Archive for the ‘Exposé’ Category

Interfacce e sistemi operativi

Posted on Gennaio 19th, 2014 in Exposé | 3 commenti »

Ogni tanto tra informatici salta fuori la polemica se l’interfaccia grafica faccia o non faccia parte del sistema operativo.

Ho cercato sul web definizioni del termine “Sistema operativo”, trovandone diverse molto scheletriche, come quella che dà Google stesso:

Il software che condivide le risorse di un computer (processore, memoria, spazio del disco, network bandwidth, e così via) tra gli utenti e i programmi applicativi che vengono eseguiti. Controlla l’accesso al sistema per garantire la sicurezza.

Altre più dettagliate, molto buona in particolare la voce della versione inglese di Wikipedia, che dice:

An operating system (OS) is a collection of software that manages computer hardware resources and provides common services for computer programs. The operating system is an essential component of the system software in a computer system. Application programs usually require an operating system to function.

Secondo alcuni, il sistema operativo è lo strato più basso del software che fa funzionare il computer. È il nucleo che gestisce l’hardware di base, la gestione della memoria, i task. Per i puristi più assoluti anche i driver delle varie periferiche, dal disco rigido in su, cominciano a essere componenti dubbi, perché sono librerie che possono essere installate, sostituite eccetera. Qui stiamo, a mio avviso, semplicemente confondendo kernel e sistema operativo. Come dice il nome (kernel=nocciolo), il kerner è una parte, non il tutto.

Più che si un problema tecnico si tratta in effetti di una questione semantica, di definizioni. La definizione più scheletrica in sostanza dice:

Software che gestisce le risorse di un computer e permette l’esecuzione di programmi.

Si stabilisce insomma uno schema di questo tipo:

Hardware del computer

Sistema operativo

Programmi applicativi

Utente

I problami di definizione nascono dal fatto che nel tempo i sistemi operativi evolvono e si stratificano ulteriormente.

Per esempio, nel più classico degli ambienti, UNIX, abbiamo un sistema operativo che si interfaccia con l’utente tramite shell, ovvero programmini che accettano una serie di comandi. I programmi non hanno bisogno della shell per funzionare, ovviamente, ma solo per essere eseguiti dall’utente. Se io mi collego a un terminale UNIX sto usando una shell, per esempio bash; se digito “ps” eseguo il programma ps, che però non ha bisogno di bash per funzionare; potrebbe essere richiamato in altri modi.

Poi le cose si complicano: su UNIX installiamo un sistema a finestre, X Window o come si chiama oggi Open X. Lo abbiamo installato, è chiaramente una cosa aggiunta. Fa parte del sistema operativo? Diremmo di no. Il sistema funziona comunque anche senza.

Di qui, penso, nasce la teoria secondo cui l’interfaccia grafica non fa parte del sistema operativo. È un qualcosa di più, di aggiunto.

Ma passa il tempo e si arriva a sistemi operativi come Windows (è una cosa aggiunta su MS-DOS?), poi a MacOS (le versioni prima di OSX), e già cominciano i guai. Perché no, MacOS non puoi usarlo senza interfaccia grafica. L’interfaccia non è separabile dal sistema operativo.

MS-DOS cessa di esistere a un certo punto; la CLI di Windows diventa non un sottostrato ma un sostrato, un applicativo di Windows. MacOS al contrario con OSX torna a basarsi su UNIX e a riaprire il dibattito. Diversi tra i sistemi operativi moderni sono basati su Unix (iOS, Android, Chrome OS, Firefox OS). Allora non esistono? Non sono sistemi operativi ma solo interfacce grafiche e l’unico sistema è Unix?

Siamo al ridicolo: sarebbe come sostenere che l’uso normale di un telefonino Android è attraverso l’interfaccia testuale, e l’interfaccia grafica è una aggiunta non essenziale.

Nella definizione di sistema operativo, dicevamo, c’è quella di permettere alle applicazioni di funzionare. I programmi per MacOS, Windowa, Android, iOS eccetera non potrebbero funzionare senza quel grande patrimonio di funzioni del sistema oprativo, interfacciate dalle applicazioni attraverso le API di sistema, che permettono loro di usare disco, tastiera e mouse, ma anche finestre, menu, barre di scorrimento, e quant’altro. Sono a tutti gli effetti periferiche del sistema, anche se virtuali.

Quindi sì, l’interfaccia grafica fa assolutamente parte del sistema operativo, è una componente integrante e oggi è anche la componente più sofisticata e distintiva del sistema operativo. Sui dispositivi moderni in sostanza girano due sistemi operativi uno dentro l’altro, ma la presenza e la teorica autonomia di Unix non è un motivo sufficiente, credo sia evidente, a sostenere che il sistema più grande che lo comprende, MacOS X o Android o altro, non sia a sua volta un sistema operativo.

Mac lento ad aprire la finestra “Salva col nome”?

Posted on Gennaio 17th, 2014 in Exposé, Tips & Tricks | niente commenti »

Ogni volta che volete salvare qualcosa vi mettete le mani nei capelli perché il vostro normalmente velocissimo Mac ci mette un’ora ad aprire la finestra “Salva col nome”? Evitate di aprire documenti da dentro le applicazioni perché se date il comando “Apri” passa un’eternità prima che la finestra si apra?

O magari vi capita a volte, dal Finder, di aprire una cartella e di dover aspettare un sacco di tempo per vederne il contenuto?

Sono tutti problemi collegati. Seguite queste istruzioni e, se non avete altri problemi, dovrebbe risolversi.

Aprite il terminale e digitate:

sudo vi /etc/auto_master

se avete BBEdit potete anche fare

sudo bbedit /etc/auto_master

Il comando “sudo” vi permette di operare come superutente, ma vi chiede la password, che è la vostra password di utente del Mac, la stessa che date ogni volta che fate qualche operazione un po’ delicata.

Una volta aperto il file /etc/auto_master, con vi o con BBedit, vi troverete delle righe che iniziano con /net, ad esempio

/net -hosts -nobrowse,hidefromfinder,nosuid

Mettete il carattere # davanti a queste righe:

#/net -hosts -nobrowse,hidefromfinder,nosuid

Poi salvate (BBEdit vi chiederà di nuovo la vostra password) e chiudete.

Tornati al terminale, digitate

sudo automount -vc

Complimenti! Problema risolto.

Il senso del nuovo iPad

Posted on Marzo 8th, 2012 in Exposé | 8 commenti »

Ho letto vari commenti sull’iPad presentato ieri sera che - come spesso accade - rappresentavano un qualche tipo di delusione. Ogni volta che viene presentato un prodotto Apple alcuni si aspettano certe novità che non arrivano, e, invece di cercare di capire il senso di quello che hanno visto, si affrettano a comunicare che il nuovo prodotto è una delusione.

Probabilmente questo genere di commentatori avrebbe salutato come una rivoluzione un nuovo iPad capace di eseguire animazioni Flash, software ormai quasi in via di abbandono da parte della stessa Adobe, o di leggere le schede delle macchine fotografiche, sì, le macchine fotografiche, ricordate? Quegli scatolotti che servivano a scattare fotografie prima che iPhone e iPad diventassero gli apparecchi fotografici più utilizzati nel mondo.

Do un paio di suggerimenti a chi vuole capire il senso del nuovo iPad. Innanzitutto, evitate di guardare solo l’hardware. La superiorità del prodotti Apple non è mai stata definita dall’hardware, che più o meno è a disposizione di tutti i produttori. Per esempio, ieri sono stati introdotti iPhoto per iPad, nuove versioni di iMovie e GarageBand e altri programmi. “Da quello che abbiamo visto usando iPhoto e iMovie, il multimedia editing è potenzialmente più veloce sul nuovo iPad che su un normale computer” scrive la rivista SlashGear.

Nuovo software più sofisticato. E adesso guardiamo l’hardware, ma in funzione del software. Processore veloce; schermo ultradefinito. Uno schermo, tra l’altro, migliori degli schermi usati dagli stessi PC. Ecco, il punto è questo, con il nuovo iPad: che non solo per navigare o consultare la posta, ma per diverse nuove attività iPad sta diventando non solo un supplente ma addirittura migliore del PC.

Cosa fanno gli utenti con il computer? Qualcuno impagina, qualcuno compila database e fogli elettronici, qualcun altro scrive software. Ma la maggior parte lo usa per attività molto più semplici. Navigare, scrivere posta. Archiviare e catalogare le proprie foto. Gestire la propria musica. Magari fare filmati.

Ecco, ogni volta che iPad fa un passo avanti, che aggiunge un nuovo tipo di attività alla lista delle cose che fa come o meglio di un PC, c’è una fetta enorme di utenti che non ha più bisogno di un PC e che può diventare un utente iPad. iPad sta tagliando fette della grande piramide degli utenti del personal computer, e le taglia dal basso, dove sono più larghe.

Il nuovo iPad ha tagliato qualche altra fetta. No, non legge Flash e non legge chiavette e schede SSD. Molto più banalmente, sta scardinando il mondo dell’informatica. Che delusione.

Firefox, disabilitare il “touch back”

Posted on Gennaio 31st, 2012 in Exposé | 2 commenti »

Se vi è capitato, come è capitato a me, di stare compilando una lunga form con una versione 9> di Firefox su Mac, e togliendo la mano dal mouse per scrivere di esservi ritrovati su una pagina precedente, senza la possibilità di recuperare quanto scritto, apprezzerete questo consiglio.

Questo capita perché in Firefox 8 hanno inserito - ma chi glielo ha chiesto - questo “fichissimo” sfruttamento del multi touch di MacOS X Lion, per cui finalmente è possibile fare “back” semplicemente facendo scorrere verso sinistra il dito sul mouse (se si ha un Magic Mouse) o due dita sulla trackpad.

Se fossero stati un po’ meno ansiosi di farsi belli con le nuove tecnologie e avessero speso qualche minuto a pensare come andavano usate avrebbero certamente fatto un lavoro migliore. Perché è evidente che il “back” deve essere frutto di un’azione certamente volontaria, senza correre il rischio che accada per caso, semplicemente perché il dito passa troppo vicino alla superficie del mouse quando la mano si solleva. In Safari per esempio il gesto è accompagnato da un’animazione che mostra subito cosa si sta facendo, e il gesto deve essere abbastanza prolungato, altrimenti il “back” rimbalza indietro.

Comunque, visto che il danno l’hanno fatto e che non hanno messo preferenze per disabilitarlo, bisogna mettere le mani nel motore. Ecco come:

nella url digitare: about:config

cliccare sul punsalte accettando di fare attenzione

nella casella “filtro” che si vede sopra la lista scrivere “swipe”

appariranno quattro voci; nella casella “valore” delle voci browser.gesture.swipe.left e browser.gesture.swipe.right scrivere “false”

A posto. Non c’è bisogno di preoccuparsi del valore di default: se si cambiasse idea basta cliccare di destro sulla riga e dare il comando “ripristina” per riportare il valore iniziale.

Got it!

Posted on Maggio 27th, 2010 in Exposé | 3 commenti »

Steve Jobs da Crozza

Posted on Aprile 28th, 2010 in Exposé | niente commenti »

Imperdibile.

La vita, l’universo, il Mac e tutto quanto

Posted on Marzo 26th, 2010 in Exposé, Fantascienza | 2 commenti »

Sul numero di aprile di MacWorld Italia è uscito il mio quarantaduesimo articolo della serie Exposé. E se avete mai letto Douglas Adams - grande fan del Mac - sapete che 42 è un numero con un significato molto particolare. Così, la puntata della rubrica ha preso un sapore particolare…

Quando alla fine la Apple rilasciò iDeepThough Pro, il modello di Mac più potente mai realizzato in tutta la storia del pianeta (ok, è vero che lo dicono ogni volta, ma questo era davvero qualcosa di più) per prima cosa Steve Jobs volle testarlo facendo la domanda più difficile, e chiese al nuovo Mac la risposta alla domanda fondamentale riguardo alla vita, l’universo e tutto quanto.
Ora, questo modello di Mac disponeva di processori con diversi milioni di core, uno yottabyte di ram, cache di zeresimo livello situata nell’iperspazio per essere più veloce della luce, tuttavia la domanda era complessa, quindi impiegò del tempo a dare una risposta.
Sette milioni e mezzo di anni dopo, iDeepThough Pro comunicò la risposta all’androide che deambulava il costrutto informatico iSteve, cioè la personalità di Steve Jobs uploadata in una matrice bioelettronica.
La risposta era “42”.
iSteve si alterò leggermente. L’esplosione di Sirio A in supernova fu retrocessa al secondo posto negli eventi più deflagranti della storia conosciuta.
Quando iSteve si calmò, si rese conto che forse occorreva comprendere meglio la domanda per la quale 42 era la risposta. Allora costruì un nuovo modello di Mac studiato apposta per calcolare la domanda.
Douglas Adams (1952-2001), scrittore, umorista, sceneggiatore radiofonico inglese, è stato un grandissimo appassionato e portabandiera del Mac. L’introduzione un po’ folle di questo articolo è una libera interpretazione in chiave Apple di un episodio tratto da uno dei suoi libri.
Adams aveva visto un Mac (o forse un Lisa) nel 1983 presso la sede della software house Infocom in Massachusetts, ed era stato amore a prima vista. Fu utente Mac sin dalla primissimo modello uscito nel 1984 e fu la prima persona a comprare un Mac nel Regno Unito. Scrisse per anni una rubrica sulla rivista inglese MacUser (che anni dopo confluì in MacWorld UK) e l’ultimo post sul suo blog riguardava la programmazione in Cocoa.
Se non li conoscete ancora, procuratevi i libri della serie della Guida galattica per autostoppisti, vale la pena.
Ah. Pare che, parecchi milioni di anni dopo, l’ultimo modello di Mac (proprio ultimo, perché sfortunatamente dopo l’universo venne distrutto per sbaglio) fornì il suo responso: la domanda risultò essere “cosa ottieni se moltiplichi sei per nove?”.

Silvio Sosio non esce mai di casa senza portarsi dietro un asciugamano.

Post Scriptum. Sei per nove…
…non fa quarantadue? Secondo le comunità dei programmatori che hanno analizzato il problema, il dubbio è che si trattasse di un piccolo bug nella programmazione del computer che calcolò la risposta. Come spiegazione, si veda il seguente programma in C:

#define SEI    1 + 5
#define NOVE   8 + 1

int main()
{
printf( “Il significato della vita: %d\n”, SEI * NOVE );
return 0;
}

Il programma definisce le macro SEI come “1 + 5″ e NOVE come “8 + 1″; quando viene eseguita l’operazione “SEI * NOVE”, dato che nel calcolo matematico si usa dare la precedenza alla moltiplicazione sull’addizione, il computer si trova ad eseguire 1 + ( 5 * 8 ) + 1. Che risulta 42.

Vi spiego l’iPad

Posted on Gennaio 29th, 2010 in Commenti, Exposé | 78 commenti »

iPad“Cos’è che non ha webcam, non ha multitasking, non ha hdmi, non ha Flash e costa 500 dollari? Indizio: non è un netbook”. Questa una delle molte battute che circolano in rete, insieme a commenti di geek che si lamentano della mancanza di usb, della mancanza di flash, della mancanza di multitasking, della mancanza di uscita video, della mancanza di slot per leggere cd/dvd/sd/floppy disk/sim/carte di credito o biglietti da visita, della mancanza di ruote e persino della forma leggermente convessa.

Scusatemi se sono franco: questo modo di vedere le cose è veramente miope.

Invece di cercare di capire di cosa si tratta, questi commentatori decidono a priori che cosa dovrebbe essere secondo loro e poi ne elencano le differenze. “Non telefona neppure”. Caspita che intuizione. Nemmeno il mio forno a microonde telefona; d’altra parte non essendo un telefono è abbastanza prevedibile. Gran parte dei commenti elencati sopra sono fatti da persone che si aspettano un computer. Forse se Apple invece di creare una cosa nuova avesse fatto un banale computer tablet, con un normale sistema operativo da PC, sarebbero stati più contenti. Ah no, si sarebbero lamentati che non c’è la tastiera. Ok ragazzi, andate alla voce “MacBook” e divertitevi.

Mettiamo da parte queste contestazioni inutili e vediamo di capire il senso dell’oggetto. Secondo me, ovviamente.

Un prodotto viene posizionato sul mercato indicandone un utilizzo principale, una ragione d’acquisto. Allo stesso modo in cui iPhone è stato indicato come “communicator” personale, con le tre funzioni di telefono, posta elettronica e browsing in rete, allo stesso modo iPad viene indicato come strumento mobile per l’intrattenimento. Quindi in sostanza un apparecchio per la lettura di libri, giornali e riviste, per la visione di film e per i giochi.

Sebbene tutte queste funzioni fossero già svolte a suo modo - come funzione secondaria - dall’iPhone e dal suo cugino senza connessione, l’iPod Touch, è evidente come lo schermo grande e la maggiore velocità permettano sull’iPad un’esperienza del tutto diversa. L’iPad è in sostanza l’equivalente moderno della tv o della radiolina portatile: l’utente moderno non si collega più al mondo subendo un segnale via radio, lo fa in molti modi diversi con autonomia e interattività diverse. Ma il concetto è quello.

Questo è il concetto dell’iPad dal punto di vista del marketing; è il motivo per cui verrà comprato ora, quest’anno. Ma in realtà è molto di più.

L’iPad è in effetti, a mio avviso, il primo serio tentativo di rivoluzionare il concetto di PC da un quarto di secolo a questa parte. La terza rivoluzione in assoluto.

Prima rivoluzione nel 1977. Non più cassoni enormi e costosissimi chiusi nei centri di calcolo: “un computer su ogni scrivania”. Chi lo dice? Una piccola aziendina californiana, la Apple. Il mondo dell’informatica si spancia dalle risate: e cosa se ne dovrebbe fare la gente comune di un computer?

Seconda rivoluzione nel 1984. Mouse, icone, finestre: il Macintosh introduce l’interfaccia grafica. Ancora una volta la rivoluzione arriva dalla Apple. Il mondo dell’informatica si spancia dalle risate: “dai, smettila di giocare con i disegnini e torna alla riga di comando che bisogna lavorare”.

Sono passati ventisei anni da allora. Ora il computer è davvero in tutte le case. Ma qual è il risultato? Come si trova davvero la gente “comune”, ovvero le persone che non si occupano di informatica per lavoro, con il loro pc, Mac o Windows che sia? La risposta è abbastanza evidente. Si trovano piuttosto male. Sarebbe interessante fare un sondaggio; provo a dare io le risposte in base all’esperienza personale.

Domanda: quali programmi usi sul tuo pc di casa?

60%: Office, la posta e la navigazione in internet. E qualche gioco.

30%: Cosa sono i programmi?

Domanda: sei soddisfatto del funzionamento del tuo pc?

95%: Macché, metà del tempo devo ripulirlo dai virus e l’altra metà del tempo vivo nella paura di prendere virus

5%: Abbastanza grazie, uso un Mac.

Domanda: è importante per te il multitasking?

90%: Puoi ripetere la domanda in italiano?

10%: Importantissimo, ho sempre un sacco di roba da portarmi dietro, portafoglio, telefono, biglietto del tram.

Domanda: riproviamo: è importante per te poter usare diversi programmi contemporaneamente, per esempio scrivere mentre senti la musica mentre scarichi la posta mentre chatti con Skype mentre…

100%: Eh, e chi sono, Mandrake?

Ok, forse ho un pochino drammatizzato. Il punto è che il PC per come è fatto oggi non è pensato per l’utente qualsiasi; è pensato per l’utente che sappia usare il PC, e che lo usi professionalmente. Anche così, ancora oggi non sono rari gli utenti che si perdono perché hanno una finestra aperta sopra un’altra, che non sanno dove andare a cercare un programma se non ce l’hanno subito visibile nel menu Start, che non hanno la minima idea di come funzioni il file system e salvano tutto sulla scrivania. Le ultime versioni dei vari sistemi operativi hanno cercato molti modi per semplificare questi concetti, confondendoli ancora di più. L’arrivo di internet e di una serie di nuove metafore ha peggiorato la situazione.

iPad è un tentativo di rivedere tutto il problema da un punto di vista del tutto nuovo.

Basta finestre. Niente multitasking significa “una cosa per volta”. È così che opera normalmente la gente. Il che non significa che non possa fare una cosa da una parte, copiarla e portarla dall’altra; ma quando lavora su un programma deve avere sott’occhio solo quel programma.

Basta menu. Internet ci ha abituato al concetto di comando contestuale: c’è un oggetto, ci clicco sopra e faccio quello che devo fare. Questo è il modello al quale siamo ormai abituati.

Basta filesystem. Se non stai usando il pc per lavoro non crei centinaia di documenti. E il concetto di cartella è sorpassato; i documenti si possono cercare per tag, per data, per contenuto, che senso ha avere un unico sistema basato sul posizionamento in un albero di contenitori arbitrario?

Ma oltre a questo, iPad rappresenta l’intuizione che il concetto di “un pc su ogni scrivania” ormai è sorpassato. Il computer non può più restare sulla scrivania. Ci deve seguire sempre.

Ci stiamo abituando sempre di più a usare il computer per tutto. Così come il telefono non è più un coso sul mobile in corridoio ma è diventato un oggetto da avere sempre con sé, la stessa sorte è riservata al computer. La gente non si sta solo abituando a usare il computer per tutto, ma sta cominciando a diventarne dipendente. Tra una decina d’anni i computer saranno probabilmente collegati direttamente al cervello e “vedremo” i loro contenuti proiettati direttamente sul nervo ottico. Per ora è necessario però un oggetto che sia leggero, portabile facilmente in una piccola borsa e di poco peso, e utilizzabile rapidamente, facilmente, anche in piedi.

Che questa necessità esista e sia pressante lo dimostra, ovviamente, l’enorme successo dei netbook. Tuttavia i netbook non sono una risposta vera: sono un compromesso. Un adattamento di un concetto vecchio, quello del pc, a una richiesta nuova. Con criticità evidenti: gli schermi piccoli e ad altissima risoluzione, usati con un sistema operativo che solo in minima parte si adatta alle diverse risoluzioni, rende problematico leggere lo schermo. La tastiera c’è ma quasi sempre scomoda a causa della ridotta dimensione dei tasti. E sono lenti, perché devono far girare software pensato per PC potenti su un hardware che tanto potente non può essere.

E chiaramente non sono utilizzabili in piedi: se volete usare un netbook dovete sedervi comodamente, aprirlo, aspettare che si avvii, eccetera eccetera.

L’iPad potrebbe essere il personal computer del futuro. Non più “un computer su ogni scrivania”, ma “un computer in ogni tasca”. Oggetti simili li abbiamo già visti in molti romanzi di fantascienza (quelli di Egan, per esempio) e persino in Star Trek. Ovviamente, non è detto che questo accada: Apple ha guidato molte rivoluzioni, ma in altri casi ha fallito, nonostante la qualità dell’idea. Pensiamo a Newton, il primo PDA, bellissimo ma in anticipo sui tempi. Pensiamo ad Hypercard che anticipava l’ipertestualità che avrebbe avuto successo col world wide web. Pensiamo a OpenDoc, una tecnologia basata sul documento (anziché sul programma) che ancora oggi è fantascienza.

Se c’è qualcuno che può riuscire in una nuova rivoluzione del pc questa è certamente solo Apple. Le basi ci sono e sono notevoli: un sistema operativo già noto agli utenti, essendo un’evoluzione dell’iPhone; un costo decisamente abbordabile; un oggetto di grande qualità.

Anche una volta accettato quanto detto sopra, resta ovviamente possibile immaginare che l’iPad avrebbe potuto essere migliore aggiungendo questo o quest’altro. Attenzione però. Un oggetto nuovo per imporsi ha bisogno di semplicità e di chiarezza. Nonostante tutti i geek della terra possano pensare il contrario, sarebbe stato un errore cedere alla tentazione di rendere l’iPad “più pc” o “più telefono”. Cosa sarebbe costato a Apple mettere sull’iPad una porta USB, o mettere l’applicazione Telefono presente sull’iPhone? Poco o nulla. Tuttavia, avrebbe reso l’iPad più simile a un pc o più simile a un telefono. L’iPad non è né l’uno né l’altro, e deve essere chiaro: deve imporsi come iPad, come una nuova categoria di oggetto.

Ci sarà tempo, una volta imposto il concetto, di allargarne l’uso mettendo porte, lettori, applicativi aggiuntivi. Ci sarà tempo di fare un iPhone OS 4.0 con il multitasking realmente necessario o con qualcosa di simile a un file system rivisto secondo la nuova filosofia.

Ma l’iPod non sarebbe diventato un successo planetario se Apple lo avesse proposto fin dall’inizio dicendo “questo coso suona la musica, e poi ci potete giocare, e poi ci potete prendere appunti, e tenere i contatti, i todo e così via”. Sarebbe stato un oggetto indistinto che faceva tutto ma faceva tutto male. Apple ha proposto una cosa che faceva una sola cosa e la faceva bene (vecchia filosofia unix, non a caso unix è ancora oggi dopo trent’anni il miglior sistema operativo, alla base anche dell’iPhone OS usato da iPad).

Ora resta da vedere se la gente, che a volte capisce le novità meglio dei geek informatici, capirà anche questa e la promuoverà.

Come sarà il tablet Apple

Posted on Gennaio 14th, 2010 in Exposé, Whatever | 3 commenti »

Negli ultimi giorni sono trapelate molte indiscrezioni, sono corse voci, si sono fatte ipotesi sul nuovo prodotto che Apple con ogni probabilità presenterà il 27 gennaio. Non faccio più a tempo a scriverne su MacWorld - già la puntata che ho consegnato a inizio gennaio uscirà dopo il 27 - quindi ne scrivo qui.

Si sa con relativa certezza che il prodotto sarà annunciato il 27 gennaio - per quanto possa sembrare strano, non essendo martedì - e che dovrebbe essere messo in commercio all’inizio di aprile. È probabile, ma non certo, che possa chiamarsi Slate o iSlate; la prova migliore è stata data da Steve Ballmer, che ha presentato un prodotto HP proprio chiamandolo “slate”, evidentemente per bruciare il nome Apple. Si sa però che Apple ha registrato anche il dominio “iGuide”.

Dal punto di vista hardware, l’oggetto, o almeno una versione dell’oggetto, dovrebbe avere uno schermo da 10″ OLED. Questo si sa perché i costruttori cinesi si sono lamentati del fatto che Apple avrebbe comprato tutti gli schermi disponibili sul mercato di quella dimensione. A mio avviso, dovrebbe esserci almeno anche una versione più piccola, sette o otto pollici. Avrà una webcam e connettività 3G. Sicuramente sarà multi touch e probabilmente avrà i soliti sensori di vicinanza, luminosità, accelerometro e forse anche GPS e bussola visti anche sull’iPhone.

Va detto che oggi come oggi che dal punto di vista hardware oggi chiunque è in grado di mettere insieme i pezzi per fare un oggetto del genere. Il punto è un altro: a che serve? È fondamentale, in effetti, l’aspetto software. E qui viene l’interessante e anche le mie previsioni più personali.

A quanto si dice, il tablet dovrebbe girare su una nuova versione, 4.0, di iPhone OS. La caratteristica principale di questo sistema operativo è naturalmente quella di essere pensato per un’interfaccia “touch”, ovvero usata con le dita. Quindi nessun comando che richieda precisione, pulsanti grossi, e così via. iPhone OS porta con sé anche un modello commerciale particolare, per cui il software deve essere approvato da Apple e viene venduto solo attraverso l’iTunes Store: per quanto possa non piacere, è un sistema che funziona per Apple e tutto sommato anche per gli sviluppatori.

Su un prodotto come il tablet però iPhone OS ha alcuni problemi. Prima di tutto, le dimensioni dello schermo: obbligatorio pensare quindi che la nuova versione del sistema operativo introdurrà la variabilità della dimensione dello schermo, anche perché si presume che un prossimo iPhone possa avere uno schermo più grande o con maggiore risoluzione.

Il problema principale però è un altro: è il fatto che iPhone OS è un sistema che va bene per un palmare, ma non per un computer vero. E non è pensabile che un cliente acquisti un aggeggio grande dieci pollici e che magari costerà un migliaio di dollari senza poterlo usare almeno per la gran parte delle funzioni per le quali userebbe un netbook.

La mia previsione quindi è che iPhone OS 4 sarà rivoluzionario. Dovrà riuscire nella difficile impresa di rendere un computer utilizzabile come un telefono, o se volete di rendere un telefono utilizzabile per tutte le funzioni previste da un vero computer. Dovrà supportare un vero file system, quindi dovrà permettere agli utenti di aprire file con diversi applicativi, di usare gli allegati come pare a loro, di caricare file da e sul pc, e in modo semplice.

Dovrà consentire l’uso di veri applicativi. Si parla di una versione “touch” della suite iWork, quindi word processor, foglio di calcolo e software per creare presentazioni. Difficile pensare, questa volta davvero, che si possa fare a meno del multitasking.

E ci dovrà essere un enorme sforzo da parte di Apple per convincere gli sviluppatori a portare i loro applicativi sulla nuova piattaforma. Incluso Flash, per esempio.

Un’altra cosa che mi sento di predire, è che anche se dotato di slot per una sim 3G lo Slate dovrà interfacciarsi quanto meno all’iPhone per usarne la connettività. Questo è fondamentale: non è pensabile che lo Slate debba essere usato come telefono, né che la gente debba per forza acquistare un contratto aggiuntivo. Chiaramente, l’ideale sarebbe poter usare la connettività di qualsiasi telefono, magari via bluetooth o usb.

Per ora mi fermo qui; se salta fuori qualcos’altro aggiornerò.

MacWorld Italia, in edicola numero 200

Posted on Gennaio 8th, 2010 in Exposé, Pubblicazioni | niente commenti »

È nelle edicole da qualche giorno un numero molto speciale di MacWorld Italia: il numero 200.

Ho seguito questa rivista da quando è nata (anzi da prima, con la versione americana e quella inglese su cui scriveva anche Douglas Adams) e mi ha sempre fatto piacere acquistarla, insieme alla sua più anziana concorrente Applicando. Una delle caratteristiche di MacWorld che ho apprezzato fin dall’inizio sono stati i suoi articoli di opinione; essendo un utente piuttosto esperto gli articoli tecnici, i tips and tricks, eccetera mi hanno sempre detto poco di nuovo. Ma le opinioni, specie se argute e ben scritte come quelle del compianto Anthony Stanley o quelle di Mister Akko, e in tempi più recenti dell’amico Bragagnolo e dell’ex direttore Enrico Lotti, per me hanno sempre dato anche da sole ampiamente senso al prezzo di copertina.

Ricondo con piacere anche i raccontini di Venerandi, e quelli di vari autori che la rivista cominciò a pubblicare sotto la direzione di Franco Forte. È in quel periodo che è iniziata la mia collaborazione con la rubrica Exposé, dedicata alle anticipazioni, alle voci e in generale a una visione del futuro del mondo Apple.

Il numero 200 in edicola vale senz’altro la pena acquistarlo, anche perché è ricco di articoli retrospettivi molto interessanti. Peccato solo, scusate ma devo dirlo, per la copertina “iPhonizzata” a mio avviso orrenda. Ma poi perché usare l’iPhone per una rivista che si è occupata per il 90% della sua storia di Mac?

Qui sotto vi propongo la mia column uscita su questo numero. Ma il numero compratelo lo stesso.

400

Per festeggiare il numero tondo, Exposé vi propone una puntata retrospettiva tornando indietro nel tempo all’ormai lontano 2010, quando la nostra rivista compiva 200 numeri.

La prima cosa che oggi ci sorprende, ripensando, perché no, anche con un po’ di nostalgia a quel lontano gennaio 2010 quando usciva il numero 200 di Macworld Italia, è che all’epoca la rivista veniva stampata su carta. Pensate solo al lavoro necessario per produrre tutte le copie, movimentarle, distribuirle in tutte le edicole sparse nel paese, una per una. E a quanto spazio dovevano occupare le (pur minime, sul totale) rimanenze invendute. Avete idea di quanto pesassero solo, diciamo, 100 copie di una rivista prodotta in quel modo?

Certo, oggi è tutta un’altra cosa. Quando Francesco decide che il numero è pronto fa click su “pubblica” e un semplice file diventa disponibile su migliaia e migliaia di lettori portatili. Di tutte le marche, ma ovviamente soprattutto sugli Apple Slate, i nostri lettori di ebook e riviste elettroniche preferiti. Oggi tutti hanno a disposizione migliaia di libri a costi irrisori sui loro lettori portatili, quasi non sappiamo più cosa sia la carta, e non sapremmo neppure che odore avesse, se non fosse per quella casa di profumi che ne commercializza a caro prezzo bottiglini di pura fragranza, a beneficio dei nostalgici dei libri vecchia maniera.

Primi indizi di tablet

Pensare che proprio lo Slate era uno degli argomenti più trattati, all’epoca, da questa rubrica. La prima versione era una tavoletta con schermo a colori con illuminazione led, e no, non era arrotolabile come quello attuale.

Exposé aveva cominciato a parlarne fin dall’autunno del 2008, quando era venuto alla luce un brevetto Apple riguardante un ipotetico dispositivo tablet. Da lì in poi non c’era stato numero di Macworld che non saltasse fuori qualcosa di nuovo. E fu proprio poco tempo dopo l’uscita del numero 200 della rivista che Steve Jobs annunciò il prossimo arrivo di quello che sarebbe diventato uno dei prodotti di maggior successo della Mela.

Ma già prima di uscire era certamente uno dei progetti che suscitava più curiosità. L’unico caso analogo era stato quello dell’iPhone, di cui Exposé aveva parlato per tutte le sue primissime puntate, dal gennaio 2007 in poi. Certo, oggi i telefoni come tali non si usano più, ed è stato certamente a causa dell’iPhone e degli altri smartphone se la gente ha finito col concepire la comunicazione come qualcosa di più vario e complesso rispetto alla semplice comunicazione verbale. Noi oggi se vogliamo parlare a voce con qualcuno srotoliamo il nostro pad, tappiamo sull’icona di Skype e parliamo. È solo uno dei mille modi per usare la rete, e per fortuna da tempo quelle che una volta si chiamavano compagnie telefoniche hanno capito che il loro ruolo è fornire la banda di comunicazione, non contare i minuti che i loro clienti passano a parlare con altre persone.

Auto e informatica

Riguardando le vecchie puntate di Exposé ne trovo una, uscita nell’ottobre 2007, in cui si parlava di una possibile interfaccia progettata da Apple per le automobili. Non si seppe mai in cosa consistesse veramente. Del progetto, ancora in fase embrionale, non si sentì più parlare.

Eppure, pensate a come avrebbe potuto essere il mondo oggi se Apple fosse andata avanti. Purtroppo, dopo ciò che accadde nel 2017 con le auto che usavano sistemi operativi Microsoft, l’applicazione dell’informatica sui veicoli subì una forte battuta d’arresto, e in definitiva causò la morte stessa dell’automobile. Per fortuna, le nostre metropolitane a levitazione sono guidate da sistemi basati su Linux. Non saranno Mac, ma almeno sappiamo di viaggiare sicuri.

Altri duecento fa

Altri duecento numeri prima, quando nasceva Macworld Italia nel 1991, la Apple era una società in crisi, senza idee e senza un vero leader. Un’eventuale Exposé all’epoca si sarebbe dovuta accontentare delle voci riguardanti l’uscita di un nuovo cassone grigino invece che beige. In realtà non mancavano le idee: per esempio nel 1992 Apple creava OpenDoc, una tecnologia rivoluzionaria che svincolava il documento delle applicazioni. Sfumò tutto nel nulla, come sfumò nel nulla il fantasmagorico sistema operativo Copland che avrebbe dovuto prendere il posto del System 7. Mancava, forse, la grinta o la leadership capace di trasformare le idee in realtà. Ma fu un bene, in un certo senso, perché il fallimento di Copland costrinse Apple a comprare un sistema operativo da terze parti, così acquisto Next, e tornò Steve Jobs.

Tutto cambiò con l’arrivo di Steve, per fortuna. Certo, Apple ebbe un momento difficile nel 2022 quando Jobs sparì dalla circolazione per alcuni mesi. Stava male da tempo, e si temeva il peggio. Ne abbiamo parlato anche nella nostra rubrica, dando come sempre voce anche ai rumors più strampalati. Qualcuno disse persino che era stato rapito dagli alieni. Come se quei simpatici esseri potessero fare azioni così sgarbate.

Poi, quando all’inizio del 2023 la rediviva MacWorld Expo Online venne aperta dal keynote del nuovo iJobs, il costrutto basato sull’upload della personalità di Steve caricata in una rete di MacPro a Cupertino, le azioni schizzarono di nuovo alle stelle e tutti fummo certi, in quel momento, che la stella della Apple non sarebbe più tramontata.


Silvio Sosio cura la rivista Exposé da 239 numeri, e ciononostante riesce sempre a trovare qualcosa di nuovo da dire: tutto merito dell’upgrade cerebrale che ha installato l’anno scorso. Lo consiglia a tutti.