Se le elezioni si facessero su Facebook il nostro presidente sarebbe un pomodoro

postato Settembre 9th, 2010 in Whatever | 1 commento »

Se le elezioni consistessero nel contare i “fan” su Facebook, Niki Vendola vincerebbe le elezioni. Ma solo per un vizio di forma, perché il vincitore morale sarebbe ancora Berlusconi.
No, non sto dicendo che Vendola è un pomodoro, la faccenda del pomodoro la spiego dopo. La pagina di Vendola oggi su Facebook sfiora i 250.000 fan, ed è la pagina di un politico seguita dal maggior numero di persone. La pagina principale di Silvio Berlusconi ne ha 220.000, ma dedicate all’attuale e ancora per poco capo del governo ce ne sono diverse altre, tra le quali una con 60.000 fan, una da 20.000 e altre minori; in teoria la somma porterebbe Berlusconi in testa, ma andrebbe prima verificato il grado di sovrapposizione tra i fan delle diverse pagine.
Solo al terzo posto in questa particolare classifica, e sono sorpreso perché probabilmente è l’uomo politico che ha puntato sulla rete con più convinzione, c’è Antonio Di Pietro, con 132.000 fan.

Gli altri politici hanno tutti numeri piuttosto bassi, anche se è interessante un confronto. Gianfranco Fini quasi 70.000 fan; Pierluigi Bersani ne ha 32.000; Pier Ferdinando Casini è a 14.000; di Umberto Bossi non ho trovato pagine significative. Tra gli altri personaggi più in vista Mara Carfagna ha 36.000 fan, Rosy Bindi è quasi a diecimila, Piero Fassino 5000, Giulio Tremonti nulla di significativo. Massimo D’Alema raccoglie poco più di 300 fan.

Altri politici, come Daniele Capezzone e Maria Stella Gelmini, contano decisamente più fan nelle pagine create per denigrarli che in quelle create per applaudirli. Come dar torto al popolo di Facebook, in questo caso?
In realtà, questo fenomeno vale anche per Berlusconi. Infatti la pagina “Questo pomodoro avrà più fan di Silvio Berlusconi” ha superato i 600.000 fan, ben oltre il doppio dei sostenitori del premier, come del resto auspicato dal titolo della pagina stessa.

La lezione che se ne trae non è delle più incoraggianti. È chiaro che tante persone, forse la maggioranza, non ne vogliono più sapere di Berlusconi. Ma è anche chiaro che molto meno chiaro è cosa si vorrebbe mettere al suo posto. Un altro indicatore molto interessante che ho notato sulla spaccatura dell’elettorato è che in tutte le pagine di apprezzamento a Berlusconi ho trovato solo 1 amico dei miei 365. Sulla pagina di Vendola, ad esempio, ce ne sono 35.
Ultima nota: è interessante notare che, restando nel campo della politica, c’è un personaggio che in popolarità straccia senza difficoltà tutti i politici, pomodori inclusi: è Marco Travaglio, che conta ben 675.000 fan. Circa 67 volte più del giornalista (se il termine è applicabile) più popolare dell’altra sponda, Vittorio Feltri.

Invito personale, entra anche tu

postato Giugno 28th, 2010 in Commenti | 7 commenti »

“Invito personale da Tizio. Buongiorno, Il 6/18/2010 3:54:47 AM, Tizio vi ha chiesto di fare parte della sua rubrica UNYK per avere un accesso costante alle vostre coordinate e perché voi possiate fare altrettanto con quelle di UNYK.”

“Entra in Facebook. Ciao …, ho creato un profilo su Facebook dove posso pubblicare foto, video ed eventi e vorrei aggiungerti ai miei amici per poterli condividere con te. Prima di tutto, devi iscriverti a Facebook! Poi anche tu potrai creare il tuo profilo personale!”

Avete mai ricevuto mail di questo tipo? Sicuramente sì. Unik, Facebook, Spock, Linked In e X mila altri siti “social” con attitudini varie. Il mittente a volte è una persona che conoscete, a volte una persona del tutto sconosciuta, a volte una persona con la quale potete aver avuto un contatto per qualsivoglia ragione, chissà quando.

Questo post non vuol essere una critica di questi servizi, ognuno ha la sua opinione sul social web, come e quanto usarlo, e va benissimo. Questo post vorrebbe semplicemente incoraggiare le persone che mandano questi messaggi a soffermarsi un attimo e ad accendere il cervello. Allora, ci sono le leggi sulla privacy; ogni volta che si lavora su un sito bisogna stare attenti a come si usano gli indirizzi degli utenti, a garantire che non siano leggibili da nessun altro e così via. Personalmente, quando mi registro su un sito sto bene attento a non dare alcun permesso d’uso della mia email che vada oltre ciò per cui mi sono iscritto.

Poi arriva l’ultimo pirla al quale ho mandato una mail cinque anni fa che si sente in diritto di scaricare il mio nome e indirizzo in tutti i siti pattumiera dell’universo solo perché una volta ha ricevuto un messaggio da me.

Quando non è impegnato, ovviamente, a mettermi in copia insieme ad altre duemila persone per avvisarmi di un virus inesistente o altre bufale che avrebbe potuto scoprire in tre secondi su Google. Poi ovviamente seguono sempre le mail di insulti di chi ha ricevuto la mail e per lamentarsi furbescamente risponde a tutti i destinatari invece che solo al mittente.

Per difendermi dallo spam posso optarmi fuori, chiedere di rimuovere il mio indirizzo, lamentarmi con garante della privacy. Per diferdermi dalla gente che oscilla tra la maleducazione, l’ignoranza e l’ingenuità cosa posso fare?

Legge bavaglio, arrestati gli astrofisici!

postato Giugno 16th, 2010 in Commenti | 5 commenti »

Milano, 16 giugno 2011. È choc nel mondo scientifico in seguito agli arresti, avvenuti nelle prime ore della mattina da parte di nuclei della Digos, di diversi scienziati italiani, astronomi e astrofisici, e dei direttori di due delle maggiori riviste scientifiche pubblicate nel nostro paese, una delle quali è l’edizione italiana di una prestigiosa testata americana.

L’arresto è un atto dovuto secondo il magistrato che lo ha ordinato, dopo la specifica denuncia del ministro del controllo della ricerca scientifica Carlucci.

La vicenda è iniziata alcuni giorni fa, quando i siti web delle riviste incriminate hanno pubblicato la notizia della ricezione da parte di ricercatori americani di un segnale proveniente dalla costellazione del Cigno che attesterebbe l’esistenza di una civiltà extraterrestre. L’ascolto del segnale, come riportavano gli articoli, si era protratto per quasi sei mesi. I ricercatori del SETI, come prassi di questo progetto, avevano inviato la registrazione del segnale audio agli elaboratori dei ricercatori e hobbisti associati, molti dei quali anche italiani, per l’elaborazione e l’analisi. Fino alla certezza del risultato ottenuto: nella costellazione del Cigno esisterebbe quindi una civiltà tecnologica in grado di inviare nello spazio interstellare segnali radio.

La doccia fredda è arrivata quando il ministro ha fatto notare che l’ascolto di segnali provenienti dallo spazio va considerato, a tutti gli effetti, un’intercettazione. L’ascolto prolungato oltre i 75 giorni, nonché la pubblicazione di risultati, dati e analisi sul segnale stesso, è una grave violazione della legge approvata proprio di questi tempi lo scorso anno.

Ora si teme che il provvedimento restrittivo possa interessare anche tutti gli iscritti al programma SETI, diverse migliaia in Italia, sui quali pende anche una denuncia per infrazione dei diritti d’autore per lo scaricamento del segnale grezzo dai server del SETI senza adeguato pagamento del corrispettivo alla SIAE. Vi riferiremo ulteriori sviluppi.

Got it!

postato Maggio 27th, 2010 in Exposé | 3 commenti »

Steve Jobs da Crozza

postato Aprile 28th, 2010 in Exposé | nessun commento »

Imperdibile.

La vita, l’universo, il Mac e tutto quanto

postato Marzo 26th, 2010 in Exposé, Fantascienza | 2 commenti »

Sul numero di aprile di MacWorld Italia è uscito il mio quarantaduesimo articolo della serie Exposé. E se avete mai letto Douglas Adams - grande fan del Mac - sapete che 42 è un numero con un significato molto particolare. Così, la puntata della rubrica ha preso un sapore particolare…

Quando alla fine la Apple rilasciò iDeepThough Pro, il modello di Mac più potente mai realizzato in tutta la storia del pianeta (ok, è vero che lo dicono ogni volta, ma questo era davvero qualcosa di più) per prima cosa Steve Jobs volle testarlo facendo la domanda più difficile, e chiese al nuovo Mac la risposta alla domanda fondamentale riguardo alla vita, l’universo e tutto quanto.
Ora, questo modello di Mac disponeva di processori con diversi milioni di core, uno yottabyte di ram, cache di zeresimo livello situata nell’iperspazio per essere più veloce della luce, tuttavia la domanda era complessa, quindi impiegò del tempo a dare una risposta.
Sette milioni e mezzo di anni dopo, iDeepThough Pro comunicò la risposta all’androide che deambulava il costrutto informatico iSteve, cioè la personalità di Steve Jobs uploadata in una matrice bioelettronica.
La risposta era “42”.
iSteve si alterò leggermente. L’esplosione di Sirio A in supernova fu retrocessa al secondo posto negli eventi più deflagranti della storia conosciuta.
Quando iSteve si calmò, si rese conto che forse occorreva comprendere meglio la domanda per la quale 42 era la risposta. Allora costruì un nuovo modello di Mac studiato apposta per calcolare la domanda.
Douglas Adams (1952-2001), scrittore, umorista, sceneggiatore radiofonico inglese, è stato un grandissimo appassionato e portabandiera del Mac. L’introduzione un po’ folle di questo articolo è una libera interpretazione in chiave Apple di un episodio tratto da uno dei suoi libri.
Adams aveva visto un Mac (o forse un Lisa) nel 1983 presso la sede della software house Infocom in Massachusetts, ed era stato amore a prima vista. Fu utente Mac sin dalla primissimo modello uscito nel 1984 e fu la prima persona a comprare un Mac nel Regno Unito. Scrisse per anni una rubrica sulla rivista inglese MacUser (che anni dopo confluì in MacWorld UK) e l’ultimo post sul suo blog riguardava la programmazione in Cocoa.
Se non li conoscete ancora, procuratevi i libri della serie della Guida galattica per autostoppisti, vale la pena.
Ah. Pare che, parecchi milioni di anni dopo, l’ultimo modello di Mac (proprio ultimo, perché sfortunatamente dopo l’universo venne distrutto per sbaglio) fornì il suo responso: la domanda risultò essere “cosa ottieni se moltiplichi sei per nove?”.

Silvio Sosio non esce mai di casa senza portarsi dietro un asciugamano.

Post Scriptum. Sei per nove…
…non fa quarantadue? Secondo le comunità dei programmatori che hanno analizzato il problema, il dubbio è che si trattasse di un piccolo bug nella programmazione del computer che calcolò la risposta. Come spiegazione, si veda il seguente programma in C:

#define SEI    1 + 5
#define NOVE   8 + 1

int main()
{
printf( “Il significato della vita: %d\n”, SEI * NOVE );
return 0;
}

Il programma definisce le macro SEI come “1 + 5″ e NOVE come “8 + 1″; quando viene eseguita l’operazione “SEI * NOVE”, dato che nel calcolo matematico si usa dare la precedenza alla moltiplicazione sull’addizione, il computer si trova ad eseguire 1 + ( 5 * 8 ) + 1. Che risulta 42.

Un altro milione

postato Marzo 20th, 2010 in Commenti | 7 commenti »

Riprendendo il discorso iniziato nel mio post di qualche tempo fa, aggiungo che se quelli di oggi erano un milione, quelli del No B Day allora erano tre o quattro milioni.

La foto qui accanto, scattata da un appartamento proprio sopra la piazza alle 17:30, mostra chiaramente la “folla oceanica” radunata dal capo del Partito dell’Amore. Il suo discorso, a tratti francamente imbarazzante per le continue ripetizioni, per la continua riproposizione non solo di concetti ma di intere frasi già sentite decine di volte formulate sempre nello stesso modo (es. “la magistratura ha dettato i temi e i tempi della campagna elettorale”), per l’accanirsi sulla storiella dei responsabili della presentazione delle liste che non avrebbero sbagliato nulla (secondo me un sondaggio solo tra i berlusconiani puri dimostrerebbe che non ci credono neanche loro). E poi il dialogo col pubblico stile rock star (”siete pronti? siete già caldi…?”), il karaoke, il giuramento dei candidati… mamma mia, che buffonata. Che buffonata.

Tra le altre cose Berlusconi ha annunciato che l’immigrazione clandestina non esiste più. “Si è fermata” ha detto. Un concetto che rende bene l’idea del modo di fare politica di Berlusconi, che ha agito con determinazione per fermare gli sbarchi sulle coste siciliane, che erano il fenomeno più visibile dell’immigrazione, rappresentandone però solo circa il 15% del totale. La maggior parte degli immigrati clandestini, circa il 60%, sono immigrati ex regolari che hanno perso il lavoro e quindi la possibilità di rinnovare il visto; sono quelli che, condotti alla disperazione, finiscono in qualche misura per alimentare la malavita, e questi numeri non sono certo diminuiti solo dichiarandoli illegali. La crisi ha falciato l’occupazione degli immigrati, moltiplicando questo tipo di clandestinità. Che però nei telegiornali è meno visibile di quella dei profughi somali che sbarcano a Lampedusa.

Lo stesso tipo di matematica viene usata per stabilire che è finita la crisi. Dall’inizio dell’anno a oggi tre miei cari amici hanno perso il lavoro. Forse non si sono accorti che tutto andava bene. E comunque adesso ci sono gli incentivi per i motori nautici: anche le famiglie che non ce la facevano ad arrivare alla fine del mese si sentono davvero più sollevate. Grazie mister B.

Aggiornamento. Allora, non essendo molto pratico di Roma non ero sicurissimo di quale fosse esattamente “Piazza San Giovanni”. Adesso ho appurato, guardando le foto e confrontandole con Google Maps, che si tratta di “Piazza di Porta San Giovanni” e non di “Piazza San Giovanni in Laterano”. Quindi siamo in quella che nell’altro articolo indicavo come “la piazza adiacente”. 23.000 metri quadri, ampiamente ridotti da cordoni e palco gigantesco; in 23.000 ci starebbero al massimo 92.000 persone. Probabilmente la stima della questura è basata su questo, calcolando anche presenze nelle vie adiacenti e un margine di ricambio. Tuttavia, la piazza non era affatto piena e la densità era molto inferiore alle quattro persone a metro quadro.
Cicchitto ha affermato che è evidente che la piazza contiene oltre un milione di persone e che la questura è stata scorretta. Per farci stare un milione di persone in 23.000 metri quadri bisogna metterne non quattro, non cinque ma quarantetré (43) e mezzo per metro quadro. Neanche col metro Brunetta, come diceva Spinoza.

Nella foto: quattro per metro quadro? a essere generosi stavolta sono sì e no un paio. La mia stima finale è da cinquanta a settantamila persone.

Vi spiego l’iPad

postato Gennaio 29th, 2010 in Commenti, Exposé | 78 commenti »

iPad“Cos’è che non ha webcam, non ha multitasking, non ha hdmi, non ha Flash e costa 500 dollari? Indizio: non è un netbook”. Questa una delle molte battute che circolano in rete, insieme a commenti di geek che si lamentano della mancanza di usb, della mancanza di flash, della mancanza di multitasking, della mancanza di uscita video, della mancanza di slot per leggere cd/dvd/sd/floppy disk/sim/carte di credito o biglietti da visita, della mancanza di ruote e persino della forma leggermente convessa.

Scusatemi se sono franco: questo modo di vedere le cose è veramente miope.

Invece di cercare di capire di cosa si tratta, questi commentatori decidono a priori che cosa dovrebbe essere secondo loro e poi ne elencano le differenze. “Non telefona neppure”. Caspita che intuizione. Nemmeno il mio forno a microonde telefona; d’altra parte non essendo un telefono è abbastanza prevedibile. Gran parte dei commenti elencati sopra sono fatti da persone che si aspettano un computer. Forse se Apple invece di creare una cosa nuova avesse fatto un banale computer tablet, con un normale sistema operativo da PC, sarebbero stati più contenti. Ah no, si sarebbero lamentati che non c’è la tastiera. Ok ragazzi, andate alla voce “MacBook” e divertitevi.

Mettiamo da parte queste contestazioni inutili e vediamo di capire il senso dell’oggetto. Secondo me, ovviamente.

Un prodotto viene posizionato sul mercato indicandone un utilizzo principale, una ragione d’acquisto. Allo stesso modo in cui iPhone è stato indicato come “communicator” personale, con le tre funzioni di telefono, posta elettronica e browsing in rete, allo stesso modo iPad viene indicato come strumento mobile per l’intrattenimento. Quindi in sostanza un apparecchio per la lettura di libri, giornali e riviste, per la visione di film e per i giochi.

Sebbene tutte queste funzioni fossero già svolte a suo modo - come funzione secondaria - dall’iPhone e dal suo cugino senza connessione, l’iPod Touch, è evidente come lo schermo grande e la maggiore velocità permettano sull’iPad un’esperienza del tutto diversa. L’iPad è in sostanza l’equivalente moderno della tv o della radiolina portatile: l’utente moderno non si collega più al mondo subendo un segnale via radio, lo fa in molti modi diversi con autonomia e interattività diverse. Ma il concetto è quello.

Questo è il concetto dell’iPad dal punto di vista del marketing; è il motivo per cui verrà comprato ora, quest’anno. Ma in realtà è molto di più.

L’iPad è in effetti, a mio avviso, il primo serio tentativo di rivoluzionare il concetto di PC da un quarto di secolo a questa parte. La terza rivoluzione in assoluto.

Prima rivoluzione nel 1977. Non più cassoni enormi e costosissimi chiusi nei centri di calcolo: “un computer su ogni scrivania”. Chi lo dice? Una piccola aziendina californiana, la Apple. Il mondo dell’informatica si spancia dalle risate: e cosa se ne dovrebbe fare la gente comune di un computer?

Seconda rivoluzione nel 1984. Mouse, icone, finestre: il Macintosh introduce l’interfaccia grafica. Ancora una volta la rivoluzione arriva dalla Apple. Il mondo dell’informatica si spancia dalle risate: “dai, smettila di giocare con i disegnini e torna alla riga di comando che bisogna lavorare”.

Sono passati ventisei anni da allora. Ora il computer è davvero in tutte le case. Ma qual è il risultato? Come si trova davvero la gente “comune”, ovvero le persone che non si occupano di informatica per lavoro, con il loro pc, Mac o Windows che sia? La risposta è abbastanza evidente. Si trovano piuttosto male. Sarebbe interessante fare un sondaggio; provo a dare io le risposte in base all’esperienza personale.

Domanda: quali programmi usi sul tuo pc di casa?

60%: Office, la posta e la navigazione in internet. E qualche gioco.

30%: Cosa sono i programmi?

Domanda: sei soddisfatto del funzionamento del tuo pc?

95%: Macché, metà del tempo devo ripulirlo dai virus e l’altra metà del tempo vivo nella paura di prendere virus

5%: Abbastanza grazie, uso un Mac.

Domanda: è importante per te il multitasking?

90%: Puoi ripetere la domanda in italiano?

10%: Importantissimo, ho sempre un sacco di roba da portarmi dietro, portafoglio, telefono, biglietto del tram.

Domanda: riproviamo: è importante per te poter usare diversi programmi contemporaneamente, per esempio scrivere mentre senti la musica mentre scarichi la posta mentre chatti con Skype mentre…

100%: Eh, e chi sono, Mandrake?

Ok, forse ho un pochino drammatizzato. Il punto è che il PC per come è fatto oggi non è pensato per l’utente qualsiasi; è pensato per l’utente che sappia usare il PC, e che lo usi professionalmente. Anche così, ancora oggi non sono rari gli utenti che si perdono perché hanno una finestra aperta sopra un’altra, che non sanno dove andare a cercare un programma se non ce l’hanno subito visibile nel menu Start, che non hanno la minima idea di come funzioni il file system e salvano tutto sulla scrivania. Le ultime versioni dei vari sistemi operativi hanno cercato molti modi per semplificare questi concetti, confondendoli ancora di più. L’arrivo di internet e di una serie di nuove metafore ha peggiorato la situazione.

iPad è un tentativo di rivedere tutto il problema da un punto di vista del tutto nuovo.

Basta finestre. Niente multitasking significa “una cosa per volta”. È così che opera normalmente la gente. Il che non significa che non possa fare una cosa da una parte, copiarla e portarla dall’altra; ma quando lavora su un programma deve avere sott’occhio solo quel programma.

Basta menu. Internet ci ha abituato al concetto di comando contestuale: c’è un oggetto, ci clicco sopra e faccio quello che devo fare. Questo è il modello al quale siamo ormai abituati.

Basta filesystem. Se non stai usando il pc per lavoro non crei centinaia di documenti. E il concetto di cartella è sorpassato; i documenti si possono cercare per tag, per data, per contenuto, che senso ha avere un unico sistema basato sul posizionamento in un albero di contenitori arbitrario?

Ma oltre a questo, iPad rappresenta l’intuizione che il concetto di “un pc su ogni scrivania” ormai è sorpassato. Il computer non può più restare sulla scrivania. Ci deve seguire sempre.

Ci stiamo abituando sempre di più a usare il computer per tutto. Così come il telefono non è più un coso sul mobile in corridoio ma è diventato un oggetto da avere sempre con sé, la stessa sorte è riservata al computer. La gente non si sta solo abituando a usare il computer per tutto, ma sta cominciando a diventarne dipendente. Tra una decina d’anni i computer saranno probabilmente collegati direttamente al cervello e “vedremo” i loro contenuti proiettati direttamente sul nervo ottico. Per ora è necessario però un oggetto che sia leggero, portabile facilmente in una piccola borsa e di poco peso, e utilizzabile rapidamente, facilmente, anche in piedi.

Che questa necessità esista e sia pressante lo dimostra, ovviamente, l’enorme successo dei netbook. Tuttavia i netbook non sono una risposta vera: sono un compromesso. Un adattamento di un concetto vecchio, quello del pc, a una richiesta nuova. Con criticità evidenti: gli schermi piccoli e ad altissima risoluzione, usati con un sistema operativo che solo in minima parte si adatta alle diverse risoluzioni, rende problematico leggere lo schermo. La tastiera c’è ma quasi sempre scomoda a causa della ridotta dimensione dei tasti. E sono lenti, perché devono far girare software pensato per PC potenti su un hardware che tanto potente non può essere.

E chiaramente non sono utilizzabili in piedi: se volete usare un netbook dovete sedervi comodamente, aprirlo, aspettare che si avvii, eccetera eccetera.

L’iPad potrebbe essere il personal computer del futuro. Non più “un computer su ogni scrivania”, ma “un computer in ogni tasca”. Oggetti simili li abbiamo già visti in molti romanzi di fantascienza (quelli di Egan, per esempio) e persino in Star Trek. Ovviamente, non è detto che questo accada: Apple ha guidato molte rivoluzioni, ma in altri casi ha fallito, nonostante la qualità dell’idea. Pensiamo a Newton, il primo PDA, bellissimo ma in anticipo sui tempi. Pensiamo ad Hypercard che anticipava l’ipertestualità che avrebbe avuto successo col world wide web. Pensiamo a OpenDoc, una tecnologia basata sul documento (anziché sul programma) che ancora oggi è fantascienza.

Se c’è qualcuno che può riuscire in una nuova rivoluzione del pc questa è certamente solo Apple. Le basi ci sono e sono notevoli: un sistema operativo già noto agli utenti, essendo un’evoluzione dell’iPhone; un costo decisamente abbordabile; un oggetto di grande qualità.

Anche una volta accettato quanto detto sopra, resta ovviamente possibile immaginare che l’iPad avrebbe potuto essere migliore aggiungendo questo o quest’altro. Attenzione però. Un oggetto nuovo per imporsi ha bisogno di semplicità e di chiarezza. Nonostante tutti i geek della terra possano pensare il contrario, sarebbe stato un errore cedere alla tentazione di rendere l’iPad “più pc” o “più telefono”. Cosa sarebbe costato a Apple mettere sull’iPad una porta USB, o mettere l’applicazione Telefono presente sull’iPhone? Poco o nulla. Tuttavia, avrebbe reso l’iPad più simile a un pc o più simile a un telefono. L’iPad non è né l’uno né l’altro, e deve essere chiaro: deve imporsi come iPad, come una nuova categoria di oggetto.

Ci sarà tempo, una volta imposto il concetto, di allargarne l’uso mettendo porte, lettori, applicativi aggiuntivi. Ci sarà tempo di fare un iPhone OS 4.0 con il multitasking realmente necessario o con qualcosa di simile a un file system rivisto secondo la nuova filosofia.

Ma l’iPod non sarebbe diventato un successo planetario se Apple lo avesse proposto fin dall’inizio dicendo “questo coso suona la musica, e poi ci potete giocare, e poi ci potete prendere appunti, e tenere i contatti, i todo e così via”. Sarebbe stato un oggetto indistinto che faceva tutto ma faceva tutto male. Apple ha proposto una cosa che faceva una sola cosa e la faceva bene (vecchia filosofia unix, non a caso unix è ancora oggi dopo trent’anni il miglior sistema operativo, alla base anche dell’iPhone OS usato da iPad).

Ora resta da vedere se la gente, che a volte capisce le novità meglio dei geek informatici, capirà anche questa e la promuoverà.

Avatar: ma ci fa o ci è?

postato Gennaio 17th, 2010 in Fantascienza | 24 commenti »

Quanto mi stavano sulle scatole quelli che, nei giorni scorsi, scrivevano sui forum di Fantascienza.com sparando contro Avatar, a priori. “Io non ci penso neanche ad andarlo a vedere”. “Un film senza una trama non vale niente”. Che palle. Il sentimento di antipatia a mio avviso era dovuto: tutti entusiasti, eccitati nell’attesa di qualcosa di nuovo, di grandioso, e questi a fare i sostenuti, snobbini, criticoni e cagadubbi.

Ecco, tutto ciò mi fa ancora più incavolare, perché anche se di certo non dirò che avevano ragione, purtroppo devo dire che Avatar è stato davvero una delusione.

Chiariamo. Avatar è un film straordinario. È straordinario perché segna una tappa della storia del cinema, perché mostra cosa si può fare con la tecnologia e il talento artistico. È straordinario perché è una visione stupenda, dall’astronave all’inizio - mai goduto così tanto a vedere un’astronave - alla battaglia della fine (da questo punto di vista, Il signore degli anelli è definitivamente storia). È straordinario perché ora sappiamo veramente cos’è, come si usa, a cosa serve e qual è il modo migliore di usare il 3D, e di questo non posso essere troppo felice perché dopo Avatar tutti faranno film in 3D e gli occhi mi fanno ancora male dopo tre ore dalla fine del film e soffro a pensarci.

Avatar è un film da vedere. Non ha senso pensare di non vederlo. Non se uno pretende di esprimere qualsivoglia opinione sul cinema. Sarebbe come non aver visto Il padrino o Star Wars.

Detto questo. Avatar è un film straordinariamente deludente dal punto di vista narrativo.

I punti negativi sono presto detti. Trama. Ambientazione. Personaggi.

La trama: non è che non ci sia; c’è, col suo solito schema introduzione-crisi-vantaggio-sconfitta-vittoria finale. Non devia di una virgola, incollato al terreno, aderenza perfetta. Solo che è già stata vista mille volte. Puoi prevedere gli sviluppi senza il minimo sforzo. Ti dicono di spegnere il telefono in sala: così resta libero per ricevere un continuo squillare di scelte e di eventi telefonati.

Ambientazione: ok, alla fine dei conti è praticamente un film western. Balla coi lupi, o coi puffi come ha scritto qualcuno. I Navi sono indiani, sono plasmati sugli indiani, sul mito hippy degli indiani d’America visti come popolazione perfettamente in sintonia con l’ambiente e la natura. Si comportano come indiani, combattono come indiani, fanno persino il caratteristico verso con la lingua quando attaccano. La foresta è foresta, gli animali sono cani, tigri, uccelli solo un po’ diversi e tutti con queste due lunghe orecchie-USB, tranne i Navi che, chissà per quale strano scherzo evolutivo, invece di avere due connettori al posto delle orecchie ne hanno uno solo nascosto nella treccia. Una treccia naturale, che il clone ha già nella vasca di crescita. Mah.

I personaggi sono topoi del cinema così stravisti che neppure Arlecchino e Pantalone sarebbero stati più trasparenti. Dal protagonista Jake Sully, handicappato che ritrova la vita piena, alla bella che prima lo odia - poi lo ama - poi lo odia - poi lo riama, il rivale in amore ma valoroso che fa il piacere di morire eroicamente, il cattivo così cattivo che non ha neppure un istante di ripensamento. Il potente ma debole uomo dell’azienda.

Personaggi vuoti. Senza una storia, senza motivazioni, che fanno quello che devono solo perché è la storia a comandarlo. Perché Jake Sully accetta il lavoro? Perché cambia idea e si allega agli indigeni? Perché la dottoressa cambia così in fretta idea su di lui? Perché il cattivo è cattivo? Solo accenni vaghi e non convincenti. Soldi. Amore. Interesse.

Situazioni banalizzate all’estremo, da favoletta per bambini. C’è il metallo più prezioso dell’universo, e il giacimento più grosso è ovviamente sotto la casa dei buoni. Uno dice: ok, lì c’è il giacimento più grosso; prendiamo nota, quando avremo esaurito i giacimenti che sono da tutte le altre parti del pianeta, che non avranno la stessa sfortuna di stare sotto una città, eventualmente vedremo che fare. No no, bisogna far spostare gli indigeni o se possibile sterminarli per prendere subito quel giacimento lì.

Altri momenti penosi quando sentiamo Zoë Saldana spiegare che solo tot volte nella storia è riuscita l’impresa di addomesticare uno dei draghi rossi giganti. Ring… pronto? Sì, guarda che più avanti Jake domerà uno dei cosi rossi giganti e allora tutti lo adoreranno come un eroe del loro popolo. Ricevuto grazie.

Più avanti si scopre che è possibile trasferire definitivamente la coscienza dal corpo umano a quello dell’avatar usando la connessione sensoriale offerta dall’albero con i rami luminosi. I Navi hanno addirittura una sorta di rito ben preciso già pronto, nonostante si tratti di un concetto per loro del tutto alieno. Purtroppo… oh, un attimo una chiamata: ah sì, guarda che lo stesso sistema lo userà Jake per passare definitivamente nel corpo alieno. Bene grazie.

Disperato, Jake parla con Madre Natura, ma secondo la Uhura blu Madre Natura non si abbassa ad aiutare gli esseri viventi, difende solo l’equilibrio. Cavolo, quilla di nuovo il telefono… sì, ho capito, è evidente che qui è in pericolo proprio l’equilibrio quindi Madre Natura alla fine interverrà. Magari aspetterà a farlo dopo che i Navi saranno stati abbastanza sterminati: forse erano troppi e andavano giusto un po’ riequilibrati.

Mi fermo perché se continuo così è una strage, ed è anche fin troppo facile.

Ma veniamo alla vera domanda: perché?

Spiego il senso della domanda. Avatar non è un film di Michael Bay. Non è neanche di Wolfgang Petersen, né di un registino stagista che fa quello che gli dice la produzione. È un film di James Cameron. Caspita. James Cameron. Quello di Aliens. Quello di Abyss. Quello di Terminator I e II. Quello di True Lies. Tutti film divertenti, di intrattenimento ma intelligenti, con trame per nulla prevedibili, personaggi che bucano lo schermo e restano nella storia del cinema.

Non posso, semplicemente, pensare che Cameron abbia perso la mano, o che abbia speso così tanti soldi nella tecnologia da doversi accontentare di uno sceneggiatore da strapazzo; anche perché la sceneggiatura e il soggetto sono suoi, come erano suoi in quasi tutti i suoi film. Allora, il sospetto è che tutto ciò sia stato ultrasemplificato e banalizzato di proposito, in base a un preciso calcolo.

Due possibili motivazioni.

La prima: motivazione artistica. Il punto del film non è la storia, sono le immagini. È lì la vera innovazione, il novus, il fulcro artistico, il messaggio. La storia deve distrarre il meno possibile, deve essere quasi trasparente. Come i personaggi si muovono come automi spinti dalla trama, la trama non è altro che un rullo che gira e che serve a far scorrere le immagini.

La seconda: motivazione economica. Un film con una storia intelligente è possibile che incassi un sacco di soldi. Ma se vuoi incassare una montagna di soldi, la faccenda è diversa. La storia non deve essere intelligente, complessa, imprevedibile. Deve essere semplice, anzi ancora di più, deve essere archetipica. Qualcosa che tutti dal primo all’ultimo siano in grado di capire e di riconoscercisi.

Attenzione: non penso che l’idea di Cameron sia quella di far soldi e diventare ricco. Penso però che Cameron sia stato attratto inevitalmente dalla sfida impossibile di battere se stesso. Di riuscire a fare un film capace in quella che da tredici anni è la missione impossibile del cinema, cioè incassare più di Titanic.

Non sono d’accordo con Cameron, ovviamente. Personalmente credo che sarebbe stato possibile fare un film più originale, più intelligente, più bello senza pregiudicare il risultato economico. Ma naturalmente io posso solo dirlo dal basso del mio blog; quello che ha superato i tre miliardi di dollari con solo due film è lui. E l’evidenza dice che ha ragione.

Come sarà il tablet Apple

postato Gennaio 14th, 2010 in Exposé, Whatever | 3 commenti »

Negli ultimi giorni sono trapelate molte indiscrezioni, sono corse voci, si sono fatte ipotesi sul nuovo prodotto che Apple con ogni probabilità presenterà il 27 gennaio. Non faccio più a tempo a scriverne su MacWorld - già la puntata che ho consegnato a inizio gennaio uscirà dopo il 27 - quindi ne scrivo qui.

Si sa con relativa certezza che il prodotto sarà annunciato il 27 gennaio - per quanto possa sembrare strano, non essendo martedì - e che dovrebbe essere messo in commercio all’inizio di aprile. È probabile, ma non certo, che possa chiamarsi Slate o iSlate; la prova migliore è stata data da Steve Ballmer, che ha presentato un prodotto HP proprio chiamandolo “slate”, evidentemente per bruciare il nome Apple. Si sa però che Apple ha registrato anche il dominio “iGuide”.

Dal punto di vista hardware, l’oggetto, o almeno una versione dell’oggetto, dovrebbe avere uno schermo da 10″ OLED. Questo si sa perché i costruttori cinesi si sono lamentati del fatto che Apple avrebbe comprato tutti gli schermi disponibili sul mercato di quella dimensione. A mio avviso, dovrebbe esserci almeno anche una versione più piccola, sette o otto pollici. Avrà una webcam e connettività 3G. Sicuramente sarà multi touch e probabilmente avrà i soliti sensori di vicinanza, luminosità, accelerometro e forse anche GPS e bussola visti anche sull’iPhone.

Va detto che oggi come oggi che dal punto di vista hardware oggi chiunque è in grado di mettere insieme i pezzi per fare un oggetto del genere. Il punto è un altro: a che serve? È fondamentale, in effetti, l’aspetto software. E qui viene l’interessante e anche le mie previsioni più personali.

A quanto si dice, il tablet dovrebbe girare su una nuova versione, 4.0, di iPhone OS. La caratteristica principale di questo sistema operativo è naturalmente quella di essere pensato per un’interfaccia “touch”, ovvero usata con le dita. Quindi nessun comando che richieda precisione, pulsanti grossi, e così via. iPhone OS porta con sé anche un modello commerciale particolare, per cui il software deve essere approvato da Apple e viene venduto solo attraverso l’iTunes Store: per quanto possa non piacere, è un sistema che funziona per Apple e tutto sommato anche per gli sviluppatori.

Su un prodotto come il tablet però iPhone OS ha alcuni problemi. Prima di tutto, le dimensioni dello schermo: obbligatorio pensare quindi che la nuova versione del sistema operativo introdurrà la variabilità della dimensione dello schermo, anche perché si presume che un prossimo iPhone possa avere uno schermo più grande o con maggiore risoluzione.

Il problema principale però è un altro: è il fatto che iPhone OS è un sistema che va bene per un palmare, ma non per un computer vero. E non è pensabile che un cliente acquisti un aggeggio grande dieci pollici e che magari costerà un migliaio di dollari senza poterlo usare almeno per la gran parte delle funzioni per le quali userebbe un netbook.

La mia previsione quindi è che iPhone OS 4 sarà rivoluzionario. Dovrà riuscire nella difficile impresa di rendere un computer utilizzabile come un telefono, o se volete di rendere un telefono utilizzabile per tutte le funzioni previste da un vero computer. Dovrà supportare un vero file system, quindi dovrà permettere agli utenti di aprire file con diversi applicativi, di usare gli allegati come pare a loro, di caricare file da e sul pc, e in modo semplice.

Dovrà consentire l’uso di veri applicativi. Si parla di una versione “touch” della suite iWork, quindi word processor, foglio di calcolo e software per creare presentazioni. Difficile pensare, questa volta davvero, che si possa fare a meno del multitasking.

E ci dovrà essere un enorme sforzo da parte di Apple per convincere gli sviluppatori a portare i loro applicativi sulla nuova piattaforma. Incluso Flash, per esempio.

Un’altra cosa che mi sento di predire, è che anche se dotato di slot per una sim 3G lo Slate dovrà interfacciarsi quanto meno all’iPhone per usarne la connettività. Questo è fondamentale: non è pensabile che lo Slate debba essere usato come telefono, né che la gente debba per forza acquistare un contratto aggiuntivo. Chiaramente, l’ideale sarebbe poter usare la connettività di qualsiasi telefono, magari via bluetooth o usb.

Per ora mi fermo qui; se salta fuori qualcos’altro aggiornerò.