Archive for the ‘Fantascienza’ Category

Alba del futuro

Posted on Maggio 20th, 2011 in Delos Books, Fantascienza | 4 commenti »

Vi propongo la mia introduzione al volumetto Alba del futuro che verrà dato in omaggio a tutti gli iscritti alla convention DelosDays 2011. Va notato che è stata scritta prima delle elezioni del 15 maggio…

Alba. Semplicemente “città”, in un’antica lingua celtica. Secondo una leggenda fu questo il primo nome di Milano, quando la fondò il condottiero Brenno, che poi proseguì a sud fino ad andare a conquistare Roma. Più interessato ai soldi che alla gloria, da buon milanese, Brenno poi liberò Roma in cambio di un congruo riscatto e se ne tornò in Gallia.
È anche ricollegandoci a questa leggenda che abbiamo scelto il titolo per questa antologia commemorativa di DelosDays 2011, anche se nessuno dei racconti riguarda o è ambientato in questa città.
Sarebbe interessante, a dire il vero, leggere dei racconti sul futuro di Milano. Al momento l’immagine che ci viene in mente è qualcosa in stile cyberpunk, o simile alla Milano descritta da Dario Tonani in Infect@: una città dove convivono tecnologia e degradazione, altissimi grattacieli dalle forme più audaci che svettano su una città in rovina, abitata da ricchissimi e poverissimi, piena di immigrati che nessuno fa nulla per integrare. Un’idea di progresso mal concepita, come quando durante il fascismo ci si inventò di modernizzare Milano seppellendo la splendida rete di canali che ne facevano una città da fiaba simile ad Amsterdam per coprire tutto di asfalto. Nella Milano morattiana l’idea di progresso porta a chiudere i consultori pediatrici, a istituire coprifuoco, a distruggere i parchi un pezzo per volta, mettendo al posto del verde palazzoni spesso orrendi. E d’altra parte se il futurofosse roseo e pieno di speranza, a chi verrebbe voglia di scriverne?

Ispirazione letteraria a parte, il contributo di Milano alla fantascienza è ineguagliabile. Milano è la capitale dell’editoria: a Milano nasce Urania nel 1952, a Milano viene fondata e pubblicata Robot, di Milano sono state alcune tra le case editrici che hanno fatto la storia del genere, come Nord, De Carlo, Armenia, la stessa
Mondadori, e mettiamoci anche Delos Books. A Milano nascono e prosperano alcuni delle maggiori organizzazioni del fandom italiano, come il CMNA negli anni Settanta e il club City negli anni Ottanta.

Eppure con tutto ciò, sebbene non si contino le manifestazioni dedicate al fantastico e Milano (ultima in ordine di tempo una bella rassegna dedicata a Ballard curata da Antonio Caronia e altri), è la prima volta che la convention ufficiale della fantascienza e del fantastico, l’Italcon, fa sosta qui. Ma è vero che sono rarissimi i casi di Italcon tenute in grandi città: a Trieste la primissima, e un’edizione non del tutto riuscita a Torino nel 2001.

Quasi un esperimento quindi, anche se basato sull’esperienza di eventi precedenti, anche di grande successo, come il DelosDay del 2005 con ospite Alan Lee.
Nell’attesa di conoscerne l’esito godiamoci i racconti di questo souvenir book che ospita alcuni tra i più grandi autori del fantastico, italiani e internazionali. Buona lettura.

La vita, l’universo, il Mac e tutto quanto

Posted on Marzo 26th, 2010 in Exposé, Fantascienza | 2 commenti »

Sul numero di aprile di MacWorld Italia è uscito il mio quarantaduesimo articolo della serie Exposé. E se avete mai letto Douglas Adams - grande fan del Mac - sapete che 42 è un numero con un significato molto particolare. Così, la puntata della rubrica ha preso un sapore particolare…

Quando alla fine la Apple rilasciò iDeepThough Pro, il modello di Mac più potente mai realizzato in tutta la storia del pianeta (ok, è vero che lo dicono ogni volta, ma questo era davvero qualcosa di più) per prima cosa Steve Jobs volle testarlo facendo la domanda più difficile, e chiese al nuovo Mac la risposta alla domanda fondamentale riguardo alla vita, l’universo e tutto quanto.
Ora, questo modello di Mac disponeva di processori con diversi milioni di core, uno yottabyte di ram, cache di zeresimo livello situata nell’iperspazio per essere più veloce della luce, tuttavia la domanda era complessa, quindi impiegò del tempo a dare una risposta.
Sette milioni e mezzo di anni dopo, iDeepThough Pro comunicò la risposta all’androide che deambulava il costrutto informatico iSteve, cioè la personalità di Steve Jobs uploadata in una matrice bioelettronica.
La risposta era “42”.
iSteve si alterò leggermente. L’esplosione di Sirio A in supernova fu retrocessa al secondo posto negli eventi più deflagranti della storia conosciuta.
Quando iSteve si calmò, si rese conto che forse occorreva comprendere meglio la domanda per la quale 42 era la risposta. Allora costruì un nuovo modello di Mac studiato apposta per calcolare la domanda.
Douglas Adams (1952-2001), scrittore, umorista, sceneggiatore radiofonico inglese, è stato un grandissimo appassionato e portabandiera del Mac. L’introduzione un po’ folle di questo articolo è una libera interpretazione in chiave Apple di un episodio tratto da uno dei suoi libri.
Adams aveva visto un Mac (o forse un Lisa) nel 1983 presso la sede della software house Infocom in Massachusetts, ed era stato amore a prima vista. Fu utente Mac sin dalla primissimo modello uscito nel 1984 e fu la prima persona a comprare un Mac nel Regno Unito. Scrisse per anni una rubrica sulla rivista inglese MacUser (che anni dopo confluì in MacWorld UK) e l’ultimo post sul suo blog riguardava la programmazione in Cocoa.
Se non li conoscete ancora, procuratevi i libri della serie della Guida galattica per autostoppisti, vale la pena.
Ah. Pare che, parecchi milioni di anni dopo, l’ultimo modello di Mac (proprio ultimo, perché sfortunatamente dopo l’universo venne distrutto per sbaglio) fornì il suo responso: la domanda risultò essere “cosa ottieni se moltiplichi sei per nove?”.

Silvio Sosio non esce mai di casa senza portarsi dietro un asciugamano.

Post Scriptum. Sei per nove…
…non fa quarantadue? Secondo le comunità dei programmatori che hanno analizzato il problema, il dubbio è che si trattasse di un piccolo bug nella programmazione del computer che calcolò la risposta. Come spiegazione, si veda il seguente programma in C:

#define SEI    1 + 5
#define NOVE   8 + 1

int main()
{
printf( “Il significato della vita: %d\n”, SEI * NOVE );
return 0;
}

Il programma definisce le macro SEI come “1 + 5″ e NOVE come “8 + 1″; quando viene eseguita l’operazione “SEI * NOVE”, dato che nel calcolo matematico si usa dare la precedenza alla moltiplicazione sull’addizione, il computer si trova ad eseguire 1 + ( 5 * 8 ) + 1. Che risulta 42.

Avatar: ma ci fa o ci è?

Posted on Gennaio 17th, 2010 in Fantascienza | 24 commenti »

Quanto mi stavano sulle scatole quelli che, nei giorni scorsi, scrivevano sui forum di Fantascienza.com sparando contro Avatar, a priori. “Io non ci penso neanche ad andarlo a vedere”. “Un film senza una trama non vale niente”. Che palle. Il sentimento di antipatia a mio avviso era dovuto: tutti entusiasti, eccitati nell’attesa di qualcosa di nuovo, di grandioso, e questi a fare i sostenuti, snobbini, criticoni e cagadubbi.

Ecco, tutto ciò mi fa ancora più incavolare, perché anche se di certo non dirò che avevano ragione, purtroppo devo dire che Avatar è stato davvero una delusione.

Chiariamo. Avatar è un film straordinario. È straordinario perché segna una tappa della storia del cinema, perché mostra cosa si può fare con la tecnologia e il talento artistico. È straordinario perché è una visione stupenda, dall’astronave all’inizio - mai goduto così tanto a vedere un’astronave - alla battaglia della fine (da questo punto di vista, Il signore degli anelli è definitivamente storia). È straordinario perché ora sappiamo veramente cos’è, come si usa, a cosa serve e qual è il modo migliore di usare il 3D, e di questo non posso essere troppo felice perché dopo Avatar tutti faranno film in 3D e gli occhi mi fanno ancora male dopo tre ore dalla fine del film e soffro a pensarci.

Avatar è un film da vedere. Non ha senso pensare di non vederlo. Non se uno pretende di esprimere qualsivoglia opinione sul cinema. Sarebbe come non aver visto Il padrino o Star Wars.

Detto questo. Avatar è un film straordinariamente deludente dal punto di vista narrativo.

I punti negativi sono presto detti. Trama. Ambientazione. Personaggi.

La trama: non è che non ci sia; c’è, col suo solito schema introduzione-crisi-vantaggio-sconfitta-vittoria finale. Non devia di una virgola, incollato al terreno, aderenza perfetta. Solo che è già stata vista mille volte. Puoi prevedere gli sviluppi senza il minimo sforzo. Ti dicono di spegnere il telefono in sala: così resta libero per ricevere un continuo squillare di scelte e di eventi telefonati.

Ambientazione: ok, alla fine dei conti è praticamente un film western. Balla coi lupi, o coi puffi come ha scritto qualcuno. I Navi sono indiani, sono plasmati sugli indiani, sul mito hippy degli indiani d’America visti come popolazione perfettamente in sintonia con l’ambiente e la natura. Si comportano come indiani, combattono come indiani, fanno persino il caratteristico verso con la lingua quando attaccano. La foresta è foresta, gli animali sono cani, tigri, uccelli solo un po’ diversi e tutti con queste due lunghe orecchie-USB, tranne i Navi che, chissà per quale strano scherzo evolutivo, invece di avere due connettori al posto delle orecchie ne hanno uno solo nascosto nella treccia. Una treccia naturale, che il clone ha già nella vasca di crescita. Mah.

I personaggi sono topoi del cinema così stravisti che neppure Arlecchino e Pantalone sarebbero stati più trasparenti. Dal protagonista Jake Sully, handicappato che ritrova la vita piena, alla bella che prima lo odia - poi lo ama - poi lo odia - poi lo riama, il rivale in amore ma valoroso che fa il piacere di morire eroicamente, il cattivo così cattivo che non ha neppure un istante di ripensamento. Il potente ma debole uomo dell’azienda.

Personaggi vuoti. Senza una storia, senza motivazioni, che fanno quello che devono solo perché è la storia a comandarlo. Perché Jake Sully accetta il lavoro? Perché cambia idea e si allega agli indigeni? Perché la dottoressa cambia così in fretta idea su di lui? Perché il cattivo è cattivo? Solo accenni vaghi e non convincenti. Soldi. Amore. Interesse.

Situazioni banalizzate all’estremo, da favoletta per bambini. C’è il metallo più prezioso dell’universo, e il giacimento più grosso è ovviamente sotto la casa dei buoni. Uno dice: ok, lì c’è il giacimento più grosso; prendiamo nota, quando avremo esaurito i giacimenti che sono da tutte le altre parti del pianeta, che non avranno la stessa sfortuna di stare sotto una città, eventualmente vedremo che fare. No no, bisogna far spostare gli indigeni o se possibile sterminarli per prendere subito quel giacimento lì.

Altri momenti penosi quando sentiamo Zoë Saldana spiegare che solo tot volte nella storia è riuscita l’impresa di addomesticare uno dei draghi rossi giganti. Ring… pronto? Sì, guarda che più avanti Jake domerà uno dei cosi rossi giganti e allora tutti lo adoreranno come un eroe del loro popolo. Ricevuto grazie.

Più avanti si scopre che è possibile trasferire definitivamente la coscienza dal corpo umano a quello dell’avatar usando la connessione sensoriale offerta dall’albero con i rami luminosi. I Navi hanno addirittura una sorta di rito ben preciso già pronto, nonostante si tratti di un concetto per loro del tutto alieno. Purtroppo… oh, un attimo una chiamata: ah sì, guarda che lo stesso sistema lo userà Jake per passare definitivamente nel corpo alieno. Bene grazie.

Disperato, Jake parla con Madre Natura, ma secondo la Uhura blu Madre Natura non si abbassa ad aiutare gli esseri viventi, difende solo l’equilibrio. Cavolo, quilla di nuovo il telefono… sì, ho capito, è evidente che qui è in pericolo proprio l’equilibrio quindi Madre Natura alla fine interverrà. Magari aspetterà a farlo dopo che i Navi saranno stati abbastanza sterminati: forse erano troppi e andavano giusto un po’ riequilibrati.

Mi fermo perché se continuo così è una strage, ed è anche fin troppo facile.

Ma veniamo alla vera domanda: perché?

Spiego il senso della domanda. Avatar non è un film di Michael Bay. Non è neanche di Wolfgang Petersen, né di un registino stagista che fa quello che gli dice la produzione. È un film di James Cameron. Caspita. James Cameron. Quello di Aliens. Quello di Abyss. Quello di Terminator I e II. Quello di True Lies. Tutti film divertenti, di intrattenimento ma intelligenti, con trame per nulla prevedibili, personaggi che bucano lo schermo e restano nella storia del cinema.

Non posso, semplicemente, pensare che Cameron abbia perso la mano, o che abbia speso così tanti soldi nella tecnologia da doversi accontentare di uno sceneggiatore da strapazzo; anche perché la sceneggiatura e il soggetto sono suoi, come erano suoi in quasi tutti i suoi film. Allora, il sospetto è che tutto ciò sia stato ultrasemplificato e banalizzato di proposito, in base a un preciso calcolo.

Due possibili motivazioni.

La prima: motivazione artistica. Il punto del film non è la storia, sono le immagini. È lì la vera innovazione, il novus, il fulcro artistico, il messaggio. La storia deve distrarre il meno possibile, deve essere quasi trasparente. Come i personaggi si muovono come automi spinti dalla trama, la trama non è altro che un rullo che gira e che serve a far scorrere le immagini.

La seconda: motivazione economica. Un film con una storia intelligente è possibile che incassi un sacco di soldi. Ma se vuoi incassare una montagna di soldi, la faccenda è diversa. La storia non deve essere intelligente, complessa, imprevedibile. Deve essere semplice, anzi ancora di più, deve essere archetipica. Qualcosa che tutti dal primo all’ultimo siano in grado di capire e di riconoscercisi.

Attenzione: non penso che l’idea di Cameron sia quella di far soldi e diventare ricco. Penso però che Cameron sia stato attratto inevitalmente dalla sfida impossibile di battere se stesso. Di riuscire a fare un film capace in quella che da tredici anni è la missione impossibile del cinema, cioè incassare più di Titanic.

Non sono d’accordo con Cameron, ovviamente. Personalmente credo che sarebbe stato possibile fare un film più originale, più intelligente, più bello senza pregiudicare il risultato economico. Ma naturalmente io posso solo dirlo dal basso del mio blog; quello che ha superato i tre miliardi di dollari con solo due film è lui. E l’evidenza dice che ha ragione.

Sistemi operativi da fantascienza

Posted on Ottobre 4th, 2009 in Exposé, Fantascienza, Scacchi, Whatever | 3 commenti »

Sullo numero di MacWorld di ottobre, attualmente in edicola, è uscita una delle puntate più “fantascientifiche” della mia rubrica sulle anticipazioni di prodotti Apple, Exposé. Ve la propongo.

Come sarà Mac OS XI?

L’uscita del 10.6 ci fa pensare: come sarà il sistema operativo del futuro? Ecco qualche idea, con relativi pro e contro.

La rivoluzione portata dal 10.6 è stata la più inattesa. Per la prima volta da… be’, forse da sempre, esce un sistema operativo la cui novità non è fare qualcosa di più ma fare le stesse cose meglio. Codice ottimizzato e un’architettura che permetterà anche alle applicazioni future di funzionare in modo più veloce ed efficiente.
Questo può dare l’idea di quanto possa essere difficile fare previsioni su quello che porterà una nuova versione di Mac OS X. Ma visto che amiamo il pericolo, noi vogliano andare ancora oltre.

Siamo alla 10.6, il che significa che tra un paio d’anni arriverà la 10.7, tra altri due la 10.8 e poi la 10.9. Se tutto va bene, tra otto anni, nel 2017 o giù di lì (posto che il mondo non finisca come previsto dai Maya nel 2012) potranno accadere due cose: o Apple facendo finta di nulla se ne uscirà con un Mac OS X 10.10, o il mondo vedrà l’alba di Mac OS XI. Che a quel punto dovrà essere un prodotto nuovo, tanto rivoluzionario quanto il Mac OS X lo è stato rispetto al Mac OS oggi chiamato “Classic”.
Ma come potrebbe essere un sistema rivoluzionario? Facciamo due ipotesi.

Parlare al computer

Chi non ricorda quella famosa scena si Star Trek: Rotta verso la Terra in cui Scotty pretende di usare un vecchio Mac dandogli comandi a voce?

Perché in effetti nel ventitreesimo secolo coi computer si interagirà parlando.

Ora, qualcuno potrebbe chiedersi quanto possa essere comodo impaginare un depliant a voce (”il box mettilo un po’ più a destra… no, allargalo un pochino… un po’ meno…”). O che confusione debba esserci in un ufficio open space con cinquanta impiegati che lavorano parlando col proprio pc.

Fatto sta che Apple sta facendo progressi in questo campo. Già all’epoca del System 7 il sistema conteneva una tecnologia per pilotare il computer a voce, ma funzionava veramente maluccio: più che altro un gadget.
Oggi invece invece abbiamo visto apparire col nuovo iPod Shuffle e poi col l’iPhone 3GS interfacce che funzionano realmente.

Il punto è che un conto è dire al computer “computer, apri il documento expose.doc nella cartella Documenti”, e un conto è dirgli “computer, controllarmi se per caso abbiamo già parlato di interfacce vocali nelle precedenti puntate di Expose”. Insomma, non c’è grosso vantaggio nell’interfaccia vocale se l’utente deve conoscere un preciso codice di comandi.

Viceversa, un’interfaccia che capisca realmente il linguaggio naturale richiede una vera intelligenza artificiale. E quando comparirà sulla terra una vera intelligenza artificiale probabilmente prenderà il controllo del pianeta e manderà dei robottoni con gli occhi rossi vagamente somiglianti a Schwarzenegger a ucciderci tutti…

Far marameo allo schermo

Tre anni fa, quando partì questa rubrica, eravamo entusiasti delle interfacce multitouch, e ci eravamo convinti che questa fosse la strada dell’innovazione che Apple avrebbe dovuto seguire. Dopo molti mesi d’uso intenso dell’iPhone ci siamo parzialmente ricreduti. Sì, sull’iPhone va benissimo, ma su un computer sul quale eseguire compiti più velocemente, con più precisione e più frequentemente forse no. Semplicemente, le nostre dita sono troppo grosse. E unte: sporcano lo schermo. Per non parlare del fatto che Apple in questo campo sarebbe già indietro, visto che sono già in commercio pc della HP con schermo multitouch.

C’è però un’alternativa che potrebbe essere più interessante: il riconoscimento non del tocco ma del gesto. O delle gestures, per usare il termine inglese.

Gesti eseguiti con le mani, nell’aria, che il computer tramite webcam vede, riconosce e agisce in conseguenza. Un esempio di questo tipo di interfaccia si vede nel film Johnny Mnemonic. La tecnologia, più o meno, c’è già: e qualcosa di simile per esempio lo fa la stessa console Wee.

C’è ancora di meglio. Ci sono già tecnologie di origine militare che permettono al computer di capire dove punta il nostro sguardo. Potremmo, per esempio, sostituire il mouse: per cliccare su un’icona basta guardarla e fare l’occhiolino con l’occhio sinistro. Naturalmente, per far apparire il menu contestuale l’occhiolino andrà fatto con l’occhio destro.

Provare a immaginare cosa possa rendere rivoluzionario un sistema operativo nel 2017 è ovviamente soltanto un gioco. Impossibile prevedere le nuove invenzioni, le mode, le cose che accadranno da qui ad allora.

Anche se, a ben guardare, in questi ultimi otto anni l’informatica non è stata certo rivoluzionata; il mondo dei computer è certamente cambiato molto meno tra il 2001 e il 2009 di quanto non sia cambiato tra il 1993 e il 2001.

Probabilmente il Mac OS XI sarà uguale al Mac OS X, con magari qualche protezione in più, o la possibilità di acquistare software solo da un mega App Store della Apple. O magari la grande rivoluzione sarà che potrà girare anche su pc di altre marche…

No, questo mai.

La fanzine dal ciclostile a internet

Posted on Settembre 14th, 2009 in Fantascienza, Pubblicazioni, Whatever | 8 commenti »

Per ravvivare un po’ questo blog e anche per non far scomparire per sempre lavori che magari non lo meritano del tutto, ho deciso di cominciare a riproporre qui un po’ di miei articoli usciti qua e là. Comincio con questo Antiche e nuove mappe dell’inferno: dal ciclostile a internet, conferenza tenuta a Science+Fiction, a Trieste, se non sbaglio nel novembre 2001.

Antiche e nuove mappe dell’inferno: dal ciclostile a internet

Di Silvio Sosio

Un\'antica macchina da ciclostileCome è facile immaginare, il problema più gravoso per i gruppi di appassionati che progettano di pubblicare una rivista amatoriale è sempre stato quello dei costi di stampa. In questo intervento farò un rapido riassunto della storia dell’editoria amatoriale dal punto di vista tecnico, soffermandomi in particolare sull’era di internet che, in un certo senso, ha definitivamente risolto il problema, ma forse ha anche ucciso definitivamente la fanzine come oggi la conosciamo.

Il problema della tiratura

La storia delle tecniche di composizione e stampa è davvero affascinante: dai caratteri mobili alla linotype di inizio secolo – che allineava i piombini dei vari caratteri fondendoli poi insieme riga per riga; alla fotocomposizione, con i caratteri disegnati in maschere ottiche su un disco attraverso il quale passava un raggio di luce che impressionava una pellicola; fino al recente desktop publishing e al direct-to-plate, completamente governati dal computer. Mentre dalle rotative si passava all’offset e al roto-offset.

Una caratteristica ha accomunato tutte le tecniche di stampa che ho elencato: quella di essere progettate per grandi tirature. Costi di partenza abbastanza alti, che venivano ammortizzati solo su elevati numeri di copie.

L’editoria amatoriale, che per sua stessa natura ha sempre dovuto lavorare su un pubblico molto ristretto, ha avuto accesso molto di rado alle tecniche di stampa utilizzate dalla stampa professionale, che avrebbero richiesto grandi investimenti iniziali e avrebbero imposto un costo per copia decisamente troppo elevato. Ha quindi dovuto fare riferimento a tecniche alternative e a basso costo.

Il ciclostile

Negli anni sessanta e settanta il fandom forse non sarebbe esistito senza il macchinario inventato nel 1881 da un ex agente di cambio ungherese emigrato negli Stati Uniti, David Gestetner: il ciclostile. Usando uno speciale foglio di carta cerata, sul quale si scrive utilizzando una speciale penna oppure la stessa macchina per scrivere, viene prodotta una matrice usata poi per la produzione a bassissimo costo di piccole tirature. La qualità di questo tipo di stampa era molto modesta, ma per riviste che pubblicavano articoli o racconti, quindi sostanzialmente testo, più della qualità era importante la leggibilità. Quasi tutte le fanzine italiane fino ai primi anni ottanta erano stampate in ciclostile (The Time Machine, Vox Futura fino al 1981; Intercom addirittura fino al 1987). Se era molto semplice produrre le matrici, era semplice anche stampare: all’epoca erano molto diffuse piccole tipografie attrezzate con questa macchina, il cui prezzo fra l’altro era abbastanza contenuto tanto che spesso conveniva addirittura acquistarla e stampare la fanzine in proprio.

Se il testo delle fanzine ciclostilate era leggibile, decisamente più problemi dava tutto il resto della grafica. I disegni erano improponibili, a meno che l’illustratore stesso non si rassegnasse a disegnare incidendo lui stesso la matrice di cera.

I titoli venivano normalmente composti usando il normografo. Quasi tutte le fanzine stampate in ciclostile concentravano i loro sforzi economici nella stampa in offset della copertina.

Va anche notato che il ciclostile era allora usato soprattutto per la propaganda – o se vogliamo la contropropaganda politica – il che dava in qualche misura alle fanzine un lieve sapore sovversivo. Forse anche per questo motivo una delle riviste di più chiara ispirazione di sinistra, Intercom, scelse la soluzione più elegante alle carenze grafiche del ciclostile, evitando le tristi soluzioni grafiche del normografo e dei disegni ricalcati ma sfruttando invece al meglio proprio la macchina per scrivere, e giocando col testo in un modo che ricordava l’ASCII Art, l’arte di disegnare sui terminali a caratteri che si stava già sviluppando in quegli anni sulle prime bbs.

La xerografia

All’inizio degli anni ottanta comincia a raggiungere costi accettabili un’altra tecnica, che soppianterà definitivamente il ciclostile in pochi anni: la fotocopia.

Lavorando nel retrobottega di un salone di bellezza, un inventore americano, Chester Carlson, nel 1938 aveva ideato un dispositivo che permetteva di riprodurre scritti e disegni: la fotocopia.

Carlson aveva ideato questa tecnica per far fronte a un suo handicap fisico: era impiegato all’ufficio brevetti e il suo compito consisteva nel riprodurre a mano i fogli con i disegni dei brevetti, per farne copie da archiviare. Ma era fortemente miope e sofferente di artrite alle mani, tanto che il lavoro diventò per lui una vera e propria tortura. Cominciò a pensare, così, a un sistema automatico per ottenere le copie dei documenti. Si licenziò dall’impiego e iniziò a lavorare nella cucina di casa, finché la moglie, seccata, non lo cacciò via. Si trasferì, quindi, nel retrobottega di un salone di bellezza di proprietà della suocera, ad Astoria, un sobborgo di New York. E cominciò a fare esperimenti con lo zolfo, una sostanza isolante che diventa conduttrice se esposta alla luce.

Il 22 ottobre del 1923 rivestì di zolfo una lastra di zinco e vi poggiò sopra un foglio di carta con la scritta “Astoria - 22-10-38″. Sottopose il tutto alla luce per qualche secondo, poi ricoprì la lastra con polvere fine e notò che questa si depositava, per attrazione elettrostatica, soltanto nei punti illuminati ottenendo quindi una immagine in negativo dello scritto. Poi fece aderire un foglio di carta cerata alla lastra e lo riscaldò: col successivo raffreddamento, la cera si solidificò solo nei punti in cui aderiva alla polvere. Bastò pelare via il foglio di cera per avere sulla carta l’esatta fotocopia dello scritto originale.

Carlson continuò a perfezionare il suo apparecchio e vendette il brevetto a una piccola società americana, la Haloid, che il 22 ottobre 1948, a dieci anni esatti dalla prima fotocopia, realizzò la prima “vera” fotocopiatrice.

La Haloid cambiò nome in Xerox (dalla parola greca che significa secco, poiché non si usano liquidi nel processo), diventando una delle maggiori compagnie statunitensi nel campo del trattamento dei documenti. En passant, fu nei laboratori della Xerox a Palo Alto che furono sviluppati i primi prototipi di quella interfaccia grafica che sarebbe stata alla base di un’altra rivoluzione, il Desktop Publishing.

La fotocopia permetteva un considerevole miglioramento nella preparazione delle riviste amatoriali. Non era più necessario lavorare su una matrice di cera. Si poteva lavorare su un normale foglio di carta, scrivere il testo con la macchina per scrivere e inserire disegni o fotografie ritagliate, creare titoli usando i caratteri trasferibili: piena libertà grafica, insomma. Usando macchine per scrivere elettriche a sfera era anche possibile utilizzare più fonti diverse di caratteri: corsivo, grassetto.

All’inizio degli anni ottanta cominciarono a essere pubblicate le prime fanzine fotocopiate (L’Altro Spazio, The Dark Side, City). Questo cambiamento di tecnologia comportò anche un cambiamento nei formati: dal B4 o B5 diffuso all’epoca del ciclostile si passò a quello che oggi è il formato standard per eccellenza, l’A4, o in alcuni casi all’A4 piegato in due (A5).

L’avvento della fotocopia consentì il pieno sviluppo di un nuovo genere di fan: oltre allo scrittore e al critico poteva finalmente esprimersi anche il disegnatore.

L’offset

Se la fotocopia è la soluzione più economica per le riviste che tiravano fino alle due o trecento copie, oltre cominciava già a diventare interessante la soluzione dell’offset.

All’inizio del secolo gli inventori americani, Ira Rubel e i fratelli Charles e Albert Harris, contemporaneamente e indipendentemente, svilupparono i primi prototipi di macchine da stampa basate sul concetto oggi chiamato offset.

La stampa offset richiede la preparazione, tramite un procedimento chimico simile a quello dello sviluppo delle fotografiche, di speciali matrici chiamate lastre. Le lastre vengono sviluppate a partire dalle pellicole, che possono essere realizzate in vari modi (fotografici o digitali). Oggi esistono tecnologie in grado di preparare le lastre da input digitale senza utilizzare le pellicole (direct-to-plate). Le lastre con un processo chimico raccolgono acqua nei punti in cui sono negative, mentre le parti dove sono positive vengono cosparse di inchiostro. La lastra poi trasferisce l’inchiostro su una matrice che a sua volta inchiostra la carta. La lastra non tocca mai direttamente la carta, e per questo motivo la tecnica viene chiamata offset.

Le lastre possono essere di alluminio – usato normalmente nella stampa a larga tiratura – o di carta, con minore qualità ma anche costi molto inferiori.

Questo tipo di stampa offset arrivò alla portata delle riviste amatoriali durante gli anni ottanta, e fu usato da alcune delle testate più importanti (The Time Machine, La Spada Spezzata). Altre fanzine, già arrivate a livelli semiprofessionali – più per la disponibilità economica dei loro editori che per una vera larga diffusione – come Dimensione Cosmica o Sf..ere, usavano già l’offset e tutta la catena produttiva della stampa professionale, uscendone come prodotti, almeno dal punto di vista della stampa indistinguibili da quelli dell’editoria da edicola.

Il desktop publishing

Dopo la rivoluzione della stampa, alla metà degli anni Ottanta venne rivoluzionato anche il metodo di composizione.

Se fin dall’epoca del ciclostile il testo era stato composto utilizzando normali macchine per scrivere – dalle classiche Lexicon o Lettera Olivetti alle più evolute Praxis elettroniche – magari affiancate da caratteri trasferibili per i titoli, dal 1985 comincia a essere utilizzato il computer. Con l’Apple Macintosh, i primi software di impaginazione come Aldus PageMaker e le prime stampanti laser come la Apple LaserWriter, per le fanzine inizia ancora prima che per l’editoria professionale la rivoluzione del desktop publishing.

E’ John Warnock che sviluppa, nei primi anni ottanta, un linguaggio di descrizione della pagina con alcune caratteristiche importanti, in particolare quella di non essere legato a una particolare stampante ma di poter essere utilizzato per pilotare diversi tipi di macchine, dalle stampanti laser alle fotounità. Warnock fonda, in società con la Apple Computer, la Adobe Systems e, cede il licenza l’uso del linguaggio PostScript per le prime stampanti laser immesse sul mercato, le Apple LaserWriter.

Utilizzando Aldus PageMaker su Apple Macintosh nel 1985 è già possibile costruire la pagina interamente a computer e stamparla sulla LaserWriter, in bianco e nero e con la risoluzione di 300 punti per pollice. La tecnologia è ancora agli inizi ma il risultato, per l’epoca, è di qualità eccezionale, e lo strumento è già validissimo per le pubblicazioni amatoriali (la prima fanzine italiana composta in desktop publishing è il numero 16 di La Spada Spezzata), mentre lo diventerà di lì a poco anche per quelle professionali (FMR, Applicando fra le prime riviste composte in dtp). Oggi sono rimaste solo alcune edizioni d’arte particolari a non utilizzare la composizione a computer.

Proprio il numero di fonti disponibili caratterizza i primi anni del desktop publishing “amatoriale”. Nei primi tempi le riviste composte a computer sono facilmente riconoscibili proprio per il fatto di utilizzare solo le font Times ed Helvetica. Curiosamente una situazione analoga si verifica oggi nell’editoria online, dove possono essere utilizzate solo alcune fonti (Times, Verdana, Helvetica).

In breve però il numero di fonti Postscript si moltiplica e si verifica l’effetto opposto: ormai priva di limiti la fantasia grafica del fanzinaro si scatena, ma non sempre accompagnata dal buon gusto. In generale però si assiste a un notevole incremento della qualità grafica delle riviste amatoriali. Fra le fanzine che hanno raggiunto i migliori risultati dal punto di vista grafico va ricordata la siciliana Terminus.

Con l’avvicinarsi della fine degli anni ottanta, intanto, il fandom sta cambiando, e il fenomeno delle fanzine ha un momento di forte contrazione. Mentre continua fra alterne vicende la pubblicazione di Intercom, l’unica fanzine che riesce a creare attorno a sé una comunità e a mantenere una vera continuità è Yorick, stampata addirittura a caratteri mobili. Nell’ultimo decennio del secolo nascono e muoiono alcune fanzine di fantascienza, ma senza mai riuscire a emergere e a ricostruire quella rete di rapporti che costituiva il fandom vitale degli anni ottanta. E mentre il fandom tradizionale agonizza, arriva il momento del fandom delle serie televisive. Inside Star Trek, la rivista dello Star Trek Italian Club, viene realizzata in desktop publishing fin dai primi numeri e stampa migliaia di copie. Altri club avranno le loro pubblicazioni (Alliance e Cloud City dedicati a Guerre Stellari, ISO Shado dedicato a UFO e Spazio 1999, altri minori). Ma proprio questo tipo di fandom saprà sfruttare al meglio il nuovo mezzo che si sta affermando: dalla carta si passa alla rete.

Prime esperienze elettroniche

Prima che internet facesse dell’editoria elettronica un fenomeno di massa, non sono mancati tentativi di sfruttare in qualche modo gli strumenti a disposizione per creare le prime fanzine elettroniche.

Nei primi anni ottanta a Firenze Tommaso Tozzi realizza una fanzine su segreteria telefonica: per ascoltarla era sufficiente comporre il numero telefonico e ascoltare. Luigi Pachì realizza a Milano il prototipo Blade Run, fanzine su cassetta per ZX Spectrum, uno dei primissimi home computer. Diffusione molto ristretta: un paio di copie. Franco Forte nei primi anni novanta diffonde la prima faxzine: Shining, inviata via fax. Ne esce una ventina di numeri, poi la rivista cambia formula a causa dell’eccessivo successo.

Nella seconda metà degli anni ottanta i personal computer cominciano ad essere diffusi, e cominciano a diffondersi anche i modem, per far comunicare i computer attraverso la linea telefonica. E’ il momento della grande diffusione dei bbs, piccoli servizi online ai quali gli utenti si collegano via modem e trovano file da scaricare e forum nei quali discutere fra loro. In molti bbs la partecipazione ai forum è limitata ai pochi utenti del bbs, ma in molti casi i bbs aderiscono a circuiti nazionali o internazionali – il più grande è FidoNet – dando vita a conferenze alle quali partecipano appassionati da tutta Italia. In quest’epoca, fra i partecipanti più attivi della conferenza “sf.ita” di FidoNet dedicata alla fantascienza era facile trovare i nomi di Vittorio Curtoni e di Valerio Evangelisti.

Anche se rari non mancavano i casi di riviste distribuite via bbs. Fra queste la più nota era certamente Il corriere telematico, che si occupava delle problematiche dei bbs e della rete Fido. Alla fine del 1994 fece la sua comparsa anche una rivista di fantascienza: Delos Cyberzine. Ma eravamo ormai agli sgoccioli dell’era dei bbs, che stavano per essere soppiantati dalla rete delle reti.

L’avvento di internet

La storia di internet è abbastanza nota: nasce all’inizio degli anni settanta come progetto comune fra università e ente della difesa americano con lo scopo di creare una rete di risorse informatiche non centralizzata e quindi in grado di funzionare anche se danneggiata – per esempio in un attacco nucleare – in alcune sue parti.

Alcuni meno addentro forse si stupiranno nello scoprire che internet esiste già da trent’anni. E’ vero che per due decenni è rimasta uno strumento a uso e consumo degli istituti universitari, e solo all’inizio degli anni novanta, quando Tim Berners-Lee pubblicò il suo progetto di world wide web, una rete ipertestuale che consentisse l’accesso all’informazione tramite link contestuali, cominciò a diventare uno strumento di comunicazione di massa.

In questo sviluppo altrettanto importante è stato l’apporto di Marc Andreesen, sviluppatore del primo browser grafico, Mosaic, sulle cui basi sono stati sviluppati sia Microsoft Internet Explorer (la Microsoft acquistò i sorgenti di Mosaic nel 1996) sia Netscape Navigator, che fu sviluppato dallo stesso Andreesen.

Il lavoro di Berners-Lee e di Andreesen trasformò la rete da uno strumento quasi puramente tecnico a un mezzo di comunicazione accessibile a tutti. I grandi bbs americani come Compuserve e America OnLine, e i nascenti provider di tutto il mondo, come Video On Line e Italia On Line in Italia, colsero subito l’importanza di questa rivoluzione e diedero inizio alla spettacolare diffusione di internet, che superò i cento milioni di utenti in un decimo degli anni occorsi alla televisione per ottenere lo stesso risultato.

In Europa fondamentale è stato il fenomeno dei provider gratuiti, lanciato in Italia da Tiscali. Accesso gratuito alla rete, spazio gratuito sul web da utilizzare per pubblicare pagine autoprodotte: la situazione ideale per il proliferare di fanzine elettroniche.

La prima fanzine elettronica italiana di fantascienza, e in realtà la prima rivista web italiana in assoluto, è stata Delos Cyberzine. Dopo alcuni numeri distribuiti tramite bbs fin dai primi mesi del 1995 Delos è diventata una rivista web. Da esperimento per i pochi smanettoni che nel 1995 avevano un accesso a internet, Delos, che nel 1996 ha cambiato nome in Delos Science Fiction, è cresciuta insieme alla diffusione della rete diventando un prodotto professionale con migliaia di lettori. Insieme al complementare Corriere della Fantascienza, Delos oggi non può certamente più essere considerata una fanzine, avendo compiuto quel passaggio che rappresenta un po’ il sogno di molti curatori di fanzine: dal mondo amatoriale a quello professionale.

Internet apparentemente rappresenta la soluzione ideale ai problemi dell’editore amatoriale: nessun costo di stampa; facilità di produzione e di distribuzione; grandissima facilità nel reperimento dei materiali e nei contatti con i collaboratori. Tuttavia non si è assistito a un’esplosione di nuove riviste amatoriali. Uno dei motivi (ma non il solo) è certamente la netta contrazione vissuta in generale dal mondo della fantascienza, soprattutto nel numero di lettori.

A quattro o cinque fanzine su carta in attività si contrappongono nel momento in cui scriviamo non più di una decina di fanzine elettroniche, gran parte delle quali dedicate a Star Trek o ad altri serial: Star Trek Italia Magazine, WebTrek Italia, Previatrek, GuerreStellari.net. Fra le fanzine non specializzate la maggiore sicuramente è Intercom ( HYPERLINK “http://www.intercom.publinet.it” www.intercom.publinet.it) unico caso di esperienza di fanzine su carta (Intercom veniva pubblicata sin dai primi anni ottanta) portata con successo in rete. Molto interessanti anche Ouroboros, e poi Continuum, Nigra Latebra e poco altro.

Il superamento della fanzine

In realtà però il concetto stesso di rivista è stato superato dall’avvento di internet. Che propone diversi mezzi di comunicazione alternativi alla rivista e più adatti alla rete: dal sito amatoriale specializzato, che viene aggiornato non sostituendo un nuovo numero a quello vecchio (come nel caso delle riviste) ma inserendo nuove informazioni a complemento di quelle già esistenti; al forum, che nelle sue diverse forme – newsgroup, mailing list, forum sul web, chat – permette in modo più diretto l’espressione di opinioni e la creazione di comunità fra appassionati.

In quest’ottica la fanzine è solo un modo in più per comunicare fra appassionati. Ha ancora un suo ruolo: il fatto di essere un prodotto di gruppo, con una continuità temporale e un qualche tipo di selezione del materiale pubblicato sono caratteristiche distinguono la rivista dal sito amatoriale generico e forniscono all’utente quelle garanzie che lo aiutano a effettuare una scelta (la vera difficoltà nell’uso della rete). Certamente la forma tradizionale della rivista non è la più adatta a questo nuovo mezzo e piano piano si trasformerà in qualcosa di più fruibile.

Il futuro

Cercare di prevedere quali possano essere gli sviluppi futuri quando si ha a che fare con l’informatica e la telematica è un gioco che varia dal futile al pericoloso (se come spesso accade vi si investono soldi). Negli anni scorsi analisi firmate da prestigiosissime aziende che prevedevano l’esplosione di internet grazie all’arrivo sulla televisione o sul telefonino hanno causato disastri, e disastri ancora maggiori sono stati causati da chi pensava che di punto in bianco l’umanità avrebbe cominciato a vivere e ad acquistare soprattutto in rete. Se la tecnologia viaggia a un ritmo rapidissimo, molto più lentamente si evolvono le abitudini degli esseri umani.

Alcune tendenze dobbiamo per forza indicarle: l’aumento della larghezza di banda sta portando a una maggiore diffusione in rete di altri tipi di comunicazione diverse da quella testuale: musica, video, animazione. Sta recedendo la cultura del tutto gratis tipica dei primi anni di internet: anche grazie a sistemi di pagamento più pratici e sicuri sempre più spesso accadrà di pagare, anche piccole o piccolissime cifre, per i servizi richiesti.

L’informazione si sta progressivamente trasferendo nel mondo digitale: si comincia dagli strumenti di produzione, si passa ai supporti – si pensi ai cd e ai dvd per musica e cinema – e poi alla distribuzione: internet. E l’aspetto più importante di questa rivoluzione è che più l’informazione diventa digitale, minore diventa il costo di realizzazione e di distribuzione.

L’avanzata del digitale porterà entro pochi anni ad acquistare la musica, i film e gli stessi libri via internet, scaricandoli direttamente in appositi strumenti portatili, come i lettori di ebook o i riproduttori MP3. Difficilmente verranno soppiantati molto presto i supporti tradizionali – libri e riviste su carta, cd rom, vhs e dvd – ma sicuramente cederanno il passo (in realtà lo stanno già facendo) alla diffusione telematica. I bassi costi e la elevata targetizzazione faranno sì che il panorama dei prodotti della comunicazione presenti una scelta sempre più vasta, permettendo la pubblicazione anche di quei prodotti che nel mercato tradizionali avrebbero avuto troppo pochi potenziali acquirenti per giustificarne la produzione. Sempre i bassi costi, uniti alla facilità di accesso agli strumenti di produzione – dopo il desktop publishing che ha aperto le porte all’editoria fatta in casa oggi è possibile mixare cd musicali o montare film sul proprio computer – mettono addirittura in crisi in concetto di editore, di fronte al diffondersi del fenomeno dell’autopubblicazione. Il ruolo dell’editore in rete si sposta su quello identificato dal valore semantico che ha la parola nella lingua inglese: editor, colui che cura la pubblicazione, che effettua le scelte e che quindi in qualche modo garantisce la qualità al lettore sperduto nel mare delle opportunità.

Il mondo della cosiddetta new economy ha attraversato un periodo di forte recessione, dovuto all’esplodere delle bolle di sapone prodotte in due anni di folle euforia dopo l’esplosione del numero di utenti di internet trainata dai provider gratuiti.

Oggi il numero di utenti cresce più lentamente, ma sta aumentando la qualità e la frequenza di utilizzo della rete. Per lavoro o nell’uso quotidiano sta diventando sempre più naturale comunicare via email, consultare l’orario dei treni o l’elenco dei cinema via web, leggere le ultime notizie e anche coltivare i propri interessi sulla rete. Per gli appassionati di fantascienza – o di qualsiasi altra cosa – la rete è ormai il mezzo migliore per trovarsi e creare comunità. Questo darà senza dubbio sempre più impulso alla nascita e al prosperare di pubblicazioni amatoriali; che però avranno sempre meno, probabilmente, la forma di una rivista come oggi siamo abituati a pensarla.

Riferimenti

How Offset Printing Works:

http://www.howstuffworks.com/offset-printing.htm

Invenzione del ciclostile e delle fotocopie:

http://cubo.newton.rcs.it:8666/gazzetta/gazzetta1299.htm

Strategie hollywoodiane

Posted on Luglio 10th, 2009 in Fantascienza | 4 commenti »

Di recente è emersa la notizia riguardante un prossimo film basato sul videogioco Asteroids. Sì, quel vecchio videogame con gli asteroidi che girano per lo schermo e l’astronavina triangolare che se ne sta nel mezzo a sparare. E poi appena toccavate il joystick per farla muovere era un disastro, perché quella seguiva davvero le regole della dinamica nello spazio, e allora bastava un colpettino troppo forte e non la fermavi più. O meglio, si fermava non appena andava a sbattere su un asteroide di passaggio.

AsteroidsA chi è venuta l’idea di sviluppare un film su un gioco del genere? Si tratta indubbiamente di strategie sviluppate ai vertici delle major di Hollywood che noi mortali difficilmente possiamo anche solo arrivare a supporre. Io ci ho provato, e mi è venuta fuori sta roba qui.

SBANG! (pugno sul tavolo)

Cazzarola avete visto che successone quelli della Paramount con Transformers? Perché nessuno me l’aveva detto? Compriamo subito anche noi i diritti di un gioco della Harsbro! Cosa c’è a disposizione? G.I. Joe? Già fregato dalla Paramount anche quello? Pokemon? No, già fatto… Come dici? La Harsbro possiede la Atari? Perfetto! Compriamo un videogioco della Atari!… Telefono subito! Ma lo sapranno l’inglese questi giapponesi? Ah non sono giapponesi? E se sono americani perché hanno un nome che sembra giapponese? Va be’… Atari? Buon giorno, siamo la Universal. Pictures, sì, quella. Vorremmo comprare un gioco… venti dollari, così poco? Come per che piattaforma lo vogliamo? No, vogliamo comprare i diritti di un gioco per farci un film, non una copia di un gioco… cosa avete? Ghostbusters? Ma no, l’hanno già fatto il film… Riddick? Ma che, Riddick è nostro… ma no, qualcosa di classico, di famoso… ET? Ma no… Indiana Jones? Ma no!! Pensa però, mica lo sapevo che erano tratti da videogiochi. Asteroids? Non è che è tratto da quel film con Bruce Willis vero? Ok, allora prendiamo quello, quanto viene? Ah, mi da in omaggio anche Pong? affare fatto, allora!

James Tiberius Custer

Posted on Maggio 12th, 2009 in Fantascienza | 8 commenti »

In questi giorni è quasi obbligatorio per chi ha un blog postare qualcosa a proposito di Star Trek. Non mi esimerò, ma vorrei dire qualcosa di un pochino diverso dal mio parere sul film e da quanto mi sembra rispondente allo spirito di Star Trek.

Allora, parliamo del generale Custer.

George Armstrong Custer è nato da famiglia contadina nello stato dell’Ohio, nel 1839. Si iscrive all’accademia militare West Point per diventare ufficiale. È bravo quando vuole, ma troppo insofferente della disciplina e dell’autorità. Scoppia la guerra civile e Custer riesce a diplomarsi, ma solo all’ultimo posto della graduatoria. Ciononostante la guerra ha bisogno di ufficiali: tutti i cadetti con una preparazione sufficiente vengono reclutati, e Custer viene nominato tenente.

Nel 1862 riesce a persuadere il suo colonnello a fargli comandare un attacco contro le truppe confederate: l’attacco ha successo e Custer riesce addirittura a catturare uno dei generali di corpo d’armata confederati.

Nel film del 1941 con Errol Flynn, They Died With Their Boots On (in italiano La storia del generale Custer), la storia di Custer viene naturalmente un po’ romanzata; Custer viene nominato di punto in bianco generale in seguito a un equivoco, ma ciononostante si fa valere cambiando le sorti della guerra e la nomina viene confermata.

Dopo la fine della guerra viene richiamato in servizio nella guerra indiana, col grado di colonnello; fonda il reggimento 7° cavalleria e ne forgia lo spirito anche usando la canzone tradizionale irlandese Garry Owen che è tutt’ora il “nickname” del reggimento. Infine muore nella battaglia di Little Big Horn, nel tentativo di impedire un massacro ben peggiore.

La finzione non si discosta moltissimo dalla realtà: Custer diviene effettivamente generale bruciando le tappe e ha un ruolo decisivo nella guerra, grazie ai suoi attacchi imprevedibili che spesso causano ingenti perdite alle truppe unioniste, ma anche gravi danni a quelle confederate. Il film dipinge un Custer amico degli indiani (Cavallo Pazzo era interpretato da Anthony Quinn) e che cerca inutilmente di opporsi a chi vuole infrangere il trattato di pace, mentre la storia sembra caricargli qualche responsabilità in più.

Tra finzione e realtà, comunque, noto una notevole somiglianza tra James Kirk e George Armstrong Custer. In particolare nel film di J.J. Abrams, che sembra voler richiamare la leggenda di Custer in modo esplicito: il padre di Kirk si chiama “George”, Kirk è insofferente alla disciplina e rischia l’espulsione dall’accademia; i cadetti vengono chiamati al servizio attivo a causa di un’emergenza; Kirk diventa capitano in modo rocambolesco ma la sua audacia lo porta a ottenere risultati così importanti che il comando viene confermato.

In fin dei conti Kirk rappresenta proprio ciò che la leggenda di Custer incarna: l’ideale del militare creativo, fuori dalle regole, che riesce a ottenere il successo pensando fuori dagli schemi, e al quale è facile perdonare la spacconeria, l’irruenza e quella buona dose di arroganza proprio in virtù dei risultati e anche di un pizzico di autoironia. Della quale nel Custer reale non sappiamo, ma in quello di Errol Flynn era senza dubbio presente.

Una nota curiosa: nel film del 1967 Custer of the West (Custer eroe del West) nel cast compare anche un certo Jeffrey Hunter, che proprio l’anno prima aveva recitato nel pilot di una nuova serie televisiva di fantascienza… e che venne sostituito, quando la serie andò in produzione, da un certo William Shatner.

Il mio parere sul film? Be’, la trama non regge gran che, il cattivo è un semplice sparing partner senza personalità, e senza dubbio ci sono un sacco di quei dettagliucci sbagliati che fanno incavolare i trekkie più fanatici. Chi se ne frega. Il film è divertente, getta le basi per il rilancio di Star Trek, i personaggi principali sono delineati bene e i loro rapporti sono intriganti. Non è un capolavoro, ma è certamente un capolavoro quello che JJ è riuscito a ottenere affrontando una sfida così difficile.

Il film di Fondazione, ecco il soggetto

Posted on Gennaio 28th, 2009 in Fantascienza | 25 commenti »

È appena arrivata alla stampa la notizia che Roland Emmerich girerà un film tratto dalla saga della Fondazione di Isaac Asimov, e i nostri agenti si sono già impadroniti del soggetto. Curiosi di sapere come riuscirà il regista di Independence Day a portare nelle due ore di un film di Hollywood una saga di ampio respiro e tutto sommato un po’ cerebrale come questa? Ecco qui, svelato in anteprima l’adattamento della trama!

Il protagonista è un agente del servizio segreto imperiale. E’ stato incaricato di andare a prelevare uno scienziato da un pianeta periferico e portarlo su Trantor. Mentre si recano allo spazioporto l’agente nota un veicolo che li insegue. Inseguimento con le auto a cuscinetto d’aria fino al minuto 15. L’agente, Seldon e la figlia di Seldon, Arcadia, prendono l’astronave, Hari Seldon spiega all’agente le sue teorie storiografiche in una scena poetica con musica, brandelli di frasi per far capire che sono concetti filosofici, e immagini suggestive di galassie, e l’agente si convince che la causa di Hari Seldon va difesa a ogni costo e che deve a lui la sua fedeltà prima ancora che all’imperatore. Siamo al minuto 17.
Durante il viaggio verso Trantor un clandestino cerca di uccidere Seldon. Inseguimento a bordo dell’astronave, alla fine l’assassino si spara nel vuoto per non farsi catturare. Siamo al minuto 27.
Arrivo a Trantor. Scena in computergrafica per far vedere Trantor, magari ricclando footage non usato di Coruscant. I due incappano in una rivolta anti imperiale, approfittando della quale un assassino cerca di uccidere Seldon. Inseguimento in mezzo alle vie di Trantor. Siamo al minuto 30.
Seldon arriva di fronte all’imperatore e gli spiega il suo progetto di Enciclopedia Galattica. Scena poetica con musica, brandelli di frasi per far capire che sono concetti filosofici, e immagini suggestive di galassie. Siamo al minuto 45.
La spedizione di Seldon parte per Terminus, scortata dalle navi imperiali. A bordo della nave c’è un clandestino che cerca di uccidere Seldon. L’agente lo scopre e lo insegue. Ce ne sono degli altri. Sparatoria. Gli assassini muoiono ma la nave è danneggiata. Sta per finire l’aria. L’agente si lancia nel vuoto senza tuta e riesce a stabilire un contatto con l’altra astronave. Sono tutti salvi.
Siamo al minuto 65.
Il viaggio procede. A metà strada si avvicina una flotta di navi tutte strane piene di scheletri sugli scafi (riutilizzo di cgi da Serenity). E’ la flotta del Mule. La scorta imperiale dà battaglia ma nonostante la maggiore potenza sono sopraffatti dal numero. Siamo al minuto 80.
Finalmente le navi del Mule stanno per abbordare la nave di Seldon quando ecco delle bordate arrivare come dal nulla che colpiscono le ultime navi del Mule. E’ la flotta della Fondazione! Salvor Hardin in persona in collegamento annuncia che la flotta nemica si ritira! E’ fatta!
Siamo al minuto 95.
Sono tutti contenti ma Arcadia strilla e tutti si accorgono che l’agente è rimasto colpito da uno degli ultimi colpi. E’ in fin di vita, ma ugualmente racconta a Seldon del suo sogno di tornare un giorno al suo bucolico pianeta natale. Scena poetica con musica, brandelli di frasi per far capire che sono concetti filosofici, e immagini suggestive di galassie.
Siamo al minuto 110.
Tutto sembra concluso. Scene felici e suggestive sul pianeta Terminus, magari con musica e immagini di galassie. Vita quotidiana nell’università di Terminus. Alloggi. Arcadia che sta mettendo tristemente in una scatola gli effetti personali dell’agente morto, musica di tensione, il suo passaporto imperiale dell’agente era falso, e nascosto ce n’era un altro con le insegne di un ente misterioso: la Seconda Fondazione. Musica tesissima. Silenzio. Titoli di coda.

Che disastro i remake. Gli originali invece…

Posted on Dicembre 16th, 2008 in Fantascienza | 13 commenti »

Dopo aver visto al cinema, domenica, Ultimatum alla Terra versione 2008, con Keanu Reeves, stasera mi sono visto la versione del 1951. In questi giorni ho letto in giro vari commenti sul tenore: “ah che orrore questi remake! C’era proprio bisogno di rovinare un capolavoro come Ultimatum alla terra?”

La versione 2008 del film è effettivamente un po’ un disastro, accumula buchi di logica, errori scientifici, comportamenti irrazionali dei personaggi, melensaggine e superficialità. Ma la versione del 1951 era davvero questo grande capolavoro, o forse chi la esalta non fa altro che esaltare un ricordo dell’infanzia?

The Day The Earth Stood StillBene, da tempo sostengo che i film di quest’epoca, con poche eccezioni, sono sopravvalutati oltre ogni ragionevolezza, e sono convinto che sia anche il caso di Ultimatum alla Terra.
Diciamo innanzi tutto che si tratta di un film estremamente naif, a livello di favoletta per bambini. Non c’è un minimo di tentativo di essere realistici. E non parlo dell’astronave plasticosa o del robot con la tutina argentata; parlo di come si comportano le persone, i militari, gli agenti del governo; di come parlano le persone.

Una nota di passaggio: fa un po’ impressione vedere la gente che fuma in continuazione, e tutti gli uomini in giacca cravatta e cappello (anche quello che legge il telegiornale, in studio, ha il cappello in testa) e le donne tutte rigorosamente con gonne svolazzanti da ballo e tacchi alti.
Francamente dubito che gli Stati Uniti fossero così, anche se era il 1951.

Il punto di partenza è lo stesso: Klaatu viene sulla Terra, un pianeta che gli alieni conoscono come notoriamente violento e bellicoso, ed esce dall’astronave senza la minima protezione. La prima cosa che fa è infilare una mano nella tuta per tirare fuori dalla tasca un aggeggio che sembra un’arma, in modo da essere sicuro che gli sparino all’istante.
Tra l’altro se avesse avuto davvero quell’aggeggio nella tasca della tuta si sarebbe visto un mostruoso rigonfiamento puntuto sul petto, ma forse ha tasche tipo Eta Beta.

Come c’era da aspettarsi un militare gli tira una revolverata, agitando la pistola mentre spara con un gesto tipo “film di cowboys” (non avrebbe centrato neppure l’oceano Pacifico sparando a quel modo). Qualcuno che riprende il mitare per aver sparato senza che gliel’avessero ordinato? Macché. Calmi come se andassero a fare un picnic i militare si avvicinano all’alieno caduto, ci manca che fischiettino.

A quel punto il robot Gort giustamente si altera un pochino, e comincia a far guizzare il suo raggio disintegratore dal ciclopico occhio. Adesso che dovrebbero sparare, i militari invece stanno a guardare: in una scena che dura tre o quattro minuti Gort inquadra ora il fucile di un militare, ora un cannone, ora un carroarmato, ora un altro fucile. Se la prende comoda, tanto nessuno prende l’iniziativa di rispondere al fuoco.

Klaatu se sta sdraiato per un po’ - evidentemente era stanco del viaggio - dopodiché dice a Gort di darsi una calmata e si rialza bello fresco. Ritornano gli allegri militari, chiacchierano con Klaatu come se fosse un vecchio commilitone che non vedevano da tempo e lo accompagnano all’ospedale.

Qui Klaatu viene ospitato in una bella cameretta. Qualche scienziato che venga non dico a studiarlo, ma a fargli magari qualche domanda? No. Arriva solo un calmo signore di mezza età rappresentante del governo, ovviamente col suo bel cappello e la valigetta. Chiacchierano amabilmente come se Klaatu fosse l’ambasciatore del Re d’Inghilterra, e poi se ne va tranquillamente. Non viene offerto il tè con i pasticcini, ma d’altra parte è in questi dettagli che si vede la differenza tra i film americani e quelli inglesi.

A questo punto Klaatu decide di andarsene per i fatti suoi. Se ne va a spasso per Washington insieme al ragazzino, che ovviamente lo porta al cimitero alla tomba di suo padre, poi a vedere il monumento di Lincoln, e infine a casa dello scienziato, che non ascolta Bach ma vorrebbe porgli migliaia di domande, come John Cleese nel remake. Nel frattempo vediamo la madre del ragazzo che deve decidere se sposare il bellimbusto di turno, ma già sappiamo che non lo farà perché destinata a invaghirsi repentinamente quanto assurdamente di Klaatu.

Durante la notte scopriamo che l’astronave aliena è stata messa sotto custodia: ci sono ben due soldati due a fare la guardia. Klaatu fa i segnali in codice morse a Gort con una torcia elettrica e il robottone si mette in moto. I due militari invece di dare l’allarme o quantomeno di mettersi al riparo si avvicinano timidamente al robottone, il quale ovviamente spara il suo raggetto e li disintegra.

Il giorno dopo Klaatu viene individuato e alla fine ucciso dai militari, che dopo aver seguito la macchina palleggiandosela via radio per tutto il tragitto, la cosa migliore che sanno fare è sparare appena lo vedono scendere dal taxi. Gort non la prende bene, fa fuori altre due sentinelle altrettanto tonte (no, dopo quanto accaduto la sera prima la guardia non era stata rafforzata) e si mette in marcia probabilmente per distruggere la Terra. Ma arriva la madre del ragazzo, che appena vede Gort muoversi inizia a urlare come da contratto in tutti i film anni cinquanta; per fortuna non sviene. Probabilmente per l’epoca una novità dirompente. Invece, si calma di botto per pronunciare, senza il minimo tremore nella voce, la fatidica frase “Klaatu Barada Nikto”.

L’indomani tutti gli scienziati si danno appuntamento per fare il loro convegno sul prato davanti all’astronave. Nonostante il fatto che ogni notte vengano fatte fuori due sentinelle, nessuno ha pensato di impedire happening pubblici attorno al veicolo alieno. Arrivano i militari che con molta grazia e gentilezza spiegano agli scienziati che forse sarebbe bene spostare l’evento in altro luogo, ma in quel momento Klaatu esce dalla nave. E lì giù col suo bel pistolotto. Se non smetterete di fare la guerra, verremo noi che siamo pacifici e vi distruggeremo tutti. Decidete un po’ voi. Dopo di che se ne va. The End.

La lettura di questo film ha senso soltanto sullo strato più superficiale, quello della favola. Siamo al livello di Cappuccetto Rosso. Se appena ci si comincia a fare qualche domanda il castello crolla inesorabilmente. Com’è possibile che il lupo abbia inghiottito la nonna senza masticarla? Non si può chiedere. Se Klaatu è venuto per fare il suo discorso a tutti gli uomini, perché si accontenta di farlo solo davanti a pochi scienziati? Non poteva dire quello che doveva dire fin dall’inizio? Visto che ne ha il potere non potrebbe distruggere tutte le armi del pianeta col suo raggetto? Se hanno il potere di bloccare l’elettricità su tutto il pianeta (bloccando anche tutte le auto: evidentemente nel 1951 in USA le automobili avevano già l’iniezione elettronica, altrimenti non si spiega perché un motore a scoppio dovrebbe venire bloccato dalla mancanza di elettricità), che bisogno c’è di distruggere la Terra per evitare che causi danni alle altre civiltà della galassia? E a cosa sono servite in definitiva tutte le avventure che ha Klaatu durante il film?

Nel remake un minimo di senso c’è: quello di far capire all’alieno che gli esseri umani sarebbero qualcosa di più di quello che appaiono visti da fuori. Debole, ma almeno è qualcosa. Nel film originale tutt’al più per Klaatu arrivano solo conferme che gli umani sono idioti e sparano regolarmente prima di parlare.

Se la trama ha poco senso, i personaggi ne hanno ancora meno. Se le decisioni del governo nel remake appaiono artificiose e non giustificate, nel film originale sono assurde e sconclusionate. Klaatu, la donna, il ragazzo, i vari esponenti del governo si muovono come burattini che seguono una sceneggiatura che li sbatacchia come marionette appese a un filo, del tutto privi di una propria logica, di una propria coerenza di comportamento.

Il messaggio di fondo è di una banalità sconcertante anche per l’epoca, all’inizio della guerra fredda. La pace viene imposta ai terrestri da una potenza aliena che dispone di una potenza bellica più grande: in sostanza una situazione analoga a quella dei pacifici e saggi Stati Uniti che portano pace e democrazia invadendo con le loro truppe la Corea, o il Vietnam, o l’Irak.

Ultimatum alla Terra versione 2008 è senz’altro un film inutile e mal riuscito. Ma certo non pecca di lesa maestà nei confronti di un capolavoro immortale del cinema di fantascienza. Pecca se mai nell’aver voluto rispolverare un filmetto ingenuo e superficiale che faceva meglio a starsene nel dimenticatoio e a godersi l’alone di mito che solo gli anni trascorsi, e nient’altro, possono avergli fatto meritare.

Un mondo alla rovescia per Forrest Ackerman

Posted on Dicembre 9th, 2008 in Fantascienza, Pubblicazioni | 1 commento »

Forrest AckermanIn questi giorni è in edicola il numero 1541 di Urania, con un romanzo di uno dei migliori scrittori di questi anni, Ken MacLeod, La fortezza dei cosmonauti. In appendice il volume ospita, grazie a Giuseppe Lippi che ha voluto pubblicarli e che li introduce con parole molto generose nei miei confronti, due miai brevissimi racconti: Correzione, il racconto più recente che ho scritto, e Mondo alla rovescia, un mio vecchio racconto breve già uscito da qualche altra parte, ma non ricordo dove. Entrambi comunque sono stati pubblicati anche su Delos.

Mondo alla rovescia descrive un’ipotetica realtà alternativa in cui la fantascienza è così importante da essere al centro dell’esistenza quotidiana non solo di pochi fan, ma della gente comune. Mi sentirei di dedicare questo racconto a Forrest J Ackerman, un grandissimo personaggio della storia della fantascienza scomparso pochi giorni fa.

Cos’ha fatto Ackerman? È stato uno scrittore, un regista, un artista, un critico letterario? No, anche se qualcosa l’ha scritta anche lui. Ha fondato e diretto una rivista, Famous Monsters Of Filmland che è stata importantissima soprattutto perché su quella rivista è “cresciuta” una generazione di cineasti fantastici (in entrambi i senti: bravissimi e dediti al genere fantastico) come Spielberg, Lucas, Landis, Jackson. Ma non è questo il punto. Ackerman è stato, prima di tutto, un fan.

È per questo che nell’articolo che esce oggi in edicola sul quotidiano Il Riformista, che mi ha chiesto un articolo su Ackerman, inizio dicendo che “per chi non conosce il mondo della fantascienza forse non è così facile capire l’importanza di Forrest Ackerman. Bisogna prima capire che la fantascienza non è un mondo fatto solo di libri e di film, ma è anche un mondo di appassionati. Un popolo di fan, di club, di convention, di riviste amatoriali. È un fenomeno che nasce insieme alla fantascienza stessa, all’inizio del secolo, e del quale Ackerman è l’incarnazione.”

Ackerman ha fondato il primo club, la prima fanzine, ha iniziato la tradizione della sfilata in costume, che lui chimava “futusticostume” e che oggi si chiama con un nome che fonde due parole, come proprio a lui piaceva così tanto fare, “cosplay”. Ackerman ha partecipato a tutte le convention mondiali della fantascienza dalla prima del 1939 all’ultima del 2008, mancandone solo un paio per ragioni di salute. Ricordo che nel 2005 a Glasgow il povero Forry passò tutto il periodo della convention in ospedale, se non sbaglio proprio a Glasgow: era arrivato fin lì ma poi era stato male e si era perso la convention.

Io l’ho incontrato solo una volta, nella mia prima esperienza da fan, all’Eurocon di Stresa nel 1980, quando mi aggiravo senza conoscere nessuno se non quei grandi personaggi invitati alla convention: Alfred Bester, John Brunner, e Forrest Ackerman. Sono morti tutti e tre, e di tutti e tre ho gli autografi. Quello di Ackerman, non avendo libri suoi, ce l’ho su un foglietto che conservo all’interno di Nelle rovine della mente, il romanzo fanta-porno di Philip Farmer in cui Ackerman è il protagonista.

Aggiornamento. Dicevo che Mondo alla rovescia era già uscito da qualche parte; Doralys mi fa notare che, inclusa l’uscita su Delos, è la quarta pubblicazione. Era già uscito su MC Microcomputer e su MacWorld Italia.