Il tempo e il denaro

Posted on Giugno 2nd, 2012 in Appunti, Emersioni | No Comments »

Letture sincroniche: le riflessioni di WM1 sul terremoto in Emilia, gli orologi e le accelerazioni temporaliCosmopolis di Don DeLillo (Einaudi) da cui provengono le righe che seguono.

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Dobbiamo pensare all’arte di far soldi. I greci hanno una parola per definirla. Chrimatistikós. Ma dobbiamo renderla un po’ flessibile. Adattarla alla situazione attuale. Perché il denaro ha subìto una svolta. La ricchezza è diventata fine a se stessa. Le enormi ricchezze sono tutte così. Il denaro ha perso la sua qualità narrativa, come è accaduto alla pittura tanto tempo fa. Il denaro parla a se stesso.

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L’idea è tempo. Vivere nel futuro. Il soldi creano il tempo. Una volta era il contrario. Gli orologi hanno accelerato l’ascesa del capitalismo. La gente ha smesso di pensare all’eternità. Ha cominciato a concentrarsi sulle ore, ore misurabili, ore lavorative, e a usare il lavoro in modo più efficiente.

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Oggi il tempo è un bene aziendale. Appartiene al sistema del libero mercato. Il presente è difficile da trovare. Lo stanno risucchiando fuori dal mondo per fare posto a un futuro di mercati incontrollati ed enormi potenziali di investimento. Il futuro diventa inesistente. Ecco perché presto accadrà qualcosa, forse oggi stesso. Per correggere l’accelerazione del tempo. Per riportare la natura alla normalità, più o meno.

Anatra all’arancia meccanica

Posted on Marzo 28th, 2011 in Drowned Words | No Comments »

Anatra all’arancia meccanica è una raccolta di racconti di Wu Ming - alcuni già editi altri no - che coprono tutto l’arco temporale degli Anni Zero. Un’iperbole narrativa che smonta immaginario, linguaggio e storia di un decennio.

Un’ottima compilation. 16 tracce di un concept album che alza le barricate appena sotto le meningi che proteggono cervelli annichiliti da dieci anni di elettroshock somministrato a bassa ma continua – e per questo ancora di più insidiosa - frequenza. L’apocalisse sussurata del collettivo bolognese.

Nell’introduzione Tommaso De Lorenzis traccia una guida utile all’orientamento in questa terra desolata, sottolineando la totale assenza di catastrofismo da supermarket, visioni consolatorie e speranze a buon mercato: “I protagonisti di questa pagine sono dentro le cose, immersi fino al collo nel disastro collettivo, concentrati per far bene quello che devono fare, testardamente indisponibili ad assecondare le inique, rovinose meccaniche dello status quo. Si guardano intorno per rimediare il granello di sabbia dai inserire nel congegno distruttivo, il brandello di vita da opporre all’entropia, il percorso che li allontani da luoghi divenuti prigioni a cielo aperto. Malgrado tutto, restano nomadi e narratori. […] Dopo vicissitudini e traversie, trovano sempre la forza per continuare a calcare la strada e il fiato per raccontare un’altra storia. […] L’obliquità dei loro punti di vista diventa la risorsa d’un punto di fuga, mentre la capacità di guardare trasmuta nella possibilità di sottrarsi”.

La tracklist scorre spedita nella prima parte a botte di ultraviolenza letteraria, per virare a circa metà del percorso su suoni che fanno riecheggiare gli accordi più intimi dell’animo collettivo.

Fra i primi possiamo annoverare Benvenuti a ’sti frocioni 3 e Tomahawk dove, con la scusa di un viaggio nel fantastico mondo nostrano del cinema e dell’editoria, dal finestrino del Freccia di Piombo si osserva un paesaggio agghiacciante: crateri aperti da case editrici poco avvezze alla letteratura e boschi fatti di pellicole innocue come tante bottigliette colorate, piene di sedativo. Sulla stessa curva iperbolica ci sono Pantegane e sangue e Canard à l’orange mécanique. Parodie hard boiled, con scene e personaggi di Hammett e Chandler scaraventati in un universo Disney dilatato, esploso e rivelato. La rivoluzione dell’immaginario, i complotti della restaurazione, doppi, tripli intrighi fra piani di realtà, un universo globale che ha perso le sue dimensioni (a tre, a due, a una?), l’epica bizneiana e occidentale presa a sassate. Lo zio Walt non avrebbe approvato ma, fino a qualche pagina dalla fine, si sarebbe divertito un casino. Magnifique.

La musica comincia a cambiare tonalità e accondi con Bologna Social Enclave (Come eravamo un istante prima di Genova 2001. Come siamo milioni d’istanti dopo. Allo stesso punto?), La ballata del Corazza , I trecento boscaioli dell’Imperatore e In Like Flynn. Ironia e satira sfumano, il sole del grottesco cala all’orizzonte e comincia il crepuscolo del reale. Siamo già nella seconda parte cui accennavo prima.

Nel blocco che parte da Gap99 e Mamodou (tra i migliori della raccolta, dotato di un montaggio magistrale), passa per American Parmigiano, Come il guano sui maccheroni (vagamente mathesoniano) e fino a L’istituzione-branco e Roccaserena, il quotidiano viene sminuzzato, ingurgitato e digerito. E per quotidiano non intendo il problema della quest giornaliera per il parcheggio, ma temi come l’esasperazione razziale, l’eutanasia, il lento implodere delle nostre città, le manie securitarie di certe amministrazioni.

In mezzo alla polla sguazzava un pesce rosso e Arzèstula, i due racconti di chiusura, ci portano dritti dritti dove la prefazione di De Lorenzis ci aveva promesso: negli ingranaggi della distopia che ci preme le ossa del cranio e alla consapevolezza che il mondo non è roba che può stare tutto in una scatoletta composta da un mucchietto d’ossa; anche se dalle fessure di cui è composta lo si può guardare e sentire per restituirlo col racconto.

New Thing

Posted on Febbraio 20th, 2011 in Classici, Drowned Words | 3 Comments »

New Thing è un gran bel viaggio nei 60’s americani della rivoluzione afro. Un peregrinare nella storia che ha il suono del free jazz suggerito dal titolo, guidati da un John Coltrane che è Virgilio e Caronte della audio-Commedia di Wu Ming 1, un fantasma fatto di vibrazioni. Una storia che, come spesso accade in quelle raccontate da ogni membro del collettivo bolognese, sa di mito; e «da sempre», dice bene Sir De Matteo, «i miti racchiudono un nucleo di meditazione su una condizione storica o uno slancio che si sforza di trascendere il contesto dell’epoca, anelando a una prospettiva universale».

Quale prospettiva, in questo caso? Rivolta, my friends! Rivolta di comunità, linguaggi, suoni, parole, racconti. E dove, poi? Qui. «Perché ovunque ambientiamo quello che scriviamo, è sempre del qui da noi che parliamo», come ha dichiarato lo stesso autore a Intercom. E il qui da noi oggi è il Mediterraneo.

Una storia partita dal molo nel 2000 e giunta al porto della pubblicazione quattro anni dopo, navigando nelle acque dei 60’s. Attraversa, sia nel tempo narrativo che nel periodo di stesura, dei continuum significativi. Il 2011 forse è l’anno buono per leggerlo o rileggerlo.

San José, spazio e tempo narrativo

Posted on Ottobre 18th, 2010 in Appunti | No Comments »

Pare che i minatori San José siano ora pronti a scavare nel tunnel del nostro immaginario come protagonisti di una storia che ha tenuto il mondo col fiato sospeso e la testa sottoterra.

WM2 ragiona sui totalitarismi narrativi: «Da cosa si riconosce una storia avvelenata? Prima di tutto, non sa usare i congiuntivi. Non per ignoranza grammaticale, ma perché non contempla l’eventualità, lo scarto imprevisto, l’ipotesi fantastica, quel cosa succederebbe se…»

Una storia che, in buona sostanza, non lascia spazio di manovra al fruitore, dirigendosi dritta dritta alle viscere della massa. Tra i nodi centrali, il tempo: «La fiction istantanea non è velenosa di per sé, ma quantomeno sospetta, poiché la fretta, la mancanza del giusto frattempo, privano il narratore di quel distacco dagli eventi che serve a metterli in prospettiva, cioè a orientarli verso il punto di fuga del futuro».

Ma è anche, credo, una questione di spazio: di quel gioco - inteso come spazio fra gli elementi - di cui era alfiere Raymond Queneau, quella terra di frontiera condivisa da mittenti e destinatari di un messaggio. È una meravigliosa terra di nessuno, in cui gli scambi (di idee) non seguono le regole di mercato e la proprietà privata (di pensiero) va a farsi benedire sul serio, polverizzando l’utopia.

È in atto una vera e propria colonizzazione di questa frontiera: sta a noi difenderla, perché la sua terra è fatta delle nostre sinapsi.