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MacWorld Italia, in edicola numero 200

Posted on Gennaio 8th, 2010 in Exposé, Pubblicazioni | niente commenti »

È nelle edicole da qualche giorno un numero molto speciale di MacWorld Italia: il numero 200.

Ho seguito questa rivista da quando è nata (anzi da prima, con la versione americana e quella inglese su cui scriveva anche Douglas Adams) e mi ha sempre fatto piacere acquistarla, insieme alla sua più anziana concorrente Applicando. Una delle caratteristiche di MacWorld che ho apprezzato fin dall’inizio sono stati i suoi articoli di opinione; essendo un utente piuttosto esperto gli articoli tecnici, i tips and tricks, eccetera mi hanno sempre detto poco di nuovo. Ma le opinioni, specie se argute e ben scritte come quelle del compianto Anthony Stanley o quelle di Mister Akko, e in tempi più recenti dell’amico Bragagnolo e dell’ex direttore Enrico Lotti, per me hanno sempre dato anche da sole ampiamente senso al prezzo di copertina.

Ricondo con piacere anche i raccontini di Venerandi, e quelli di vari autori che la rivista cominciò a pubblicare sotto la direzione di Franco Forte. È in quel periodo che è iniziata la mia collaborazione con la rubrica Exposé, dedicata alle anticipazioni, alle voci e in generale a una visione del futuro del mondo Apple.

Il numero 200 in edicola vale senz’altro la pena acquistarlo, anche perché è ricco di articoli retrospettivi molto interessanti. Peccato solo, scusate ma devo dirlo, per la copertina “iPhonizzata” a mio avviso orrenda. Ma poi perché usare l’iPhone per una rivista che si è occupata per il 90% della sua storia di Mac?

Qui sotto vi propongo la mia column uscita su questo numero. Ma il numero compratelo lo stesso.

400

Per festeggiare il numero tondo, Exposé vi propone una puntata retrospettiva tornando indietro nel tempo all’ormai lontano 2010, quando la nostra rivista compiva 200 numeri.

La prima cosa che oggi ci sorprende, ripensando, perché no, anche con un po’ di nostalgia a quel lontano gennaio 2010 quando usciva il numero 200 di Macworld Italia, è che all’epoca la rivista veniva stampata su carta. Pensate solo al lavoro necessario per produrre tutte le copie, movimentarle, distribuirle in tutte le edicole sparse nel paese, una per una. E a quanto spazio dovevano occupare le (pur minime, sul totale) rimanenze invendute. Avete idea di quanto pesassero solo, diciamo, 100 copie di una rivista prodotta in quel modo?

Certo, oggi è tutta un’altra cosa. Quando Francesco decide che il numero è pronto fa click su “pubblica” e un semplice file diventa disponibile su migliaia e migliaia di lettori portatili. Di tutte le marche, ma ovviamente soprattutto sugli Apple Slate, i nostri lettori di ebook e riviste elettroniche preferiti. Oggi tutti hanno a disposizione migliaia di libri a costi irrisori sui loro lettori portatili, quasi non sappiamo più cosa sia la carta, e non sapremmo neppure che odore avesse, se non fosse per quella casa di profumi che ne commercializza a caro prezzo bottiglini di pura fragranza, a beneficio dei nostalgici dei libri vecchia maniera.

Primi indizi di tablet

Pensare che proprio lo Slate era uno degli argomenti più trattati, all’epoca, da questa rubrica. La prima versione era una tavoletta con schermo a colori con illuminazione led, e no, non era arrotolabile come quello attuale.

Exposé aveva cominciato a parlarne fin dall’autunno del 2008, quando era venuto alla luce un brevetto Apple riguardante un ipotetico dispositivo tablet. Da lì in poi non c’era stato numero di Macworld che non saltasse fuori qualcosa di nuovo. E fu proprio poco tempo dopo l’uscita del numero 200 della rivista che Steve Jobs annunciò il prossimo arrivo di quello che sarebbe diventato uno dei prodotti di maggior successo della Mela.

Ma già prima di uscire era certamente uno dei progetti che suscitava più curiosità. L’unico caso analogo era stato quello dell’iPhone, di cui Exposé aveva parlato per tutte le sue primissime puntate, dal gennaio 2007 in poi. Certo, oggi i telefoni come tali non si usano più, ed è stato certamente a causa dell’iPhone e degli altri smartphone se la gente ha finito col concepire la comunicazione come qualcosa di più vario e complesso rispetto alla semplice comunicazione verbale. Noi oggi se vogliamo parlare a voce con qualcuno srotoliamo il nostro pad, tappiamo sull’icona di Skype e parliamo. È solo uno dei mille modi per usare la rete, e per fortuna da tempo quelle che una volta si chiamavano compagnie telefoniche hanno capito che il loro ruolo è fornire la banda di comunicazione, non contare i minuti che i loro clienti passano a parlare con altre persone.

Auto e informatica

Riguardando le vecchie puntate di Exposé ne trovo una, uscita nell’ottobre 2007, in cui si parlava di una possibile interfaccia progettata da Apple per le automobili. Non si seppe mai in cosa consistesse veramente. Del progetto, ancora in fase embrionale, non si sentì più parlare.

Eppure, pensate a come avrebbe potuto essere il mondo oggi se Apple fosse andata avanti. Purtroppo, dopo ciò che accadde nel 2017 con le auto che usavano sistemi operativi Microsoft, l’applicazione dell’informatica sui veicoli subì una forte battuta d’arresto, e in definitiva causò la morte stessa dell’automobile. Per fortuna, le nostre metropolitane a levitazione sono guidate da sistemi basati su Linux. Non saranno Mac, ma almeno sappiamo di viaggiare sicuri.

Altri duecento fa

Altri duecento numeri prima, quando nasceva Macworld Italia nel 1991, la Apple era una società in crisi, senza idee e senza un vero leader. Un’eventuale Exposé all’epoca si sarebbe dovuta accontentare delle voci riguardanti l’uscita di un nuovo cassone grigino invece che beige. In realtà non mancavano le idee: per esempio nel 1992 Apple creava OpenDoc, una tecnologia rivoluzionaria che svincolava il documento delle applicazioni. Sfumò tutto nel nulla, come sfumò nel nulla il fantasmagorico sistema operativo Copland che avrebbe dovuto prendere il posto del System 7. Mancava, forse, la grinta o la leadership capace di trasformare le idee in realtà. Ma fu un bene, in un certo senso, perché il fallimento di Copland costrinse Apple a comprare un sistema operativo da terze parti, così acquisto Next, e tornò Steve Jobs.

Tutto cambiò con l’arrivo di Steve, per fortuna. Certo, Apple ebbe un momento difficile nel 2022 quando Jobs sparì dalla circolazione per alcuni mesi. Stava male da tempo, e si temeva il peggio. Ne abbiamo parlato anche nella nostra rubrica, dando come sempre voce anche ai rumors più strampalati. Qualcuno disse persino che era stato rapito dagli alieni. Come se quei simpatici esseri potessero fare azioni così sgarbate.

Poi, quando all’inizio del 2023 la rediviva MacWorld Expo Online venne aperta dal keynote del nuovo iJobs, il costrutto basato sull’upload della personalità di Steve caricata in una rete di MacPro a Cupertino, le azioni schizzarono di nuovo alle stelle e tutti fummo certi, in quel momento, che la stella della Apple non sarebbe più tramontata.


Silvio Sosio cura la rivista Exposé da 239 numeri, e ciononostante riesce sempre a trovare qualcosa di nuovo da dire: tutto merito dell’upgrade cerebrale che ha installato l’anno scorso. Lo consiglia a tutti.

Backsposé 1 / Verrà l’iPhone

Posted on Settembre 15th, 2009 in Exposé, Pubblicazioni | niente commenti »

Oggi l’articolo recuperato dal passato è la prima puntata della mia rubrica Exposé, uscito sul numero di novembre 2006 di MacWorld Italia. Exposé è una rubrica di rumors e anticipazioni sui prodotti Apple in arrivo. In questa puntata pronosticavo l’arrivo dell’iPhone, che uscì effettivamente nel luglio 2007. Quasi tutto giusto, solo un dettaglio sbagliato: quello più caro sarebbe stato quello bianco.

iPhone, and you?

Rumors! Che non sono suoni molesti, come talvolta crede qualche traduttore poco avvezzo, ma indiscrezioni, voci, chiacchiere da corridoio. Il mondo Apple è sempre stato chiassoso in questo senso, e lo è ancora di più da quando Steve Jobs, tornato al timone dell’azienda da lui fondata, ha imposto il segreto sui prodotti non ancora posti sul mercato. Una cortina impenetrabile o quasi, mantenuta con disciplina spietata che è già costata il posto e cause per danni a diversi impiegati dalla bocca troppo larga, lucrosi contratti a fornitori troppo entusiasti e persino denunce, poi rientrate, a giornalisti troppo solerti.

Il devoto applista ufficialmente condanna le indiscrezioni. Generano aspettative che spesso non possono essere soddisfatte, danneggiano le vendite dei prodotti in commercio convincendo le persone ad attendere la prossima-versione-più-potente che poi magari non arriva, e aiutano i concorrenti a stare al passo copiando le innovazioni prima ancora che arrivino sugli scaffali dei negozi.

Ma sappiamo benissimo tutti che il devoto applista - categoria alla quale ovviamente apparteniamo - cerca e si beve con gusto tutte queste fantastiche anticipazioni. Anche sapendo bene che molte di queste sono in realtà più la formulazione di desideri che reali fughe di notizie. Questo è il nostro spirito: in questa rubrica di volta in volta andremo alla scoperta di novità future della Apple, ma facciamo un patto: vi diremo tutto quello che sappiamo, che abbiamo scovato in rete o altrove, ma voi tenete sempre presente che questa non è la realtà. Potrebbe diventarlo come potrebbe non avvicinarvisi neppure. Come il gatto di Schrödinger, che sia vivo o che sia morto dipende dal momento in cui Steve Jobs salirà su un palco e dirà la formula magica che fa collassare gli infiniti universi ipotetici in un’unica realtà: One more thing

Non potevamo non dedicare la prima puntata di questa rubrica alla grande chimera che da diversi mesi è la protagonista di tutti i rumors che riguardano Apple. Da quando ha cominciato a girare ci sono già stati almeno tre o quattro keynote ai quali avrebbe dovuto essere annunciata, ma finora non è avvenuto: ora si parla di marzo 2007. Parliamo naturalmente dell’iPhone, ovvero del’entrata di Apple nel ricchissimo ma spietato mercato dei telefoni cellulari.

La prima esperienza di Apple nel campo della telefonia è stata il ROKR, il telefonino con iTunes incorporato realizzato da Motorola. E’ stato un mezzo disastro, per vari motivi; non ultimo certamente il fatto che Apple è sembrata tirarsi indietro dal progetto, probabilmente anche a causa dei cattivi rapporti con Motorola che sarebbe stata di lì a poco abbandonata anche come fornitore di processori.

Da quel momento però si è capito che anche se Apple non aveva creduto al telefonino di Motorola non significava che avesse abbandonato l’idea di produrre un telefonino. Anzi.

Forse negli Stati Uniti, dove i telefonini e gli smartphone non sono così diffusi come in Europa, è un po’ meno evidente che da noi il fatto che questo oggetto sta diventando il centro mobile della digital life, così come il computer ne è il centro domestico. E se l’iPod ha avuto un enorme successo anche grazie alla sua specializzazione, un oggetto che fa una cosa sola ma la molto bene, è stato evidente fin da subito che questa situazione non poteva durare. Un iPod è infinitamente migliore di un telefonino per ascoltare musica: può contare su più memoria per archiviare le canzoni, è più facile da utilizzare, ha una qualità audio migliore. Tutti vantaggi però che l’avanzare della tecnologia nel ricco settore dei telefoni cellulari restringe sempre di più. La paura è che il telefonino possa fare all’iPod quello che ha fatto ai palmari: soppiantarli.

Dopo le considerazioni, veniamo ai fatti.

All’inizio del 2006 viene pubblicata su alcuni siti di settore un brevetto Apple registrato alla fine del 2004 per un sistema che consente a apparecchio wireless portatile di scegliere e acquistare prodotti digitali su un “online media store”. Il brevetto cita come esempi canzoni, suonerie, libri elettronici. Negli stessi giorni compare un altro brevetto Apple per un’interfaccia completamente audio, che consenta di navigare in un riproduttore musica tramite comandi vocali. Un’idea poi abbandonata per l’iPod Shuffle, che non ha lo schermo? Un momento, ma lo Shuffle non ha un microfono. Che tipo di oggetto potrebbe avere un microfono? Un telefono?

In maggio alcuni giornali economici giapponesi pubblicano la notizia che Softbank (la proprietaria della Vodafone giapponese) sta sviluppando un telefono cellulare insieme con Apple. Softbank smentisce.

In luglio, alla presentazione dei dati fiscali, un giornalista chiede al direttore finanziario di Apple Peter Oppenheimer cosa ne pensa del successo della linea di telefoni-player Mp3 della Sony Ericcson che riprende il glorioso nome Walkman, e Oppenheimer risponde che Apple non se ne sta certo seduta a guardare senza far nulla.

Nel software di aggiornamento dell’iPod uscito sempre in luglio vengono trovati strane parole chiave come t_feature_app_PHONE_APP, kPhoneSignalStrength, clPhoneCallModel, clPhoneCallHistoryModel, prPhoneSettingsMenu.

All’inizio di agosto, pochi giorni prima della WWDC (dove secondo qualcuno avrebbe dovuto essere annunciato l’iPhone) salta fuori foto e pubblicità dell’iChat Mobile. “Tutto ciò che ti aspetti da un Mac, su un telefono”. E’ chiaramente finta, ma realizzata con stile. Poco dopo compare su YouTube anche un filmato dimostrativo, nel quale si possono apprezzare le dimensioni non indifferenti dell’iChat Mobile.

Qualche giorno dopo arriva anche l’iCall, una versione “slide” dotata persino di tastiera alfanumerica.

In settembre si ricomincia a parlare di iPhone: secondo l’analista Shaw Wu Apple sarebbe ormai pronta al lancio.

Ciò che blocca ancora il progetto, a questo punto, non sarebbe più lo sviluppo tecnico, ma il lancio da parte dell’operatore di telefonia mobile americano Cingular della rete HSPDA. Questo standard, High-Speed Downlink Packet Access (accesso a pacchetti ad alta velocità) è una versione avanzata dell’UMTS e sta diventando disponibile in molti paesi europei (in Italia è già attiva da alcuni mesi su tutti e quattro gli operatori), è probabilmente richiesto per interfacciare il telefonino con l’iTunes Store. Se ricordiamo, più volte Jobs ha dichiarato che uno dei motivi per cui un iPod telefonino non aveva senso era l’impossibilità di scaricare musica a causa della lentezza della rete telefonica. Lentezza che l’UMTS (che però in USA è praticamente assente) e l’HSPDA rendono un ricordo del passato.

Sempre all’inizio di settembre salta fuori un’altro brevetto Apple, per un apparecchio con antenna e interfaccia completamente virtuale. L’idea sembrerebbe quella di un oggetto con un grosso schermo sul quale compaiono pulsanti e indicatori relativi alle funzioni di un dispositivo - ad esempio un lettore Mp3 tipo iPod - ma facendo scorrere si passa all’interfaccia di un telefonino o di un palmare o di una console portatile di videogiochi. Non sembra una cosa così originale rispetto a un normale palmare. La rivelazione è comunque sufficiente e far annunciare a gran voce l’arrivo dell’atteso iPod Video a pieno schermo all’evento previsto per il 12 settembre. Che però il 12 settembre non viene affatto annunciato.

Nel frattempo però accade qualcosa anche nel mondo reale. Microsoft presenta il suo iPod killer, lo Zune. Non è ancora sul mercato e non si sa ancora bene cosa farà, ma si sa che permetterà di comunicare con altri Zune e di scambiarsi canzoni.

Che Zune sia o meno un pericolo per iPod lo deciderà il mercato quando il prodotto di Redmond arriverà sugli scaffali, ma certo non può essere sottovalutato: iPod prima o poi dovrà fare un salto in avanti.

L’ultima puntata - per il momento - dice che certamente l’iPhone sarà annunciato al MacWorld di San Francisco, l’8 gennaio (segnatevelo sul calendario). Avrà una macchina fotografica da 3 megapixel, uno schermo da 2,2 pollici, il software iTunes ovviamente senza il limite delle cento canzoni che aveva il ROKR, e sarà disponibile in tre modelli. Il rumor non lo dice, ma ci sentiamo di aggiungere che il modello più caro sarà sicuramente nero.

La fanzine dal ciclostile a internet

Posted on Settembre 14th, 2009 in Fantascienza, Pubblicazioni, Whatever | 7 commenti »

Per ravvivare un po’ questo blog e anche per non far scomparire per sempre lavori che magari non lo meritano del tutto, ho deciso di cominciare a riproporre qui un po’ di miei articoli usciti qua e là. Comincio con questo Antiche e nuove mappe dell’inferno: dal ciclostile a internet, conferenza tenuta a Science+Fiction, a Trieste, se non sbaglio nel novembre 2001.

Antiche e nuove mappe dell’inferno: dal ciclostile a internet

Di Silvio Sosio

Un\'antica macchina da ciclostileCome è facile immaginare, il problema più gravoso per i gruppi di appassionati che progettano di pubblicare una rivista amatoriale è sempre stato quello dei costi di stampa. In questo intervento farò un rapido riassunto della storia dell’editoria amatoriale dal punto di vista tecnico, soffermandomi in particolare sull’era di internet che, in un certo senso, ha definitivamente risolto il problema, ma forse ha anche ucciso definitivamente la fanzine come oggi la conosciamo.

Il problema della tiratura

La storia delle tecniche di composizione e stampa è davvero affascinante: dai caratteri mobili alla linotype di inizio secolo – che allineava i piombini dei vari caratteri fondendoli poi insieme riga per riga; alla fotocomposizione, con i caratteri disegnati in maschere ottiche su un disco attraverso il quale passava un raggio di luce che impressionava una pellicola; fino al recente desktop publishing e al direct-to-plate, completamente governati dal computer. Mentre dalle rotative si passava all’offset e al roto-offset.

Una caratteristica ha accomunato tutte le tecniche di stampa che ho elencato: quella di essere progettate per grandi tirature. Costi di partenza abbastanza alti, che venivano ammortizzati solo su elevati numeri di copie.

L’editoria amatoriale, che per sua stessa natura ha sempre dovuto lavorare su un pubblico molto ristretto, ha avuto accesso molto di rado alle tecniche di stampa utilizzate dalla stampa professionale, che avrebbero richiesto grandi investimenti iniziali e avrebbero imposto un costo per copia decisamente troppo elevato. Ha quindi dovuto fare riferimento a tecniche alternative e a basso costo.

Il ciclostile

Negli anni sessanta e settanta il fandom forse non sarebbe esistito senza il macchinario inventato nel 1881 da un ex agente di cambio ungherese emigrato negli Stati Uniti, David Gestetner: il ciclostile. Usando uno speciale foglio di carta cerata, sul quale si scrive utilizzando una speciale penna oppure la stessa macchina per scrivere, viene prodotta una matrice usata poi per la produzione a bassissimo costo di piccole tirature. La qualità di questo tipo di stampa era molto modesta, ma per riviste che pubblicavano articoli o racconti, quindi sostanzialmente testo, più della qualità era importante la leggibilità. Quasi tutte le fanzine italiane fino ai primi anni ottanta erano stampate in ciclostile (The Time Machine, Vox Futura fino al 1981; Intercom addirittura fino al 1987). Se era molto semplice produrre le matrici, era semplice anche stampare: all’epoca erano molto diffuse piccole tipografie attrezzate con questa macchina, il cui prezzo fra l’altro era abbastanza contenuto tanto che spesso conveniva addirittura acquistarla e stampare la fanzine in proprio.

Se il testo delle fanzine ciclostilate era leggibile, decisamente più problemi dava tutto il resto della grafica. I disegni erano improponibili, a meno che l’illustratore stesso non si rassegnasse a disegnare incidendo lui stesso la matrice di cera.

I titoli venivano normalmente composti usando il normografo. Quasi tutte le fanzine stampate in ciclostile concentravano i loro sforzi economici nella stampa in offset della copertina.

Va anche notato che il ciclostile era allora usato soprattutto per la propaganda – o se vogliamo la contropropaganda politica – il che dava in qualche misura alle fanzine un lieve sapore sovversivo. Forse anche per questo motivo una delle riviste di più chiara ispirazione di sinistra, Intercom, scelse la soluzione più elegante alle carenze grafiche del ciclostile, evitando le tristi soluzioni grafiche del normografo e dei disegni ricalcati ma sfruttando invece al meglio proprio la macchina per scrivere, e giocando col testo in un modo che ricordava l’ASCII Art, l’arte di disegnare sui terminali a caratteri che si stava già sviluppando in quegli anni sulle prime bbs.

La xerografia

All’inizio degli anni ottanta comincia a raggiungere costi accettabili un’altra tecnica, che soppianterà definitivamente il ciclostile in pochi anni: la fotocopia.

Lavorando nel retrobottega di un salone di bellezza, un inventore americano, Chester Carlson, nel 1938 aveva ideato un dispositivo che permetteva di riprodurre scritti e disegni: la fotocopia.

Carlson aveva ideato questa tecnica per far fronte a un suo handicap fisico: era impiegato all’ufficio brevetti e il suo compito consisteva nel riprodurre a mano i fogli con i disegni dei brevetti, per farne copie da archiviare. Ma era fortemente miope e sofferente di artrite alle mani, tanto che il lavoro diventò per lui una vera e propria tortura. Cominciò a pensare, così, a un sistema automatico per ottenere le copie dei documenti. Si licenziò dall’impiego e iniziò a lavorare nella cucina di casa, finché la moglie, seccata, non lo cacciò via. Si trasferì, quindi, nel retrobottega di un salone di bellezza di proprietà della suocera, ad Astoria, un sobborgo di New York. E cominciò a fare esperimenti con lo zolfo, una sostanza isolante che diventa conduttrice se esposta alla luce.

Il 22 ottobre del 1923 rivestì di zolfo una lastra di zinco e vi poggiò sopra un foglio di carta con la scritta “Astoria - 22-10-38″. Sottopose il tutto alla luce per qualche secondo, poi ricoprì la lastra con polvere fine e notò che questa si depositava, per attrazione elettrostatica, soltanto nei punti illuminati ottenendo quindi una immagine in negativo dello scritto. Poi fece aderire un foglio di carta cerata alla lastra e lo riscaldò: col successivo raffreddamento, la cera si solidificò solo nei punti in cui aderiva alla polvere. Bastò pelare via il foglio di cera per avere sulla carta l’esatta fotocopia dello scritto originale.

Carlson continuò a perfezionare il suo apparecchio e vendette il brevetto a una piccola società americana, la Haloid, che il 22 ottobre 1948, a dieci anni esatti dalla prima fotocopia, realizzò la prima “vera” fotocopiatrice.

La Haloid cambiò nome in Xerox (dalla parola greca che significa secco, poiché non si usano liquidi nel processo), diventando una delle maggiori compagnie statunitensi nel campo del trattamento dei documenti. En passant, fu nei laboratori della Xerox a Palo Alto che furono sviluppati i primi prototipi di quella interfaccia grafica che sarebbe stata alla base di un’altra rivoluzione, il Desktop Publishing.

La fotocopia permetteva un considerevole miglioramento nella preparazione delle riviste amatoriali. Non era più necessario lavorare su una matrice di cera. Si poteva lavorare su un normale foglio di carta, scrivere il testo con la macchina per scrivere e inserire disegni o fotografie ritagliate, creare titoli usando i caratteri trasferibili: piena libertà grafica, insomma. Usando macchine per scrivere elettriche a sfera era anche possibile utilizzare più fonti diverse di caratteri: corsivo, grassetto.

All’inizio degli anni ottanta cominciarono a essere pubblicate le prime fanzine fotocopiate (L’Altro Spazio, The Dark Side, City). Questo cambiamento di tecnologia comportò anche un cambiamento nei formati: dal B4 o B5 diffuso all’epoca del ciclostile si passò a quello che oggi è il formato standard per eccellenza, l’A4, o in alcuni casi all’A4 piegato in due (A5).

L’avvento della fotocopia consentì il pieno sviluppo di un nuovo genere di fan: oltre allo scrittore e al critico poteva finalmente esprimersi anche il disegnatore.

L’offset

Se la fotocopia è la soluzione più economica per le riviste che tiravano fino alle due o trecento copie, oltre cominciava già a diventare interessante la soluzione dell’offset.

All’inizio del secolo gli inventori americani, Ira Rubel e i fratelli Charles e Albert Harris, contemporaneamente e indipendentemente, svilupparono i primi prototipi di macchine da stampa basate sul concetto oggi chiamato offset.

La stampa offset richiede la preparazione, tramite un procedimento chimico simile a quello dello sviluppo delle fotografiche, di speciali matrici chiamate lastre. Le lastre vengono sviluppate a partire dalle pellicole, che possono essere realizzate in vari modi (fotografici o digitali). Oggi esistono tecnologie in grado di preparare le lastre da input digitale senza utilizzare le pellicole (direct-to-plate). Le lastre con un processo chimico raccolgono acqua nei punti in cui sono negative, mentre le parti dove sono positive vengono cosparse di inchiostro. La lastra poi trasferisce l’inchiostro su una matrice che a sua volta inchiostra la carta. La lastra non tocca mai direttamente la carta, e per questo motivo la tecnica viene chiamata offset.

Le lastre possono essere di alluminio – usato normalmente nella stampa a larga tiratura – o di carta, con minore qualità ma anche costi molto inferiori.

Questo tipo di stampa offset arrivò alla portata delle riviste amatoriali durante gli anni ottanta, e fu usato da alcune delle testate più importanti (The Time Machine, La Spada Spezzata). Altre fanzine, già arrivate a livelli semiprofessionali – più per la disponibilità economica dei loro editori che per una vera larga diffusione – come Dimensione Cosmica o Sf..ere, usavano già l’offset e tutta la catena produttiva della stampa professionale, uscendone come prodotti, almeno dal punto di vista della stampa indistinguibili da quelli dell’editoria da edicola.

Il desktop publishing

Dopo la rivoluzione della stampa, alla metà degli anni Ottanta venne rivoluzionato anche il metodo di composizione.

Se fin dall’epoca del ciclostile il testo era stato composto utilizzando normali macchine per scrivere – dalle classiche Lexicon o Lettera Olivetti alle più evolute Praxis elettroniche – magari affiancate da caratteri trasferibili per i titoli, dal 1985 comincia a essere utilizzato il computer. Con l’Apple Macintosh, i primi software di impaginazione come Aldus PageMaker e le prime stampanti laser come la Apple LaserWriter, per le fanzine inizia ancora prima che per l’editoria professionale la rivoluzione del desktop publishing.

E’ John Warnock che sviluppa, nei primi anni ottanta, un linguaggio di descrizione della pagina con alcune caratteristiche importanti, in particolare quella di non essere legato a una particolare stampante ma di poter essere utilizzato per pilotare diversi tipi di macchine, dalle stampanti laser alle fotounità. Warnock fonda, in società con la Apple Computer, la Adobe Systems e, cede il licenza l’uso del linguaggio PostScript per le prime stampanti laser immesse sul mercato, le Apple LaserWriter.

Utilizzando Aldus PageMaker su Apple Macintosh nel 1985 è già possibile costruire la pagina interamente a computer e stamparla sulla LaserWriter, in bianco e nero e con la risoluzione di 300 punti per pollice. La tecnologia è ancora agli inizi ma il risultato, per l’epoca, è di qualità eccezionale, e lo strumento è già validissimo per le pubblicazioni amatoriali (la prima fanzine italiana composta in desktop publishing è il numero 16 di La Spada Spezzata), mentre lo diventerà di lì a poco anche per quelle professionali (FMR, Applicando fra le prime riviste composte in dtp). Oggi sono rimaste solo alcune edizioni d’arte particolari a non utilizzare la composizione a computer.

Proprio il numero di fonti disponibili caratterizza i primi anni del desktop publishing “amatoriale”. Nei primi tempi le riviste composte a computer sono facilmente riconoscibili proprio per il fatto di utilizzare solo le font Times ed Helvetica. Curiosamente una situazione analoga si verifica oggi nell’editoria online, dove possono essere utilizzate solo alcune fonti (Times, Verdana, Helvetica).

In breve però il numero di fonti Postscript si moltiplica e si verifica l’effetto opposto: ormai priva di limiti la fantasia grafica del fanzinaro si scatena, ma non sempre accompagnata dal buon gusto. In generale però si assiste a un notevole incremento della qualità grafica delle riviste amatoriali. Fra le fanzine che hanno raggiunto i migliori risultati dal punto di vista grafico va ricordata la siciliana Terminus.

Con l’avvicinarsi della fine degli anni ottanta, intanto, il fandom sta cambiando, e il fenomeno delle fanzine ha un momento di forte contrazione. Mentre continua fra alterne vicende la pubblicazione di Intercom, l’unica fanzine che riesce a creare attorno a sé una comunità e a mantenere una vera continuità è Yorick, stampata addirittura a caratteri mobili. Nell’ultimo decennio del secolo nascono e muoiono alcune fanzine di fantascienza, ma senza mai riuscire a emergere e a ricostruire quella rete di rapporti che costituiva il fandom vitale degli anni ottanta. E mentre il fandom tradizionale agonizza, arriva il momento del fandom delle serie televisive. Inside Star Trek, la rivista dello Star Trek Italian Club, viene realizzata in desktop publishing fin dai primi numeri e stampa migliaia di copie. Altri club avranno le loro pubblicazioni (Alliance e Cloud City dedicati a Guerre Stellari, ISO Shado dedicato a UFO e Spazio 1999, altri minori). Ma proprio questo tipo di fandom saprà sfruttare al meglio il nuovo mezzo che si sta affermando: dalla carta si passa alla rete.

Prime esperienze elettroniche

Prima che internet facesse dell’editoria elettronica un fenomeno di massa, non sono mancati tentativi di sfruttare in qualche modo gli strumenti a disposizione per creare le prime fanzine elettroniche.

Nei primi anni ottanta a Firenze Tommaso Tozzi realizza una fanzine su segreteria telefonica: per ascoltarla era sufficiente comporre il numero telefonico e ascoltare. Luigi Pachì realizza a Milano il prototipo Blade Run, fanzine su cassetta per ZX Spectrum, uno dei primissimi home computer. Diffusione molto ristretta: un paio di copie. Franco Forte nei primi anni novanta diffonde la prima faxzine: Shining, inviata via fax. Ne esce una ventina di numeri, poi la rivista cambia formula a causa dell’eccessivo successo.

Nella seconda metà degli anni ottanta i personal computer cominciano ad essere diffusi, e cominciano a diffondersi anche i modem, per far comunicare i computer attraverso la linea telefonica. E’ il momento della grande diffusione dei bbs, piccoli servizi online ai quali gli utenti si collegano via modem e trovano file da scaricare e forum nei quali discutere fra loro. In molti bbs la partecipazione ai forum è limitata ai pochi utenti del bbs, ma in molti casi i bbs aderiscono a circuiti nazionali o internazionali – il più grande è FidoNet – dando vita a conferenze alle quali partecipano appassionati da tutta Italia. In quest’epoca, fra i partecipanti più attivi della conferenza “sf.ita” di FidoNet dedicata alla fantascienza era facile trovare i nomi di Vittorio Curtoni e di Valerio Evangelisti.

Anche se rari non mancavano i casi di riviste distribuite via bbs. Fra queste la più nota era certamente Il corriere telematico, che si occupava delle problematiche dei bbs e della rete Fido. Alla fine del 1994 fece la sua comparsa anche una rivista di fantascienza: Delos Cyberzine. Ma eravamo ormai agli sgoccioli dell’era dei bbs, che stavano per essere soppiantati dalla rete delle reti.

L’avvento di internet

La storia di internet è abbastanza nota: nasce all’inizio degli anni settanta come progetto comune fra università e ente della difesa americano con lo scopo di creare una rete di risorse informatiche non centralizzata e quindi in grado di funzionare anche se danneggiata – per esempio in un attacco nucleare – in alcune sue parti.

Alcuni meno addentro forse si stupiranno nello scoprire che internet esiste già da trent’anni. E’ vero che per due decenni è rimasta uno strumento a uso e consumo degli istituti universitari, e solo all’inizio degli anni novanta, quando Tim Berners-Lee pubblicò il suo progetto di world wide web, una rete ipertestuale che consentisse l’accesso all’informazione tramite link contestuali, cominciò a diventare uno strumento di comunicazione di massa.

In questo sviluppo altrettanto importante è stato l’apporto di Marc Andreesen, sviluppatore del primo browser grafico, Mosaic, sulle cui basi sono stati sviluppati sia Microsoft Internet Explorer (la Microsoft acquistò i sorgenti di Mosaic nel 1996) sia Netscape Navigator, che fu sviluppato dallo stesso Andreesen.

Il lavoro di Berners-Lee e di Andreesen trasformò la rete da uno strumento quasi puramente tecnico a un mezzo di comunicazione accessibile a tutti. I grandi bbs americani come Compuserve e America OnLine, e i nascenti provider di tutto il mondo, come Video On Line e Italia On Line in Italia, colsero subito l’importanza di questa rivoluzione e diedero inizio alla spettacolare diffusione di internet, che superò i cento milioni di utenti in un decimo degli anni occorsi alla televisione per ottenere lo stesso risultato.

In Europa fondamentale è stato il fenomeno dei provider gratuiti, lanciato in Italia da Tiscali. Accesso gratuito alla rete, spazio gratuito sul web da utilizzare per pubblicare pagine autoprodotte: la situazione ideale per il proliferare di fanzine elettroniche.

La prima fanzine elettronica italiana di fantascienza, e in realtà la prima rivista web italiana in assoluto, è stata Delos Cyberzine. Dopo alcuni numeri distribuiti tramite bbs fin dai primi mesi del 1995 Delos è diventata una rivista web. Da esperimento per i pochi smanettoni che nel 1995 avevano un accesso a internet, Delos, che nel 1996 ha cambiato nome in Delos Science Fiction, è cresciuta insieme alla diffusione della rete diventando un prodotto professionale con migliaia di lettori. Insieme al complementare Corriere della Fantascienza, Delos oggi non può certamente più essere considerata una fanzine, avendo compiuto quel passaggio che rappresenta un po’ il sogno di molti curatori di fanzine: dal mondo amatoriale a quello professionale.

Internet apparentemente rappresenta la soluzione ideale ai problemi dell’editore amatoriale: nessun costo di stampa; facilità di produzione e di distribuzione; grandissima facilità nel reperimento dei materiali e nei contatti con i collaboratori. Tuttavia non si è assistito a un’esplosione di nuove riviste amatoriali. Uno dei motivi (ma non il solo) è certamente la netta contrazione vissuta in generale dal mondo della fantascienza, soprattutto nel numero di lettori.

A quattro o cinque fanzine su carta in attività si contrappongono nel momento in cui scriviamo non più di una decina di fanzine elettroniche, gran parte delle quali dedicate a Star Trek o ad altri serial: Star Trek Italia Magazine, WebTrek Italia, Previatrek, GuerreStellari.net. Fra le fanzine non specializzate la maggiore sicuramente è Intercom ( HYPERLINK “http://www.intercom.publinet.it” www.intercom.publinet.it) unico caso di esperienza di fanzine su carta (Intercom veniva pubblicata sin dai primi anni ottanta) portata con successo in rete. Molto interessanti anche Ouroboros, e poi Continuum, Nigra Latebra e poco altro.

Il superamento della fanzine

In realtà però il concetto stesso di rivista è stato superato dall’avvento di internet. Che propone diversi mezzi di comunicazione alternativi alla rivista e più adatti alla rete: dal sito amatoriale specializzato, che viene aggiornato non sostituendo un nuovo numero a quello vecchio (come nel caso delle riviste) ma inserendo nuove informazioni a complemento di quelle già esistenti; al forum, che nelle sue diverse forme – newsgroup, mailing list, forum sul web, chat – permette in modo più diretto l’espressione di opinioni e la creazione di comunità fra appassionati.

In quest’ottica la fanzine è solo un modo in più per comunicare fra appassionati. Ha ancora un suo ruolo: il fatto di essere un prodotto di gruppo, con una continuità temporale e un qualche tipo di selezione del materiale pubblicato sono caratteristiche distinguono la rivista dal sito amatoriale generico e forniscono all’utente quelle garanzie che lo aiutano a effettuare una scelta (la vera difficoltà nell’uso della rete). Certamente la forma tradizionale della rivista non è la più adatta a questo nuovo mezzo e piano piano si trasformerà in qualcosa di più fruibile.

Il futuro

Cercare di prevedere quali possano essere gli sviluppi futuri quando si ha a che fare con l’informatica e la telematica è un gioco che varia dal futile al pericoloso (se come spesso accade vi si investono soldi). Negli anni scorsi analisi firmate da prestigiosissime aziende che prevedevano l’esplosione di internet grazie all’arrivo sulla televisione o sul telefonino hanno causato disastri, e disastri ancora maggiori sono stati causati da chi pensava che di punto in bianco l’umanità avrebbe cominciato a vivere e ad acquistare soprattutto in rete. Se la tecnologia viaggia a un ritmo rapidissimo, molto più lentamente si evolvono le abitudini degli esseri umani.

Alcune tendenze dobbiamo per forza indicarle: l’aumento della larghezza di banda sta portando a una maggiore diffusione in rete di altri tipi di comunicazione diverse da quella testuale: musica, video, animazione. Sta recedendo la cultura del tutto gratis tipica dei primi anni di internet: anche grazie a sistemi di pagamento più pratici e sicuri sempre più spesso accadrà di pagare, anche piccole o piccolissime cifre, per i servizi richiesti.

L’informazione si sta progressivamente trasferendo nel mondo digitale: si comincia dagli strumenti di produzione, si passa ai supporti – si pensi ai cd e ai dvd per musica e cinema – e poi alla distribuzione: internet. E l’aspetto più importante di questa rivoluzione è che più l’informazione diventa digitale, minore diventa il costo di realizzazione e di distribuzione.

L’avanzata del digitale porterà entro pochi anni ad acquistare la musica, i film e gli stessi libri via internet, scaricandoli direttamente in appositi strumenti portatili, come i lettori di ebook o i riproduttori MP3. Difficilmente verranno soppiantati molto presto i supporti tradizionali – libri e riviste su carta, cd rom, vhs e dvd – ma sicuramente cederanno il passo (in realtà lo stanno già facendo) alla diffusione telematica. I bassi costi e la elevata targetizzazione faranno sì che il panorama dei prodotti della comunicazione presenti una scelta sempre più vasta, permettendo la pubblicazione anche di quei prodotti che nel mercato tradizionali avrebbero avuto troppo pochi potenziali acquirenti per giustificarne la produzione. Sempre i bassi costi, uniti alla facilità di accesso agli strumenti di produzione – dopo il desktop publishing che ha aperto le porte all’editoria fatta in casa oggi è possibile mixare cd musicali o montare film sul proprio computer – mettono addirittura in crisi in concetto di editore, di fronte al diffondersi del fenomeno dell’autopubblicazione. Il ruolo dell’editore in rete si sposta su quello identificato dal valore semantico che ha la parola nella lingua inglese: editor, colui che cura la pubblicazione, che effettua le scelte e che quindi in qualche modo garantisce la qualità al lettore sperduto nel mare delle opportunità.

Il mondo della cosiddetta new economy ha attraversato un periodo di forte recessione, dovuto all’esplodere delle bolle di sapone prodotte in due anni di folle euforia dopo l’esplosione del numero di utenti di internet trainata dai provider gratuiti.

Oggi il numero di utenti cresce più lentamente, ma sta aumentando la qualità e la frequenza di utilizzo della rete. Per lavoro o nell’uso quotidiano sta diventando sempre più naturale comunicare via email, consultare l’orario dei treni o l’elenco dei cinema via web, leggere le ultime notizie e anche coltivare i propri interessi sulla rete. Per gli appassionati di fantascienza – o di qualsiasi altra cosa – la rete è ormai il mezzo migliore per trovarsi e creare comunità. Questo darà senza dubbio sempre più impulso alla nascita e al prosperare di pubblicazioni amatoriali; che però avranno sempre meno, probabilmente, la forma di una rivista come oggi siamo abituati a pensarla.

Riferimenti

How Offset Printing Works:

http://www.howstuffworks.com/offset-printing.htm

Invenzione del ciclostile e delle fotocopie:

http://cubo.newton.rcs.it:8666/gazzetta/gazzetta1299.htm

Superiphone

Posted on Marzo 5th, 2009 in Exposé, Pubblicazioni | niente commenti »

Questo articolo è uscito su MacWorld di marzo, attualmente in edicola. Ne propongo un brano, consigliando ovviamente l’acquisto della rivista, che contiene molte altre cose interessanti :-)

Alche che iPhone nano. Un nuovo iPhone è in arrivo, e sarà una belva. Almeno, questa l’indicazione che i nostri cacciatori di indizi hanno ricavato da dettagli apparentemente insignificanti.

iPhone nano in una vetrina in un negozio a BangkokNotiziona: Apple sta preparando una nuova versione di iPhone!
Come? Non ci trovate nulla di strano? In effetti è comprensibile: iPhone 3G è uscito lo scorso luglio, a un anno di distanza dal primo modello. È evidente che Apple stia lavorando con grande impegno a sviluppare il settore che le sta dando in questo momento le maggiori soddisfazioni.
Però ugualmente noi fan della Apple andiamo in fibrillazione quando capita di scoprire un misterioso “iPhone 2.1” in giro per le strade della California.
La Pynch Media è una società che concede in licenza un pezzo di software da inserire nei programmi per iPhone che permette allo sviluppatore di avere delle statistiche sull’uso del suo prodotto da parte degli acquirenti; una sorta di Google Analytics per programmi iPhone. Queste statistiche registrano anche il modello che fa girare il programma, e pare che a partire dallo scorso ottobre abbiano cominciato ad apparire sporadicamente un tag “iPhone 2,1”. Da dicembre queste segnalazioni sono diventate molte di più: almeno una dozzina di dispositivi, tutti concentrati nella zona della California a sud di San Francisco (Silicon Valley, insomma).
Una cosa “gustosa” è rappresentata proprio dal numero. Se il primo iPhone era 1,1 e il 3G era 1,2, qui si passerebbe a 2,1, insomma una “major release” con differenze più significative di quelle che hanno segnato il passaggio dal primo al secondo modello. Ma quali potrebbero essere?
Secondo AppleInsider, la differenza la potrà fare l’uso di chip sviluppati ad hoc dalla PA Semi, il produttore di semiconduttori recentemente acquisito da Apple. Si questi processori custom, progettati per accelerare l’elaborazione di media con  l’esecuzione parallela e multicore, Apple potrà implementare le tecnologie PowerVR di cui ha acquisito la licenza, e rendere disponibili agli sviluppatori funzionalità avanzatissime come l’elaborazione video in tempo reale e il riconoscimento vocale. Senza contare che l’alta velocità di elaborazione renderà l’iPhone e l’iPod Touch sempre più competitivi nel settore delle console da videogiochi tascabili.

E l’iPhone nano? Bene, Jobs è in congedo provvisorio, Tim Cook ha preso il timone, e la prima cosa che ha fatto cos’è stata? Smentire completamente la scorsa puntata di questa rubrica! A proposito del rumoreggiato iPhone nano, Cook ha detto “ci conoscete, non abbiamo intenzione di competere nel mercato dei telefoni a basso costo. Non fa parte della nostra identità. Non è la nostra ragion d’essere. Il nostro scopo non è vendere il maggior numero possibile di apparecchi, ma quello di costruire il telefono migliore possibile.” E in effetti era un po’ quello che pensavamo anche noi.
Un discorso analogo l’aveva fatto anche Jobs sul netbook, i computerini da poche centinaia di dollari che dopo il successo dell’EeePC stanno spopolando. Secondo Jobs, gli scopi per cui vengono usati questi apparecchi sono coperti quasi tutti dall’iPhone stesso. Ma Jobs lascia aperto uno spiraglio: “vedremo come evolverà questo segmento di mercato. Nel caso, qualche idea interessante ce l’abbiamo”.

Sono su Applicando

Posted on Gennaio 4th, 2009 in Pubblicazioni | 4 commenti »

Su Applicando di gennaio, uscito in edicola in questi giorni, se aprite a pagina 100 (tonda tonda) vi troverete davanti il mio bel faccione.

La veterana delle riviste dedicate al mondo Apple ospita una rubrica dedicata alle interviste a protagonisti del mondo della cultura, dello spettacolo o simili che usano Mac, e molto indegnamente questo mese hanno dedicato a me questo spazio. Per parlare in particolare degli ebook per iPhone che Delos Books ha messo in vendita sull’App Store da qualche tempo.

Applicando esce da oltre un quarto di secolo, e io la acquisto da circa vent’anni. In soffitta dovrei avere una collezione quasi completa. Intorno all’inizio degli anni Novanta, quando era direttore l’amico Renato Gelforte, collaboravo con Applicando in modo molto attivo, su ogni numero c’erano uno o due miei articoli, anche servizi molto ampi. Ora scrivo regolarmente sulla concorrente MacWorld, ma Applicando mi piace sempre molto. Li ringrazio quindi per lo spazio che mi hanno concesso, e ringrazio l’autore dell’intervista, Luigi Milani, anche lui un appassionato di fantascienza e di Mac.

Un mondo alla rovescia per Forrest Ackerman

Posted on Dicembre 9th, 2008 in Fantascienza, Pubblicazioni | 1 commento »

Forrest AckermanIn questi giorni è in edicola il numero 1541 di Urania, con un romanzo di uno dei migliori scrittori di questi anni, Ken MacLeod, La fortezza dei cosmonauti. In appendice il volume ospita, grazie a Giuseppe Lippi che ha voluto pubblicarli e che li introduce con parole molto generose nei miei confronti, due miai brevissimi racconti: Correzione, il racconto più recente che ho scritto, e Mondo alla rovescia, un mio vecchio racconto breve già uscito da qualche altra parte, ma non ricordo dove. Entrambi comunque sono stati pubblicati anche su Delos.

Mondo alla rovescia descrive un’ipotetica realtà alternativa in cui la fantascienza è così importante da essere al centro dell’esistenza quotidiana non solo di pochi fan, ma della gente comune. Mi sentirei di dedicare questo racconto a Forrest J Ackerman, un grandissimo personaggio della storia della fantascienza scomparso pochi giorni fa.

Cos’ha fatto Ackerman? È stato uno scrittore, un regista, un artista, un critico letterario? No, anche se qualcosa l’ha scritta anche lui. Ha fondato e diretto una rivista, Famous Monsters Of Filmland che è stata importantissima soprattutto perché su quella rivista è “cresciuta” una generazione di cineasti fantastici (in entrambi i senti: bravissimi e dediti al genere fantastico) come Spielberg, Lucas, Landis, Jackson. Ma non è questo il punto. Ackerman è stato, prima di tutto, un fan.

È per questo che nell’articolo che esce oggi in edicola sul quotidiano Il Riformista, che mi ha chiesto un articolo su Ackerman, inizio dicendo che “per chi non conosce il mondo della fantascienza forse non è così facile capire l’importanza di Forrest Ackerman. Bisogna prima capire che la fantascienza non è un mondo fatto solo di libri e di film, ma è anche un mondo di appassionati. Un popolo di fan, di club, di convention, di riviste amatoriali. È un fenomeno che nasce insieme alla fantascienza stessa, all’inizio del secolo, e del quale Ackerman è l’incarnazione.”

Ackerman ha fondato il primo club, la prima fanzine, ha iniziato la tradizione della sfilata in costume, che lui chimava “futusticostume” e che oggi si chiama con un nome che fonde due parole, come proprio a lui piaceva così tanto fare, “cosplay”. Ackerman ha partecipato a tutte le convention mondiali della fantascienza dalla prima del 1939 all’ultima del 2008, mancandone solo un paio per ragioni di salute. Ricordo che nel 2005 a Glasgow il povero Forry passò tutto il periodo della convention in ospedale, se non sbaglio proprio a Glasgow: era arrivato fin lì ma poi era stato male e si era perso la convention.

Io l’ho incontrato solo una volta, nella mia prima esperienza da fan, all’Eurocon di Stresa nel 1980, quando mi aggiravo senza conoscere nessuno se non quei grandi personaggi invitati alla convention: Alfred Bester, John Brunner, e Forrest Ackerman. Sono morti tutti e tre, e di tutti e tre ho gli autografi. Quello di Ackerman, non avendo libri suoi, ce l’ho su un foglietto che conservo all’interno di Nelle rovine della mente, il romanzo fanta-porno di Philip Farmer in cui Ackerman è il protagonista.

Aggiornamento. Dicevo che Mondo alla rovescia era già uscito da qualche parte; Doralys mi fa notare che, inclusa l’uscita su Delos, è la quarta pubblicazione. Era già uscito su MC Microcomputer e su MacWorld Italia.

Dal papiro al computer

Posted on Giugno 28th, 2008 in Pubblicazioni | 5 commenti »

Sul numero in edicola di Focus - luglio 2008 - a pagina 153 troverete un lungo articolo dedicato alla grafica e alla pubblicità, scritto a quattro mani da me e Franco Forte.

Si tratta di un lungo servizio, di undici pagine, che affronta questo affascinante argomento partendo dalle origini storiche e arrivando fino alle più moderne forme di pubblicità. Si parla della storia delle font, delle esperienze artistiche del futurismo e del Bauhaus, dei più grandi grafici da Giovan Battista Bodoni a Milton Glaser, della costruzione della pagina di una rivista come Focus, delle campagne pubblicitarie che hanno lasciato il segno.

Nell’articolo trovano posto tanti spunti interessanti e tante curiosità. Lo sapevate che la parola “grafica” viene dalla radice che significa “incidere”, “scavare”, così come scrivere ma anche come “grotta”? E che il marchio della Nike venne disegnato da una studentesse che ricevette come compenso solo 35 dollari? Sapete che la parola font viene dal francese antico e significa “fuso”? E che Saul Bass ha diretto film di fantascienza ma anche disegnato il famoso logo della AT&T?

Ecco, certamente non sapevate però che Babbo Natale è un personaggio inventato dalla Coca-Cola. In effetti la Coca-Cola ha contribuito non poco a “standardizzare” l’immagine di Babbo Natale nell’omaccione con costume rosso e barba bianca, che esisteva già prima delle campagne pubblicitarie, ma insomma, a volte il costume era blu, o non c’era il cappuccio e così via. Magari si può discutere su quanto sia stato importante il contributo di Coca-Cola sull’immagine di Babbo Natale, ma certo non mi sognerei mai di dire che Babbo Natale è stato creato dalla Coca-Cola: Santa Klaus è una leggenda molto antica che nasce dalla storia del vescovo turco San Nicola. Tuttavia è ciò che si dice in una didascalia uscita a corredo dell’articolo.

Scrivere per una rivista come Focus non è facile. Hanno dei canoni stilistici molto precisi, che senza dubbio sono stati determinanti per rendere questo mensile uno dei più venduti in Italia. Questo purtroppo significa che ti riscrivono buona parte dell’articolo, tagliando qui, aggiungendo là, sintetizzando, aggiungendo titolini. Per fortuna, il pezzo preimpaginato ce l’hanno mandato a controllare, e abbiamo fatto pulizia di molti errori che erano stati inseriti. Ma questa storia di Babbo Natale dev’essere stata aggiunta dopo. Pazienza.

Una cosa devo dire, comunque: per essere proprio un articolo sulla grafica, è un peccato che abbia una grafica davvero orrenda!

Ecco un breve brano tratto dall’articolo:

Uno dei più grandi annunci pubblicitari di tutti i tempi diceva: “Pensa in piccolo”.
La pagina conteneva un grande riquadro grigio con in un angolo la foto minuscola di un’auto, il maggiolino Volkswagen. Sotto al riquadro il titolo: “Think small”.
In un’epoca in cui la pubblicità rincorreva l’esaltazione del prodotto pubblicizzato, William Bernbach propose un annuncio minimalista che grazie alla sua semplicità usciva prepotentemente dalla pagina. Avrebbe cambiato il modo di fare la pubblicità, introducendo i teaser, annunci che invece di urlare incuriosivano, attirando l’attenzione di un lettore che già a quell’epoca tendeva a ignorare gli annunci pubblicitari.
L’eco del “Think Small” della Volkswagen risuona in una campagna che ha fatto scuola negli ultimi anni: “Think Different”, che ha contribuito a rilanciare la Apple alla fine degli anni novanta. Lo spot consisteva nella lettura di un testo accompagnato dalle fotografie in bianco e nero di personaggi della scienza o dell’arte che hanno saputo “pensare in modo diverso”, per concludersi con il logo della società (la mela morsicata) e il pay off “Think Different”. Non veniva nominato nessun prodotto, non veniva fatto alcun riferimento ai computer, non veniva né mostrato né pronunciato il nome dell’azienda.

iPhonone o non iPhonone

Posted on Giugno 28th, 2008 in Exposé, Pubblicazioni | 1 commento »

È uscito in questi giorni MacWorld Italia di luglio, con la ventunesima puntata della mia rubrica Exposé. La rubrica è dedicata alle anticipazioni sul mondo Apple: rumors, aspettative, segreti trapelati per vie traverse, analisi e speculazioni degli analisti, and so on. Roba da fan di Apple, certo.

In questo numero, scritto prima della WWDC dove è stato annunciato l’iPhone, e quindi con un sacco di belle speculazioni su cosa sarebbe arrivato inutilizzabili perché l’articolo sarebbe uscito solo dopo (pork!), parlo soprattutto di tre argomenti: una teoria secondo la quale Apple si metterà a produrre sveglie, cornici digitali e roba del genere (Oregon Scientific, trema!), un interessante brevetto che prevede l’uso degli schermi dei computer e dei dispositivi da tasca (iPhone, iPod) come celle per l’energia solare; e le voci sul cosiddetto “iPhonone“. Vi riporto un brano:

Le speculazioni sul “Mac Tablet” sono in giro suppergiù dal giorno in cui è uscito il primo PC Windows tablet. La ragione per cui non è mai uscito un Mac tablet è intuibile suppergiù dal giorno in cui è uscito il primo PC Windows tablet: il fatto che il PC Windows tablet è uscito prima! Ultimamente però se ne riparla e James O’Grady si butta affermando con certezza che arriverà in autunno, ottobre al massimo, che avrà uno schermo 12” pollici e anche se avrà un chip GPS stile iPhone sarà un vero Mac con un vero MacOS X.
Questa teoria si combina solo parzialmente con un’altra speculazione che vorrebbe in arrivo una sorta di “super iPhone”, ovvero qualcosa di simile al telefonino Apple ma di dimensioni più grandi, 8 o 10 pollici. Sarebbe un oggetto che assomiglierebbe ai superportatili UMPC o magari all’internet tablet Nokia N800.
La nostra opinione? Scettici in entrambi i casi.

Mentre bloggo questa segnalazione in realtà ho già scritto e consegnato la puntata successiva di Exposé, che uscirà a fine luglio (credo; pensandoci bene non sono mica sicuro). Anche lì si parla di iPhonone.

Film.tv.it, 2.0

Posted on Giugno 24th, 2008 in Pubblicazioni | 5 commenti »

Lunedì scorso è andata online la nuova release di Film.tv.it - è soprattutto a causa di questo gigantesco lavoro che ultimamente ho avuto proprio poco tempo per scrivere qui.

Però è proprio un bel lavoro, direi, nonostante un po’ di bug dovuti alla fretta che stanno venendo riparati. Dal punto di vista software, il sito utilizza la release 2.0 del mio framework Tabloid. Il progetto grafico è di Laura Comoglio di Websushi, che ha fatto un eccellente lavoro (soprattutto nella preparazione dei prototipi XHTML, veramente puliti e ben scritti).

La progettazione è un’evoluzione di quella originale, alla quale hanno lavorato, come nella prima release, Bruno Kleinefeld e Luca Griffini, anche col mio contributo (soprattutto a stroncare le idee troppo “creative” :-) ). A loro si sono aggiunti alcuni professionisti ed esperti provenienti dalla nuova proprietà, in particolare Giacomo Santoli, Simone Tolomelli e Riccardo Rodella.

Riporto qualche brano dall’articolo di presentazione che ho pubblicato su Fantascienza.com:

“Era il 22 aprile del 2002 quando su queste pagine annunciavamo l’apertura del sito di FilmTV. Una rivista e un sito con i quali abbiamo avuto nel tempo ottimi rapporti, sviluppando insieme diverse iniziative - come la pubblicazione dei palinsesti televisivi, che per un lungo periodo sono stati forniti da FilmTV (ora il fornitore è Creazioni Editoriali), lo speciale dedicato a Brazil con pubblicazione del dvd in edicola, la partnership sul campionato del “Film del Millennio”.

Qualche mese fa i destini della rivista da edicola e del sito si sono separati: il sito (sempre all’indirizzo www.film.tv.it) è entrato in un importante gruppo editoriale che gestisce numerosi popolari siti web. E i primi risultati di questo cambiamento si sono visti in questi giorni, con l’apertura del nuovo sito di Film.tv.it.

Un restyling naturalmente era necessario, essendo il vecchio sito ancora basato su uno stile vecchio di sei anni - e quanto pesano sei anni nel mondo di internet. Ma le novità - che ancora hanno visto la luce solo in minima parte - non si fermano qui. Film.tv.it rilancia la sua vocazione di social network (nato ben prima che il social networking diventasse di moda) focalizzato sul cinema. Opinioni, playlist, ma anche commenti, voti, valutazioni; gratificazione degli utenti più attivi e delle contribuzioni più apprezzate. E questo è solo l’inizio, perché le idee in cantiere sono davvero tante: per ora va ancora completato il passaggio alla nuova grafica. Poi cominceranno ad arrivare le nuove funzionalità.

Sul fronte dei contenuti, Film.tv.it aggiunge a schede, foto (ora in qualità migliore), recensioni anche tantissimi trailer (già oltre un migliaio online). Inoltre i programmi dei cinema e i film in tv, con la possibilità di ricevere una mail di avviso qualche giorno prima quando sta per andare in onda il film che attendevamo.”

Perché leggere?

Posted on Maggio 29th, 2008 in Pubblicazioni, Whatever | 8 commenti »

A molti tra i lettori di questo blog probabilmente sembra una domanda assurda. Eppure sul totale della popolazione la gente che legge sembra essere molto poca. Tempo fa mi capitò alla porta una ragazza che diceva di fare uno studio sulla diffusione della lettura (in realtà, come scoprii troppo tardi, stava cercando di vendere abbonamenti al club del libro) che mi chiese quanti libri leggevo all’anno. Un po’ vergognandomi risposti che ne leggevo solo un trenta/quaranta, perché il tempo era poco: quella trasecolò e mi guardò come se fossi Klatuu appena sceso dal disco volante. Ed era una studentessa universitaria, non una velina, eh.

Anche in un sondaggio che abbiamo fatto recentemente su Fantascienza.com la maggior parte delle persone ha risposto “meno di dieci”, ma in quel caso si parlava nello specifico di libri di fantascienza . A breve farò un nuovo sondaggio sulla lettura in generale, vediamo un po’.

La risposta alla domanda personalmente cerco di darla nel modo più scevro da intellettualismo possibile: la nostra intelligenza, quindi la nostra capacità di esistere come essere umani e di confrontarci col mondo, in un certo senso può essere misurata dalla quantità di collegamenti che il nostro cervello immagazzina. Un essere umano può essere visto come una macchina che riceve degli input e li elabora confrontandoli con ciò che ha in memoria: ciò che sa, ciò che ha imparato. Nozioni, modelli, reazioni, giudizi. Più gli pompiamo dentro roba più cresce. Per questo leggere libri, riviste, blog, web magazine, ma anche vedere film o telefilm o spettacoli o sentire musica, sono tutte attività che ci rendono qualcosa di più di una macchina chimica animale.

La domanda è stata posta a un certo numero di editori - tra i quali anche a me - alla Fiera del libro di Torino, da Elena e Giulia, le ragazze di Studio 83 (che fanno anche servizi per BooksWeb), che hanno fatto un bel servizio sull’argomento al quale a breve si aggiungerà un seguito, con la domanda “perché leggere i libri che pubblicate”. Vi terrò informati sull’uscita di questa seconda parte, nel frattempo ecco il filmato con le risposte.