode, le cose che accadranno da qui ad allora.

Anche se, a ben guardare, in questi ultimi otto anni l’informatica non è stata certo rivoluzionata; il mondo dei computer è certamente cambiato molto meno tra il 2001 e il 2009 di quanto non sia cambiato tra il 1993 e il 2001.

Probabilmente il Mac OS XI sarà uguale al Mac OS X, con magari qualche protezione in più, o la possibilità di acquistare software solo da un mega App Store della Apple. O magari la grande rivoluzione sarà che potrà girare anche su pc di altre marche…

No, questo mai.

Backsposé 1 / Verrà l’iPhone

postato Settembre 15th, 2009 in Exposé, Pubblicazioni | nessun commento »

Oggi l’articolo recuperato dal passato è la prima puntata della mia rubrica Exposé, uscito sul numero di novembre 2006 di MacWorld Italia. Exposé è una rubrica di rumors e anticipazioni sui prodotti Apple in arrivo. In questa puntata pronosticavo l’arrivo dell’iPhone, che uscì effettivamente nel luglio 2007. Quasi tutto giusto, solo un dettaglio sbagliato: quello più caro sarebbe stato quello bianco.

iPhone, and you?

Rumors! Che non sono suoni molesti, come talvolta crede qualche traduttore poco avvezzo, ma indiscrezioni, voci, chiacchiere da corridoio. Il mondo Apple è sempre stato chiassoso in questo senso, e lo è ancora di più da quando Steve Jobs, tornato al timone dell’azienda da lui fondata, ha imposto il segreto sui prodotti non ancora posti sul mercato. Una cortina impenetrabile o quasi, mantenuta con disciplina spietata che è già costata il posto e cause per danni a diversi impiegati dalla bocca troppo larga, lucrosi contratti a fornitori troppo entusiasti e persino denunce, poi rientrate, a giornalisti troppo solerti.

Il devoto applista ufficialmente condanna le indiscrezioni. Generano aspettative che spesso non possono essere soddisfatte, danneggiano le vendite dei prodotti in commercio convincendo le persone ad attendere la prossima-versione-più-potente che poi magari non arriva, e aiutano i concorrenti a stare al passo copiando le innovazioni prima ancora che arrivino sugli scaffali dei negozi.

Ma sappiamo benissimo tutti che il devoto applista - categoria alla quale ovviamente apparteniamo - cerca e si beve con gusto tutte queste fantastiche anticipazioni. Anche sapendo bene che molte di queste sono in realtà più la formulazione di desideri che reali fughe di notizie. Questo è il nostro spirito: in questa rubrica di volta in volta andremo alla scoperta di novità future della Apple, ma facciamo un patto: vi diremo tutto quello che sappiamo, che abbiamo scovato in rete o altrove, ma voi tenete sempre presente che questa non è la realtà. Potrebbe diventarlo come potrebbe non avvicinarvisi neppure. Come il gatto di Schrödinger, che sia vivo o che sia morto dipende dal momento in cui Steve Jobs salirà su un palco e dirà la formula magica che fa collassare gli infiniti universi ipotetici in un’unica realtà: One more thing

Non potevamo non dedicare la prima puntata di questa rubrica alla grande chimera che da diversi mesi è la protagonista di tutti i rumors che riguardano Apple. Da quando ha cominciato a girare ci sono già stati almeno tre o quattro keynote ai quali avrebbe dovuto essere annunciata, ma finora non è avvenuto: ora si parla di marzo 2007. Parliamo naturalmente dell’iPhone, ovvero del’entrata di Apple nel ricchissimo ma spietato mercato dei telefoni cellulari.

La prima esperienza di Apple nel campo della telefonia è stata il ROKR, il telefonino con iTunes incorporato realizzato da Motorola. E’ stato un mezzo disastro, per vari motivi; non ultimo certamente il fatto che Apple è sembrata tirarsi indietro dal progetto, probabilmente anche a causa dei cattivi rapporti con Motorola che sarebbe stata di lì a poco abbandonata anche come fornitore di processori.

Da quel momento però si è capito che anche se Apple non aveva creduto al telefonino di Motorola non significava che avesse abbandonato l’idea di produrre un telefonino. Anzi.

Forse negli Stati Uniti, dove i telefonini e gli smartphone non sono così diffusi come in Europa, è un po’ meno evidente che da noi il fatto che questo oggetto sta diventando il centro mobile della digital life, così come il computer ne è il centro domestico. E se l’iPod ha avuto un enorme successo anche grazie alla sua specializzazione, un oggetto che fa una cosa sola ma la molto bene, è stato evidente fin da subito che questa situazione non poteva durare. Un iPod è infinitamente migliore di un telefonino per ascoltare musica: può contare su più memoria per archiviare le canzoni, è più facile da utilizzare, ha una qualità audio migliore. Tutti vantaggi però che l’avanzare della tecnologia nel ricco settore dei telefoni cellulari restringe sempre di più. La paura è che il telefonino possa fare all’iPod quello che ha fatto ai palmari: soppiantarli.

Dopo le considerazioni, veniamo ai fatti.

All’inizio del 2006 viene pubblicata su alcuni siti di settore un brevetto Apple registrato alla fine del 2004 per un sistema che consente a apparecchio wireless portatile di scegliere e acquistare prodotti digitali su un “online media store”. Il brevetto cita come esempi canzoni, suonerie, libri elettronici. Negli stessi giorni compare un altro brevetto Apple per un’interfaccia completamente audio, che consenta di navigare in un riproduttore musica tramite comandi vocali. Un’idea poi abbandonata per l’iPod Shuffle, che non ha lo schermo? Un momento, ma lo Shuffle non ha un microfono. Che tipo di oggetto potrebbe avere un microfono? Un telefono?

In maggio alcuni giornali economici giapponesi pubblicano la notizia che Softbank (la proprietaria della Vodafone giapponese) sta sviluppando un telefono cellulare insieme con Apple. Softbank smentisce.

In luglio, alla presentazione dei dati fiscali, un giornalista chiede al direttore finanziario di Apple Peter Oppenheimer cosa ne pensa del successo della linea di telefoni-player Mp3 della Sony Ericcson che riprende il glorioso nome Walkman, e Oppenheimer risponde che Apple non se ne sta certo seduta a guardare senza far nulla.

Nel software di aggiornamento dell’iPod uscito sempre in luglio vengono trovati strane parole chiave come t_feature_app_PHONE_APP, kPhoneSignalStrength, clPhoneCallModel, clPhoneCallHistoryModel, prPhoneSettingsMenu.

All’inizio di agosto, pochi giorni prima della WWDC (dove secondo qualcuno avrebbe dovuto essere annunciato l’iPhone) salta fuori foto e pubblicità dell’iChat Mobile. “Tutto ciò che ti aspetti da un Mac, su un telefono”. E’ chiaramente finta, ma realizzata con stile. Poco dopo compare su YouTube anche un filmato dimostrativo, nel quale si possono apprezzare le dimensioni non indifferenti dell’iChat Mobile.

Qualche giorno dopo arriva anche l’iCall, una versione “slide” dotata persino di tastiera alfanumerica.

In settembre si ricomincia a parlare di iPhone: secondo l’analista Shaw Wu Apple sarebbe ormai pronta al lancio.

Ciò che blocca ancora il progetto, a questo punto, non sarebbe più lo sviluppo tecnico, ma il lancio da parte dell’operatore di telefonia mobile americano Cingular della rete HSPDA. Questo standard, High-Speed Downlink Packet Access (accesso a pacchetti ad alta velocità) è una versione avanzata dell’UMTS e sta diventando disponibile in molti paesi europei (in Italia è già attiva da alcuni mesi su tutti e quattro gli operatori), è probabilmente richiesto per interfacciare il telefonino con l’iTunes Store. Se ricordiamo, più volte Jobs ha dichiarato che uno dei motivi per cui un iPod telefonino non aveva senso era l’impossibilità di scaricare musica a causa della lentezza della rete telefonica. Lentezza che l’UMTS (che però in USA è praticamente assente) e l’HSPDA rendono un ricordo del passato.

Sempre all’inizio di settembre salta fuori un’altro brevetto Apple, per un apparecchio con antenna e interfaccia completamente virtuale. L’idea sembrerebbe quella di un oggetto con un grosso schermo sul quale compaiono pulsanti e indicatori relativi alle funzioni di un dispositivo - ad esempio un lettore Mp3 tipo iPod - ma facendo scorrere si passa all’interfaccia di un telefonino o di un palmare o di una console portatile di videogiochi. Non sembra una cosa così originale rispetto a un normale palmare. La rivelazione è comunque sufficiente e far annunciare a gran voce l’arrivo dell’atteso iPod Video a pieno schermo all’evento previsto per il 12 settembre. Che però il 12 settembre non viene affatto annunciato.

Nel frattempo però accade qualcosa anche nel mondo reale. Microsoft presenta il suo iPod killer, lo Zune. Non è ancora sul mercato e non si sa ancora bene cosa farà, ma si sa che permetterà di comunicare con altri Zune e di scambiarsi canzoni.

Che Zune sia o meno un pericolo per iPod lo deciderà il mercato quando il prodotto di Redmond arriverà sugli scaffali, ma certo non può essere sottovalutato: iPod prima o poi dovrà fare un salto in avanti.

L’ultima puntata - per il momento - dice che certamente l’iPhone sarà annunciato al MacWorld di San Francisco, l’8 gennaio (segnatevelo sul calendario). Avrà una macchina fotografica da 3 megapixel, uno schermo da 2,2 pollici, il software iTunes ovviamente senza il limite delle cento canzoni che aveva il ROKR, e sarà disponibile in tre modelli. Il rumor non lo dice, ma ci sentiamo di aggiungere che il modello più caro sarà sicuramente nero.

La fanzine dal ciclostile a internet

postato Settembre 14th, 2009 in Fantascienza, Pubblicazioni, Whatever | 7 commenti »

Per ravvivare un po’ questo blog e anche per non far scomparire per sempre lavori che magari non lo meritano del tutto, ho deciso di cominciare a riproporre qui un po’ di miei articoli usciti qua e là. Comincio con questo Antiche e nuove mappe dell’inferno: dal ciclostile a internet, conferenza tenuta a Science+Fiction, a Trieste, se non sbaglio nel novembre 2001.

Antiche e nuove mappe dell’inferno: dal ciclostile a internet

Di Silvio Sosio

Un\'antica macchina da ciclostileCome è facile immaginare, il problema più gravoso per i gruppi di appassionati che progettano di pubblicare una rivista amatoriale è sempre stato quello dei costi di stampa. In questo intervento farò un rapido riassunto della storia dell’editoria amatoriale dal punto di vista tecnico, soffermandomi in particolare sull’era di internet che, in un certo senso, ha definitivamente risolto il problema, ma forse ha anche ucciso definitivamente la fanzine come oggi la conosciamo.

Il problema della tiratura

La storia delle tecniche di composizione e stampa è davvero affascinante: dai caratteri mobili alla linotype di inizio secolo – che allineava i piombini dei vari caratteri fondendoli poi insieme riga per riga; alla fotocomposizione, con i caratteri disegnati in maschere ottiche su un disco attraverso il quale passava un raggio di luce che impressionava una pellicola; fino al recente desktop publishing e al direct-to-plate, completamente governati dal computer. Mentre dalle rotative si passava all’offset e al roto-offset.

Una caratteristica ha accomunato tutte le tecniche di stampa che ho elencato: quella di essere progettate per grandi tirature. Costi di partenza abbastanza alti, che venivano ammortizzati solo su elevati numeri di copie.

L’editoria amatoriale, che per sua stessa natura ha sempre dovuto lavorare su un pubblico molto ristretto, ha avuto accesso molto di rado alle tecniche di stampa utilizzate dalla stampa professionale, che avrebbero richiesto grandi investimenti iniziali e avrebbero imposto un costo per copia decisamente troppo elevato. Ha quindi dovuto fare riferimento a tecniche alternative e a basso costo.

Il ciclostile

Negli anni sessanta e settanta il fandom forse non sarebbe esistito senza il macchinario inventato nel 1881 da un ex agente di cambio ungherese emigrato negli Stati Uniti, David Gestetner: il ciclostile. Usando uno speciale foglio di carta cerata, sul quale si scrive utilizzando una speciale penna oppure la stessa macchina per scrivere, viene prodotta una matrice usata poi per la produzione a bassissimo costo di piccole tirature. La qualità di questo tipo di stampa era molto modesta, ma per riviste che pubblicavano articoli o racconti, quindi sostanzialmente testo, più della qualità era importante la leggibilità. Quasi tutte le fanzine italiane fino ai primi anni ottanta erano stampate in ciclostile (The Time Machine, Vox Futura fino al 1981; Intercom addirittura fino al 1987). Se era molto semplice produrre le matrici, era semplice anche stampare: all’epoca erano molto diffuse piccole tipografie attrezzate con questa macchina, il cui prezzo fra l’altro era abbastanza contenuto tanto che spesso conveniva addirittura acquistarla e stampare la fanzine in proprio.

Se il testo delle fanzine ciclostilate era leggibile, decisamente più problemi dava tutto il resto della grafica. I disegni erano improponibili, a meno che l’illustratore stesso non si rassegnasse a disegnare incidendo lui stesso la matrice di cera.

I titoli venivano normalmente composti usando il normografo. Quasi tutte le fanzine stampate in ciclostile concentravano i loro sforzi economici nella stampa in offset della copertina.

Va anche notato che il ciclostile era allora usato soprattutto per la propaganda – o se vogliamo la contropropaganda politica – il che dava in qualche misura alle fanzine un lieve sapore sovversivo. Forse anche per questo motivo una delle riviste di più chiara ispirazione di sinistra, Intercom, scelse la soluzione più elegante alle carenze grafiche del ciclostile, evitando le tristi soluzioni grafiche del normografo e dei disegni ricalcati ma sfruttando invece al meglio proprio la macchina per scrivere, e giocando col testo in un modo che ricordava l’ASCII Art, l’arte di disegnare sui terminali a caratteri che si stava già sviluppando in quegli anni sulle prime bbs.

La xerografia

All’inizio degli anni ottanta comincia a raggiungere costi accettabili un’altra tecnica, che soppianterà definitivamente il ciclostile in pochi anni: la fotocopia.

Lavorando nel retrobottega di un salone di bellezza, un inventore americano, Chester Carlson, nel 1938 aveva ideato un dispositivo che permetteva di riprodurre scritti e disegni: la fotocopia.

Carlson aveva ideato questa tecnica per far fronte a un suo handicap fisico: era impiegato all’ufficio brevetti e il suo compito consisteva nel riprodurre a mano i fogli con i disegni dei brevetti, per farne copie da archiviare. Ma era fortemente miope e sofferente di artrite alle mani, tanto che il lavoro diventò per lui una vera e propria tortura. Cominciò a pensare, così, a un sistema automatico per ottenere le copie dei documenti. Si licenziò dall’impiego e iniziò a lavorare nella cucina di casa, finché la moglie, seccata, non lo cacciò via. Si trasferì, quindi, nel retrobottega di un salone di bellezza di proprietà della suocera, ad Astoria, un sobborgo di New York. E cominciò a fare esperimenti con lo zolfo, una sostanza isolante che diventa conduttrice se esposta alla luce.

Il 22 ottobre del 1923 rivestì di zolfo una lastra di zinco e vi poggiò sopra un foglio di carta con la scritta “Astoria - 22-10-38″. Sottopose il tutto alla luce per qualche secondo, poi ricoprì la lastra con polvere fine e notò che questa si depositava, per attrazione elettrostatica, soltanto nei punti illuminati ottenendo quindi una immagine in negativo dello scritto. Poi fece aderire un foglio di carta cerata alla lastra e lo riscaldò: col successivo raffreddamento, la cera si solidificò solo nei punti in cui aderiva alla polvere. Bastò pelare via il foglio di cera per avere sulla carta l’esatta fotocopia dello scritto originale.

Carlson continuò a perfezionare il suo apparecchio e vendette il brevetto a una piccola società americana, la Haloid, che il 22 ottobre 1948, a dieci anni esatti dalla prima fotocopia, realizzò la prima “vera” fotocopiatrice.

La Haloid cambiò nome in Xerox (dalla parola greca che significa secco, poiché non si usano liquidi nel processo), diventando una delle maggiori compagnie statunitensi nel campo del trattamento dei documenti. En passant, fu nei laboratori della Xerox a Palo Alto che furono sviluppati i primi prototipi di quella interfaccia grafica che sarebbe stata alla base di un’altra rivoluzione, il Desktop Publishing.

La fotocopia permetteva un considerevole miglioramento nella preparazione delle riviste amatoriali. Non era più necessario lavorare su una matrice di cera. Si poteva lavorare su un normale foglio di carta, scrivere il testo con la macchina per scrivere e inserire disegni o fotografie ritagliate, creare titoli usando i caratteri trasferibili: piena libertà grafica, insomma. Usando macchine per scrivere elettriche a sfera era anche possibile utilizzare più fonti diverse di caratteri: corsivo, grassetto.

All’inizio degli anni ottanta cominciarono a essere pubblicate le prime fanzine fotocopiate (L’Altro Spazio, The Dark Side, City). Questo cambiamento di tecnologia comportò anche un cambiamento nei formati: dal B4 o B5 diffuso all’epoca del ciclostile si passò a quello che oggi è il formato standard per eccellenza, l’A4, o in alcuni casi all’A4 piegato in due (A5).

L’avvento della fotocopia consentì il pieno sviluppo di un nuovo genere di fan: oltre allo scrittore e al critico poteva finalmente esprimersi anche il disegnatore.

L’offset

Se la fotocopia è la soluzione più economica per le riviste che tiravano fino alle due o trecento copie, oltre cominciava già a diventare interessante la soluzione dell’offset.

All’inizio del secolo gli inventori americani, Ira Rubel e i fratelli Charles e Albert Harris, contemporaneamente e indipendentemente, svilupparono i primi prototipi di macchine da stampa basate sul concetto oggi chiamato offset.

La stampa offset richiede la preparazione, tramite un procedimento chimico simile a quello dello sviluppo delle fotografiche, di speciali matrici chiamate lastre. Le lastre vengono sviluppate a partire dalle pellicole, che possono essere realizzate in vari modi (fotografici o digitali). Oggi esistono tecnologie in grado di preparare le lastre da input digitale senza utilizzare le pellicole (direct-to-plate). Le lastre con un processo chimico raccolgono acqua nei punti in cui sono negative, mentre le parti dove sono positive vengono cosparse di inchiostro. La lastra poi trasferisce l’inchiostro su una matrice che a sua volta inchiostra la carta. La lastra non tocca mai direttamente la carta, e per questo motivo la tecnica viene chiamata offset.

Le lastre possono essere di alluminio – usato normalmente nella stampa a larga tiratura – o di carta, con minore qualità ma anche costi molto inferiori.

Questo tipo di stampa offset arrivò alla portata delle riviste amatoriali durante gli anni ottanta, e fu usato da alcune delle testate più importanti (The Time Machine, La Spada Spezzata). Altre fanzine, già arrivate a livelli semiprofessionali – più per la disponibilità economica dei loro editori che per una vera larga diffusione – come Dimensione Cosmica o Sf..ere, usavano già l’offset e tutta la catena produttiva della stampa professionale, uscendone come prodotti, almeno dal punto di vista della stampa indistinguibili da quelli dell’editoria da edicola.

Il desktop publishing

Dopo la rivoluzione della stampa, alla metà degli anni Ottanta venne rivoluzionato anche il metodo di composizione.

Se fin dall’epoca del ciclostile il testo era stato composto utilizzando normali macchine per scrivere – dalle classiche Lexicon o Lettera Olivetti alle più evolute Praxis elettroniche – magari affiancate da caratteri trasferibili per i titoli, dal 1985 comincia a essere utilizzato il computer. Con l’Apple Macintosh, i primi software di impaginazione come Aldus PageMaker e le prime stampanti laser come la Apple LaserWriter, per le fanzine inizia ancora prima che per l’editoria professionale la rivoluzione del desktop publishing.

E’ John Warnock che sviluppa, nei primi anni ottanta, un linguaggio di descrizione della pagina con alcune caratteristiche importanti, in particolare quella di non essere legato a una particolare stampante ma di poter essere utilizzato per pilotare diversi tipi di macchine, dalle stampanti laser alle fotounità. Warnock fonda, in società con la Apple Computer, la Adobe Systems e, cede il licenza l’uso del linguaggio PostScript per le prime stampanti laser immesse sul mercato, le Apple LaserWriter.

Utilizzando Aldus PageMaker su Apple Macintosh nel 1985 è già possibile costruire la pagina interamente a computer e stamparla sulla LaserWriter, in bianco e nero e con la risoluzione di 300 punti per pollice. La tecnologia è ancora agli inizi ma il risultato, per l’epoca, è di qualità eccezionale, e lo strumento è già validissimo per le pubblicazioni amatoriali (la prima fanzine italiana composta in desktop publishing è il numero 16 di La Spada Spezzata), mentre lo diventerà di lì a poco anche per quelle professionali (FMR, Applicando fra le prime riviste composte in dtp). Oggi sono rimaste solo alcune edizioni d’arte particolari a non utilizzare la composizione a computer.

Proprio il numero di fonti disponibili caratterizza i primi anni del desktop publishing “amatoriale”. Nei primi tempi le riviste composte a computer sono facilmente riconoscibili proprio per il fatto di utilizzare solo le font Times ed Helvetica. Curiosamente una situazione analoga si verifica oggi nell’editoria online, dove possono essere utilizzate solo alcune fonti (Times, Verdana, Helvetica).

In breve però il numero di fonti Postscript si moltiplica e si verifica l’effetto opposto: ormai priva di limiti la fantasia grafica del fanzinaro si scatena, ma non sempre accompagnata dal buon gusto. In generale però si assiste a un notevole incremento della qualità grafica delle riviste amatoriali. Fra le fanzine che hanno raggiunto i migliori risultati dal punto di vista grafico va ricordata la siciliana Terminus.

Con l’avvicinarsi della fine degli anni ottanta, intanto, il fandom sta cambiando, e il fenomeno delle fanzine ha un momento di forte contrazione. Mentre continua fra alterne vicende la pubblicazione di Intercom, l’unica fanzine che riesce a creare attorno a sé una comunità e a mantenere una vera continuità è Yorick, stampata addirittura a caratteri mobili. Nell’ultimo decennio del secolo nascono e muoiono alcune fanzine di fantascienza, ma senza mai riuscire a emergere e a ricostruire quella rete di rapporti che costituiva il fandom vitale degli anni ottanta. E mentre il fandom tradizionale agonizza, arriva il momento del fandom delle serie televisive. Inside Star Trek, la rivista dello Star Trek Italian Club, viene realizzata in desktop publishing fin dai primi numeri e stampa migliaia di copie. Altri club avranno le loro pubblicazioni (Alliance e Cloud City dedicati a Guerre Stellari, ISO Shado dedicato a UFO e Spazio 1999, altri minori). Ma proprio questo tipo di fandom saprà sfruttare al meglio il nuovo mezzo che si sta affermando: dalla carta si passa alla rete.

Prime esperienze elettroniche

Prima che internet facesse dell’editoria elettronica un fenomeno di massa, non sono mancati tentativi di sfruttare in qualche modo gli strumenti a disposizione per creare le prime fanzine elettroniche.

Nei primi anni ottanta a Firenze Tommaso Tozzi realizza una fanzine su segreteria telefonica: per ascoltarla era sufficiente comporre il numero telefonico e ascoltare. Luigi Pachì realizza a Milano il prototipo Blade Run, fanzine su cassetta per ZX Spectrum, uno dei primissimi home computer. Diffusione molto ristretta: un paio di copie. Franco Forte nei primi anni novanta diffonde la prima faxzine: Shining, inviata via fax. Ne esce una ventina di numeri, poi la rivista cambia formula a causa dell’eccessivo successo.

Nella seconda metà degli anni ottanta i personal computer cominciano ad essere diffusi, e cominciano a diffondersi anche i modem, per far comunicare i computer attraverso la linea telefonica. E’ il momento della grande diffusione dei bbs, piccoli servizi online ai quali gli utenti si collegano via modem e trovano file da scaricare e forum nei quali discutere fra loro. In molti bbs la partecipazione ai forum è limitata ai pochi utenti del bbs, ma in molti casi i bbs aderiscono a circuiti nazionali o internazionali – il più grande è FidoNet – dando vita a conferenze alle quali partecipano appassionati da tutta Italia. In quest’epoca, fra i partecipanti più attivi della conferenza “sf.ita” di FidoNet dedicata alla fantascienza era facile trovare i nomi di Vittorio Curtoni e di Valerio Evangelisti.

Anche se rari non mancavano i casi di riviste distribuite via bbs. Fra queste la più nota era certamente Il corriere telematico, che si occupava delle problematiche dei bbs e della rete Fido. Alla fine del 1994 fece la sua comparsa anche una rivista di fantascienza: Delos Cyberzine. Ma eravamo ormai agli sgoccioli dell’era dei bbs, che stavano per essere soppiantati dalla rete delle reti.

L’avvento di internet

La storia di internet è abbastanza nota: nasce all’inizio degli anni settanta come progetto comune fra università e ente della difesa americano con lo scopo di creare una rete di risorse informatiche non centralizzata e quindi in grado di funzionare anche se danneggiata – per esempio in un attacco nucleare – in alcune sue parti.

Alcuni meno addentro forse si stupiranno nello scoprire che internet esiste già da trent’anni. E’ vero che per due decenni è rimasta uno strumento a uso e consumo degli istituti universitari, e solo all’inizio degli anni novanta, quando Tim Berners-Lee pubblicò il suo progetto di world wide web, una rete ipertestuale che consentisse l’accesso all’informazione tramite link contestuali, cominciò a diventare uno strumento di comunicazione di massa.

In questo sviluppo altrettanto importante è stato l’apporto di Marc Andreesen, sviluppatore del primo browser grafico, Mosaic, sulle cui basi sono stati sviluppati sia Microsoft Internet Explorer (la Microsoft acquistò i sorgenti di Mosaic nel 1996) sia Netscape Navigator, che fu sviluppato dallo stesso Andreesen.

Il lavoro di Berners-Lee e di Andreesen trasformò la rete da uno strumento quasi puramente tecnico a un mezzo di comunicazione accessibile a tutti. I grandi bbs americani come Compuserve e America OnLine, e i nascenti provider di tutto il mondo, come Video On Line e Italia On Line in Italia, colsero subito l’importanza di questa rivoluzione e diedero inizio alla spettacolare diffusione di internet, che superò i cento milioni di utenti in un decimo degli anni occorsi alla televisione per ottenere lo stesso risultato.

In Europa fondamentale è stato il fenomeno dei provider gratuiti, lanciato in Italia da Tiscali. Accesso gratuito alla rete, spazio gratuito sul web da utilizzare per pubblicare pagine autoprodotte: la situazione ideale per il proliferare di fanzine elettroniche.

La prima fanzine elettronica italiana di fantascienza, e in realtà la prima rivista web italiana in assoluto, è stata Delos Cyberzine. Dopo alcuni numeri distribuiti tramite bbs fin dai primi mesi del 1995 Delos è diventata una rivista web. Da esperimento per i pochi smanettoni che nel 1995 avevano un accesso a internet, Delos, che nel 1996 ha cambiato nome in Delos Science Fiction, è cresciuta insieme alla diffusione della rete diventando un prodotto professionale con migliaia di lettori. Insieme al complementare Corriere della Fantascienza, Delos oggi non può certamente più essere considerata una fanzine, avendo compiuto quel passaggio che rappresenta un po’ il sogno di molti curatori di fanzine: dal mondo amatoriale a quello professionale.

Internet apparentemente rappresenta la soluzione ideale ai problemi dell’editore amatoriale: nessun costo di stampa; facilità di produzione e di distribuzione; grandissima facilità nel reperimento dei materiali e nei contatti con i collaboratori. Tuttavia non si è assistito a un’esplosione di nuove riviste amatoriali. Uno dei motivi (ma non il solo) è certamente la netta contrazione vissuta in generale dal mondo della fantascienza, soprattutto nel numero di lettori.

A quattro o cinque fanzine su carta in attività si contrappongono nel momento in cui scriviamo non più di una decina di fanzine elettroniche, gran parte delle quali dedicate a Star Trek o ad altri serial: Star Trek Italia Magazine, WebTrek Italia, Previatrek, GuerreStellari.net. Fra le fanzine non specializzate la maggiore sicuramente è Intercom ( HYPERLINK “http://www.intercom.publinet.it” www.intercom.publinet.it) unico caso di esperienza di fanzine su carta (Intercom veniva pubblicata sin dai primi anni ottanta) portata con successo in rete. Molto interessanti anche Ouroboros, e poi Continuum, Nigra Latebra e poco altro.

Il superamento della fanzine

In realtà però il concetto stesso di rivista è stato superato dall’avvento di internet. Che propone diversi mezzi di comunicazione alternativi alla rivista e più adatti alla rete: dal sito amatoriale specializzato, che viene aggiornato non sostituendo un nuovo numero a quello vecchio (come nel caso delle riviste) ma inserendo nuove informazioni a complemento di quelle già esistenti; al forum, che nelle sue diverse forme – newsgroup, mailing list, forum sul web, chat – permette in modo più diretto l’espressione di opinioni e la creazione di comunità fra appassionati.

In quest’ottica la fanzine è solo un modo in più per comunicare fra appassionati. Ha ancora un suo ruolo: il fatto di essere un prodotto di gruppo, con una continuità temporale e un qualche tipo di selezione del materiale pubblicato sono caratteristiche distinguono la rivista dal sito amatoriale generico e forniscono all’utente quelle garanzie che lo aiutano a effettuare una scelta (la vera difficoltà nell’uso della rete). Certamente la forma tradizionale della rivista non è la più adatta a questo nuovo mezzo e piano piano si trasformerà in qualcosa di più fruibile.

Il futuro

Cercare di prevedere quali possano essere gli sviluppi futuri quando si ha a che fare con l’informatica e la telematica è un gioco che varia dal futile al pericoloso (se come spesso accade vi si investono soldi). Negli anni scorsi analisi firmate da prestigiosissime aziende che prevedevano l’esplosione di internet grazie all’arrivo sulla televisione o sul telefonino hanno causato disastri, e disastri ancora maggiori sono stati causati da chi pensava che di punto in bianco l’umanità avrebbe cominciato a vivere e ad acquistare soprattutto in rete. Se la tecnologia viaggia a un ritmo rapidissimo, molto più lentamente si evolvono le abitudini degli esseri umani.

Alcune tendenze dobbiamo per forza indicarle: l’aumento della larghezza di banda sta portando a una maggiore diffusione in rete di altri tipi di comunicazione diverse da quella testuale: musica, video, animazione. Sta recedendo la cultura del tutto gratis tipica dei primi anni di internet: anche grazie a sistemi di pagamento più pratici e sicuri sempre più spesso accadrà di pagare, anche piccole o piccolissime cifre, per i servizi richiesti.

L’informazione si sta progressivamente trasferendo nel mondo digitale: si comincia dagli strumenti di produzione, si passa ai supporti – si pensi ai cd e ai dvd per musica e cinema – e poi alla distribuzione: internet. E l’aspetto più importante di questa rivoluzione è che più l’informazione diventa digitale, minore diventa il costo di realizzazione e di distribuzione.

L’avanzata del digitale porterà entro pochi anni ad acquistare la musica, i film e gli stessi libri via internet, scaricandoli direttamente in appositi strumenti portatili, come i lettori di ebook o i riproduttori MP3. Difficilmente verranno soppiantati molto presto i supporti tradizionali – libri e riviste su carta, cd rom, vhs e dvd – ma sicuramente cederanno il passo (in realtà lo stanno già facendo) alla diffusione telematica. I bassi costi e la elevata targetizzazione faranno sì che il panorama dei prodotti della comunicazione presenti una scelta sempre più vasta, permettendo la pubblicazione anche di quei prodotti che nel mercato tradizionali avrebbero avuto troppo pochi potenziali acquirenti per giustificarne la produzione. Sempre i bassi costi, uniti alla facilità di accesso agli strumenti di produzione – dopo il desktop publishing che ha aperto le porte all’editoria fatta in casa oggi è possibile mixare cd musicali o montare film sul proprio computer – mettono addirittura in crisi in concetto di editore, di fronte al diffondersi del fenomeno dell’autopubblicazione. Il ruolo dell’editore in rete si sposta su quello identificato dal valore semantico che ha la parola nella lingua inglese: editor, colui che cura la pubblicazione, che effettua le scelte e che quindi in qualche modo garantisce la qualità al lettore sperduto nel mare delle opportunità.

Il mondo della cosiddetta new economy ha attraversato un periodo di forte recessione, dovuto all’esplodere delle bolle di sapone prodotte in due anni di folle euforia dopo l’esplosione del numero di utenti di internet trainata dai provider gratuiti.

Oggi il numero di utenti cresce più lentamente, ma sta aumentando la qualità e la frequenza di utilizzo della rete. Per lavoro o nell’uso quotidiano sta diventando sempre più naturale comunicare via email, consultare l’orario dei treni o l’elenco dei cinema via web, leggere le ultime notizie e anche coltivare i propri interessi sulla rete. Per gli appassionati di fantascienza – o di qualsiasi altra cosa – la rete è ormai il mezzo migliore per trovarsi e creare comunità. Questo darà senza dubbio sempre più impulso alla nascita e al prosperare di pubblicazioni amatoriali; che però avranno sempre meno, probabilmente, la forma di una rivista come oggi siamo abituati a pensarla.

Riferimenti

How Offset Printing Works:

http://www.howstuffworks.com/offset-printing.htm

Invenzione del ciclostile e delle fotocopie:

http://cubo.newton.rcs.it:8666/gazzetta/gazzetta1299.htm

Il php delle nevi: problemini con Snow Leopard per i web developer

postato Settembre 2nd, 2009 in Exposé | 5 commenti »

Snow Leopard, il nuovo sistema operativo per Mac - nome ufficiale OS X 10.6 - è uscito da circa una settimana, ma a me è arrivato solo ieri: l’ho ordinato cinque minuti dopo che è stato reso disponibile su Apple Store, ma sono stato taccagno e ho chiesto la spedizione per posta invece di quella per corriere.

La novità di questa versione del sistema è che… non ha novità. Non di facciata, almeno. La vera novità è che è stato ottimizzato, corretto, sistemato, perfezionato, e che quindi una volta installato anziché trovarsi con un computer più lento e meno spazio sul disco, come da mondo è mondo accade quando si installava una nuova versione di un sistema operativo, ci si ritrova invece con un sistema più snello e più veloce. E più stabile.

Ogni tanto giusto per il piacere di farlo “quitto” Mail. Prima ci metteva due o tre minuti buoni a uscire, tanto che spesso “annullava” lo spegnimento del computer a causa del time out. Ora quitta così velocemente che non riesco a togliere il dito dalla “Q” che la lucetta sotto l’icona è già spenta. Che godimento. E riparte quasi altrettanto rapidamente. Wow.

Però, qualche problemino l’ho incontrato comunque. Non tanto problemi del sistema quanto di applicazioni non compatibili (di Little Snitcher ho dovuto installare una beta; Sapiens non funziona più bene; Linotype Explorer mi aveva incasinato le font e ho dovuto toglierlo).

Nel mio caso in particolare l’impatto più grave è stato con il php. Snow Leopard installa la versione 5.3 di php, contro la 5.1 (o giù di lì) che installava Leopard. Già con Leopard era stato un mezzo trauma, perché mi aveva costretto a rendere tutto il mio software php compatibile con php 5.0, mentre fino al giorno prima lavoravo tranquillamente col 4.

Con il 5.3 i signori della Zend hanno deciso di rompere le balle in modo pesante. Hanno deciso per esempio che nel php.ini va inserita una riga che dica date.timezone=”Europe/Rome”, altrimenti ogni volta che viene usata un’istruzione che abbia a che fare con tempo e date ti spara a video un warning, anche coi warning disabilitati.

Ancora meglio, hanno deciso che “split” adesso è deprecata. E perciò ogni volta che c’è split ti viene fuori il messaggio sulla pagina che l’istruzione è deprecata. Puoi usare preg_split se vuoi usare un’espressione regolare, o explode se lo splittaggio è semplice. Split veniva usata in entrambi i casi, quindi non te la cavi con un “cerca e cambia”; devi guardare ogni singola occorrenza e decidere. Ho provato a fare una ricerca con BBEdit nella mia directory dei lavori php e le occorrenze erano più di 2500; tra l’altro anche in software non miei, tipo PhpBB.

Poi hanno deciso che non puoi usare parole chiave come nomi dei metodi. Io in una mia classe fondamentale avevo usato goto, e ora non lo posso più fare. Devo cambiare la classe e andarmi a cercare tutti i posti in cui veniva chiamato quel metodo.

E poi ho trovato anche un buggettino: mysql_num_fields mi ritorna “5000″ invece del corretto numero di campi di una tabella. E il php letteralmente crasha quando il ciclo cerca di accedere al campo successivo all’ultimo. Ci ho messo un po’ a beccare questo problema, perché non dava nessun messaggio d’errore: pura e semplice pagina bianca.

Insomma, grazie, diciamo che ho trovato lo stimolo giusto a patchare il mio software in modo da farlo girare su php 5.3.

Mutanda australiana

postato Agosto 25th, 2009 in Whatever | 8 commenti »

“Ma che titolo curioso” penseranno i miei tre lettori e mezzo. “Certamente un’arguta metafora. Chissà di cosa parla realmente”.

E invece no. Questo posto parla davvero di mutande. Australiane.

Ci sono cose di cui solitamente non si parla. Ma che nella vita possono ri-vestire un ruolo non fondamentale, ma certamente di una qualche importanza. Del resto, non è importante una situazione di confortevolezza con il capo di abbigliamento che custodisce le nostre parti più delicate per tutta la giornata?

Immagino che molti si abituino facilmente e senza problemi a qualunque modello. Io no, caspita, sono pretenzioso. Ciò di cui ho bisogno è un esatto modello di boxer; che, però, sembra essere estinto. Almeno nel mondo occidentale.

I primi boxer, quando hanno cominciato a diventare di moda con questo nome, negli anni ottanta, erano fatti con lo stesso cotone delle camicie, e colorati: a righe, a quadri, con disegni cachemere, o roba del genere. Poi arrivarono i boxer morbidi, fatti con quel cotone che si usa anche per le t-shirt, detto “maglina” o più tecnicamente “jersey”. E lì ho trovato il mio modello ideale. Da quel momento ho sempre usato solo questo tipo di boxer.

Se non che, a un certo punto c’è stata un’ulteriore evoluzione. I boxer morbidi sono diventati attillati.

Li provo ma no, sono scomodissimi. Te li senti continuamente addosso. A parte il fattore estetico, visto che sembrano fatti per mettere tutto in evidenza. Pacchiani.

Ma evidentemente questa era solo la mia opinione, o comunque non era l’opinione dei signori della moda, che a mio avviso ha ben poco a che fare con le necessità della gente. Insomma, in men che non si dica le mie mutande preferite spariscono dal mercato.

Per qualche anno riesco ad andare avanti con quello che avevo (una buona scorta, per fortuna), ma più passa il tempo più la situazione si fa disperata. Finché nel 2005, durante una vacanza in Scozia (quando abbiamo partecipato alla WorldCon di Glasgow) trovo, in un grande magazzino di Edinburgo (John Lewis) dei bellissimi boxer in tre tonalità di grigio, fatti esattamente come li voglio io.

Ne compro una confezione, in albergo li provo e sono perfetti. Il giorno dopo prima di partire ne compro un’altra. Imprevidente: avrei dovuto prenderne tre o quattro, mica potevo pensare di tornare in Scozia tanto presto. Passa il tempo e ben presto mi rendo conto che ho bisogno di qualche altro capo, e comincio a cercare.

In Italia, assolutamente nulla. Ovunque sempre e solo gli stessi modelli attillati, anche dai rivenditori di marche che so che all’estero fanno anche l’altra versione. Su internet riesco a trovare poco: John Lewis continua ad averli, ma non spedisce all’estero. Nel 2007 un giro a Londra è altrettanto infruttifero.

Questa estate mi sono messo d’impegno. Mi sono documentato, ho scoperto come vengono chiamati esattamente questo tipo di boxer (”loose-fit boxer shorts”) e il materiale (”jersey”) e ho fatto ricerche per tutta internet. Amazon.com, Amazon.co.uk, negozi vari di vestiti e accessori inglesi e americani. Chi li aveva non li spediva. Chi spediva non li aveva.

E finalmente li ho trovati. In Australia, appunto.

Li ho trovati su eBay - non fate quella faccia disgustata, non sono usati, sono nuovi con tanto di etichetta - da un rivenditore di Melbourne. Il costo per una confezione da quattro è di 15 dollari australiani; la spedizione in Italia costa 20 dollari australiani. Meno di venti euro in tutto. Mai così ben spesi.

Il pacchetto mi è arrivato in una decina di giorni; il costo ridotto ha permesso anche di evitare la dogana, ma ero via e quando sono tornato ho dovuto andare in Posta a ritirarlo; per fortuna, non hanno fatto domande. Alla prova dell’uso quotidiano la soddisfazione è massima: ultraconfortevoli. Tutto è bene ciò che finisce bene. E poiché penso che qualun altro possa avere lo stesso problema e cercare la stessa soluzione (se non lo pensassi non avrei scritto questo post), ecco la url di eBay per il prodotto in questione. Casomai fosse scaduto, cercate dallo stesso rivenditore un’inserzione analoga.

C’è stato un piccolo seguito: mentre il pacchetto australiano era in viaggio, in un Auchan di Cagliari passo nel reparto intimo maschile e mi cade l’occhio: boxer di maglina non attillati! Sono incredulo: dopo tante ricerche in tutto il mondo bastava entrare in un Auchan? Ne prendo una confezione per provarli. Già meglio di quelli che si trovano in giro, ma la gamba è troppo lunga e tende a fare ugualmente l’effetto attillamento.

Meno male. Tutto sommato, l’idea di andare in giro con mutande che si trovano solo in Australia mi sembra davvero cool.

Se questa è Wired

postato Luglio 15th, 2009 in Whatever | 7 commenti »

Copertina del numero 1Da qualche mese ricevo l’edizione italiana di Wired. Ho comprato il primo numero e mi sono subito abbonato, grazie all’offerta di 2 anni per 19 euro.

Ero entusiasta dell’idea che una delle riviste-mito del del mio ambiente culturale arrivasse finalmente in Italia. Sono parecchi anni che non prendo più la Wired originale - che in fin dei conti non è più, comunque, la Wired originale - e può anche essere che i miei ricordi al riguardo siano un po’ abbelliti dal tempo. Ero un vero fan di Wired. Il mio entusiasmo si è tramutato in cocente delusione. Ecco perché.

Wired è stata la rivista dei geek agli albori dell’epoca di internet. Fondata nel 1993 da un giornalista di tecnologia, Louis Rossetto, e da Jane Metcalfe, anche lei esperta tecnologa e in seguito eletta nel comitato direttivo dell’Electric Frontier Foundation, sponsorizzata da Nicholas Negroponte, con il fondatore di WELL Kevin Kelly in redazione, Wired è un’esplosione di originalità, creatività, idee. Il progetto grafico ha un impatto impressionante sul mondo della grafica editoriale. Wired diventa in breve tempo una delle riviste più “in” di quegli anni.

In sostanza Wired compie un miracolo che sembrava impossibile: rende cool il geek. Improvvisamente tutte quelle cose da nerd, come computer, gadget tecnologici, fantascienza, la scienza stessa, diventano belle, fighe, alla moda, eleganti. Il geek che gira con in mano la rivista da geek per eccellenza, Wired, diventa l’uomo del momento.

Questo almeno è il mio modo di percepire Wired. Anni dopo la casa editrice venne smembrata: la rivista acquistata dalla Condé Nast, il sito HotWired acquistato da Lycos, se non ricordo male.

Ora nel 2009 arriva, apparentemente fuori tempo massimo, l’edizione italiana. Del progetto se ne parlava già da parecchi anni; l’uscita di riviste su target simili come Jack forse lo fece rimandare. Oggi che internet non è più un territorio nuovo e misterioso ma un mezzo diventato ormai trasparente rispetto ai suoi contenuti, oggi che la tecnologia per la gran parte della gente non ha più quel sapore magico che aveva qualche anno fa, oggi che i computer non sono più un oggetto che ogni anni fa passi da gigante ma solo uno scatolotto su cui spendere il meno possibile per poter scaricare la posta e consultare il web, oggi arriva Wired in Italia.

Ma è davvero così?

Fin dal primo numero ho avuto la sensazione che ci fosse qualcosa di sbagliato. Il primo numero aveva in copertina il logo del Vaticano che richiamava un articolo su un sistema di pannelli solari costuito appunto nel territorio dello stato della Chiesa.

Ma la sensazione di straniamento viene soprattutto leggendo le rubrichine, le didascalie, i box, ovvero tutti quei testi che non fanno parte degli articoli veri e propri e che a mio avviso mettono il luce la vera anima della rivista. Cose scritte sempre una sottile vena ironica che passa il messaggio, come fanno sempre anche i servizi scientifici del telegiornale, fateci caso, che sì, bella la scienza, bella la tecnologia, ma in fondo sono cretinate, il mondo vero è un altro. Non è un’ironia che ride con il lettore, è un’ironia che ride del lettore. O al più ride col lettore sbagliato.

Esempi? “Le missioni dell’Apollo hanno cambiato la nostra quotidianità. A cominciare dal bagno”. Buono per Chi, ma per Wired? “Il laptop lascialo a casa. Gli internet cafè ormai li trovi anche nel deserto”: un lettore di Wired usa il computer solo per guardare due minuti la posta? “Tired: Star Trek; Wired: Starman” Quello di David Bowie? E perché dovrebbe essere più Wired di Star Trek, che era uscito proprio quel mese al cinema facendo faville? “L’ebook? Bello, ma un libro è meglio” ma ho bisogno di comprare Wired per leggere sta roba?

Forse se invece di affidare la rivista a uno che prima dirigeva “Il Romanista” l’avessero affidata a qualcuno più in sintonia le cose sarebbero state diverse. Nel frattempo, mi chiedono di rinnovare l’abbonamento. Ho fatto un abbonamento a 24 numeri (costava poco) e me ne sono arrivati 3. Signor Condé, signor Nast, per il momento farò finta di non aver visto il vostro invito. Avete 21 numeri per cambiare decisamente registro, e magari anche direttore. Poi ci penserò, se darvi altri euro.

Strategie hollywoodiane

postato Luglio 10th, 2009 in Fantascienza | 4 commenti »

Di recente è emersa la notizia riguardante un prossimo film basato sul videogioco Asteroids. Sì, quel vecchio videogame con gli asteroidi che girano per lo schermo e l’astronavina triangolare che se ne sta nel mezzo a sparare. E poi appena toccavate il joystick per farla muovere era un disastro, perché quella seguiva davvero le regole della dinamica nello spazio, e allora bastava un colpettino troppo forte e non la fermavi più. O meglio, si fermava non appena andava a sbattere su un asteroide di passaggio.

AsteroidsA chi è venuta l’idea di sviluppare un film su un gioco del genere? Si tratta indubbiamente di strategie sviluppate ai vertici delle major di Hollywood che noi mortali difficilmente possiamo anche solo arrivare a supporre. Io ci ho provato, e mi è venuta fuori sta roba qui.

SBANG! (pugno sul tavolo)

Cazzarola avete visto che successone quelli della Paramount con Transformers? Perché nessuno me l’aveva detto? Compriamo subito anche noi i diritti di un gioco della Harsbro! Cosa c’è a disposizione? G.I. Joe? Già fregato dalla Paramount anche quello? Pokemon? No, già fatto… Come dici? La Harsbro possiede la Atari? Perfetto! Compriamo un videogioco della Atari!… Telefono subito! Ma lo sapranno l’inglese questi giapponesi? Ah non sono giapponesi? E se sono americani perché hanno un nome che sembra giapponese? Va be’… Atari? Buon giorno, siamo la Universal. Pictures, sì, quella. Vorremmo comprare un gioco… venti dollari, così poco? Come per che piattaforma lo vogliamo? No, vogliamo comprare i diritti di un gioco per farci un film, non una copia di un gioco… cosa avete? Ghostbusters? Ma no, l’hanno già fatto il film… Riddick? Ma che, Riddick è nostro… ma no, qualcosa di classico, di famoso… ET? Ma no… Indiana Jones? Ma no!! Pensa però, mica lo sapevo che erano tratti da videogiochi. Asteroids? Non è che è tratto da quel film con Bruce Willis vero? Ok, allora prendiamo quello, quanto viene? Ah, mi da in omaggio anche Pong? affare fatto, allora!

James Tiberius Custer

postato Maggio 12th, 2009 in Fantascienza | 7 commenti »

In questi giorni è quasi obbligatorio per chi ha un blog postare qualcosa a proposito di Star Trek. Non mi esimerò, ma vorrei dire qualcosa di un pochino diverso dal mio parere sul film e da quanto mi sembra rispondente allo spirito di Star Trek.

Allora, parliamo del generale Custer.

George Armstrong Custer è nato da famiglia contadina nello stato dell’Ohio, nel 1839. Si iscrive all’accademia militare West Point per diventare ufficiale. È bravo quando vuole, ma troppo insofferente della disciplina e dell’autorità. Scoppia la guerra civile e Custer riesce a diplomarsi, ma solo all’ultimo posto della graduatoria. Ciononostante la guerra ha bisogno di ufficiali: tutti i cadetti con una preparazione sufficiente vengono reclutati, e Custer viene nominato tenente.

Nel 1862 riesce a persuadere il suo colonnello a fargli comandare un attacco contro le truppe confederate: l’attacco ha successo e Custer riesce addirittura a catturare uno dei generali di corpo d’armata confederati.

Nel film del 1941 con Errol Flynn, They Died With Their Boots On (in italiano La storia del generale Custer), la storia di Custer viene naturalmente un po’ romanzata; Custer viene nominato di punto in bianco generale in seguito a un equivoco, ma ciononostante si fa valere cambiando le sorti della guerra e la nomina viene confermata.

Dopo la fine della guerra viene richiamato in servizio nella guerra indiana, col grado di colonnello; fonda il reggimento 7° cavalleria e ne forgia lo spirito anche usando la canzone tradizionale irlandese Garry Owen che è tutt’ora il “nickname” del reggimento. Infine muore nella battaglia di Little Big Horn, nel tentativo di impedire un massacro ben peggiore.

La finzione non si discosta moltissimo dalla realtà: Custer diviene effettivamente generale bruciando le tappe e ha un ruolo decisivo nella guerra, grazie ai suoi attacchi imprevedibili che spesso causano ingenti perdite alle truppe unioniste, ma anche gravi danni a quelle confederate. Il film dipinge un Custer amico degli indiani (Cavallo Pazzo era interpretato da Anthony Quinn) e che cerca inutilmente di opporsi a chi vuole infrangere il trattato di pace, mentre la storia sembra caricargli qualche responsabilità in più.

Tra finzione e realtà, comunque, noto una notevole somiglianza tra James Kirk e George Armstrong Custer. In particolare nel film di J.J. Abrams, che sembra voler richiamare la leggenda di Custer in modo esplicito: il padre di Kirk si chiama “George”, Kirk è insofferente alla disciplina e rischia l’espulsione dall’accademia; i cadetti vengono chiamati al servizio attivo a causa di un’emergenza; Kirk diventa capitano in modo rocambolesco ma la sua audacia lo porta a ottenere risultati così importanti che il comando viene confermato.

In fin dei conti Kirk rappresenta proprio ciò che la leggenda di Custer incarna: l’ideale del militare creativo, fuori dalle regole, che riesce a ottenere il successo pensando fuori dagli schemi, e al quale è facile perdonare la spacconeria, l’irruenza e quella buona dose di arroganza proprio in virtù dei risultati e anche di un pizzico di autoironia. Della quale nel Custer reale non sappiamo, ma in quello di Errol Flynn era senza dubbio presente.

Una nota curiosa: nel film del 1967 Custer of the West (Custer eroe del West) nel cast compare anche un certo Jeffrey Hunter, che proprio l’anno prima aveva recitato nel pilot di una nuova serie televisiva di fantascienza… e che venne sostituito, quando la serie andò in produzione, da un certo William Shatner.

Il mio parere sul film? Be’, la trama non regge gran che, il cattivo è un semplice sparing partner senza personalità, e senza dubbio ci sono un sacco di quei dettagliucci sbagliati che fanno incavolare i trekkie più fanatici. Chi se ne frega. Il film è divertente, getta le basi per il rilancio di Star Trek, i personaggi principali sono delineati bene e i loro rapporti sono intriganti. Non è un capolavoro, ma è certamente un capolavoro quello che JJ è riuscito a ottenere affrontando una sfida così difficile.

Superiphone

postato Marzo 5th, 2009 in Exposé, Pubblicazioni | nessun commento »

Questo articolo è uscito su MacWorld di marzo, attualmente in edicola. Ne propongo un brano, consigliando ovviamente l’acquisto della rivista, che contiene molte altre cose interessanti :-)

Alche che iPhone nano. Un nuovo iPhone è in arrivo, e sarà una belva. Almeno, questa l’indicazione che i nostri cacciatori di indizi hanno ricavato da dettagli apparentemente insignificanti.

iPhone nano in una vetrina in un negozio a BangkokNotiziona: Apple sta preparando una nuova versione di iPhone!
Come? Non ci trovate nulla di strano? In effetti è comprensibile: iPhone 3G è uscito lo scorso luglio, a un anno di distanza dal primo modello. È evidente che Apple stia lavorando con grande impegno a sviluppare il settore che le sta dando in questo momento le maggiori soddisfazioni.
Però ugualmente noi fan della Apple andiamo in fibrillazione quando capita di scoprire un misterioso “iPhone 2.1” in giro per le strade della California.
La Pynch Media è una società che concede in licenza un pezzo di software da inserire nei programmi per iPhone che permette allo sviluppatore di avere delle statistiche sull’uso del suo prodotto da parte degli acquirenti; una sorta di Google Analytics per programmi iPhone. Queste statistiche registrano anche il modello che fa girare il programma, e pare che a partire dallo scorso ottobre abbiano cominciato ad apparire sporadicamente un tag “iPhone 2,1”. Da dicembre queste segnalazioni sono diventate molte di più: almeno una dozzina di dispositivi, tutti concentrati nella zona della California a sud di San Francisco (Silicon Valley, insomma).
Una cosa “gustosa” è rappresentata proprio dal numero. Se il primo iPhone era 1,1 e il 3G era 1,2, qui si passerebbe a 2,1, insomma una “major release” con differenze più significative di quelle che hanno segnato il passaggio dal primo al secondo modello. Ma quali potrebbero essere?
Secondo AppleInsider, la differenza la potrà fare l’uso di chip sviluppati ad hoc dalla PA Semi, il produttore di semiconduttori recentemente acquisito da Apple. Si questi processori custom, progettati per accelerare l’elaborazione di media con  l’esecuzione parallela e multicore, Apple potrà implementare le tecnologie PowerVR di cui ha acquisito la licenza, e rendere disponibili agli sviluppatori funzionalità avanzatissime come l’elaborazione video in tempo reale e il riconoscimento vocale. Senza contare che l’alta velocità di elaborazione renderà l’iPhone e l’iPod Touch sempre più competitivi nel settore delle console da videogiochi tascabili.

E l’iPhone nano? Bene, Jobs è in congedo provvisorio, Tim Cook ha preso il timone, e la prima cosa che ha fatto cos’è stata? Smentire completamente la scorsa puntata di questa rubrica! A proposito del rumoreggiato iPhone nano, Cook ha detto “ci conoscete, non abbiamo intenzione di competere nel mercato dei telefoni a basso costo. Non fa parte della nostra identità. Non è la nostra ragion d’essere. Il nostro scopo non è vendere il maggior numero possibile di apparecchi, ma quello di costruire il telefono migliore possibile.” E in effetti era un po’ quello che pensavamo anche noi.
Un discorso analogo l’aveva fatto anche Jobs sul netbook, i computerini da poche centinaia di dollari che dopo il successo dell’EeePC stanno spopolando. Secondo Jobs, gli scopi per cui vengono usati questi apparecchi sono coperti quasi tutti dall’iPhone stesso. Ma Jobs lascia aperto uno spiraglio: “vedremo come evolverà questo segmento di mercato. Nel caso, qualche idea interessante ce l’abbiamo”.

Il film di Fondazione, ecco il soggetto

postato Gennaio 28th, 2009 in Fantascienza | 24 commenti »

È appena arrivata alla stampa la notizia che Roland Emmerich girerà un film tratto dalla saga della Fondazione di Isaac Asimov, e i nostri agenti si sono già impadroniti del soggetto. Curiosi di sapere come riuscirà il regista di Independence Day a portare nelle due ore di un film di Hollywood una saga di ampio respiro e tutto sommato un po’ cerebrale come questa? Ecco qui, svelato in anteprima l’adattamento della trama!

Il protagonista è un agente del servizio segreto imperiale. E’ stato incaricato di andare a prelevare uno scienziato da un pianeta periferico e portarlo su Trantor. Mentre si recano allo spazioporto l’agente nota un veicolo che li insegue. Inseguimento con le auto a cuscinetto d’aria fino al minuto 15. L’agente, Seldon e la figlia di Seldon, Arcadia, prendono l’astronave, Hari Seldon spiega all’agente le sue teorie storiografiche in una scena poetica con musica, brandelli di frasi per far capire che sono concetti filosofici, e immagini suggestive di galassie, e l’agente si convince che la causa di Hari Seldon va difesa a ogni costo e che deve a lui la sua fedeltà prima ancora che all’imperatore. Siamo al minuto 17.
Durante il viaggio verso Trantor un clandestino cerca di uccidere Seldon. Inseguimento a bordo dell’astronave, alla fine l’assassino si spara nel vuoto per non farsi catturare. Siamo al minuto 27.
Arrivo a Trantor. Scena in computergrafica per far vedere Trantor, magari ricclando footage non usato di Coruscant. I due incappano in una rivolta anti imperiale, approfittando della quale un assassino cerca di uccidere Seldon. Inseguimento in mezzo alle vie di Trantor. Siamo al minuto 30.
Seldon arriva di fronte all’imperatore e gli spiega il suo progetto di Enciclopedia Galattica. Scena poetica con musica, brandelli di frasi per far capire che sono concetti filosofici, e immagini suggestive di galassie. Siamo al minuto 45.
La spedizione di Seldon parte per Terminus, scortata dalle navi imperiali. A bordo della nave c’è un clandestino che cerca di uccidere Seldon. L’agente lo scopre e lo insegue. Ce ne sono degli altri. Sparatoria. Gli assassini muoiono ma la nave è danneggiata. Sta per finire l’aria. L’agente si lancia nel vuoto senza tuta e riesce a stabilire un contatto con l’altra astronave. Sono tutti salvi.
Siamo al minuto 65.
Il viaggio procede. A metà strada si avvicina una flotta di navi tutte strane piene di scheletri sugli scafi (riutilizzo di cgi da Serenity). E’ la flotta del Mule. La scorta imperiale dà battaglia ma nonostante la maggiore potenza sono sopraffatti dal numero. Siamo al minuto 80.
Finalmente le navi del Mule stanno per abbordare la nave di Seldon quando ecco delle bordate arrivare come dal nulla che colpiscono le ultime navi del Mule. E’ la flotta della Fondazione! Salvor Hardin in persona in collegamento annuncia che la flotta nemica si ritira! E’ fatta!
Siamo al minuto 95.
Sono tutti contenti ma Arcadia strilla e tutti si accorgono che l’agente è rimasto colpito da uno degli ultimi colpi. E’ in fin di vita, ma ugualmente racconta a Seldon del suo sogno di tornare un giorno al suo bucolico pianeta natale. Scena poetica con musica, brandelli di frasi per far capire che sono concetti filosofici, e immagini suggestive di galassie.
Siamo al minuto 110.
Tutto sembra concluso. Scene felici e suggestive sul pianeta Terminus, magari con musica e immagini di galassie. Vita quotidiana nell’università di Terminus. Alloggi. Arcadia che sta mettendo tristemente in una scatola gli effetti personali dell’agente morto, musica di tensione, il suo passaporto imperiale dell’agente era falso, e nascosto ce n’era un altro con le insegne di un ente misterioso: la Seconda Fondazione. Musica tesissima. Silenzio. Titoli di coda.