Archive for the ‘Whatever’ Category

Caro Jonathan Frenzen

Posted on Febbraio 1st, 2012 in Whatever | 3 commenti »

“eBook e dispositivi come il Kindle di Amazon non avranno mai il fascino della carta stampata. La tecnologia che preferisco è quella usata per realizzare l’edizione tascabile americana di Libertà. Posso spruzzare dell’acqua sul libro e quello, una volta asciugato, continuerà a funzionare, anche tra 10 anni.”

Caro Jonathan, quando la tua casa sarà bruciata e tutti i tuoi libri di carta saranno cenere, spero che qualcuno venga a sventolarti sotto il naso un bel Kindle, che anche se gli spruzzi l’acqua, gli sali sopra con i piedi o lo bruci, prendi un kindle nuovo e ti riscarichi tutti i tuoi libri dal cloud senza perdere nemmeno una virgola.

S*

La fantastica idea del DRM sugli ebook

Posted on Settembre 23rd, 2010 in Delos Books, Whatever | 68 commenti »

Ieri ho provato a comprare un ebook protetto da DRM.
Non è stato molto facile trovarne uno. Ho cercato su IBS, dove ebook ancora non ce n’è moltissimi ma un po’ sì, e ciononostante ho dovuto girare parecchio prima di trovare un ebook protetto. Ho rinunciato abbastanza presto a prendere qualcosa che mi interessasse davvero, alla fine ho trovato un libro di storia, Somalia. Le ragioni storiche di un conflitto di Matteo Guglielmo, edito da Altravista.

Ora, il mio scopo era innanzitutto accertarmi se i libri protetti potessero essere letti su iPad, e più in generale come funzionasse la cosa. Non mi sono documentato prima, e non ho passato ore o telefonato a conoscenti per risolvere i problemi che ho avuto. Mi sono voluto porre nelle condizioni di un utente qualsiasi non particolarmente esperto.

Effettuato il mio acquisto su IBS, mi viene dato da scaricare un file di 4KB con suffisso .acsm. Che non è, ovviamente, il mio libro, che doveva pesarne circa 650. Si tratta in effetti di un file XML che contiene indicazioni su da dove scaricare il file. Che ci faccio?

Guardo su IBS, su Simplicissimus, su BookRepublic per vedere se qualcuno abbia messo online una spiegazione su come si usano gli ebook con DRM. Zero. Tutti ti spiegano come trascinare il file su iTunes per filo e per segno, ma quando si parla di DRM si limitano solo a dire cosa sono. Nessuno, per esempio, che spieghi quante volte si può caricare, dove e soprattutto come.

Facendo doppio clic sull’icona viene lanciato Adobe Digital Editions - buon per me che ce l’avevo - il quale apre il file e si scarica il libro vero e proprio. Il file però viene scaricato dove dice ADE, non dove dico io, e per andarmi a cercare l’ePub da ADE devo chiedere informazioni sull’elemento, memorizzare il “path” che mi mostra e poi andare a “scavare” per cartelle finché non ci arrivo.

Provo per curiosità a decomprimere il file ePub. Dentro il file di indice (.opf) è leggibile, ma tutti i file del contenuto sono ovviamente criptati.

Provo a trascinare il file ePub su iTunes e a copiarlo sull’iPad ma ovviamente iBooks dice che è illeggibile.Per completezza copio il file anche su Stanza e Kobo: file illeggibile anche per loro. Magari non devo copiare l’ePub ma il acsm: macché, non sanno neppure cosa sia.

Tanto per curiosità proviamo ad aprire con Calibre per vedere se magari riesco a convertirlo per Kindle, ma ovviamente ottengo picche.

Ok, allora: portiamo il file sul lettore Sony, l’unico lettore ebook che sono sicuro dovrebbe leggere i file protetti. Devo aprire l’applicazione Reader Library, che copia i file sul lettore. Ok. Provo a trascinarci sopra il file acsm, ma non accade nulla. Provo il comando “importa” ma non accade nulla. Un comando “apri” non c’è. Poi scopro che, se da Finder seleziono l’icona, faccio apparire il menu contestuale e gli dico “Apri con Reader Library” allora funziona: lo apre e lo scarica.

Bene, ho il libro nella Library. Lo trascino sul lettore. Mi chiede che autorizzazione deve usare, quella Sony o quella Adobe. Come faccio a saperlo? Prima ho scaricato il file con ADE, quindi sarà stata quella Adobe. Ok, scelgo Adobe. Sbagliato! Impossibile caricare il file, che è stato autorizzato da un altro utente.

Pazienza, riproviamo, dai, richiedimi di nuovo che autorizzazione usare. No, non me lo chiede più: ora ottengo solo il messaggio di errore.

Torno su ADE e cerco di capire se si possa togliere l’autorizzazione a un libro, per poi ridarla con l’utente che voglio - su iTunes per esempio si può fare una cosa del genere, che però è legata al computer, non all’utente. Comunque, comandi del genere non ce n’è. Cerco di capire a chi era autorizzato ADE ma sembra che non fosse autorizzato. Lo autorizzo con la ID Adobe, e ottengo come risultato di rendere definitivamente illeggibile il mio libro anche con ADE.

Dalla mia prima esperienza con un ebook protetto ho ricavato una perdita netta di circa 9 euro per un libro che non sarò mai in grado di leggere, ma anche una ulteriore conferma di quanto i DRM siano l’apoteosi dell’imbecillità, un ulteriore indizio del fatto che Adobe sta perdendo completamente la cognizione di usabilità e che i software che sviluppa sono sempre peggio, e la certezza che gli editori che penseranno davvero di adottare questa roba per vendere i libri dovranno prepararsi a vedere gli utenti correre disperati ai circuiti peer to peer per avere dei libri che si possano, molto semplicemente, leggere e usare come si vuole.

Un consiglio, quando vedete la scritta “epub con DRM” girate al largo.

Aggiornamento. Dopo l’utile spiegazione di Sheldonpax ho scritto a IBS spiegando il problema per chiedere se possono farci qualcosa. Dopo una prima mail in cui mi davano la possibilità di riscaricare il file (del tutto inutile, perché l’autorizzazione ovviamente non è nel file) molto gentilmente mi hanno chiamato, chiesto qualche schermata e ora cercheranno di risolvere il problema. Questo va a merito di IBS: probabilmente stanno affrontando problemi nuovi anche per loro, ma si danno da fare. Il baco ovviamente è a monte nel sistema della Adobe e ancora più a monte nel concetto stesso di DRM.

Aggiornamento 2. IBS mi ha riaccreditato l’importo dell’ebook che non sono riuscito a usare. Da parte di IBS è il comportamento più corretto che possa avere un negozio online, rendere i soldi e renderli rapidamente. Resta il fatto che l’ebook autorizzato a “Nessuno” tale è rimasto; IBS si è fatta carico cortesemente del mio problema, ma il problema resta. Ho provato a riacquistare il libro e questa volta ha funzionato, perché il file-link acsm contiene dati diversi (un ordine diverso) e quindi il libro è stato autorizzato ex novo.

Se le elezioni si facessero su Facebook il nostro presidente sarebbe un pomodoro

Posted on Settembre 9th, 2010 in Whatever | 1 commento »

Se le elezioni consistessero nel contare i “fan” su Facebook, Niki Vendola vincerebbe le elezioni. Ma solo per un vizio di forma, perché il vincitore morale sarebbe ancora Berlusconi.
No, non sto dicendo che Vendola è un pomodoro, la faccenda del pomodoro la spiego dopo. La pagina di Vendola oggi su Facebook sfiora i 250.000 fan, ed è la pagina di un politico seguita dal maggior numero di persone. La pagina principale di Silvio Berlusconi ne ha 220.000, ma dedicate all’attuale e ancora per poco capo del governo ce ne sono diverse altre, tra le quali una con 60.000 fan, una da 20.000 e altre minori; in teoria la somma porterebbe Berlusconi in testa, ma andrebbe prima verificato il grado di sovrapposizione tra i fan delle diverse pagine.
Solo al terzo posto in questa particolare classifica, e sono sorpreso perché probabilmente è l’uomo politico che ha puntato sulla rete con più convinzione, c’è Antonio Di Pietro, con 132.000 fan.

Gli altri politici hanno tutti numeri piuttosto bassi, anche se è interessante un confronto. Gianfranco Fini quasi 70.000 fan; Pierluigi Bersani ne ha 32.000; Pier Ferdinando Casini è a 14.000; di Umberto Bossi non ho trovato pagine significative. Tra gli altri personaggi più in vista Mara Carfagna ha 36.000 fan, Rosy Bindi è quasi a diecimila, Piero Fassino 5000, Giulio Tremonti nulla di significativo. Massimo D’Alema raccoglie poco più di 300 fan.

Altri politici, come Daniele Capezzone e Maria Stella Gelmini, contano decisamente più fan nelle pagine create per denigrarli che in quelle create per applaudirli. Come dar torto al popolo di Facebook, in questo caso?
In realtà, questo fenomeno vale anche per Berlusconi. Infatti la pagina “Questo pomodoro avrà più fan di Silvio Berlusconi” ha superato i 600.000 fan, ben oltre il doppio dei sostenitori del premier, come del resto auspicato dal titolo della pagina stessa.

La lezione che se ne trae non è delle più incoraggianti. È chiaro che tante persone, forse la maggioranza, non ne vogliono più sapere di Berlusconi. Ma è anche chiaro che molto meno chiaro è cosa si vorrebbe mettere al suo posto. Un altro indicatore molto interessante che ho notato sulla spaccatura dell’elettorato è che in tutte le pagine di apprezzamento a Berlusconi ho trovato solo 1 amico dei miei 365. Sulla pagina di Vendola, ad esempio, ce ne sono 35.
Ultima nota: è interessante notare che, restando nel campo della politica, c’è un personaggio che in popolarità straccia senza difficoltà tutti i politici, pomodori inclusi: è Marco Travaglio, che conta ben 675.000 fan. Circa 67 volte più del giornalista (se il termine è applicabile) più popolare dell’altra sponda, Vittorio Feltri.

Come sarà il tablet Apple

Posted on Gennaio 14th, 2010 in Exposé, Whatever | 3 commenti »

Negli ultimi giorni sono trapelate molte indiscrezioni, sono corse voci, si sono fatte ipotesi sul nuovo prodotto che Apple con ogni probabilità presenterà il 27 gennaio. Non faccio più a tempo a scriverne su MacWorld - già la puntata che ho consegnato a inizio gennaio uscirà dopo il 27 - quindi ne scrivo qui.

Si sa con relativa certezza che il prodotto sarà annunciato il 27 gennaio - per quanto possa sembrare strano, non essendo martedì - e che dovrebbe essere messo in commercio all’inizio di aprile. È probabile, ma non certo, che possa chiamarsi Slate o iSlate; la prova migliore è stata data da Steve Ballmer, che ha presentato un prodotto HP proprio chiamandolo “slate”, evidentemente per bruciare il nome Apple. Si sa però che Apple ha registrato anche il dominio “iGuide”.

Dal punto di vista hardware, l’oggetto, o almeno una versione dell’oggetto, dovrebbe avere uno schermo da 10″ OLED. Questo si sa perché i costruttori cinesi si sono lamentati del fatto che Apple avrebbe comprato tutti gli schermi disponibili sul mercato di quella dimensione. A mio avviso, dovrebbe esserci almeno anche una versione più piccola, sette o otto pollici. Avrà una webcam e connettività 3G. Sicuramente sarà multi touch e probabilmente avrà i soliti sensori di vicinanza, luminosità, accelerometro e forse anche GPS e bussola visti anche sull’iPhone.

Va detto che oggi come oggi che dal punto di vista hardware oggi chiunque è in grado di mettere insieme i pezzi per fare un oggetto del genere. Il punto è un altro: a che serve? È fondamentale, in effetti, l’aspetto software. E qui viene l’interessante e anche le mie previsioni più personali.

A quanto si dice, il tablet dovrebbe girare su una nuova versione, 4.0, di iPhone OS. La caratteristica principale di questo sistema operativo è naturalmente quella di essere pensato per un’interfaccia “touch”, ovvero usata con le dita. Quindi nessun comando che richieda precisione, pulsanti grossi, e così via. iPhone OS porta con sé anche un modello commerciale particolare, per cui il software deve essere approvato da Apple e viene venduto solo attraverso l’iTunes Store: per quanto possa non piacere, è un sistema che funziona per Apple e tutto sommato anche per gli sviluppatori.

Su un prodotto come il tablet però iPhone OS ha alcuni problemi. Prima di tutto, le dimensioni dello schermo: obbligatorio pensare quindi che la nuova versione del sistema operativo introdurrà la variabilità della dimensione dello schermo, anche perché si presume che un prossimo iPhone possa avere uno schermo più grande o con maggiore risoluzione.

Il problema principale però è un altro: è il fatto che iPhone OS è un sistema che va bene per un palmare, ma non per un computer vero. E non è pensabile che un cliente acquisti un aggeggio grande dieci pollici e che magari costerà un migliaio di dollari senza poterlo usare almeno per la gran parte delle funzioni per le quali userebbe un netbook.

La mia previsione quindi è che iPhone OS 4 sarà rivoluzionario. Dovrà riuscire nella difficile impresa di rendere un computer utilizzabile come un telefono, o se volete di rendere un telefono utilizzabile per tutte le funzioni previste da un vero computer. Dovrà supportare un vero file system, quindi dovrà permettere agli utenti di aprire file con diversi applicativi, di usare gli allegati come pare a loro, di caricare file da e sul pc, e in modo semplice.

Dovrà consentire l’uso di veri applicativi. Si parla di una versione “touch” della suite iWork, quindi word processor, foglio di calcolo e software per creare presentazioni. Difficile pensare, questa volta davvero, che si possa fare a meno del multitasking.

E ci dovrà essere un enorme sforzo da parte di Apple per convincere gli sviluppatori a portare i loro applicativi sulla nuova piattaforma. Incluso Flash, per esempio.

Un’altra cosa che mi sento di predire, è che anche se dotato di slot per una sim 3G lo Slate dovrà interfacciarsi quanto meno all’iPhone per usarne la connettività. Questo è fondamentale: non è pensabile che lo Slate debba essere usato come telefono, né che la gente debba per forza acquistare un contratto aggiuntivo. Chiaramente, l’ideale sarebbe poter usare la connettività di qualsiasi telefono, magari via bluetooth o usb.

Per ora mi fermo qui; se salta fuori qualcos’altro aggiornerò.

Sistemi operativi da fantascienza

Posted on Ottobre 4th, 2009 in Exposé, Fantascienza, Scacchi, Whatever | 3 commenti »

Sullo numero di MacWorld di ottobre, attualmente in edicola, è uscita una delle puntate più “fantascientifiche” della mia rubrica sulle anticipazioni di prodotti Apple, Exposé. Ve la propongo.

Come sarà Mac OS XI?

L’uscita del 10.6 ci fa pensare: come sarà il sistema operativo del futuro? Ecco qualche idea, con relativi pro e contro.

La rivoluzione portata dal 10.6 è stata la più inattesa. Per la prima volta da… be’, forse da sempre, esce un sistema operativo la cui novità non è fare qualcosa di più ma fare le stesse cose meglio. Codice ottimizzato e un’architettura che permetterà anche alle applicazioni future di funzionare in modo più veloce ed efficiente.
Questo può dare l’idea di quanto possa essere difficile fare previsioni su quello che porterà una nuova versione di Mac OS X. Ma visto che amiamo il pericolo, noi vogliano andare ancora oltre.

Siamo alla 10.6, il che significa che tra un paio d’anni arriverà la 10.7, tra altri due la 10.8 e poi la 10.9. Se tutto va bene, tra otto anni, nel 2017 o giù di lì (posto che il mondo non finisca come previsto dai Maya nel 2012) potranno accadere due cose: o Apple facendo finta di nulla se ne uscirà con un Mac OS X 10.10, o il mondo vedrà l’alba di Mac OS XI. Che a quel punto dovrà essere un prodotto nuovo, tanto rivoluzionario quanto il Mac OS X lo è stato rispetto al Mac OS oggi chiamato “Classic”.
Ma come potrebbe essere un sistema rivoluzionario? Facciamo due ipotesi.

Parlare al computer

Chi non ricorda quella famosa scena si Star Trek: Rotta verso la Terra in cui Scotty pretende di usare un vecchio Mac dandogli comandi a voce?

Perché in effetti nel ventitreesimo secolo coi computer si interagirà parlando.

Ora, qualcuno potrebbe chiedersi quanto possa essere comodo impaginare un depliant a voce (”il box mettilo un po’ più a destra… no, allargalo un pochino… un po’ meno…”). O che confusione debba esserci in un ufficio open space con cinquanta impiegati che lavorano parlando col proprio pc.

Fatto sta che Apple sta facendo progressi in questo campo. Già all’epoca del System 7 il sistema conteneva una tecnologia per pilotare il computer a voce, ma funzionava veramente maluccio: più che altro un gadget.
Oggi invece invece abbiamo visto apparire col nuovo iPod Shuffle e poi col l’iPhone 3GS interfacce che funzionano realmente.

Il punto è che un conto è dire al computer “computer, apri il documento expose.doc nella cartella Documenti”, e un conto è dirgli “computer, controllarmi se per caso abbiamo già parlato di interfacce vocali nelle precedenti puntate di Expose”. Insomma, non c’è grosso vantaggio nell’interfaccia vocale se l’utente deve conoscere un preciso codice di comandi.

Viceversa, un’interfaccia che capisca realmente il linguaggio naturale richiede una vera intelligenza artificiale. E quando comparirà sulla terra una vera intelligenza artificiale probabilmente prenderà il controllo del pianeta e manderà dei robottoni con gli occhi rossi vagamente somiglianti a Schwarzenegger a ucciderci tutti…

Far marameo allo schermo

Tre anni fa, quando partì questa rubrica, eravamo entusiasti delle interfacce multitouch, e ci eravamo convinti che questa fosse la strada dell’innovazione che Apple avrebbe dovuto seguire. Dopo molti mesi d’uso intenso dell’iPhone ci siamo parzialmente ricreduti. Sì, sull’iPhone va benissimo, ma su un computer sul quale eseguire compiti più velocemente, con più precisione e più frequentemente forse no. Semplicemente, le nostre dita sono troppo grosse. E unte: sporcano lo schermo. Per non parlare del fatto che Apple in questo campo sarebbe già indietro, visto che sono già in commercio pc della HP con schermo multitouch.

C’è però un’alternativa che potrebbe essere più interessante: il riconoscimento non del tocco ma del gesto. O delle gestures, per usare il termine inglese.

Gesti eseguiti con le mani, nell’aria, che il computer tramite webcam vede, riconosce e agisce in conseguenza. Un esempio di questo tipo di interfaccia si vede nel film Johnny Mnemonic. La tecnologia, più o meno, c’è già: e qualcosa di simile per esempio lo fa la stessa console Wee.

C’è ancora di meglio. Ci sono già tecnologie di origine militare che permettono al computer di capire dove punta il nostro sguardo. Potremmo, per esempio, sostituire il mouse: per cliccare su un’icona basta guardarla e fare l’occhiolino con l’occhio sinistro. Naturalmente, per far apparire il menu contestuale l’occhiolino andrà fatto con l’occhio destro.

Provare a immaginare cosa possa rendere rivoluzionario un sistema operativo nel 2017 è ovviamente soltanto un gioco. Impossibile prevedere le nuove invenzioni, le mode, le cose che accadranno da qui ad allora.

Anche se, a ben guardare, in questi ultimi otto anni l’informatica non è stata certo rivoluzionata; il mondo dei computer è certamente cambiato molto meno tra il 2001 e il 2009 di quanto non sia cambiato tra il 1993 e il 2001.

Probabilmente il Mac OS XI sarà uguale al Mac OS X, con magari qualche protezione in più, o la possibilità di acquistare software solo da un mega App Store della Apple. O magari la grande rivoluzione sarà che potrà girare anche su pc di altre marche…

No, questo mai.

La fanzine dal ciclostile a internet

Posted on Settembre 14th, 2009 in Fantascienza, Pubblicazioni, Whatever | 8 commenti »

Per ravvivare un po’ questo blog e anche per non far scomparire per sempre lavori che magari non lo meritano del tutto, ho deciso di cominciare a riproporre qui un po’ di miei articoli usciti qua e là. Comincio con questo Antiche e nuove mappe dell’inferno: dal ciclostile a internet, conferenza tenuta a Science+Fiction, a Trieste, se non sbaglio nel novembre 2001.

Antiche e nuove mappe dell’inferno: dal ciclostile a internet

Di Silvio Sosio

Un\'antica macchina da ciclostileCome è facile immaginare, il problema più gravoso per i gruppi di appassionati che progettano di pubblicare una rivista amatoriale è sempre stato quello dei costi di stampa. In questo intervento farò un rapido riassunto della storia dell’editoria amatoriale dal punto di vista tecnico, soffermandomi in particolare sull’era di internet che, in un certo senso, ha definitivamente risolto il problema, ma forse ha anche ucciso definitivamente la fanzine come oggi la conosciamo.

Il problema della tiratura

La storia delle tecniche di composizione e stampa è davvero affascinante: dai caratteri mobili alla linotype di inizio secolo – che allineava i piombini dei vari caratteri fondendoli poi insieme riga per riga; alla fotocomposizione, con i caratteri disegnati in maschere ottiche su un disco attraverso il quale passava un raggio di luce che impressionava una pellicola; fino al recente desktop publishing e al direct-to-plate, completamente governati dal computer. Mentre dalle rotative si passava all’offset e al roto-offset.

Una caratteristica ha accomunato tutte le tecniche di stampa che ho elencato: quella di essere progettate per grandi tirature. Costi di partenza abbastanza alti, che venivano ammortizzati solo su elevati numeri di copie.

L’editoria amatoriale, che per sua stessa natura ha sempre dovuto lavorare su un pubblico molto ristretto, ha avuto accesso molto di rado alle tecniche di stampa utilizzate dalla stampa professionale, che avrebbero richiesto grandi investimenti iniziali e avrebbero imposto un costo per copia decisamente troppo elevato. Ha quindi dovuto fare riferimento a tecniche alternative e a basso costo.

Il ciclostile

Negli anni sessanta e settanta il fandom forse non sarebbe esistito senza il macchinario inventato nel 1881 da un ex agente di cambio ungherese emigrato negli Stati Uniti, David Gestetner: il ciclostile. Usando uno speciale foglio di carta cerata, sul quale si scrive utilizzando una speciale penna oppure la stessa macchina per scrivere, viene prodotta una matrice usata poi per la produzione a bassissimo costo di piccole tirature. La qualità di questo tipo di stampa era molto modesta, ma per riviste che pubblicavano articoli o racconti, quindi sostanzialmente testo, più della qualità era importante la leggibilità. Quasi tutte le fanzine italiane fino ai primi anni ottanta erano stampate in ciclostile (The Time Machine, Vox Futura fino al 1981; Intercom addirittura fino al 1987). Se era molto semplice produrre le matrici, era semplice anche stampare: all’epoca erano molto diffuse piccole tipografie attrezzate con questa macchina, il cui prezzo fra l’altro era abbastanza contenuto tanto che spesso conveniva addirittura acquistarla e stampare la fanzine in proprio.

Se il testo delle fanzine ciclostilate era leggibile, decisamente più problemi dava tutto il resto della grafica. I disegni erano improponibili, a meno che l’illustratore stesso non si rassegnasse a disegnare incidendo lui stesso la matrice di cera.

I titoli venivano normalmente composti usando il normografo. Quasi tutte le fanzine stampate in ciclostile concentravano i loro sforzi economici nella stampa in offset della copertina.

Va anche notato che il ciclostile era allora usato soprattutto per la propaganda – o se vogliamo la contropropaganda politica – il che dava in qualche misura alle fanzine un lieve sapore sovversivo. Forse anche per questo motivo una delle riviste di più chiara ispirazione di sinistra, Intercom, scelse la soluzione più elegante alle carenze grafiche del ciclostile, evitando le tristi soluzioni grafiche del normografo e dei disegni ricalcati ma sfruttando invece al meglio proprio la macchina per scrivere, e giocando col testo in un modo che ricordava l’ASCII Art, l’arte di disegnare sui terminali a caratteri che si stava già sviluppando in quegli anni sulle prime bbs.

La xerografia

All’inizio degli anni ottanta comincia a raggiungere costi accettabili un’altra tecnica, che soppianterà definitivamente il ciclostile in pochi anni: la fotocopia.

Lavorando nel retrobottega di un salone di bellezza, un inventore americano, Chester Carlson, nel 1938 aveva ideato un dispositivo che permetteva di riprodurre scritti e disegni: la fotocopia.

Carlson aveva ideato questa tecnica per far fronte a un suo handicap fisico: era impiegato all’ufficio brevetti e il suo compito consisteva nel riprodurre a mano i fogli con i disegni dei brevetti, per farne copie da archiviare. Ma era fortemente miope e sofferente di artrite alle mani, tanto che il lavoro diventò per lui una vera e propria tortura. Cominciò a pensare, così, a un sistema automatico per ottenere le copie dei documenti. Si licenziò dall’impiego e iniziò a lavorare nella cucina di casa, finché la moglie, seccata, non lo cacciò via. Si trasferì, quindi, nel retrobottega di un salone di bellezza di proprietà della suocera, ad Astoria, un sobborgo di New York. E cominciò a fare esperimenti con lo zolfo, una sostanza isolante che diventa conduttrice se esposta alla luce.

Il 22 ottobre del 1923 rivestì di zolfo una lastra di zinco e vi poggiò sopra un foglio di carta con la scritta “Astoria - 22-10-38″. Sottopose il tutto alla luce per qualche secondo, poi ricoprì la lastra con polvere fine e notò che questa si depositava, per attrazione elettrostatica, soltanto nei punti illuminati ottenendo quindi una immagine in negativo dello scritto. Poi fece aderire un foglio di carta cerata alla lastra e lo riscaldò: col successivo raffreddamento, la cera si solidificò solo nei punti in cui aderiva alla polvere. Bastò pelare via il foglio di cera per avere sulla carta l’esatta fotocopia dello scritto originale.

Carlson continuò a perfezionare il suo apparecchio e vendette il brevetto a una piccola società americana, la Haloid, che il 22 ottobre 1948, a dieci anni esatti dalla prima fotocopia, realizzò la prima “vera” fotocopiatrice.

La Haloid cambiò nome in Xerox (dalla parola greca che significa secco, poiché non si usano liquidi nel processo), diventando una delle maggiori compagnie statunitensi nel campo del trattamento dei documenti. En passant, fu nei laboratori della Xerox a Palo Alto che furono sviluppati i primi prototipi di quella interfaccia grafica che sarebbe stata alla base di un’altra rivoluzione, il Desktop Publishing.

La fotocopia permetteva un considerevole miglioramento nella preparazione delle riviste amatoriali. Non era più necessario lavorare su una matrice di cera. Si poteva lavorare su un normale foglio di carta, scrivere il testo con la macchina per scrivere e inserire disegni o fotografie ritagliate, creare titoli usando i caratteri trasferibili: piena libertà grafica, insomma. Usando macchine per scrivere elettriche a sfera era anche possibile utilizzare più fonti diverse di caratteri: corsivo, grassetto.

All’inizio degli anni ottanta cominciarono a essere pubblicate le prime fanzine fotocopiate (L’Altro Spazio, The Dark Side, City). Questo cambiamento di tecnologia comportò anche un cambiamento nei formati: dal B4 o B5 diffuso all’epoca del ciclostile si passò a quello che oggi è il formato standard per eccellenza, l’A4, o in alcuni casi all’A4 piegato in due (A5).

L’avvento della fotocopia consentì il pieno sviluppo di un nuovo genere di fan: oltre allo scrittore e al critico poteva finalmente esprimersi anche il disegnatore.

L’offset

Se la fotocopia è la soluzione più economica per le riviste che tiravano fino alle due o trecento copie, oltre cominciava già a diventare interessante la soluzione dell’offset.

All’inizio del secolo gli inventori americani, Ira Rubel e i fratelli Charles e Albert Harris, contemporaneamente e indipendentemente, svilupparono i primi prototipi di macchine da stampa basate sul concetto oggi chiamato offset.

La stampa offset richiede la preparazione, tramite un procedimento chimico simile a quello dello sviluppo delle fotografiche, di speciali matrici chiamate lastre. Le lastre vengono sviluppate a partire dalle pellicole, che possono essere realizzate in vari modi (fotografici o digitali). Oggi esistono tecnologie in grado di preparare le lastre da input digitale senza utilizzare le pellicole (direct-to-plate). Le lastre con un processo chimico raccolgono acqua nei punti in cui sono negative, mentre le parti dove sono positive vengono cosparse di inchiostro. La lastra poi trasferisce l’inchiostro su una matrice che a sua volta inchiostra la carta. La lastra non tocca mai direttamente la carta, e per questo motivo la tecnica viene chiamata offset.

Le lastre possono essere di alluminio – usato normalmente nella stampa a larga tiratura – o di carta, con minore qualità ma anche costi molto inferiori.

Questo tipo di stampa offset arrivò alla portata delle riviste amatoriali durante gli anni ottanta, e fu usato da alcune delle testate più importanti (The Time Machine, La Spada Spezzata). Altre fanzine, già arrivate a livelli semiprofessionali – più per la disponibilità economica dei loro editori che per una vera larga diffusione – come Dimensione Cosmica o Sf..ere, usavano già l’offset e tutta la catena produttiva della stampa professionale, uscendone come prodotti, almeno dal punto di vista della stampa indistinguibili da quelli dell’editoria da edicola.

Il desktop publishing

Dopo la rivoluzione della stampa, alla metà degli anni Ottanta venne rivoluzionato anche il metodo di composizione.

Se fin dall’epoca del ciclostile il testo era stato composto utilizzando normali macchine per scrivere – dalle classiche Lexicon o Lettera Olivetti alle più evolute Praxis elettroniche – magari affiancate da caratteri trasferibili per i titoli, dal 1985 comincia a essere utilizzato il computer. Con l’Apple Macintosh, i primi software di impaginazione come Aldus PageMaker e le prime stampanti laser come la Apple LaserWriter, per le fanzine inizia ancora prima che per l’editoria professionale la rivoluzione del desktop publishing.

E’ John Warnock che sviluppa, nei primi anni ottanta, un linguaggio di descrizione della pagina con alcune caratteristiche importanti, in particolare quella di non essere legato a una particolare stampante ma di poter essere utilizzato per pilotare diversi tipi di macchine, dalle stampanti laser alle fotounità. Warnock fonda, in società con la Apple Computer, la Adobe Systems e, cede il licenza l’uso del linguaggio PostScript per le prime stampanti laser immesse sul mercato, le Apple LaserWriter.

Utilizzando Aldus PageMaker su Apple Macintosh nel 1985 è già possibile costruire la pagina interamente a computer e stamparla sulla LaserWriter, in bianco e nero e con la risoluzione di 300 punti per pollice. La tecnologia è ancora agli inizi ma il risultato, per l’epoca, è di qualità eccezionale, e lo strumento è già validissimo per le pubblicazioni amatoriali (la prima fanzine italiana composta in desktop publishing è il numero 16 di La Spada Spezzata), mentre lo diventerà di lì a poco anche per quelle professionali (FMR, Applicando fra le prime riviste composte in dtp). Oggi sono rimaste solo alcune edizioni d’arte particolari a non utilizzare la composizione a computer.

Proprio il numero di fonti disponibili caratterizza i primi anni del desktop publishing “amatoriale”. Nei primi tempi le riviste composte a computer sono facilmente riconoscibili proprio per il fatto di utilizzare solo le font Times ed Helvetica. Curiosamente una situazione analoga si verifica oggi nell’editoria online, dove possono essere utilizzate solo alcune fonti (Times, Verdana, Helvetica).

In breve però il numero di fonti Postscript si moltiplica e si verifica l’effetto opposto: ormai priva di limiti la fantasia grafica del fanzinaro si scatena, ma non sempre accompagnata dal buon gusto. In generale però si assiste a un notevole incremento della qualità grafica delle riviste amatoriali. Fra le fanzine che hanno raggiunto i migliori risultati dal punto di vista grafico va ricordata la siciliana Terminus.

Con l’avvicinarsi della fine degli anni ottanta, intanto, il fandom sta cambiando, e il fenomeno delle fanzine ha un momento di forte contrazione. Mentre continua fra alterne vicende la pubblicazione di Intercom, l’unica fanzine che riesce a creare attorno a sé una comunità e a mantenere una vera continuità è Yorick, stampata addirittura a caratteri mobili. Nell’ultimo decennio del secolo nascono e muoiono alcune fanzine di fantascienza, ma senza mai riuscire a emergere e a ricostruire quella rete di rapporti che costituiva il fandom vitale degli anni ottanta. E mentre il fandom tradizionale agonizza, arriva il momento del fandom delle serie televisive. Inside Star Trek, la rivista dello Star Trek Italian Club, viene realizzata in desktop publishing fin dai primi numeri e stampa migliaia di copie. Altri club avranno le loro pubblicazioni (Alliance e Cloud City dedicati a Guerre Stellari, ISO Shado dedicato a UFO e Spazio 1999, altri minori). Ma proprio questo tipo di fandom saprà sfruttare al meglio il nuovo mezzo che si sta affermando: dalla carta si passa alla rete.

Prime esperienze elettroniche

Prima che internet facesse dell’editoria elettronica un fenomeno di massa, non sono mancati tentativi di sfruttare in qualche modo gli strumenti a disposizione per creare le prime fanzine elettroniche.

Nei primi anni ottanta a Firenze Tommaso Tozzi realizza una fanzine su segreteria telefonica: per ascoltarla era sufficiente comporre il numero telefonico e ascoltare. Luigi Pachì realizza a Milano il prototipo Blade Run, fanzine su cassetta per ZX Spectrum, uno dei primissimi home computer. Diffusione molto ristretta: un paio di copie. Franco Forte nei primi anni novanta diffonde la prima faxzine: Shining, inviata via fax. Ne esce una ventina di numeri, poi la rivista cambia formula a causa dell’eccessivo successo.

Nella seconda metà degli anni ottanta i personal computer cominciano ad essere diffusi, e cominciano a diffondersi anche i modem, per far comunicare i computer attraverso la linea telefonica. E’ il momento della grande diffusione dei bbs, piccoli servizi online ai quali gli utenti si collegano via modem e trovano file da scaricare e forum nei quali discutere fra loro. In molti bbs la partecipazione ai forum è limitata ai pochi utenti del bbs, ma in molti casi i bbs aderiscono a circuiti nazionali o internazionali – il più grande è FidoNet – dando vita a conferenze alle quali partecipano appassionati da tutta Italia. In quest’epoca, fra i partecipanti più attivi della conferenza “sf.ita” di FidoNet dedicata alla fantascienza era facile trovare i nomi di Vittorio Curtoni e di Valerio Evangelisti.

Anche se rari non mancavano i casi di riviste distribuite via bbs. Fra queste la più nota era certamente Il corriere telematico, che si occupava delle problematiche dei bbs e della rete Fido. Alla fine del 1994 fece la sua comparsa anche una rivista di fantascienza: Delos Cyberzine. Ma eravamo ormai agli sgoccioli dell’era dei bbs, che stavano per essere soppiantati dalla rete delle reti.

L’avvento di internet

La storia di internet è abbastanza nota: nasce all’inizio degli anni settanta come progetto comune fra università e ente della difesa americano con lo scopo di creare una rete di risorse informatiche non centralizzata e quindi in grado di funzionare anche se danneggiata – per esempio in un attacco nucleare – in alcune sue parti.

Alcuni meno addentro forse si stupiranno nello scoprire che internet esiste già da trent’anni. E’ vero che per due decenni è rimasta uno strumento a uso e consumo degli istituti universitari, e solo all’inizio degli anni novanta, quando Tim Berners-Lee pubblicò il suo progetto di world wide web, una rete ipertestuale che consentisse l’accesso all’informazione tramite link contestuali, cominciò a diventare uno strumento di comunicazione di massa.

In questo sviluppo altrettanto importante è stato l’apporto di Marc Andreesen, sviluppatore del primo browser grafico, Mosaic, sulle cui basi sono stati sviluppati sia Microsoft Internet Explorer (la Microsoft acquistò i sorgenti di Mosaic nel 1996) sia Netscape Navigator, che fu sviluppato dallo stesso Andreesen.

Il lavoro di Berners-Lee e di Andreesen trasformò la rete da uno strumento quasi puramente tecnico a un mezzo di comunicazione accessibile a tutti. I grandi bbs americani come Compuserve e America OnLine, e i nascenti provider di tutto il mondo, come Video On Line e Italia On Line in Italia, colsero subito l’importanza di questa rivoluzione e diedero inizio alla spettacolare diffusione di internet, che superò i cento milioni di utenti in un decimo degli anni occorsi alla televisione per ottenere lo stesso risultato.

In Europa fondamentale è stato il fenomeno dei provider gratuiti, lanciato in Italia da Tiscali. Accesso gratuito alla rete, spazio gratuito sul web da utilizzare per pubblicare pagine autoprodotte: la situazione ideale per il proliferare di fanzine elettroniche.

La prima fanzine elettronica italiana di fantascienza, e in realtà la prima rivista web italiana in assoluto, è stata Delos Cyberzine. Dopo alcuni numeri distribuiti tramite bbs fin dai primi mesi del 1995 Delos è diventata una rivista web. Da esperimento per i pochi smanettoni che nel 1995 avevano un accesso a internet, Delos, che nel 1996 ha cambiato nome in Delos Science Fiction, è cresciuta insieme alla diffusione della rete diventando un prodotto professionale con migliaia di lettori. Insieme al complementare Corriere della Fantascienza, Delos oggi non può certamente più essere considerata una fanzine, avendo compiuto quel passaggio che rappresenta un po’ il sogno di molti curatori di fanzine: dal mondo amatoriale a quello professionale.

Internet apparentemente rappresenta la soluzione ideale ai problemi dell’editore amatoriale: nessun costo di stampa; facilità di produzione e di distribuzione; grandissima facilità nel reperimento dei materiali e nei contatti con i collaboratori. Tuttavia non si è assistito a un’esplosione di nuove riviste amatoriali. Uno dei motivi (ma non il solo) è certamente la netta contrazione vissuta in generale dal mondo della fantascienza, soprattutto nel numero di lettori.

A quattro o cinque fanzine su carta in attività si contrappongono nel momento in cui scriviamo non più di una decina di fanzine elettroniche, gran parte delle quali dedicate a Star Trek o ad altri serial: Star Trek Italia Magazine, WebTrek Italia, Previatrek, GuerreStellari.net. Fra le fanzine non specializzate la maggiore sicuramente è Intercom ( HYPERLINK “http://www.intercom.publinet.it” www.intercom.publinet.it) unico caso di esperienza di fanzine su carta (Intercom veniva pubblicata sin dai primi anni ottanta) portata con successo in rete. Molto interessanti anche Ouroboros, e poi Continuum, Nigra Latebra e poco altro.

Il superamento della fanzine

In realtà però il concetto stesso di rivista è stato superato dall’avvento di internet. Che propone diversi mezzi di comunicazione alternativi alla rivista e più adatti alla rete: dal sito amatoriale specializzato, che viene aggiornato non sostituendo un nuovo numero a quello vecchio (come nel caso delle riviste) ma inserendo nuove informazioni a complemento di quelle già esistenti; al forum, che nelle sue diverse forme – newsgroup, mailing list, forum sul web, chat – permette in modo più diretto l’espressione di opinioni e la creazione di comunità fra appassionati.

In quest’ottica la fanzine è solo un modo in più per comunicare fra appassionati. Ha ancora un suo ruolo: il fatto di essere un prodotto di gruppo, con una continuità temporale e un qualche tipo di selezione del materiale pubblicato sono caratteristiche distinguono la rivista dal sito amatoriale generico e forniscono all’utente quelle garanzie che lo aiutano a effettuare una scelta (la vera difficoltà nell’uso della rete). Certamente la forma tradizionale della rivista non è la più adatta a questo nuovo mezzo e piano piano si trasformerà in qualcosa di più fruibile.

Il futuro

Cercare di prevedere quali possano essere gli sviluppi futuri quando si ha a che fare con l’informatica e la telematica è un gioco che varia dal futile al pericoloso (se come spesso accade vi si investono soldi). Negli anni scorsi analisi firmate da prestigiosissime aziende che prevedevano l’esplosione di internet grazie all’arrivo sulla televisione o sul telefonino hanno causato disastri, e disastri ancora maggiori sono stati causati da chi pensava che di punto in bianco l’umanità avrebbe cominciato a vivere e ad acquistare soprattutto in rete. Se la tecnologia viaggia a un ritmo rapidissimo, molto più lentamente si evolvono le abitudini degli esseri umani.

Alcune tendenze dobbiamo per forza indicarle: l’aumento della larghezza di banda sta portando a una maggiore diffusione in rete di altri tipi di comunicazione diverse da quella testuale: musica, video, animazione. Sta recedendo la cultura del tutto gratis tipica dei primi anni di internet: anche grazie a sistemi di pagamento più pratici e sicuri sempre più spesso accadrà di pagare, anche piccole o piccolissime cifre, per i servizi richiesti.

L’informazione si sta progressivamente trasferendo nel mondo digitale: si comincia dagli strumenti di produzione, si passa ai supporti – si pensi ai cd e ai dvd per musica e cinema – e poi alla distribuzione: internet. E l’aspetto più importante di questa rivoluzione è che più l’informazione diventa digitale, minore diventa il costo di realizzazione e di distribuzione.

L’avanzata del digitale porterà entro pochi anni ad acquistare la musica, i film e gli stessi libri via internet, scaricandoli direttamente in appositi strumenti portatili, come i lettori di ebook o i riproduttori MP3. Difficilmente verranno soppiantati molto presto i supporti tradizionali – libri e riviste su carta, cd rom, vhs e dvd – ma sicuramente cederanno il passo (in realtà lo stanno già facendo) alla diffusione telematica. I bassi costi e la elevata targetizzazione faranno sì che il panorama dei prodotti della comunicazione presenti una scelta sempre più vasta, permettendo la pubblicazione anche di quei prodotti che nel mercato tradizionali avrebbero avuto troppo pochi potenziali acquirenti per giustificarne la produzione. Sempre i bassi costi, uniti alla facilità di accesso agli strumenti di produzione – dopo il desktop publishing che ha aperto le porte all’editoria fatta in casa oggi è possibile mixare cd musicali o montare film sul proprio computer – mettono addirittura in crisi in concetto di editore, di fronte al diffondersi del fenomeno dell’autopubblicazione. Il ruolo dell’editore in rete si sposta su quello identificato dal valore semantico che ha la parola nella lingua inglese: editor, colui che cura la pubblicazione, che effettua le scelte e che quindi in qualche modo garantisce la qualità al lettore sperduto nel mare delle opportunità.

Il mondo della cosiddetta new economy ha attraversato un periodo di forte recessione, dovuto all’esplodere delle bolle di sapone prodotte in due anni di folle euforia dopo l’esplosione del numero di utenti di internet trainata dai provider gratuiti.

Oggi il numero di utenti cresce più lentamente, ma sta aumentando la qualità e la frequenza di utilizzo della rete. Per lavoro o nell’uso quotidiano sta diventando sempre più naturale comunicare via email, consultare l’orario dei treni o l’elenco dei cinema via web, leggere le ultime notizie e anche coltivare i propri interessi sulla rete. Per gli appassionati di fantascienza – o di qualsiasi altra cosa – la rete è ormai il mezzo migliore per trovarsi e creare comunità. Questo darà senza dubbio sempre più impulso alla nascita e al prosperare di pubblicazioni amatoriali; che però avranno sempre meno, probabilmente, la forma di una rivista come oggi siamo abituati a pensarla.

Riferimenti

How Offset Printing Works:

http://www.howstuffworks.com/offset-printing.htm

Invenzione del ciclostile e delle fotocopie:

http://cubo.newton.rcs.it:8666/gazzetta/gazzetta1299.htm

Mutanda australiana

Posted on Agosto 25th, 2009 in Whatever | 8 commenti »

“Ma che titolo curioso” penseranno i miei tre lettori e mezzo. “Certamente un’arguta metafora. Chissà di cosa parla realmente”.

E invece no. Questo posto parla davvero di mutande. Australiane.

Ci sono cose di cui solitamente non si parla. Ma che nella vita possono ri-vestire un ruolo non fondamentale, ma certamente di una qualche importanza. Del resto, non è importante una situazione di confortevolezza con il capo di abbigliamento che custodisce le nostre parti più delicate per tutta la giornata?

Immagino che molti si abituino facilmente e senza problemi a qualunque modello. Io no, caspita, sono pretenzioso. Ciò di cui ho bisogno è un esatto modello di boxer; che, però, sembra essere estinto. Almeno nel mondo occidentale.

I primi boxer, quando hanno cominciato a diventare di moda con questo nome, negli anni ottanta, erano fatti con lo stesso cotone delle camicie, e colorati: a righe, a quadri, con disegni cachemere, o roba del genere. Poi arrivarono i boxer morbidi, fatti con quel cotone che si usa anche per le t-shirt, detto “maglina” o più tecnicamente “jersey”. E lì ho trovato il mio modello ideale. Da quel momento ho sempre usato solo questo tipo di boxer.

Se non che, a un certo punto c’è stata un’ulteriore evoluzione. I boxer morbidi sono diventati attillati.

Li provo ma no, sono scomodissimi. Te li senti continuamente addosso. A parte il fattore estetico, visto che sembrano fatti per mettere tutto in evidenza. Pacchiani.

Ma evidentemente questa era solo la mia opinione, o comunque non era l’opinione dei signori della moda, che a mio avviso ha ben poco a che fare con le necessità della gente. Insomma, in men che non si dica le mie mutande preferite spariscono dal mercato.

Per qualche anno riesco ad andare avanti con quello che avevo (una buona scorta, per fortuna), ma più passa il tempo più la situazione si fa disperata. Finché nel 2005, durante una vacanza in Scozia (quando abbiamo partecipato alla WorldCon di Glasgow) trovo, in un grande magazzino di Edinburgo (John Lewis) dei bellissimi boxer in tre tonalità di grigio, fatti esattamente come li voglio io.

Ne compro una confezione, in albergo li provo e sono perfetti. Il giorno dopo prima di partire ne compro un’altra. Imprevidente: avrei dovuto prenderne tre o quattro, mica potevo pensare di tornare in Scozia tanto presto. Passa il tempo e ben presto mi rendo conto che ho bisogno di qualche altro capo, e comincio a cercare.

In Italia, assolutamente nulla. Ovunque sempre e solo gli stessi modelli attillati, anche dai rivenditori di marche che so che all’estero fanno anche l’altra versione. Su internet riesco a trovare poco: John Lewis continua ad averli, ma non spedisce all’estero. Nel 2007 un giro a Londra è altrettanto infruttifero.

Questa estate mi sono messo d’impegno. Mi sono documentato, ho scoperto come vengono chiamati esattamente questo tipo di boxer (”loose-fit boxer shorts”) e il materiale (”jersey”) e ho fatto ricerche per tutta internet. Amazon.com, Amazon.co.uk, negozi vari di vestiti e accessori inglesi e americani. Chi li aveva non li spediva. Chi spediva non li aveva.

E finalmente li ho trovati. In Australia, appunto.

Li ho trovati su eBay - non fate quella faccia disgustata, non sono usati, sono nuovi con tanto di etichetta - da un rivenditore di Melbourne. Il costo per una confezione da quattro è di 15 dollari australiani; la spedizione in Italia costa 20 dollari australiani. Meno di venti euro in tutto. Mai così ben spesi.

Il pacchetto mi è arrivato in una decina di giorni; il costo ridotto ha permesso anche di evitare la dogana, ma ero via e quando sono tornato ho dovuto andare in Posta a ritirarlo; per fortuna, non hanno fatto domande. Alla prova dell’uso quotidiano la soddisfazione è massima: ultraconfortevoli. Tutto è bene ciò che finisce bene. E poiché penso che qualun altro possa avere lo stesso problema e cercare la stessa soluzione (se non lo pensassi non avrei scritto questo post), ecco la url di eBay per il prodotto in questione. Casomai fosse scaduto, cercate dallo stesso rivenditore un’inserzione analoga.

C’è stato un piccolo seguito: mentre il pacchetto australiano era in viaggio, in un Auchan di Cagliari passo nel reparto intimo maschile e mi cade l’occhio: boxer di maglina non attillati! Sono incredulo: dopo tante ricerche in tutto il mondo bastava entrare in un Auchan? Ne prendo una confezione per provarli. Già meglio di quelli che si trovano in giro, ma la gamba è troppo lunga e tende a fare ugualmente l’effetto attillamento.

Meno male. Tutto sommato, l’idea di andare in giro con mutande che si trovano solo in Australia mi sembra davvero cool.

Se questa è Wired

Posted on Luglio 15th, 2009 in Whatever | 7 commenti »

Copertina del numero 1Da qualche mese ricevo l’edizione italiana di Wired. Ho comprato il primo numero e mi sono subito abbonato, grazie all’offerta di 2 anni per 19 euro.

Ero entusiasta dell’idea che una delle riviste-mito del del mio ambiente culturale arrivasse finalmente in Italia. Sono parecchi anni che non prendo più la Wired originale - che in fin dei conti non è più, comunque, la Wired originale - e può anche essere che i miei ricordi al riguardo siano un po’ abbelliti dal tempo. Ero un vero fan di Wired. Il mio entusiasmo si è tramutato in cocente delusione. Ecco perché.

Wired è stata la rivista dei geek agli albori dell’epoca di internet. Fondata nel 1993 da un giornalista di tecnologia, Louis Rossetto, e da Jane Metcalfe, anche lei esperta tecnologa e in seguito eletta nel comitato direttivo dell’Electric Frontier Foundation, sponsorizzata da Nicholas Negroponte, con il fondatore di WELL Kevin Kelly in redazione, Wired è un’esplosione di originalità, creatività, idee. Il progetto grafico ha un impatto impressionante sul mondo della grafica editoriale. Wired diventa in breve tempo una delle riviste più “in” di quegli anni.

In sostanza Wired compie un miracolo che sembrava impossibile: rende cool il geek. Improvvisamente tutte quelle cose da nerd, come computer, gadget tecnologici, fantascienza, la scienza stessa, diventano belle, fighe, alla moda, eleganti. Il geek che gira con in mano la rivista da geek per eccellenza, Wired, diventa l’uomo del momento.

Questo almeno è il mio modo di percepire Wired. Anni dopo la casa editrice venne smembrata: la rivista acquistata dalla Condé Nast, il sito HotWired acquistato da Lycos, se non ricordo male.

Ora nel 2009 arriva, apparentemente fuori tempo massimo, l’edizione italiana. Del progetto se ne parlava già da parecchi anni; l’uscita di riviste su target simili come Jack forse lo fece rimandare. Oggi che internet non è più un territorio nuovo e misterioso ma un mezzo diventato ormai trasparente rispetto ai suoi contenuti, oggi che la tecnologia per la gran parte della gente non ha più quel sapore magico che aveva qualche anno fa, oggi che i computer non sono più un oggetto che ogni anni fa passi da gigante ma solo uno scatolotto su cui spendere il meno possibile per poter scaricare la posta e consultare il web, oggi arriva Wired in Italia.

Ma è davvero così?

Fin dal primo numero ho avuto la sensazione che ci fosse qualcosa di sbagliato. Il primo numero aveva in copertina il logo del Vaticano che richiamava un articolo su un sistema di pannelli solari costuito appunto nel territorio dello stato della Chiesa.

Ma la sensazione di straniamento viene soprattutto leggendo le rubrichine, le didascalie, i box, ovvero tutti quei testi che non fanno parte degli articoli veri e propri e che a mio avviso mettono il luce la vera anima della rivista. Cose scritte sempre una sottile vena ironica che passa il messaggio, come fanno sempre anche i servizi scientifici del telegiornale, fateci caso, che sì, bella la scienza, bella la tecnologia, ma in fondo sono cretinate, il mondo vero è un altro. Non è un’ironia che ride con il lettore, è un’ironia che ride del lettore. O al più ride col lettore sbagliato.

Esempi? “Le missioni dell’Apollo hanno cambiato la nostra quotidianità. A cominciare dal bagno”. Buono per Chi, ma per Wired? “Il laptop lascialo a casa. Gli internet cafè ormai li trovi anche nel deserto”: un lettore di Wired usa il computer solo per guardare due minuti la posta? “Tired: Star Trek; Wired: Starman” Quello di David Bowie? E perché dovrebbe essere più Wired di Star Trek, che era uscito proprio quel mese al cinema facendo faville? “L’ebook? Bello, ma un libro è meglio” ma ho bisogno di comprare Wired per leggere sta roba?

Forse se invece di affidare la rivista a uno che prima dirigeva “Il Romanista” l’avessero affidata a qualcuno più in sintonia le cose sarebbero state diverse. Nel frattempo, mi chiedono di rinnovare l’abbonamento. Ho fatto un abbonamento a 24 numeri (costava poco) e me ne sono arrivati 3. Signor Condé, signor Nast, per il momento farò finta di non aver visto il vostro invito. Avete 21 numeri per cambiare decisamente registro, e magari anche direttore. Poi ci penserò, se darvi altri euro.

La lingua telefonica

Posted on Luglio 9th, 2008 in Whatever | 7 commenti »

C’è una lingua che assomiglia molto all’italiano. Ha quasi tutte le parole uguali. Eccetto alcune che sono diverse. È straordinaria. È la lingua delle pubblicità delle compagnie telefoniche.

Per esempio, nella lingua delle pubblicità delle compagnie telefoniche, puoi esprimere concetti come “gratuito al solo costo di 20 euro al mese”, o “tutto incluso (tasse e concessione governativa esclusa)” oppure “traffico illimitato fino a un massimo di 5 gigabyte”. Non è fantastico?

“Life is now”. Scappate finché siete in tempo.

Violenza giovanile? Colpa dei videogiochi!

Posted on Luglio 4th, 2008 in Whatever | 4 commenti »

E come no! Una volta era colpa del rock, poi dell’heavy metal, adesso dei videogiochi. L’ultimo a emettere questa sentenza di condanna è persino un rockettaro, Noel Gallagher degli Oasis. Lo riporta Corriere.it, fonte di cui in genere mi fido poco, per cui sono andato a cercare qualche fonte inglese. “People say it’s through violent video games and I guess that’s got something to do with it” ha detto Gallagher. “If kids are sitting up all night smoking super skunk and they become so desensitised to crime because they’re playing these video games, it’s really, really scary.”

Trovo che sia davvero triste che persino un musicista - forse chiamare rock quello che fanno gli Oasis è un po’ eccessivo - possa fare questo tipo di dichiarazioni.

Faccio una proposta. Oggi per qualunque cosa si fanno sondaggi e statistiche. Facciamo una bella statistica: vorrei sapere qual è la percentuale di ragazzi che giocano ai videogiochi che ha accoltellato qualcuno. Anzi, non mi basta. Facciamo un’altra statistica: vediamo tra i giovani delinquenti che hanno accoltellato qualcuno qual è la percentuale di quelli che giocano ai videogiochi.

La mia impressione è che nella gran parte dei casi se gli capita in mano una playstation se la vendono all’istante, per drogarsi o magari per mangiare.