Archive for the ‘Exposé’ Category

Il senso del nuovo iPad

Posted on Marzo 8th, 2012 in Exposé | 8 commenti »

Ho letto vari commenti sull’iPad presentato ieri sera che - come spesso accade - rappresentavano un qualche tipo di delusione. Ogni volta che viene presentato un prodotto Apple alcuni si aspettano certe novità che non arrivano, e, invece di cercare di capire il senso di quello che hanno visto, si affrettano a comunicare che il nuovo prodotto è una delusione.

Probabilmente questo genere di commentatori avrebbe salutato come una rivoluzione un nuovo iPad capace di eseguire animazioni Flash, software ormai quasi in via di abbandono da parte della stessa Adobe, o di leggere le schede delle macchine fotografiche, sì, le macchine fotografiche, ricordate? Quegli scatolotti che servivano a scattare fotografie prima che iPhone e iPad diventassero gli apparecchi fotografici più utilizzati nel mondo.

Do un paio di suggerimenti a chi vuole capire il senso del nuovo iPad. Innanzitutto, evitate di guardare solo l’hardware. La superiorità del prodotti Apple non è mai stata definita dall’hardware, che più o meno è a disposizione di tutti i produttori. Per esempio, ieri sono stati introdotti iPhoto per iPad, nuove versioni di iMovie e GarageBand e altri programmi. “Da quello che abbiamo visto usando iPhoto e iMovie, il multimedia editing è potenzialmente più veloce sul nuovo iPad che su un normale computer” scrive la rivista SlashGear.

Nuovo software più sofisticato. E adesso guardiamo l’hardware, ma in funzione del software. Processore veloce; schermo ultradefinito. Uno schermo, tra l’altro, migliori degli schermi usati dagli stessi PC. Ecco, il punto è questo, con il nuovo iPad: che non solo per navigare o consultare la posta, ma per diverse nuove attività iPad sta diventando non solo un supplente ma addirittura migliore del PC.

Cosa fanno gli utenti con il computer? Qualcuno impagina, qualcuno compila database e fogli elettronici, qualcun altro scrive software. Ma la maggior parte lo usa per attività molto più semplici. Navigare, scrivere posta. Archiviare e catalogare le proprie foto. Gestire la propria musica. Magari fare filmati.

Ecco, ogni volta che iPad fa un passo avanti, che aggiunge un nuovo tipo di attività alla lista delle cose che fa come o meglio di un PC, c’è una fetta enorme di utenti che non ha più bisogno di un PC e che può diventare un utente iPad. iPad sta tagliando fette della grande piramide degli utenti del personal computer, e le taglia dal basso, dove sono più larghe.

Il nuovo iPad ha tagliato qualche altra fetta. No, non legge Flash e non legge chiavette e schede SSD. Molto più banalmente, sta scardinando il mondo dell’informatica. Che delusione.

Firefox, disabilitare il “touch back”

Posted on Gennaio 31st, 2012 in Exposé | 2 commenti »

Se vi è capitato, come è capitato a me, di stare compilando una lunga form con una versione 9> di Firefox su Mac, e togliendo la mano dal mouse per scrivere di esservi ritrovati su una pagina precedente, senza la possibilità di recuperare quanto scritto, apprezzerete questo consiglio.

Questo capita perché in Firefox 8 hanno inserito - ma chi glielo ha chiesto - questo “fichissimo” sfruttamento del multi touch di MacOS X Lion, per cui finalmente è possibile fare “back” semplicemente facendo scorrere verso sinistra il dito sul mouse (se si ha un Magic Mouse) o due dita sulla trackpad.

Se fossero stati un po’ meno ansiosi di farsi belli con le nuove tecnologie e avessero speso qualche minuto a pensare come andavano usate avrebbero certamente fatto un lavoro migliore. Perché è evidente che il “back” deve essere frutto di un’azione certamente volontaria, senza correre il rischio che accada per caso, semplicemente perché il dito passa troppo vicino alla superficie del mouse quando la mano si solleva. In Safari per esempio il gesto è accompagnato da un’animazione che mostra subito cosa si sta facendo, e il gesto deve essere abbastanza prolungato, altrimenti il “back” rimbalza indietro.

Comunque, visto che il danno l’hanno fatto e che non hanno messo preferenze per disabilitarlo, bisogna mettere le mani nel motore. Ecco come:

nella url digitare: about:config

cliccare sul punsalte accettando di fare attenzione

nella casella “filtro” che si vede sopra la lista scrivere “swipe”

appariranno quattro voci; nella casella “valore” delle voci browser.gesture.swipe.left e browser.gesture.swipe.right scrivere “false”

A posto. Non c’è bisogno di preoccuparsi del valore di default: se si cambiasse idea basta cliccare di destro sulla riga e dare il comando “ripristina” per riportare il valore iniziale.

Got it!

Posted on Maggio 27th, 2010 in Exposé | 3 commenti »

Steve Jobs da Crozza

Posted on Aprile 28th, 2010 in Exposé | niente commenti »

Imperdibile.

La vita, l’universo, il Mac e tutto quanto

Posted on Marzo 26th, 2010 in Exposé, Fantascienza | 2 commenti »

Sul numero di aprile di MacWorld Italia è uscito il mio quarantaduesimo articolo della serie Exposé. E se avete mai letto Douglas Adams - grande fan del Mac - sapete che 42 è un numero con un significato molto particolare. Così, la puntata della rubrica ha preso un sapore particolare…

Quando alla fine la Apple rilasciò iDeepThough Pro, il modello di Mac più potente mai realizzato in tutta la storia del pianeta (ok, è vero che lo dicono ogni volta, ma questo era davvero qualcosa di più) per prima cosa Steve Jobs volle testarlo facendo la domanda più difficile, e chiese al nuovo Mac la risposta alla domanda fondamentale riguardo alla vita, l’universo e tutto quanto.
Ora, questo modello di Mac disponeva di processori con diversi milioni di core, uno yottabyte di ram, cache di zeresimo livello situata nell’iperspazio per essere più veloce della luce, tuttavia la domanda era complessa, quindi impiegò del tempo a dare una risposta.
Sette milioni e mezzo di anni dopo, iDeepThough Pro comunicò la risposta all’androide che deambulava il costrutto informatico iSteve, cioè la personalità di Steve Jobs uploadata in una matrice bioelettronica.
La risposta era “42”.
iSteve si alterò leggermente. L’esplosione di Sirio A in supernova fu retrocessa al secondo posto negli eventi più deflagranti della storia conosciuta.
Quando iSteve si calmò, si rese conto che forse occorreva comprendere meglio la domanda per la quale 42 era la risposta. Allora costruì un nuovo modello di Mac studiato apposta per calcolare la domanda.
Douglas Adams (1952-2001), scrittore, umorista, sceneggiatore radiofonico inglese, è stato un grandissimo appassionato e portabandiera del Mac. L’introduzione un po’ folle di questo articolo è una libera interpretazione in chiave Apple di un episodio tratto da uno dei suoi libri.
Adams aveva visto un Mac (o forse un Lisa) nel 1983 presso la sede della software house Infocom in Massachusetts, ed era stato amore a prima vista. Fu utente Mac sin dalla primissimo modello uscito nel 1984 e fu la prima persona a comprare un Mac nel Regno Unito. Scrisse per anni una rubrica sulla rivista inglese MacUser (che anni dopo confluì in MacWorld UK) e l’ultimo post sul suo blog riguardava la programmazione in Cocoa.
Se non li conoscete ancora, procuratevi i libri della serie della Guida galattica per autostoppisti, vale la pena.
Ah. Pare che, parecchi milioni di anni dopo, l’ultimo modello di Mac (proprio ultimo, perché sfortunatamente dopo l’universo venne distrutto per sbaglio) fornì il suo responso: la domanda risultò essere “cosa ottieni se moltiplichi sei per nove?”.

Silvio Sosio non esce mai di casa senza portarsi dietro un asciugamano.

Post Scriptum. Sei per nove…
…non fa quarantadue? Secondo le comunità dei programmatori che hanno analizzato il problema, il dubbio è che si trattasse di un piccolo bug nella programmazione del computer che calcolò la risposta. Come spiegazione, si veda il seguente programma in C:

#define SEI    1 + 5
#define NOVE   8 + 1

int main()
{
printf( “Il significato della vita: %d\n”, SEI * NOVE );
return 0;
}

Il programma definisce le macro SEI come “1 + 5″ e NOVE come “8 + 1″; quando viene eseguita l’operazione “SEI * NOVE”, dato che nel calcolo matematico si usa dare la precedenza alla moltiplicazione sull’addizione, il computer si trova ad eseguire 1 + ( 5 * 8 ) + 1. Che risulta 42.

Vi spiego l’iPad

Posted on Gennaio 29th, 2010 in Commenti, Exposé | 78 commenti »

iPad“Cos’è che non ha webcam, non ha multitasking, non ha hdmi, non ha Flash e costa 500 dollari? Indizio: non è un netbook”. Questa una delle molte battute che circolano in rete, insieme a commenti di geek che si lamentano della mancanza di usb, della mancanza di flash, della mancanza di multitasking, della mancanza di uscita video, della mancanza di slot per leggere cd/dvd/sd/floppy disk/sim/carte di credito o biglietti da visita, della mancanza di ruote e persino della forma leggermente convessa.

Scusatemi se sono franco: questo modo di vedere le cose è veramente miope.

Invece di cercare di capire di cosa si tratta, questi commentatori decidono a priori che cosa dovrebbe essere secondo loro e poi ne elencano le differenze. “Non telefona neppure”. Caspita che intuizione. Nemmeno il mio forno a microonde telefona; d’altra parte non essendo un telefono è abbastanza prevedibile. Gran parte dei commenti elencati sopra sono fatti da persone che si aspettano un computer. Forse se Apple invece di creare una cosa nuova avesse fatto un banale computer tablet, con un normale sistema operativo da PC, sarebbero stati più contenti. Ah no, si sarebbero lamentati che non c’è la tastiera. Ok ragazzi, andate alla voce “MacBook” e divertitevi.

Mettiamo da parte queste contestazioni inutili e vediamo di capire il senso dell’oggetto. Secondo me, ovviamente.

Un prodotto viene posizionato sul mercato indicandone un utilizzo principale, una ragione d’acquisto. Allo stesso modo in cui iPhone è stato indicato come “communicator” personale, con le tre funzioni di telefono, posta elettronica e browsing in rete, allo stesso modo iPad viene indicato come strumento mobile per l’intrattenimento. Quindi in sostanza un apparecchio per la lettura di libri, giornali e riviste, per la visione di film e per i giochi.

Sebbene tutte queste funzioni fossero già svolte a suo modo - come funzione secondaria - dall’iPhone e dal suo cugino senza connessione, l’iPod Touch, è evidente come lo schermo grande e la maggiore velocità permettano sull’iPad un’esperienza del tutto diversa. L’iPad è in sostanza l’equivalente moderno della tv o della radiolina portatile: l’utente moderno non si collega più al mondo subendo un segnale via radio, lo fa in molti modi diversi con autonomia e interattività diverse. Ma il concetto è quello.

Questo è il concetto dell’iPad dal punto di vista del marketing; è il motivo per cui verrà comprato ora, quest’anno. Ma in realtà è molto di più.

L’iPad è in effetti, a mio avviso, il primo serio tentativo di rivoluzionare il concetto di PC da un quarto di secolo a questa parte. La terza rivoluzione in assoluto.

Prima rivoluzione nel 1977. Non più cassoni enormi e costosissimi chiusi nei centri di calcolo: “un computer su ogni scrivania”. Chi lo dice? Una piccola aziendina californiana, la Apple. Il mondo dell’informatica si spancia dalle risate: e cosa se ne dovrebbe fare la gente comune di un computer?

Seconda rivoluzione nel 1984. Mouse, icone, finestre: il Macintosh introduce l’interfaccia grafica. Ancora una volta la rivoluzione arriva dalla Apple. Il mondo dell’informatica si spancia dalle risate: “dai, smettila di giocare con i disegnini e torna alla riga di comando che bisogna lavorare”.

Sono passati ventisei anni da allora. Ora il computer è davvero in tutte le case. Ma qual è il risultato? Come si trova davvero la gente “comune”, ovvero le persone che non si occupano di informatica per lavoro, con il loro pc, Mac o Windows che sia? La risposta è abbastanza evidente. Si trovano piuttosto male. Sarebbe interessante fare un sondaggio; provo a dare io le risposte in base all’esperienza personale.

Domanda: quali programmi usi sul tuo pc di casa?

60%: Office, la posta e la navigazione in internet. E qualche gioco.

30%: Cosa sono i programmi?

Domanda: sei soddisfatto del funzionamento del tuo pc?

95%: Macché, metà del tempo devo ripulirlo dai virus e l’altra metà del tempo vivo nella paura di prendere virus

5%: Abbastanza grazie, uso un Mac.

Domanda: è importante per te il multitasking?

90%: Puoi ripetere la domanda in italiano?

10%: Importantissimo, ho sempre un sacco di roba da portarmi dietro, portafoglio, telefono, biglietto del tram.

Domanda: riproviamo: è importante per te poter usare diversi programmi contemporaneamente, per esempio scrivere mentre senti la musica mentre scarichi la posta mentre chatti con Skype mentre…

100%: Eh, e chi sono, Mandrake?

Ok, forse ho un pochino drammatizzato. Il punto è che il PC per come è fatto oggi non è pensato per l’utente qualsiasi; è pensato per l’utente che sappia usare il PC, e che lo usi professionalmente. Anche così, ancora oggi non sono rari gli utenti che si perdono perché hanno una finestra aperta sopra un’altra, che non sanno dove andare a cercare un programma se non ce l’hanno subito visibile nel menu Start, che non hanno la minima idea di come funzioni il file system e salvano tutto sulla scrivania. Le ultime versioni dei vari sistemi operativi hanno cercato molti modi per semplificare questi concetti, confondendoli ancora di più. L’arrivo di internet e di una serie di nuove metafore ha peggiorato la situazione.

iPad è un tentativo di rivedere tutto il problema da un punto di vista del tutto nuovo.

Basta finestre. Niente multitasking significa “una cosa per volta”. È così che opera normalmente la gente. Il che non significa che non possa fare una cosa da una parte, copiarla e portarla dall’altra; ma quando lavora su un programma deve avere sott’occhio solo quel programma.

Basta menu. Internet ci ha abituato al concetto di comando contestuale: c’è un oggetto, ci clicco sopra e faccio quello che devo fare. Questo è il modello al quale siamo ormai abituati.

Basta filesystem. Se non stai usando il pc per lavoro non crei centinaia di documenti. E il concetto di cartella è sorpassato; i documenti si possono cercare per tag, per data, per contenuto, che senso ha avere un unico sistema basato sul posizionamento in un albero di contenitori arbitrario?

Ma oltre a questo, iPad rappresenta l’intuizione che il concetto di “un pc su ogni scrivania” ormai è sorpassato. Il computer non può più restare sulla scrivania. Ci deve seguire sempre.

Ci stiamo abituando sempre di più a usare il computer per tutto. Così come il telefono non è più un coso sul mobile in corridoio ma è diventato un oggetto da avere sempre con sé, la stessa sorte è riservata al computer. La gente non si sta solo abituando a usare il computer per tutto, ma sta cominciando a diventarne dipendente. Tra una decina d’anni i computer saranno probabilmente collegati direttamente al cervello e “vedremo” i loro contenuti proiettati direttamente sul nervo ottico. Per ora è necessario però un oggetto che sia leggero, portabile facilmente in una piccola borsa e di poco peso, e utilizzabile rapidamente, facilmente, anche in piedi.

Che questa necessità esista e sia pressante lo dimostra, ovviamente, l’enorme successo dei netbook. Tuttavia i netbook non sono una risposta vera: sono un compromesso. Un adattamento di un concetto vecchio, quello del pc, a una richiesta nuova. Con criticità evidenti: gli schermi piccoli e ad altissima risoluzione, usati con un sistema operativo che solo in minima parte si adatta alle diverse risoluzioni, rende problematico leggere lo schermo. La tastiera c’è ma quasi sempre scomoda a causa della ridotta dimensione dei tasti. E sono lenti, perché devono far girare software pensato per PC potenti su un hardware che tanto potente non può essere.

E chiaramente non sono utilizzabili in piedi: se volete usare un netbook dovete sedervi comodamente, aprirlo, aspettare che si avvii, eccetera eccetera.

L’iPad potrebbe essere il personal computer del futuro. Non più “un computer su ogni scrivania”, ma “un computer in ogni tasca”. Oggetti simili li abbiamo già visti in molti romanzi di fantascienza (quelli di Egan, per esempio) e persino in Star Trek. Ovviamente, non è detto che questo accada: Apple ha guidato molte rivoluzioni, ma in altri casi ha fallito, nonostante la qualità dell’idea. Pensiamo a Newton, il primo PDA, bellissimo ma in anticipo sui tempi. Pensiamo ad Hypercard che anticipava l’ipertestualità che avrebbe avuto successo col world wide web. Pensiamo a OpenDoc, una tecnologia basata sul documento (anziché sul programma) che ancora oggi è fantascienza.

Se c’è qualcuno che può riuscire in una nuova rivoluzione del pc questa è certamente solo Apple. Le basi ci sono e sono notevoli: un sistema operativo già noto agli utenti, essendo un’evoluzione dell’iPhone; un costo decisamente abbordabile; un oggetto di grande qualità.

Anche una volta accettato quanto detto sopra, resta ovviamente possibile immaginare che l’iPad avrebbe potuto essere migliore aggiungendo questo o quest’altro. Attenzione però. Un oggetto nuovo per imporsi ha bisogno di semplicità e di chiarezza. Nonostante tutti i geek della terra possano pensare il contrario, sarebbe stato un errore cedere alla tentazione di rendere l’iPad “più pc” o “più telefono”. Cosa sarebbe costato a Apple mettere sull’iPad una porta USB, o mettere l’applicazione Telefono presente sull’iPhone? Poco o nulla. Tuttavia, avrebbe reso l’iPad più simile a un pc o più simile a un telefono. L’iPad non è né l’uno né l’altro, e deve essere chiaro: deve imporsi come iPad, come una nuova categoria di oggetto.

Ci sarà tempo, una volta imposto il concetto, di allargarne l’uso mettendo porte, lettori, applicativi aggiuntivi. Ci sarà tempo di fare un iPhone OS 4.0 con il multitasking realmente necessario o con qualcosa di simile a un file system rivisto secondo la nuova filosofia.

Ma l’iPod non sarebbe diventato un successo planetario se Apple lo avesse proposto fin dall’inizio dicendo “questo coso suona la musica, e poi ci potete giocare, e poi ci potete prendere appunti, e tenere i contatti, i todo e così via”. Sarebbe stato un oggetto indistinto che faceva tutto ma faceva tutto male. Apple ha proposto una cosa che faceva una sola cosa e la faceva bene (vecchia filosofia unix, non a caso unix è ancora oggi dopo trent’anni il miglior sistema operativo, alla base anche dell’iPhone OS usato da iPad).

Ora resta da vedere se la gente, che a volte capisce le novità meglio dei geek informatici, capirà anche questa e la promuoverà.

Come sarà il tablet Apple

Posted on Gennaio 14th, 2010 in Exposé, Whatever | 3 commenti »

Negli ultimi giorni sono trapelate molte indiscrezioni, sono corse voci, si sono fatte ipotesi sul nuovo prodotto che Apple con ogni probabilità presenterà il 27 gennaio. Non faccio più a tempo a scriverne su MacWorld - già la puntata che ho consegnato a inizio gennaio uscirà dopo il 27 - quindi ne scrivo qui.

Si sa con relativa certezza che il prodotto sarà annunciato il 27 gennaio - per quanto possa sembrare strano, non essendo martedì - e che dovrebbe essere messo in commercio all’inizio di aprile. È probabile, ma non certo, che possa chiamarsi Slate o iSlate; la prova migliore è stata data da Steve Ballmer, che ha presentato un prodotto HP proprio chiamandolo “slate”, evidentemente per bruciare il nome Apple. Si sa però che Apple ha registrato anche il dominio “iGuide”.

Dal punto di vista hardware, l’oggetto, o almeno una versione dell’oggetto, dovrebbe avere uno schermo da 10″ OLED. Questo si sa perché i costruttori cinesi si sono lamentati del fatto che Apple avrebbe comprato tutti gli schermi disponibili sul mercato di quella dimensione. A mio avviso, dovrebbe esserci almeno anche una versione più piccola, sette o otto pollici. Avrà una webcam e connettività 3G. Sicuramente sarà multi touch e probabilmente avrà i soliti sensori di vicinanza, luminosità, accelerometro e forse anche GPS e bussola visti anche sull’iPhone.

Va detto che oggi come oggi che dal punto di vista hardware oggi chiunque è in grado di mettere insieme i pezzi per fare un oggetto del genere. Il punto è un altro: a che serve? È fondamentale, in effetti, l’aspetto software. E qui viene l’interessante e anche le mie previsioni più personali.

A quanto si dice, il tablet dovrebbe girare su una nuova versione, 4.0, di iPhone OS. La caratteristica principale di questo sistema operativo è naturalmente quella di essere pensato per un’interfaccia “touch”, ovvero usata con le dita. Quindi nessun comando che richieda precisione, pulsanti grossi, e così via. iPhone OS porta con sé anche un modello commerciale particolare, per cui il software deve essere approvato da Apple e viene venduto solo attraverso l’iTunes Store: per quanto possa non piacere, è un sistema che funziona per Apple e tutto sommato anche per gli sviluppatori.

Su un prodotto come il tablet però iPhone OS ha alcuni problemi. Prima di tutto, le dimensioni dello schermo: obbligatorio pensare quindi che la nuova versione del sistema operativo introdurrà la variabilità della dimensione dello schermo, anche perché si presume che un prossimo iPhone possa avere uno schermo più grande o con maggiore risoluzione.

Il problema principale però è un altro: è il fatto che iPhone OS è un sistema che va bene per un palmare, ma non per un computer vero. E non è pensabile che un cliente acquisti un aggeggio grande dieci pollici e che magari costerà un migliaio di dollari senza poterlo usare almeno per la gran parte delle funzioni per le quali userebbe un netbook.

La mia previsione quindi è che iPhone OS 4 sarà rivoluzionario. Dovrà riuscire nella difficile impresa di rendere un computer utilizzabile come un telefono, o se volete di rendere un telefono utilizzabile per tutte le funzioni previste da un vero computer. Dovrà supportare un vero file system, quindi dovrà permettere agli utenti di aprire file con diversi applicativi, di usare gli allegati come pare a loro, di caricare file da e sul pc, e in modo semplice.

Dovrà consentire l’uso di veri applicativi. Si parla di una versione “touch” della suite iWork, quindi word processor, foglio di calcolo e software per creare presentazioni. Difficile pensare, questa volta davvero, che si possa fare a meno del multitasking.

E ci dovrà essere un enorme sforzo da parte di Apple per convincere gli sviluppatori a portare i loro applicativi sulla nuova piattaforma. Incluso Flash, per esempio.

Un’altra cosa che mi sento di predire, è che anche se dotato di slot per una sim 3G lo Slate dovrà interfacciarsi quanto meno all’iPhone per usarne la connettività. Questo è fondamentale: non è pensabile che lo Slate debba essere usato come telefono, né che la gente debba per forza acquistare un contratto aggiuntivo. Chiaramente, l’ideale sarebbe poter usare la connettività di qualsiasi telefono, magari via bluetooth o usb.

Per ora mi fermo qui; se salta fuori qualcos’altro aggiornerò.

MacWorld Italia, in edicola numero 200

Posted on Gennaio 8th, 2010 in Exposé, Pubblicazioni | niente commenti »

È nelle edicole da qualche giorno un numero molto speciale di MacWorld Italia: il numero 200.

Ho seguito questa rivista da quando è nata (anzi da prima, con la versione americana e quella inglese su cui scriveva anche Douglas Adams) e mi ha sempre fatto piacere acquistarla, insieme alla sua più anziana concorrente Applicando. Una delle caratteristiche di MacWorld che ho apprezzato fin dall’inizio sono stati i suoi articoli di opinione; essendo un utente piuttosto esperto gli articoli tecnici, i tips and tricks, eccetera mi hanno sempre detto poco di nuovo. Ma le opinioni, specie se argute e ben scritte come quelle del compianto Anthony Stanley o quelle di Mister Akko, e in tempi più recenti dell’amico Bragagnolo e dell’ex direttore Enrico Lotti, per me hanno sempre dato anche da sole ampiamente senso al prezzo di copertina.

Ricondo con piacere anche i raccontini di Venerandi, e quelli di vari autori che la rivista cominciò a pubblicare sotto la direzione di Franco Forte. È in quel periodo che è iniziata la mia collaborazione con la rubrica Exposé, dedicata alle anticipazioni, alle voci e in generale a una visione del futuro del mondo Apple.

Il numero 200 in edicola vale senz’altro la pena acquistarlo, anche perché è ricco di articoli retrospettivi molto interessanti. Peccato solo, scusate ma devo dirlo, per la copertina “iPhonizzata” a mio avviso orrenda. Ma poi perché usare l’iPhone per una rivista che si è occupata per il 90% della sua storia di Mac?

Qui sotto vi propongo la mia column uscita su questo numero. Ma il numero compratelo lo stesso.

400

Per festeggiare il numero tondo, Exposé vi propone una puntata retrospettiva tornando indietro nel tempo all’ormai lontano 2010, quando la nostra rivista compiva 200 numeri.

La prima cosa che oggi ci sorprende, ripensando, perché no, anche con un po’ di nostalgia a quel lontano gennaio 2010 quando usciva il numero 200 di Macworld Italia, è che all’epoca la rivista veniva stampata su carta. Pensate solo al lavoro necessario per produrre tutte le copie, movimentarle, distribuirle in tutte le edicole sparse nel paese, una per una. E a quanto spazio dovevano occupare le (pur minime, sul totale) rimanenze invendute. Avete idea di quanto pesassero solo, diciamo, 100 copie di una rivista prodotta in quel modo?

Certo, oggi è tutta un’altra cosa. Quando Francesco decide che il numero è pronto fa click su “pubblica” e un semplice file diventa disponibile su migliaia e migliaia di lettori portatili. Di tutte le marche, ma ovviamente soprattutto sugli Apple Slate, i nostri lettori di ebook e riviste elettroniche preferiti. Oggi tutti hanno a disposizione migliaia di libri a costi irrisori sui loro lettori portatili, quasi non sappiamo più cosa sia la carta, e non sapremmo neppure che odore avesse, se non fosse per quella casa di profumi che ne commercializza a caro prezzo bottiglini di pura fragranza, a beneficio dei nostalgici dei libri vecchia maniera.

Primi indizi di tablet

Pensare che proprio lo Slate era uno degli argomenti più trattati, all’epoca, da questa rubrica. La prima versione era una tavoletta con schermo a colori con illuminazione led, e no, non era arrotolabile come quello attuale.

Exposé aveva cominciato a parlarne fin dall’autunno del 2008, quando era venuto alla luce un brevetto Apple riguardante un ipotetico dispositivo tablet. Da lì in poi non c’era stato numero di Macworld che non saltasse fuori qualcosa di nuovo. E fu proprio poco tempo dopo l’uscita del numero 200 della rivista che Steve Jobs annunciò il prossimo arrivo di quello che sarebbe diventato uno dei prodotti di maggior successo della Mela.

Ma già prima di uscire era certamente uno dei progetti che suscitava più curiosità. L’unico caso analogo era stato quello dell’iPhone, di cui Exposé aveva parlato per tutte le sue primissime puntate, dal gennaio 2007 in poi. Certo, oggi i telefoni come tali non si usano più, ed è stato certamente a causa dell’iPhone e degli altri smartphone se la gente ha finito col concepire la comunicazione come qualcosa di più vario e complesso rispetto alla semplice comunicazione verbale. Noi oggi se vogliamo parlare a voce con qualcuno srotoliamo il nostro pad, tappiamo sull’icona di Skype e parliamo. È solo uno dei mille modi per usare la rete, e per fortuna da tempo quelle che una volta si chiamavano compagnie telefoniche hanno capito che il loro ruolo è fornire la banda di comunicazione, non contare i minuti che i loro clienti passano a parlare con altre persone.

Auto e informatica

Riguardando le vecchie puntate di Exposé ne trovo una, uscita nell’ottobre 2007, in cui si parlava di una possibile interfaccia progettata da Apple per le automobili. Non si seppe mai in cosa consistesse veramente. Del progetto, ancora in fase embrionale, non si sentì più parlare.

Eppure, pensate a come avrebbe potuto essere il mondo oggi se Apple fosse andata avanti. Purtroppo, dopo ciò che accadde nel 2017 con le auto che usavano sistemi operativi Microsoft, l’applicazione dell’informatica sui veicoli subì una forte battuta d’arresto, e in definitiva causò la morte stessa dell’automobile. Per fortuna, le nostre metropolitane a levitazione sono guidate da sistemi basati su Linux. Non saranno Mac, ma almeno sappiamo di viaggiare sicuri.

Altri duecento fa

Altri duecento numeri prima, quando nasceva Macworld Italia nel 1991, la Apple era una società in crisi, senza idee e senza un vero leader. Un’eventuale Exposé all’epoca si sarebbe dovuta accontentare delle voci riguardanti l’uscita di un nuovo cassone grigino invece che beige. In realtà non mancavano le idee: per esempio nel 1992 Apple creava OpenDoc, una tecnologia rivoluzionaria che svincolava il documento delle applicazioni. Sfumò tutto nel nulla, come sfumò nel nulla il fantasmagorico sistema operativo Copland che avrebbe dovuto prendere il posto del System 7. Mancava, forse, la grinta o la leadership capace di trasformare le idee in realtà. Ma fu un bene, in un certo senso, perché il fallimento di Copland costrinse Apple a comprare un sistema operativo da terze parti, così acquisto Next, e tornò Steve Jobs.

Tutto cambiò con l’arrivo di Steve, per fortuna. Certo, Apple ebbe un momento difficile nel 2022 quando Jobs sparì dalla circolazione per alcuni mesi. Stava male da tempo, e si temeva il peggio. Ne abbiamo parlato anche nella nostra rubrica, dando come sempre voce anche ai rumors più strampalati. Qualcuno disse persino che era stato rapito dagli alieni. Come se quei simpatici esseri potessero fare azioni così sgarbate.

Poi, quando all’inizio del 2023 la rediviva MacWorld Expo Online venne aperta dal keynote del nuovo iJobs, il costrutto basato sull’upload della personalità di Steve caricata in una rete di MacPro a Cupertino, le azioni schizzarono di nuovo alle stelle e tutti fummo certi, in quel momento, che la stella della Apple non sarebbe più tramontata.


Silvio Sosio cura la rivista Exposé da 239 numeri, e ciononostante riesce sempre a trovare qualcosa di nuovo da dire: tutto merito dell’upgrade cerebrale che ha installato l’anno scorso. Lo consiglia a tutti.

Sistemi operativi da fantascienza

Posted on Ottobre 4th, 2009 in Exposé, Fantascienza, Scacchi, Whatever | 3 commenti »

Sullo numero di MacWorld di ottobre, attualmente in edicola, è uscita una delle puntate più “fantascientifiche” della mia rubrica sulle anticipazioni di prodotti Apple, Exposé. Ve la propongo.

Come sarà Mac OS XI?

L’uscita del 10.6 ci fa pensare: come sarà il sistema operativo del futuro? Ecco qualche idea, con relativi pro e contro.

La rivoluzione portata dal 10.6 è stata la più inattesa. Per la prima volta da… be’, forse da sempre, esce un sistema operativo la cui novità non è fare qualcosa di più ma fare le stesse cose meglio. Codice ottimizzato e un’architettura che permetterà anche alle applicazioni future di funzionare in modo più veloce ed efficiente.
Questo può dare l’idea di quanto possa essere difficile fare previsioni su quello che porterà una nuova versione di Mac OS X. Ma visto che amiamo il pericolo, noi vogliano andare ancora oltre.

Siamo alla 10.6, il che significa che tra un paio d’anni arriverà la 10.7, tra altri due la 10.8 e poi la 10.9. Se tutto va bene, tra otto anni, nel 2017 o giù di lì (posto che il mondo non finisca come previsto dai Maya nel 2012) potranno accadere due cose: o Apple facendo finta di nulla se ne uscirà con un Mac OS X 10.10, o il mondo vedrà l’alba di Mac OS XI. Che a quel punto dovrà essere un prodotto nuovo, tanto rivoluzionario quanto il Mac OS X lo è stato rispetto al Mac OS oggi chiamato “Classic”.
Ma come potrebbe essere un sistema rivoluzionario? Facciamo due ipotesi.

Parlare al computer

Chi non ricorda quella famosa scena si Star Trek: Rotta verso la Terra in cui Scotty pretende di usare un vecchio Mac dandogli comandi a voce?

Perché in effetti nel ventitreesimo secolo coi computer si interagirà parlando.

Ora, qualcuno potrebbe chiedersi quanto possa essere comodo impaginare un depliant a voce (”il box mettilo un po’ più a destra… no, allargalo un pochino… un po’ meno…”). O che confusione debba esserci in un ufficio open space con cinquanta impiegati che lavorano parlando col proprio pc.

Fatto sta che Apple sta facendo progressi in questo campo. Già all’epoca del System 7 il sistema conteneva una tecnologia per pilotare il computer a voce, ma funzionava veramente maluccio: più che altro un gadget.
Oggi invece invece abbiamo visto apparire col nuovo iPod Shuffle e poi col l’iPhone 3GS interfacce che funzionano realmente.

Il punto è che un conto è dire al computer “computer, apri il documento expose.doc nella cartella Documenti”, e un conto è dirgli “computer, controllarmi se per caso abbiamo già parlato di interfacce vocali nelle precedenti puntate di Expose”. Insomma, non c’è grosso vantaggio nell’interfaccia vocale se l’utente deve conoscere un preciso codice di comandi.

Viceversa, un’interfaccia che capisca realmente il linguaggio naturale richiede una vera intelligenza artificiale. E quando comparirà sulla terra una vera intelligenza artificiale probabilmente prenderà il controllo del pianeta e manderà dei robottoni con gli occhi rossi vagamente somiglianti a Schwarzenegger a ucciderci tutti…

Far marameo allo schermo

Tre anni fa, quando partì questa rubrica, eravamo entusiasti delle interfacce multitouch, e ci eravamo convinti che questa fosse la strada dell’innovazione che Apple avrebbe dovuto seguire. Dopo molti mesi d’uso intenso dell’iPhone ci siamo parzialmente ricreduti. Sì, sull’iPhone va benissimo, ma su un computer sul quale eseguire compiti più velocemente, con più precisione e più frequentemente forse no. Semplicemente, le nostre dita sono troppo grosse. E unte: sporcano lo schermo. Per non parlare del fatto che Apple in questo campo sarebbe già indietro, visto che sono già in commercio pc della HP con schermo multitouch.

C’è però un’alternativa che potrebbe essere più interessante: il riconoscimento non del tocco ma del gesto. O delle gestures, per usare il termine inglese.

Gesti eseguiti con le mani, nell’aria, che il computer tramite webcam vede, riconosce e agisce in conseguenza. Un esempio di questo tipo di interfaccia si vede nel film Johnny Mnemonic. La tecnologia, più o meno, c’è già: e qualcosa di simile per esempio lo fa la stessa console Wee.

C’è ancora di meglio. Ci sono già tecnologie di origine militare che permettono al computer di capire dove punta il nostro sguardo. Potremmo, per esempio, sostituire il mouse: per cliccare su un’icona basta guardarla e fare l’occhiolino con l’occhio sinistro. Naturalmente, per far apparire il menu contestuale l’occhiolino andrà fatto con l’occhio destro.

Provare a immaginare cosa possa rendere rivoluzionario un sistema operativo nel 2017 è ovviamente soltanto un gioco. Impossibile prevedere le nuove invenzioni, le mode, le cose che accadranno da qui ad allora.

Anche se, a ben guardare, in questi ultimi otto anni l’informatica non è stata certo rivoluzionata; il mondo dei computer è certamente cambiato molto meno tra il 2001 e il 2009 di quanto non sia cambiato tra il 1993 e il 2001.

Probabilmente il Mac OS XI sarà uguale al Mac OS X, con magari qualche protezione in più, o la possibilità di acquistare software solo da un mega App Store della Apple. O magari la grande rivoluzione sarà che potrà girare anche su pc di altre marche…

No, questo mai.

Backsposé 1 / Verrà l’iPhone

Posted on Settembre 15th, 2009 in Exposé, Pubblicazioni | niente commenti »

Oggi l’articolo recuperato dal passato è la prima puntata della mia rubrica Exposé, uscito sul numero di novembre 2006 di MacWorld Italia. Exposé è una rubrica di rumors e anticipazioni sui prodotti Apple in arrivo. In questa puntata pronosticavo l’arrivo dell’iPhone, che uscì effettivamente nel luglio 2007. Quasi tutto giusto, solo un dettaglio sbagliato: quello più caro sarebbe stato quello bianco.

iPhone, and you?

Rumors! Che non sono suoni molesti, come talvolta crede qualche traduttore poco avvezzo, ma indiscrezioni, voci, chiacchiere da corridoio. Il mondo Apple è sempre stato chiassoso in questo senso, e lo è ancora di più da quando Steve Jobs, tornato al timone dell’azienda da lui fondata, ha imposto il segreto sui prodotti non ancora posti sul mercato. Una cortina impenetrabile o quasi, mantenuta con disciplina spietata che è già costata il posto e cause per danni a diversi impiegati dalla bocca troppo larga, lucrosi contratti a fornitori troppo entusiasti e persino denunce, poi rientrate, a giornalisti troppo solerti.

Il devoto applista ufficialmente condanna le indiscrezioni. Generano aspettative che spesso non possono essere soddisfatte, danneggiano le vendite dei prodotti in commercio convincendo le persone ad attendere la prossima-versione-più-potente che poi magari non arriva, e aiutano i concorrenti a stare al passo copiando le innovazioni prima ancora che arrivino sugli scaffali dei negozi.

Ma sappiamo benissimo tutti che il devoto applista - categoria alla quale ovviamente apparteniamo - cerca e si beve con gusto tutte queste fantastiche anticipazioni. Anche sapendo bene che molte di queste sono in realtà più la formulazione di desideri che reali fughe di notizie. Questo è il nostro spirito: in questa rubrica di volta in volta andremo alla scoperta di novità future della Apple, ma facciamo un patto: vi diremo tutto quello che sappiamo, che abbiamo scovato in rete o altrove, ma voi tenete sempre presente che questa non è la realtà. Potrebbe diventarlo come potrebbe non avvicinarvisi neppure. Come il gatto di Schrödinger, che sia vivo o che sia morto dipende dal momento in cui Steve Jobs salirà su un palco e dirà la formula magica che fa collassare gli infiniti universi ipotetici in un’unica realtà: One more thing

Non potevamo non dedicare la prima puntata di questa rubrica alla grande chimera che da diversi mesi è la protagonista di tutti i rumors che riguardano Apple. Da quando ha cominciato a girare ci sono già stati almeno tre o quattro keynote ai quali avrebbe dovuto essere annunciata, ma finora non è avvenuto: ora si parla di marzo 2007. Parliamo naturalmente dell’iPhone, ovvero del’entrata di Apple nel ricchissimo ma spietato mercato dei telefoni cellulari.

La prima esperienza di Apple nel campo della telefonia è stata il ROKR, il telefonino con iTunes incorporato realizzato da Motorola. E’ stato un mezzo disastro, per vari motivi; non ultimo certamente il fatto che Apple è sembrata tirarsi indietro dal progetto, probabilmente anche a causa dei cattivi rapporti con Motorola che sarebbe stata di lì a poco abbandonata anche come fornitore di processori.

Da quel momento però si è capito che anche se Apple non aveva creduto al telefonino di Motorola non significava che avesse abbandonato l’idea di produrre un telefonino. Anzi.

Forse negli Stati Uniti, dove i telefonini e gli smartphone non sono così diffusi come in Europa, è un po’ meno evidente che da noi il fatto che questo oggetto sta diventando il centro mobile della digital life, così come il computer ne è il centro domestico. E se l’iPod ha avuto un enorme successo anche grazie alla sua specializzazione, un oggetto che fa una cosa sola ma la molto bene, è stato evidente fin da subito che questa situazione non poteva durare. Un iPod è infinitamente migliore di un telefonino per ascoltare musica: può contare su più memoria per archiviare le canzoni, è più facile da utilizzare, ha una qualità audio migliore. Tutti vantaggi però che l’avanzare della tecnologia nel ricco settore dei telefoni cellulari restringe sempre di più. La paura è che il telefonino possa fare all’iPod quello che ha fatto ai palmari: soppiantarli.

Dopo le considerazioni, veniamo ai fatti.

All’inizio del 2006 viene pubblicata su alcuni siti di settore un brevetto Apple registrato alla fine del 2004 per un sistema che consente a apparecchio wireless portatile di scegliere e acquistare prodotti digitali su un “online media store”. Il brevetto cita come esempi canzoni, suonerie, libri elettronici. Negli stessi giorni compare un altro brevetto Apple per un’interfaccia completamente audio, che consenta di navigare in un riproduttore musica tramite comandi vocali. Un’idea poi abbandonata per l’iPod Shuffle, che non ha lo schermo? Un momento, ma lo Shuffle non ha un microfono. Che tipo di oggetto potrebbe avere un microfono? Un telefono?

In maggio alcuni giornali economici giapponesi pubblicano la notizia che Softbank (la proprietaria della Vodafone giapponese) sta sviluppando un telefono cellulare insieme con Apple. Softbank smentisce.

In luglio, alla presentazione dei dati fiscali, un giornalista chiede al direttore finanziario di Apple Peter Oppenheimer cosa ne pensa del successo della linea di telefoni-player Mp3 della Sony Ericcson che riprende il glorioso nome Walkman, e Oppenheimer risponde che Apple non se ne sta certo seduta a guardare senza far nulla.

Nel software di aggiornamento dell’iPod uscito sempre in luglio vengono trovati strane parole chiave come t_feature_app_PHONE_APP, kPhoneSignalStrength, clPhoneCallModel, clPhoneCallHistoryModel, prPhoneSettingsMenu.

All’inizio di agosto, pochi giorni prima della WWDC (dove secondo qualcuno avrebbe dovuto essere annunciato l’iPhone) salta fuori foto e pubblicità dell’iChat Mobile. “Tutto ciò che ti aspetti da un Mac, su un telefono”. E’ chiaramente finta, ma realizzata con stile. Poco dopo compare su YouTube anche un filmato dimostrativo, nel quale si possono apprezzare le dimensioni non indifferenti dell’iChat Mobile.

Qualche giorno dopo arriva anche l’iCall, una versione “slide” dotata persino di tastiera alfanumerica.

In settembre si ricomincia a parlare di iPhone: secondo l’analista Shaw Wu Apple sarebbe ormai pronta al lancio.

Ciò che blocca ancora il progetto, a questo punto, non sarebbe più lo sviluppo tecnico, ma il lancio da parte dell’operatore di telefonia mobile americano Cingular della rete HSPDA. Questo standard, High-Speed Downlink Packet Access (accesso a pacchetti ad alta velocità) è una versione avanzata dell’UMTS e sta diventando disponibile in molti paesi europei (in Italia è già attiva da alcuni mesi su tutti e quattro gli operatori), è probabilmente richiesto per interfacciare il telefonino con l’iTunes Store. Se ricordiamo, più volte Jobs ha dichiarato che uno dei motivi per cui un iPod telefonino non aveva senso era l’impossibilità di scaricare musica a causa della lentezza della rete telefonica. Lentezza che l’UMTS (che però in USA è praticamente assente) e l’HSPDA rendono un ricordo del passato.

Sempre all’inizio di settembre salta fuori un’altro brevetto Apple, per un apparecchio con antenna e interfaccia completamente virtuale. L’idea sembrerebbe quella di un oggetto con un grosso schermo sul quale compaiono pulsanti e indicatori relativi alle funzioni di un dispositivo - ad esempio un lettore Mp3 tipo iPod - ma facendo scorrere si passa all’interfaccia di un telefonino o di un palmare o di una console portatile di videogiochi. Non sembra una cosa così originale rispetto a un normale palmare. La rivelazione è comunque sufficiente e far annunciare a gran voce l’arrivo dell’atteso iPod Video a pieno schermo all’evento previsto per il 12 settembre. Che però il 12 settembre non viene affatto annunciato.

Nel frattempo però accade qualcosa anche nel mondo reale. Microsoft presenta il suo iPod killer, lo Zune. Non è ancora sul mercato e non si sa ancora bene cosa farà, ma si sa che permetterà di comunicare con altri Zune e di scambiarsi canzoni.

Che Zune sia o meno un pericolo per iPod lo deciderà il mercato quando il prodotto di Redmond arriverà sugli scaffali, ma certo non può essere sottovalutato: iPod prima o poi dovrà fare un salto in avanti.

L’ultima puntata - per il momento - dice che certamente l’iPhone sarà annunciato al MacWorld di San Francisco, l’8 gennaio (segnatevelo sul calendario). Avrà una macchina fotografica da 3 megapixel, uno schermo da 2,2 pollici, il software iTunes ovviamente senza il limite delle cento canzoni che aveva il ROKR, e sarà disponibile in tre modelli. Il rumor non lo dice, ma ci sentiamo di aggiungere che il modello più caro sarà sicuramente nero.