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Sistemi operativi da fantascienza

Posted on Ottobre 4th, 2009 in Exposé, Fantascienza, Scacchi, Whatever | 3 commenti »

Sullo numero di MacWorld di ottobre, attualmente in edicola, è uscita una delle puntate più “fantascientifiche” della mia rubrica sulle anticipazioni di prodotti Apple, Exposé. Ve la propongo.

Come sarà Mac OS XI?

L’uscita del 10.6 ci fa pensare: come sarà il sistema operativo del futuro? Ecco qualche idea, con relativi pro e contro.

La rivoluzione portata dal 10.6 è stata la più inattesa. Per la prima volta da… be’, forse da sempre, esce un sistema operativo la cui novità non è fare qualcosa di più ma fare le stesse cose meglio. Codice ottimizzato e un’architettura che permetterà anche alle applicazioni future di funzionare in modo più veloce ed efficiente.
Questo può dare l’idea di quanto possa essere difficile fare previsioni su quello che porterà una nuova versione di Mac OS X. Ma visto che amiamo il pericolo, noi vogliano andare ancora oltre.

Siamo alla 10.6, il che significa che tra un paio d’anni arriverà la 10.7, tra altri due la 10.8 e poi la 10.9. Se tutto va bene, tra otto anni, nel 2017 o giù di lì (posto che il mondo non finisca come previsto dai Maya nel 2012) potranno accadere due cose: o Apple facendo finta di nulla se ne uscirà con un Mac OS X 10.10, o il mondo vedrà l’alba di Mac OS XI. Che a quel punto dovrà essere un prodotto nuovo, tanto rivoluzionario quanto il Mac OS X lo è stato rispetto al Mac OS oggi chiamato “Classic”.
Ma come potrebbe essere un sistema rivoluzionario? Facciamo due ipotesi.

Parlare al computer

Chi non ricorda quella famosa scena si Star Trek: Rotta verso la Terra in cui Scotty pretende di usare un vecchio Mac dandogli comandi a voce?

Perché in effetti nel ventitreesimo secolo coi computer si interagirà parlando.

Ora, qualcuno potrebbe chiedersi quanto possa essere comodo impaginare un depliant a voce (”il box mettilo un po’ più a destra… no, allargalo un pochino… un po’ meno…”). O che confusione debba esserci in un ufficio open space con cinquanta impiegati che lavorano parlando col proprio pc.

Fatto sta che Apple sta facendo progressi in questo campo. Già all’epoca del System 7 il sistema conteneva una tecnologia per pilotare il computer a voce, ma funzionava veramente maluccio: più che altro un gadget.
Oggi invece invece abbiamo visto apparire col nuovo iPod Shuffle e poi col l’iPhone 3GS interfacce che funzionano realmente.

Il punto è che un conto è dire al computer “computer, apri il documento expose.doc nella cartella Documenti”, e un conto è dirgli “computer, controllarmi se per caso abbiamo già parlato di interfacce vocali nelle precedenti puntate di Expose”. Insomma, non c’è grosso vantaggio nell’interfaccia vocale se l’utente deve conoscere un preciso codice di comandi.

Viceversa, un’interfaccia che capisca realmente il linguaggio naturale richiede una vera intelligenza artificiale. E quando comparirà sulla terra una vera intelligenza artificiale probabilmente prenderà il controllo del pianeta e manderà dei robottoni con gli occhi rossi vagamente somiglianti a Schwarzenegger a ucciderci tutti…

Far marameo allo schermo

Tre anni fa, quando partì questa rubrica, eravamo entusiasti delle interfacce multitouch, e ci eravamo convinti che questa fosse la strada dell’innovazione che Apple avrebbe dovuto seguire. Dopo molti mesi d’uso intenso dell’iPhone ci siamo parzialmente ricreduti. Sì, sull’iPhone va benissimo, ma su un computer sul quale eseguire compiti più velocemente, con più precisione e più frequentemente forse no. Semplicemente, le nostre dita sono troppo grosse. E unte: sporcano lo schermo. Per non parlare del fatto che Apple in questo campo sarebbe già indietro, visto che sono già in commercio pc della HP con schermo multitouch.

C’è però un’alternativa che potrebbe essere più interessante: il riconoscimento non del tocco ma del gesto. O delle gestures, per usare il termine inglese.

Gesti eseguiti con le mani, nell’aria, che il computer tramite webcam vede, riconosce e agisce in conseguenza. Un esempio di questo tipo di interfaccia si vede nel film Johnny Mnemonic. La tecnologia, più o meno, c’è già: e qualcosa di simile per esempio lo fa la stessa console Wee.

C’è ancora di meglio. Ci sono già tecnologie di origine militare che permettono al computer di capire dove punta il nostro sguardo. Potremmo, per esempio, sostituire il mouse: per cliccare su un’icona basta guardarla e fare l’occhiolino con l’occhio sinistro. Naturalmente, per far apparire il menu contestuale l’occhiolino andrà fatto con l’occhio destro.

Provare a immaginare cosa possa rendere rivoluzionario un sistema operativo nel 2017 è ovviamente soltanto un gioco. Impossibile prevedere le nuove invenzioni, le mode, le cose che accadranno da qui ad allora.

Anche se, a ben guardare, in questi ultimi otto anni l’informatica non è stata certo rivoluzionata; il mondo dei computer è certamente cambiato molto meno tra il 2001 e il 2009 di quanto non sia cambiato tra il 1993 e il 2001.

Probabilmente il Mac OS XI sarà uguale al Mac OS X, con magari qualche protezione in più, o la possibilità di acquistare software solo da un mega App Store della Apple. O magari la grande rivoluzione sarà che potrà girare anche su pc di altre marche…

No, questo mai.

Genealogia degli scacchi

Posted on Luglio 24th, 2008 in Scacchi | 8 commenti »

Visto che mi hanno dato del geek - è vero, ma sentiserlo dire fa un po’ impressione - per una volta voglio parlare di un altro argomento che mi interessa molto: gli scacchi.

Sono un appassionato di scacchi in modo abbastanza anomalo. Non amo particolarmente giocare a scacchi. Non ho molta pazienza, non ho una mentalità particolarmente analitica. Qualche tempo fa mi sono scaricato un programmino per giocare a scacchi sul Treo (lo smartphone). Avessi almeno pattato una volta. Ha vinto sempre lui.

In compenso, sono curiosamente affascinato dalla storia degli scacchi; o, per l’esattezza, dalla famiglia di giochi di origine orientale di cui gli scacchi sono l’ultimo e più famoso discendente.

È ipotesi abbastanza condivisa che l’origine degli scacchi sia l’India, dove, in un momnto imprecisato del primo millennio avanti Cristo, nasce il gioco chiamato Chaturanga, ovvero “il gioco delle quattro armate” (in chatur si riconosce facilmente la radice di quattuor, quattro). Esistono due versioni del gioco: per due e per quattro giocatori. La versione per quattro giocatori dovrebbe chiamarsi Chaturaji (chatur = quattro, raji plurale di raja, reges, re — affascinante la vicinanza tra sanscrito e le lingue classiche). Su alcune fonti i due nomi si trovano anche invertiti.

È possibile che la versione a quattro giocatori sia la più antica: spiegherebbe il motivo per cui i pezzi degli scacchi vanno a coppie: due torri, due cavalli, due alfieri. Nella versione a quattro giocatori, ogni giocatore ha otto pezzi (un re, cavallo, alfiere e torre e quattro pedoni); giocando in due, ogni giocatore prendeva due set di pezzi.

La scacchiera del Chaturanga è la stessa degli scacchi moderni, otto per otto caselle, senza però l’alternanza di celle bianche e nere (probabilmente originata dall’uso della scacchiera con un altro gioco diffuso in Europa, la dama).

Vi siete mai chiesti come mai la torre negli scacchi si muova? Una torre dovrebbe stare ferma. Il motivo lo si scopre proprio conoscendo i nomi originali degli scacchi indiani, che erano simili, ma non uguali ai nostri.

La torre nel Chaturanga è il Carro. Per questo si muove velocemente e solo in orizzontale o in verticale: perché ha le ruote e deve andare dritta. Il pezzo della torre in sanscrito si chiama Gaja, ma i persiani, attraverso i quali gli scacchi arrivarono in Europa, lo chiamarono col termine che in antico persiano significava carro, cioè Rukh. Arrivato in Italia, Rukh si assimilò col latino Rocca, e il pezzo divenne quello che oggi chiamiamo Torre.

Negli scacchi l’alfiere spazza l’intera scacchiera in diagonale, ma nel Chaturanga si muove solo di due caselle alla volta. È un pezzo molto lento: infatti in Chaturanga si chiama Ratha, che significa Elefante. In persiano elefante il termine per elefante è Alfil, dal quale è nato il nome dell’Alfiere. La parola elefante, iniziando per “el”, ha l’aspetto di una parola araba, ma è di origine molto più antica. Secondo una teoria, viene dall’antico fenicio “Aleph-hind”, che significa “bue dell’India”.

La regina, dotata com’è di “superpoteri”, è un pezzo che esiste solo negli scacchi occidentali. Nel Chaturanga, e in tutti gli altri scacchi orientali (di cui magari parliamo in un altro post), vicino al Re si trova il “Consigliere”, il Mantri, che muove solo di una casella per vola e che ha il compito di difendere il re.

Nel Chaturaji al posto della torre o dell’alfiere ci sarebbe la Nave, che muove di due caselle o di quante caselle vuole, in diagonale. Le regole non sono chiarissime, ci sono varie versioni. Ricordiamo che tanto il Chaturanga quanto il Chaturaji non sono più giocati, e le regole sono il frutto delle supposizioni degli studiosi, anche se il gran numero di giochi orientali (e tutt’ora in voga) derivati dal Chaturanga aiuta molto.

Per il momento mi fermo: se c’è interesse, continuerò questi articoli parlando dei vari giochi orientali, degli scacchi persiani, degli scacchi circolari bizantini, e del progenitore dei giochi di strategia, che è stato giocato per cinquemila anni per poi scomparire dalla faccia della terra, il gioco dei Ladruncoli.