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Esempi di burocrazia che uccide il paese

Posted on Maggio 11th, 2012 in Commenti | 6 commenti »

Oggi mi sono imbattuto in un caso secondo me esemplificativo di come la burocrazia sia una macchina infernale dalla quale non riusciremo mai a fuggire.

Arriva al Delos Store una richiesta di abbonamento da parte di una biblioteca. “Vorremmo sapere i costi e le modalità per abbonarsi a questa rivista”. Ok, rispondo che i costi sono tot (circa 20 euro) e come si può pagare.

Mi rispondono ringraziandomi cortesemente e invitandomi a compilare una dichiarazione in cui devo dare tutte le indicazioni sul conto bancario, le persone che hanno accesso al conto, e la dichiarazione deve essere firmata e accompagnata dal documento di identità della persona che ha accesso al conto.

Un momento: non ho chiesto di partecipare a una gara d’appalto per costruire una scuola. Siete voi che siete venuti da me per comprare una cosa da venti miseri euro.

Mi informo, e viene fuori che il concetto è questo: c’è una legge che predispone alcune misure per combattere la mafia, la legge 136 del 2010. Tra le altre cose nell’articolo 3 stabilisce una norma della “tracciabilità dei flussi di denaro”, per cui ogni flusso di denaro deve andare su conti che siano tracciabili.

Ora, lo spirito della legge è chiaro: che non sia possibile per un ente pubblico mandare capitali su conti esteri cifrati o cose del genere. Ma poi entrano in gioco i modi di gestire queste cose nella pratica. E allora, per “conto tracciabile” non è più sufficiente che sia semplicemente un conto italiano (del quale se necessario le forze dell’ordine potrebbero facilmente sapere tutto) ma deve essere accompagnato da una dichiarazione che attesti chi ha accesso a quel conto. La firma, non essendo apposta in presenza di un pubblico ufficiale, va accompagnata da un documento di identità.

La legge dice esplicitamente che per somme inferiori a 1500 euro non è obbligatorio che il pagamento sia tracciabile. Ma ahimè, chi ha fatto il regolamento non ha capito il senso della cosa, per cui non è scattata analoga deroga sulla documentazione richiesta se il pagamento è fatto effettivamente con un bonifico e non in contanti.

Così si arriva a questa assurdità per cui per venti euro bisogna firmare dichiarazioni e mandare la propria carta di identità; con un evidente problema di privacy. Per dire, se qualcuno intercetta la mail, o se qualcuno la legge nell’ufficio che per me è solo un indirizzo email apparentemente di un comune, ora sa a casa di chi andare dove gli basterà puntare una pistola per avere accesso a un conto corrente. Nel caso del Delos Store non farebbe un grande affare, ma se fosse stata una ditta più grossa? Ecco come una norma antimafia diventa potenzialmente un pericolo per il cittadino.

Seconda cosa: ma che senso ha tutto questo? È così che si combatte la mafia? Ci sarà qualcuno che verificherà chiamando la banca e chiedendo se quello che ho scritto è vero (e se così fosse non potevano chiedere direttamente a loro?) E il tempo perso per fare queste cose quanto costerà? E se anche fosse, cosa mi costerebbe dieci minuti dopo che l’ente pubblico mi ha fatto il bonifico far ammettere tra le persone che hanno accesso al conto anche il signor Vito Corleone? E la mia carta di identità sulla mail, che valore dovrebbe avere? Non credo che ci metterei molto con Photoshop a fare carte di identità intestate Garibaldi, Giuseppe o Vader, Darth.

Quindi complicazioni, perdite di tempo, infrazioni della privacy per ottenere un risultato che è puramente simbolico, come quando sull’aereo vi chiedono se siete terroristi. Un certo signor Bin Laden è andato in USA varie volte, e sospetto che quella crocetta non l’abbia mai messa.

Abbonamento a Wired? Non farlo se ci tieni alla tranquillità

Posted on Marzo 21st, 2011 in Commenti | 9 commenti »

Circa due anni fa usciva l’edizione italiana di Wired. A suo tempo fui un fan dell’edizione originale americana, per cui entusiasticamente non solo acquistai il primo numero, ma mi abbonai subito per due anni, 24 numeri.

Il mio entusiasmo dopo qualche tempo cominciò a scendere, come scrissi in un articolo anche su questo blog. Ma, credete, il senso di questo articolo è del tutto avulso dalla qualità o meno della rivista, che poi è del tutto soggettiva.

Oggi mi ha telefonato un call center dicendomi che avevano notato che non ho rinnovato l’abbonamento alla rivista. Ho subito confermato che era così e che non avevo intenzione di rinnovarlo. Come pensavo, mi hanno chiesto come mai, così mi sono preso la piccola soddisfazione di spiegarglielo. Non rinnovo l’abbonamento, cari signori, solo perché sono più di due anni che mi rompete le scatole in tutti i modi possibili per chiedermi di rinnovarlo.

Più di due anni, sì. Ero abbonato da soli tre mesi - ricordo, un abbonamento da 24 mesi, quindi appunto ventun mesi prima della scadenza – quando con un certo stupore ricevetti per posta il primo invito a rinnovare l’abbonamento a Wired. Da allora, a intervalli regolari, sono arrivate altre lettere, plichi, email, telefonate. Quasi sempre la mia risposta è stata di rimuovere il mio indirizzo, telefono e email dal loro database e di non scocciarmi ulteriormente, richieste ovviamente inascoltate. Non mi è chiaro come abbiano fatto ad avere il telefono: dubito proprio di averglielo dato io, e sull’elenco non c’è. Ma chissà, magari è stato un mio errore: all’epoca in cui mi sono abbonato non sapevo a cosa andavo incontro.

Quella di oggi è stata la prima comunicazione post-cessazione dell’abbonamento; sono certo che non sarà l’ultima. Il mio timore è che dopo aver capito che Wired non la voglio più comincino a propormi GQ e le varie altre riviste patinate che produce Condé Nast, che personalmente aborro dalla prima all’ultima.

Le mie richieste le ho fatte. Tutto ciò che posso fare a questo punto è mettere in guardia gli altro: non abbonatevi a Wired, o verrete fagocitati come me dal servizio clienti della Condé Nast. Tanto guardate, in edicola arriva una settimana prima che a casa. Costa un po’ di più, ma mica siete obbligati a comprare tutti i numeri, no? Non fatelo. Salvaguardate la vostra privacy. Vale molto di più di quei pochi euro risparmiati.

Invito personale, entra anche tu

Posted on Giugno 28th, 2010 in Commenti | 7 commenti »

“Invito personale da Tizio. Buongiorno, Il 6/18/2010 3:54:47 AM, Tizio vi ha chiesto di fare parte della sua rubrica UNYK per avere un accesso costante alle vostre coordinate e perché voi possiate fare altrettanto con quelle di UNYK.”

“Entra in Facebook. Ciao …, ho creato un profilo su Facebook dove posso pubblicare foto, video ed eventi e vorrei aggiungerti ai miei amici per poterli condividere con te. Prima di tutto, devi iscriverti a Facebook! Poi anche tu potrai creare il tuo profilo personale!”

Avete mai ricevuto mail di questo tipo? Sicuramente sì. Unik, Facebook, Spock, Linked In e X mila altri siti “social” con attitudini varie. Il mittente a volte è una persona che conoscete, a volte una persona del tutto sconosciuta, a volte una persona con la quale potete aver avuto un contatto per qualsivoglia ragione, chissà quando.

Questo post non vuol essere una critica di questi servizi, ognuno ha la sua opinione sul social web, come e quanto usarlo, e va benissimo. Questo post vorrebbe semplicemente incoraggiare le persone che mandano questi messaggi a soffermarsi un attimo e ad accendere il cervello. Allora, ci sono le leggi sulla privacy; ogni volta che si lavora su un sito bisogna stare attenti a come si usano gli indirizzi degli utenti, a garantire che non siano leggibili da nessun altro e così via. Personalmente, quando mi registro su un sito sto bene attento a non dare alcun permesso d’uso della mia email che vada oltre ciò per cui mi sono iscritto.

Poi arriva l’ultimo pirla al quale ho mandato una mail cinque anni fa che si sente in diritto di scaricare il mio nome e indirizzo in tutti i siti pattumiera dell’universo solo perché una volta ha ricevuto un messaggio da me.

Quando non è impegnato, ovviamente, a mettermi in copia insieme ad altre duemila persone per avvisarmi di un virus inesistente o altre bufale che avrebbe potuto scoprire in tre secondi su Google. Poi ovviamente seguono sempre le mail di insulti di chi ha ricevuto la mail e per lamentarsi furbescamente risponde a tutti i destinatari invece che solo al mittente.

Per difendermi dallo spam posso optarmi fuori, chiedere di rimuovere il mio indirizzo, lamentarmi con garante della privacy. Per diferdermi dalla gente che oscilla tra la maleducazione, l’ignoranza e l’ingenuità cosa posso fare?

Legge bavaglio, arrestati gli astrofisici!

Posted on Giugno 16th, 2010 in Commenti | 5 commenti »

Milano, 16 giugno 2011. È choc nel mondo scientifico in seguito agli arresti, avvenuti nelle prime ore della mattina da parte di nuclei della Digos, di diversi scienziati italiani, astronomi e astrofisici, e dei direttori di due delle maggiori riviste scientifiche pubblicate nel nostro paese, una delle quali è l’edizione italiana di una prestigiosa testata americana.

L’arresto è un atto dovuto secondo il magistrato che lo ha ordinato, dopo la specifica denuncia del ministro del controllo della ricerca scientifica Carlucci.

La vicenda è iniziata alcuni giorni fa, quando i siti web delle riviste incriminate hanno pubblicato la notizia della ricezione da parte di ricercatori americani di un segnale proveniente dalla costellazione del Cigno che attesterebbe l’esistenza di una civiltà extraterrestre. L’ascolto del segnale, come riportavano gli articoli, si era protratto per quasi sei mesi. I ricercatori del SETI, come prassi di questo progetto, avevano inviato la registrazione del segnale audio agli elaboratori dei ricercatori e hobbisti associati, molti dei quali anche italiani, per l’elaborazione e l’analisi. Fino alla certezza del risultato ottenuto: nella costellazione del Cigno esisterebbe quindi una civiltà tecnologica in grado di inviare nello spazio interstellare segnali radio.

La doccia fredda è arrivata quando il ministro ha fatto notare che l’ascolto di segnali provenienti dallo spazio va considerato, a tutti gli effetti, un’intercettazione. L’ascolto prolungato oltre i 75 giorni, nonché la pubblicazione di risultati, dati e analisi sul segnale stesso, è una grave violazione della legge approvata proprio di questi tempi lo scorso anno.

Ora si teme che il provvedimento restrittivo possa interessare anche tutti gli iscritti al programma SETI, diverse migliaia in Italia, sui quali pende anche una denuncia per infrazione dei diritti d’autore per lo scaricamento del segnale grezzo dai server del SETI senza adeguato pagamento del corrispettivo alla SIAE. Vi riferiremo ulteriori sviluppi.

Un altro milione

Posted on Marzo 20th, 2010 in Commenti | 7 commenti »

Riprendendo il discorso iniziato nel mio post di qualche tempo fa, aggiungo che se quelli di oggi erano un milione, quelli del No B Day allora erano tre o quattro milioni.

La foto qui accanto, scattata da un appartamento proprio sopra la piazza alle 17:30, mostra chiaramente la “folla oceanica” radunata dal capo del Partito dell’Amore. Il suo discorso, a tratti francamente imbarazzante per le continue ripetizioni, per la continua riproposizione non solo di concetti ma di intere frasi già sentite decine di volte formulate sempre nello stesso modo (es. “la magistratura ha dettato i temi e i tempi della campagna elettorale”), per l’accanirsi sulla storiella dei responsabili della presentazione delle liste che non avrebbero sbagliato nulla (secondo me un sondaggio solo tra i berlusconiani puri dimostrerebbe che non ci credono neanche loro). E poi il dialogo col pubblico stile rock star (”siete pronti? siete già caldi…?”), il karaoke, il giuramento dei candidati… mamma mia, che buffonata. Che buffonata.

Tra le altre cose Berlusconi ha annunciato che l’immigrazione clandestina non esiste più. “Si è fermata” ha detto. Un concetto che rende bene l’idea del modo di fare politica di Berlusconi, che ha agito con determinazione per fermare gli sbarchi sulle coste siciliane, che erano il fenomeno più visibile dell’immigrazione, rappresentandone però solo circa il 15% del totale. La maggior parte degli immigrati clandestini, circa il 60%, sono immigrati ex regolari che hanno perso il lavoro e quindi la possibilità di rinnovare il visto; sono quelli che, condotti alla disperazione, finiscono in qualche misura per alimentare la malavita, e questi numeri non sono certo diminuiti solo dichiarandoli illegali. La crisi ha falciato l’occupazione degli immigrati, moltiplicando questo tipo di clandestinità. Che però nei telegiornali è meno visibile di quella dei profughi somali che sbarcano a Lampedusa.

Lo stesso tipo di matematica viene usata per stabilire che è finita la crisi. Dall’inizio dell’anno a oggi tre miei cari amici hanno perso il lavoro. Forse non si sono accorti che tutto andava bene. E comunque adesso ci sono gli incentivi per i motori nautici: anche le famiglie che non ce la facevano ad arrivare alla fine del mese si sentono davvero più sollevate. Grazie mister B.

Aggiornamento. Allora, non essendo molto pratico di Roma non ero sicurissimo di quale fosse esattamente “Piazza San Giovanni”. Adesso ho appurato, guardando le foto e confrontandole con Google Maps, che si tratta di “Piazza di Porta San Giovanni” e non di “Piazza San Giovanni in Laterano”. Quindi siamo in quella che nell’altro articolo indicavo come “la piazza adiacente”. 23.000 metri quadri, ampiamente ridotti da cordoni e palco gigantesco; in 23.000 ci starebbero al massimo 92.000 persone. Probabilmente la stima della questura è basata su questo, calcolando anche presenze nelle vie adiacenti e un margine di ricambio. Tuttavia, la piazza non era affatto piena e la densità era molto inferiore alle quattro persone a metro quadro.
Cicchitto ha affermato che è evidente che la piazza contiene oltre un milione di persone e che la questura è stata scorretta. Per farci stare un milione di persone in 23.000 metri quadri bisogna metterne non quattro, non cinque ma quarantetré (43) e mezzo per metro quadro. Neanche col metro Brunetta, come diceva Spinoza.

Nella foto: quattro per metro quadro? a essere generosi stavolta sono sì e no un paio. La mia stima finale è da cinquanta a settantamila persone.

Vi spiego l’iPad

Posted on Gennaio 29th, 2010 in Commenti, Exposé | 78 commenti »

iPad“Cos’è che non ha webcam, non ha multitasking, non ha hdmi, non ha Flash e costa 500 dollari? Indizio: non è un netbook”. Questa una delle molte battute che circolano in rete, insieme a commenti di geek che si lamentano della mancanza di usb, della mancanza di flash, della mancanza di multitasking, della mancanza di uscita video, della mancanza di slot per leggere cd/dvd/sd/floppy disk/sim/carte di credito o biglietti da visita, della mancanza di ruote e persino della forma leggermente convessa.

Scusatemi se sono franco: questo modo di vedere le cose è veramente miope.

Invece di cercare di capire di cosa si tratta, questi commentatori decidono a priori che cosa dovrebbe essere secondo loro e poi ne elencano le differenze. “Non telefona neppure”. Caspita che intuizione. Nemmeno il mio forno a microonde telefona; d’altra parte non essendo un telefono è abbastanza prevedibile. Gran parte dei commenti elencati sopra sono fatti da persone che si aspettano un computer. Forse se Apple invece di creare una cosa nuova avesse fatto un banale computer tablet, con un normale sistema operativo da PC, sarebbero stati più contenti. Ah no, si sarebbero lamentati che non c’è la tastiera. Ok ragazzi, andate alla voce “MacBook” e divertitevi.

Mettiamo da parte queste contestazioni inutili e vediamo di capire il senso dell’oggetto. Secondo me, ovviamente.

Un prodotto viene posizionato sul mercato indicandone un utilizzo principale, una ragione d’acquisto. Allo stesso modo in cui iPhone è stato indicato come “communicator” personale, con le tre funzioni di telefono, posta elettronica e browsing in rete, allo stesso modo iPad viene indicato come strumento mobile per l’intrattenimento. Quindi in sostanza un apparecchio per la lettura di libri, giornali e riviste, per la visione di film e per i giochi.

Sebbene tutte queste funzioni fossero già svolte a suo modo - come funzione secondaria - dall’iPhone e dal suo cugino senza connessione, l’iPod Touch, è evidente come lo schermo grande e la maggiore velocità permettano sull’iPad un’esperienza del tutto diversa. L’iPad è in sostanza l’equivalente moderno della tv o della radiolina portatile: l’utente moderno non si collega più al mondo subendo un segnale via radio, lo fa in molti modi diversi con autonomia e interattività diverse. Ma il concetto è quello.

Questo è il concetto dell’iPad dal punto di vista del marketing; è il motivo per cui verrà comprato ora, quest’anno. Ma in realtà è molto di più.

L’iPad è in effetti, a mio avviso, il primo serio tentativo di rivoluzionare il concetto di PC da un quarto di secolo a questa parte. La terza rivoluzione in assoluto.

Prima rivoluzione nel 1977. Non più cassoni enormi e costosissimi chiusi nei centri di calcolo: “un computer su ogni scrivania”. Chi lo dice? Una piccola aziendina californiana, la Apple. Il mondo dell’informatica si spancia dalle risate: e cosa se ne dovrebbe fare la gente comune di un computer?

Seconda rivoluzione nel 1984. Mouse, icone, finestre: il Macintosh introduce l’interfaccia grafica. Ancora una volta la rivoluzione arriva dalla Apple. Il mondo dell’informatica si spancia dalle risate: “dai, smettila di giocare con i disegnini e torna alla riga di comando che bisogna lavorare”.

Sono passati ventisei anni da allora. Ora il computer è davvero in tutte le case. Ma qual è il risultato? Come si trova davvero la gente “comune”, ovvero le persone che non si occupano di informatica per lavoro, con il loro pc, Mac o Windows che sia? La risposta è abbastanza evidente. Si trovano piuttosto male. Sarebbe interessante fare un sondaggio; provo a dare io le risposte in base all’esperienza personale.

Domanda: quali programmi usi sul tuo pc di casa?

60%: Office, la posta e la navigazione in internet. E qualche gioco.

30%: Cosa sono i programmi?

Domanda: sei soddisfatto del funzionamento del tuo pc?

95%: Macché, metà del tempo devo ripulirlo dai virus e l’altra metà del tempo vivo nella paura di prendere virus

5%: Abbastanza grazie, uso un Mac.

Domanda: è importante per te il multitasking?

90%: Puoi ripetere la domanda in italiano?

10%: Importantissimo, ho sempre un sacco di roba da portarmi dietro, portafoglio, telefono, biglietto del tram.

Domanda: riproviamo: è importante per te poter usare diversi programmi contemporaneamente, per esempio scrivere mentre senti la musica mentre scarichi la posta mentre chatti con Skype mentre…

100%: Eh, e chi sono, Mandrake?

Ok, forse ho un pochino drammatizzato. Il punto è che il PC per come è fatto oggi non è pensato per l’utente qualsiasi; è pensato per l’utente che sappia usare il PC, e che lo usi professionalmente. Anche così, ancora oggi non sono rari gli utenti che si perdono perché hanno una finestra aperta sopra un’altra, che non sanno dove andare a cercare un programma se non ce l’hanno subito visibile nel menu Start, che non hanno la minima idea di come funzioni il file system e salvano tutto sulla scrivania. Le ultime versioni dei vari sistemi operativi hanno cercato molti modi per semplificare questi concetti, confondendoli ancora di più. L’arrivo di internet e di una serie di nuove metafore ha peggiorato la situazione.

iPad è un tentativo di rivedere tutto il problema da un punto di vista del tutto nuovo.

Basta finestre. Niente multitasking significa “una cosa per volta”. È così che opera normalmente la gente. Il che non significa che non possa fare una cosa da una parte, copiarla e portarla dall’altra; ma quando lavora su un programma deve avere sott’occhio solo quel programma.

Basta menu. Internet ci ha abituato al concetto di comando contestuale: c’è un oggetto, ci clicco sopra e faccio quello che devo fare. Questo è il modello al quale siamo ormai abituati.

Basta filesystem. Se non stai usando il pc per lavoro non crei centinaia di documenti. E il concetto di cartella è sorpassato; i documenti si possono cercare per tag, per data, per contenuto, che senso ha avere un unico sistema basato sul posizionamento in un albero di contenitori arbitrario?

Ma oltre a questo, iPad rappresenta l’intuizione che il concetto di “un pc su ogni scrivania” ormai è sorpassato. Il computer non può più restare sulla scrivania. Ci deve seguire sempre.

Ci stiamo abituando sempre di più a usare il computer per tutto. Così come il telefono non è più un coso sul mobile in corridoio ma è diventato un oggetto da avere sempre con sé, la stessa sorte è riservata al computer. La gente non si sta solo abituando a usare il computer per tutto, ma sta cominciando a diventarne dipendente. Tra una decina d’anni i computer saranno probabilmente collegati direttamente al cervello e “vedremo” i loro contenuti proiettati direttamente sul nervo ottico. Per ora è necessario però un oggetto che sia leggero, portabile facilmente in una piccola borsa e di poco peso, e utilizzabile rapidamente, facilmente, anche in piedi.

Che questa necessità esista e sia pressante lo dimostra, ovviamente, l’enorme successo dei netbook. Tuttavia i netbook non sono una risposta vera: sono un compromesso. Un adattamento di un concetto vecchio, quello del pc, a una richiesta nuova. Con criticità evidenti: gli schermi piccoli e ad altissima risoluzione, usati con un sistema operativo che solo in minima parte si adatta alle diverse risoluzioni, rende problematico leggere lo schermo. La tastiera c’è ma quasi sempre scomoda a causa della ridotta dimensione dei tasti. E sono lenti, perché devono far girare software pensato per PC potenti su un hardware che tanto potente non può essere.

E chiaramente non sono utilizzabili in piedi: se volete usare un netbook dovete sedervi comodamente, aprirlo, aspettare che si avvii, eccetera eccetera.

L’iPad potrebbe essere il personal computer del futuro. Non più “un computer su ogni scrivania”, ma “un computer in ogni tasca”. Oggetti simili li abbiamo già visti in molti romanzi di fantascienza (quelli di Egan, per esempio) e persino in Star Trek. Ovviamente, non è detto che questo accada: Apple ha guidato molte rivoluzioni, ma in altri casi ha fallito, nonostante la qualità dell’idea. Pensiamo a Newton, il primo PDA, bellissimo ma in anticipo sui tempi. Pensiamo ad Hypercard che anticipava l’ipertestualità che avrebbe avuto successo col world wide web. Pensiamo a OpenDoc, una tecnologia basata sul documento (anziché sul programma) che ancora oggi è fantascienza.

Se c’è qualcuno che può riuscire in una nuova rivoluzione del pc questa è certamente solo Apple. Le basi ci sono e sono notevoli: un sistema operativo già noto agli utenti, essendo un’evoluzione dell’iPhone; un costo decisamente abbordabile; un oggetto di grande qualità.

Anche una volta accettato quanto detto sopra, resta ovviamente possibile immaginare che l’iPad avrebbe potuto essere migliore aggiungendo questo o quest’altro. Attenzione però. Un oggetto nuovo per imporsi ha bisogno di semplicità e di chiarezza. Nonostante tutti i geek della terra possano pensare il contrario, sarebbe stato un errore cedere alla tentazione di rendere l’iPad “più pc” o “più telefono”. Cosa sarebbe costato a Apple mettere sull’iPad una porta USB, o mettere l’applicazione Telefono presente sull’iPhone? Poco o nulla. Tuttavia, avrebbe reso l’iPad più simile a un pc o più simile a un telefono. L’iPad non è né l’uno né l’altro, e deve essere chiaro: deve imporsi come iPad, come una nuova categoria di oggetto.

Ci sarà tempo, una volta imposto il concetto, di allargarne l’uso mettendo porte, lettori, applicativi aggiuntivi. Ci sarà tempo di fare un iPhone OS 4.0 con il multitasking realmente necessario o con qualcosa di simile a un file system rivisto secondo la nuova filosofia.

Ma l’iPod non sarebbe diventato un successo planetario se Apple lo avesse proposto fin dall’inizio dicendo “questo coso suona la musica, e poi ci potete giocare, e poi ci potete prendere appunti, e tenere i contatti, i todo e così via”. Sarebbe stato un oggetto indistinto che faceva tutto ma faceva tutto male. Apple ha proposto una cosa che faceva una sola cosa e la faceva bene (vecchia filosofia unix, non a caso unix è ancora oggi dopo trent’anni il miglior sistema operativo, alla base anche dell’iPhone OS usato da iPad).

Ora resta da vedere se la gente, che a volte capisce le novità meglio dei geek informatici, capirà anche questa e la promuoverà.

Il No B Day e la piazza con effetto Tardis

Posted on Dicembre 6th, 2009 in Commenti | 46 commenti »

Ieri c’è stato il No B Day. Bellissima manifestazione. Abbiamo partecipato idealmente seguendo tutto il giorno la diretta su Rai News 24, il cui direttore immagino verrà sostituito per questa decisione.

La piazza era piena di gente, e come al solito c’è stata la solita guerra di cifre. Un milione e mezzo secondo gli organizzatori. Novantamila secondo la questura. Com’è possibile una simile disparità di valutazioni? Come viene valutata la gente che partecipa a una manifestazione?

La cosa mi ha incuriosito e ho pensato, senza saper nulla di questa difficile arte, di fare qualche calcolo spannometrico in proprio. Quanta gente ci può stare realmente in Piazza San Giovanni in Laterano?

Usando Google Maps mi sono fatto un calcolo; niente di scientifico, un po’ a spanne ma per farsi un’idea degli ordini di grandezza può andare. Mi risultano circa 13.000/14.000 metri quadrati, che si voglia includere o meno quel pezzo di piazza da dove non sarebbe stato visibile il palco.
Ora l’altra variabile: quando spazio occupa la gente? Sempre un po’ a spanne, calcolo che dove la gente è accalcata un essere umano occupa circa un quarto di metro quadro. Dove non è accalcata fino a un metro quadro. Facciamo una media di due persone a metro quadro?
Se non sto facendo qualche errore macroscopico, questo significa che per riempire tutta la piazza non ci vuole un milione di persone; ne bastano meno di trentamila. Se si accalcano arriviamo a sessantamila, ma personalmente non resisterei molto a lungo in una calca del genere.
Allora, sommiamoci anche piazza di Porta San Giovanni, che è adiacente dall’altra parte della chiesa: altri 23.000 metri quadri. Siamo a circa 75.000 persone.
Andiamo fuori dalla piazza. Per farci stare un milione di persone abbiamo bisogno di 500.000 metri quadrati pieni di gente. Sarebbe un territorio che va dal Colosseo a nordovest fino alla stazione Tuscolana a sudest. Piccolo problema però: ci sono gli edifici! Quando occupano le strade utilizzabili per essere riempite di gente rispetto al totale del territorio? Il 10%? Penso meno, ma se fosse così avremmo bisogno di 5 milioni di metri quadrati.
Non sto a calcolare da quale quartiere a quale altro dovrebbe essere pieno di gente per raggiungere il dichiarato milione e mezzo di persone della manifestazione di ieri. Di sicuro, per farci stare un milione di persone in quella piazza era necessario un effetto Tardis: la piazza da dentro doveva essere molto, molto più grande che da vista da fuori.
La sequenza di dichiarazioni - prima mezzo milione, poi un milione, poi un milione e mezzo - a mio avviso è stata l’unica nota stonata di una manifestazione che è stata bella, vivace, e che ha trasmesso un bel messaggio, quello che esiste ancora gente con una coscienza sociale che ha voglia di dire che non ci sta ad andare avanti così.
Quello di gonfiare i numeri dei manifestanti è una vecchia abitudine della politica. Negli ultimi anni ogni volta che una manifestazione riempie una piazza c’è un milione di persone. La prossima volta saranno almeno due, ovviamente, perché non potranno essere meno di quelli del B Day. Ma del resto i numeri ormai vengono sparati regolarmente oltre ogni ragionevolezza, a partire ovviamente da Mister B che anni fa prometteva un milione di posti di lavoro e che ora ha un consenso del 75% degli italiani, che entro un paio d’anni supererà certamente il 100%.
Qual è lo scopo di tutto ciò? Se sono novantamila persone non contano, se sono un milione sì, perché sono una frazione significativa dell’elettorato?
Non funziona, è evidente, anche perché a giocare a sparare numeri a vanvera gli altri sono sempre pronti, e ovviamente la conclusione imbecille qualcuno che la fa c’è sempre (non mancano da quella parte i “politici” che non si fanno mai scappare questo genere di sciocchezze, in questo caso pare che Calderoli sia riuscito per una volta ad arrivare prima di Gasparri): se in piazza c’è un milione contro Berlusconi, gli altri 59 allora sono a favore. Lo stesso principio idiota per cui, per esempio, gli italiani avrebbero “votato contro” negli ultimi referendum che non hanno raggiunto il quorum.
È evidente che per una persona in piazza ce ne saranno X che sono d’accordo ma non sono andate, Y che sono più o meno d’accordo ma non andrebbero mai, Z che sono d’accordo solo in parte. Che si faccia un bello studio statistico e si definiscano una volta per tutte che tot persone in piazza significano da tot a tot persone che la pensano così. Torniamo alla realtà, perché se restiamo nel mondo della fantasia e delle balle vince chi le sa sparare più grosse. E sappiamo tutti chi è.

L’Italia vista dall’alto

Posted on Dicembre 19th, 2008 in Commenti | 4 commenti »

Dall’alto della civiltà, quella che sta crescendo in Spagna negli ultimi anni e che sta miseramente franando sempre più in basso in Italia. Non c’è altro da dire: solo vedere, condividere e vergognarsi.

Apple, made in China

Posted on Settembre 26th, 2008 in Commenti, Exposé | 10 commenti »

Nei giorni scorsi tutti i siti tecnologici e Mac hanno riportato la decisione di Apple di proibire ai programmatori la pubblicazione delle lettere di rifiuto di Apple stessa per i programmi per iPhone.

Spieghiamo meglio l’antefatto, per chi non abbia seguito. Chi vuole vendere o acquistare software per iPhone può farlo attraverso un solo canale: l’App Store su iTunes. È una soluzione con pregi e difetti. Pregi: gli sviluppatori hanno una straordinaria vetrina e la possibilità di vendere in modo semplice e efficace. Non sono pochi quelli che si stanno coprendo d’oro con programmini anche piuttosto semplici. Difetti: Apple decide se accettare o no il tuo programma, e se lo rifiuta puoi buttarlo via.

Quando Steve Jobs ha presentato l’App Store ha detto che sarebbero stati rifiutati programmi che infrangevano i contratti telefonici o che mettevano a rischio la sicurezza del telefono. In una situazione in cui Apple si arrogava il controllo totale del mercato software per il suo telefono, la trasparenza sembrava essere d’obbligo.

Tuttavia, nel mondo reale, pare che le restrizioni imposte da Apple si applichino anche ad altri casi. A parte il caso di NetShare, programmino che permetteva il tethering, ovvero l’uso di iPhone come modem per collegarsi in rete con il pc (cosa che ovviamente preoccupa le compagnie telefoniche, perché il traffico generato diventa immediatamente molto maggiore), si sono verificati di recente due casi molto antipatici.

Il primo riguarda un softwarino per la gestione e il download dei podcast, Podcaster, sviluppato da Almerica. Apple lo ha rifiutato con la motivazione “replica le funzioni di iTunes di Apple”. Attenzione, iTunes, per Mac e PC, non del software presente su iPhone che non dispone di nessuna funzione per la gestione dei podcast.

Il secondo è il caso di MailWrangler, di Angelo DiNardi, un semplice applicativo che permette di consultare più accounti di posta di GMail senza dover inserire ogni volta username e password. Non si tratta in realtà di un vero e proprio programma di posta, ma semplicemente di un’utility che fa il login automatico sulla webmail di Google. Un programma che, personalmente, avrei apprezzato molto, visto che ho diverse caselle su GMail, e che trovo il webmail per iPhone di Google più pratico e funzionale del programma Mail di iPhone.

Il rifiuto di Apple è stato analogo: replica le funzioni del programma di posta di iPhone.

Quindi? Apple ha paura della concorrenza e la stronca sul nascere? O semplicemente “non serve”, al contrario delle utilissime sette versioni di emulatori del bicchiere di birra con rutto finale che “arricchiscono” l’App Store?

Due brutti casi, a mio avviso, che Apple si poteva tranquillamente risparmiare. Ma il peggio doveva ancora venire, perché in seguito alle reazioni di riviste e blog, più o meno tutte a favore dei poveri programmatori e contrarie a Apple (dopotutto, in nessuno dei due casi le scelte di Apple sono state a favore dell’utente), la reazione è stata la peggiore: Apple ha ricordato seccamente ai programmatori che anche le lettere di rifiuto di Apple ricadono sotto il “non disclosure agreement”, e quindi non possono in nessun caso essere pubblicate.

MailWranglerFossero almeno ben chiari i principi su cui si basa Apple. Sappiamo per esperienza diretta di software rifiutati in base a dettagli tecnici quando decine di programmi esattamente identici erano già stati accettati. Sappiamo che le motivazioni del rifiuto arrivano dopo diverso tempo, e sappiamo che è praticamente impossibile chiedere in anticipo se un progetto sarà considerato accettabile o meno, o discutere dopo le motivazioni per cercare un accordo. Apple è sempre stata un’azienda famosa per comunicare poco e solo quando vuole lei, e la gestione dell’App Store non fa differenza.

Ricapitolando: una persona o un’azienda investe tempo e denaro a imparare a programmare per iPhone, a sviluppare un progetto, lo cura, ci mette dentro fatica e passione, e quando è pronto lo presenta a Apple, dove un ragazzino brufoloso qualsiasi a seconda di come gli gira può rifiutarlo e mandare a monte tutto il  lavoro di mesi. E zitto, non osare lamentarti.

L’odiata Microsoft non è mai arrivata a questi livelli, ci sembra.

Devo dire che speravo che questa reazione fosse la solita da solerte ufficio legale, e che sarebbe arrivata magari da Jobs un qualcosa che rimettesse le cose a posto. Ma sono passati diversi giorni e non è accaduto.

Almeno questo ha risvolti positivi per gli utenti? Quando si parla di Windows Mobile spesso si critica il fatto che il software in vendita non ha controllo e spesso finisce per “impestare” il telefono e renderlo instabile e inutilizzabile. Ma il software per iPhone è così migliore? A guardare l’App Store, dopo sei mesi dal lancio, troviamo che una buona percentuale del software offerto è roba peggio che amatoriale, di qualità molto scadente. Alcuni tipi di programmi sono replicati all’infinito: ci sono una dozzina di lettori RSS, per esempio, solo un paio dei quali realmente decenti (consiglio Feeds, e sconsiglio NetNewsWire, che su Mac è ottimo mentre su iPhone è inutilizzabile), ci sono decine e decine di Sudoku, di solitari di carte, di lampade notturne (programmi che non fanno altro che accendere il monitor con fondo tutto bianco: utile, certo, ma uno bastava).

Tra poco uscirà G1, il primo telefono basato su Android, il sistema operativo per smartphone di Google. Anche lì c’è un App Store - stesso nome, evidentemente Apple ha dimenticato di registrare il copyright - gestito da Google. Ma la grande G ha già fatto sapere che il suo App Store non imporrà nessun tipo di approvazione preventiva. Da parte Apple invece l’ultima notizia è che un editore ha dovuto annullare la pubblicazione di un libro sulla programmazione per iPhone, a causa delle regole di segretezza della Apple. Se voi foste uno sviluppatore e doveste decidere quale SDK mettervi a studiare, a questo punto cosa scegliereste?

Anche se portano doni

Posted on Settembre 3rd, 2008 in Commenti, Exposé | 13 commenti »

Timeo Danaos et dona ferentes. Temo i greci, anche quando portano doni: questo diceva Laocoonte ai suoi concittadini, per convincerli a diffidare dallo splendido cavallo di legno lasciato fuori dalle porte di Troia. Il dilemma di cui voglio parlare in questo post è simile, anche se di segno opposto: in sostanza, temo Google, perché porta troppi doni.

La scrittura di questo post su Google ChromeIeri tutto il mondo dell’informatica è andato in fibrillazione perché, un po’ a sorpresa, il Grande Fratellino ha annunciato che regalerà al mondo un nuovo browser, Chrome. La versione beta è già disponibile per Windows, XP o Vista, e a breve arriverà anche per Mac e Linux.

C’era bisogno di un nuovo browser, da affiancare a Internet Explorer, Firefox, Safari e Opera? Be’, tutto ciò che può aiutare a far scomparire dalla faccia della terra quell’abominio di Explorer è benvenuto. Gli altri browser fanno bene il loro lavoro, ma dopo aver provato per cinque minuti Chrome, devo dire che non ho potuto non innamorarmene. Veloce, pratico, semplice, intelligente. E dopo aver letto il fumetto di presentazione (38 pagine che spiegano in modo molto semplice anche dettagli tecnici complessi) ne ho apprezzato anche gli aspetti che non sono visibili. Poche e semplici impostazioni, suddivise in tre schede: “impostazioni di base”, “piccoli ritocchi”, “roba per smanettoni”. E nel menu per gli sviluppatori, una “console javascript” che è il sogno realizzato di ogni sviluppatore web.

Insomma, Chrome non è “un altro browser”. Ha tutto quel valore aggiunto che ne giustifica l’esistenza, e che lo rende indispensabile se siamo tra quelli che vedono il futuro dell’informatica sempre più indirizzato alle applicazioni remote, basate su tecnologie web. Questo post lo sto scrivendo con Chrome, e a parte la rottura di usare Windows, posso confermare che il browser funziona benissimo anche con Wordpress.

Perché ora e non prima? C’è un precedente: se ricordate, l’anno scorso Apple ha presentato il suo Safari in versione Windows. Accadeva poco dopo l’uscita di iPhone, che utilizza anch’esso Safari; allo stesso modo Google offre Chrome poco prima dell’uscita dei primi telefoni basati su Android, la sua piattaforma mobile che utilizza un browser web basato sullo stesso engine. Guarda caso: Safari, iPhone, Chrome, Android: tutti basati sullo stesso motore: WebKit.

Quando Apple decise di produrre il proprio browser web, visto che Microsoft aveva smesso si sviluppare Explorer per Mac, andò a trovare Mozilla. Il motore open source per eccellenza però all’epoca era pesante, lento, frutto della stratificazione di anni di sviluppo e di correzioni. Apple decise di mollarlo (e questo causò un salutare esame di coscienza nella comunità Mozilla, che da allora ha fatto enormi passi avanti) e finì per scegliere KHTML, il motore del browser linux Konqueror.

Ben presto però le strade di Apple e di Konqueror si divisero. Gli uomini di Konqueror erano idealisti, volevano un browser che rispettasse alla lettera tutti gli standard W3, mentre alla Apple volevano un browser efficiente e che funzionasse su tutti i siti, anche quelli fatti male, testati solo con Explorer. I due progetti si separarono e nacque così WebKit.

WebKit è ancore open source, ma è un open source per così dire “da corporation”. E’ adottato da Apple, da Nokia, da Adobe per la sua piattaforma Adobe AIR, e ora da Google.

Se Apple ha lanciato Safari per Windows per facilitare la progettazione di web application per iPhone e per aumentare la base di utenti di Safari, l’arrivo di Chrome non fa che migliorare le cose. Per gli sviluppatori web diventa obbligatorio, d’ora in poi, testare i siti non solo su Explorer 6 e 7 e su Firefox, ma anche sui browser WebKit. Compito non difficile, perché già oggi sappiamo che in genere un sito ben scritto funziona come deve sia su Firefox che su Safari, a parte rarissimi problemini facilmente sistemabili; la vera grana è sempre stata far funzionare le cose sui vari Explorer.

Un altro regalo di Google di questi giorni è l’Ad Manager. Google mette a disposizione degli editori uno strumento per gestire i propri spazi pubblicitari, gratuito, efficiente, facile da usare. Assomiglia a OpenAd, il software open source più diffuso per questi scopi, anche se appare più sofisticato. Ma al di là delle funzioni in più o in meno, c’è una differenza sostanziale: OpenAd te lo installi sul tuo server. Ad Manager gira su Google.

Difficile resistere. Google ti dà la possibilità di liberarti di tutto il traffico generato dai banner, e di rendere il servizio di fornitura molto più efficiente. Basta pagine che non si caricano perché aspettano che l’ad server decisa che banner passare. Grazie a questa efficienza si potranno usare banner più pesanti, fare campagne più articolate, e in breve tempo non sarà più possibile fare a meno di Google Ad Manager. E Google, il principale operatore al mondo nel campo della pubblicità web, avrà sui propri server tutte le informazioni riguardanti gli affari di una miriade di piccoli concessionari; avrà clienti, tariffe, statistiche, tutto a portata di mano.

Lo slogan di Google è “don’t be evil”. Non essere cattivo. Google sta conquistando il mondo con la sua bontà. Software straordinari, soluzioni nuove e geniali, servizi indispensabili. Tutto bello, tutto gratis. Come fai a dirgli di no?

Guardiamoci un po’ attorno. Quanta parte dell’economia mondiale dipende, oggi, dal successo dei siti internet? Quanta ne dipenderà domani? Oggi, ci sono persone che dedicano la loro vita allo studio di come funziona Google, e di quali trucchi vanno adottati per far comparire l’indirizzo di un sito nella prima pagina di una ricerca su Google. Originariamente il motore di ricerca di Google era stato progettato per studiare il web, capirlo e proporre i risultati in modo che i siti più importanti andassero in testa. Già oggi questo paradigma si è ribaltato. Google non studia più il web, è il web che studia Google. I webmaster non possono più creare i siti come pare a loro: devono seguire precise specifiche approvate da Google. L’HTML semantico, i CSS, l’XHTML, sono tutte bellissime tecnologie che non si sarebbero mai imposte se non fosse accaduto che chi le usava veniva premiato da Google.

Una volta un grafico poteva fare un titolo sulla pagina del proprio sito mettendo un bel gif, oppure usando una combinazione di <FONT>, <B> eccetera. Oggi se non usi un <H1> Google ti ignora. Quindi usi <H1> e poi lo formatti come vuoi usando i CSS:

E’ giusto così, intendiamoci: l’HTML semantico permette alla pagina di essere capita meglio dal software, di essere letta con browser alternativi (ad esempio quelli per ciechi), e in definitiva rende anche lo sviluppo più ordinato e più facilmente mantenibile. Google insomma è un tiranno ma è un tiranno illuminato.

Quando Google ti dice che puoi usare il servizio Gmail anche per i tuoi propri domini, e quindi avere a disposizione server di posta efficienti, una webmail bellissima (su iPhone è persino meglio del programma di posta integrato), spazio in abbondanza, la facilità di creare utenti, liste, forward, e un antispam davvero efficace, come fai a dire di no? Certo, da quel momento la tua posta sarà nei server di Google, ma Google è buono.

Quando Google ti dà un servizio di analisi del traffico del tuo sito come Analytics, sofisticatissimo e facile da usare, come fai a dire di no? Certo, da quel momento Google sa esattamente chi passa dal tuo sito, quante pagine servi, a chi le servi, di cosa ti occupi. Ma Google è buono.

Quando Google ti dà la possibilità di scrivere documenti, di usare fogli di calcolo, di creare presentazioni, tutto gratis, senza usare quel rompiballe di Word, da qualsiasi computer senza stare a fare copie su chiavette che poi si moltiplicano, e di metterlo a disposizione dei tuoi colleghi per lavorarci insieme, come fai a dire di no? Certo, da quel momento Google ha i tuoi documenti sui suoi server. Ma Google è buono.

Potrei andare avanti ma credo di aver reso l’idea. Io sono un fan di Google. Sono convinto che nessuno meriti il premio Nobel come Larry Page e Sergey Brin, perché stanno “facendo progredire l’umanità” come diceva Dario Fo nel famoso spot Think Different, e lo fanno come pochi l’hanno fatto prima di loro. Ma sto anche cominciando ad avere un po’ di paura; ci stiamo affidando troppo a Google, a questo grande fratellino così caro e così amichevole. Oggi la Cina dice a Google cosa deve far vedere o meno agli utenti cinesi. Quando manca al giorno in cui sarà Google a dirlo alla Cina? Quanto manca al giorno in cui sarà la “search engine optimization” a decidere quale presidente sarà eletto negli Stati Uniti? Quanto manca al giorno in cui un software automatico leggerà tutta la posta nei server (salvaguardando la privacy individuale, naturalmente) e detterà ai governi cosa vuole o non vuole la gente, sulla base di precisi dati statistici?

Anche ammettendo che Page e Brin restino “buoni”, un giorno andranno in pensione. O magari moriranno in un incidente spaziale. O si stuferanno. O una cordata di azionisti li metterà fuori gioco. E allora Google potrebbe diventare cattivo, e avrebbe nelle proprie mani un potere che nessun Blofeld ha mai sognato di avere. Google potrebbe togliersi la pelle umana e rivelare al di sotto le scaglie del rettile. E allora saremo davvero, davvero nei guai.