Walking Dead 3: Al sicuro dietro le sbarre

Posted on Settembre 16th, 2009 in Emersioni | No Comments »

Al sicuro dietro le sbarre. Potrebbe stare tutta qua l’anima di questa appassionante soap-zombie-opera: nel paradosso più profondo . Nessun gioco di prestigio, nessun divertissement; a tal proposito, Blaise Pascal, il nemico giurato del “divertimento”, scriveva: “Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici”.

Hai ragione, Blaise, ragione marcia anche in questi tempi balordi, ma Kirkman genera un parodosso che forse ti avrebbe fatto vacillare: diverte raccontandoci qualcosa che, così fedelmente descritto, non è per nulla divertente. E in questo non c’è niente di morboso. Divertire: dal latino devertere, deviare, allontanarsi. Con Walking Dead, per quanto ti allontani dalla realtà, tanto più ti ci avvicini (che poi dovrebbe essere lo scopo di gran parte della letteratura di genere, no?). Gettandoci nella mischia con un manipolo di personaggi in questo psicodramma apocalittico, l’autore ci rende partecipi di un esperimento in cui crediamo di essere semplici spettatori, senza sospettare minimamente di essere sulla ruota a ballare col ratto da laboratorio.

Ogni vicenda di questa odissea sembra nascere da una fetta del nostro cervello, osservata nella controluce di un tomografo. E le volute della nostra corteccia non sono esattamente una passeggiata al luna park, benché imbevute di belle speranze: “A sentire Kirkman, che i suoi eroi così umani, picareschi e fragili li ama tanto da volerli torturare in ogni possibile modo, tutte queste buone intenzioni sono destinate a restare una pia iluusione” (Andrea Voglino, dall’introduzione al terzo volume di The Walking Dead).

Al sicuro dietro le sbarre, già: forse conviene svegliarci ed evadere, amici, prima che un secondino incazzato mulinelli il manganello per farci il culo. O prima che al nostro compagno di cella venga voglia mangiarci vivi.

Walking Dead 2: Il lungo cammino

Posted on Agosto 12th, 2009 in Emersioni | 2 Comments »

C’ho messo un po’ a procurarmi il secondo volume della zombi saga orchestrata da Robert Kirkman, ma alla fine ce l’ho fatta, Dio benedica le ristampe!

Il lungo cammino presenta una novità più che palese: la serie ha cambiato disegnatore. Diciamo addio a Tony Moore e diamo il benvenuto a Charlie Adlard. Non saprei dire chi dei due preferisca, ma questo è del tutto secondario, non solo perché si tratta di una mia opinione, ma anche perché la forza di The Walking Dead è la storia. E non me ne vogliano i fumettari più incalliti, se dico che la narrazione è così coinvolgente che forse funzionerebbe lo stesso anche se disegnata da un bambino di cinque anni. No, questa volta l’ho sparata grossa, la cazzata. Cercavo di trovare una frase a effetto tipo quella di Ammaniti su Lansdale, e cioè che bisognerebbe imparare a leggere solo per il gusto di leggere i romanzi dell’autore texano.

Vabbé, il senso è quello: con questo volume sui morti che camminano Robert Kirkman ci convince. Ciò che stiamo leggendo è una vera e propria epopea zombesca.

Questa puntata, in particolare mette a fuoco un aspetto tipico dell’animale uomo: la sua capacità di “sovrarazionalizzare” i propri istinti fino a farli diventare sentimenti. L’amore, per esempio: quello che ci sforziamo di credere che sia per sempre, quello che si dimentica, quello che si costruisce, quello che ci rovina, ci delizia, ci fa scomparire o emergere nel lago delle nostre esistenze.

Walking Dead, i morti che camminano: verrebbe facile dire che i veri morti a camminare siamo noi e non loro, gli zombie. Ma l’ennesima cazzata è presto evitata: il mondo di questo fumetto è talmente verosimile che ci si sforza di tenere delimitato bene il confine tra noi e loro. Tale è l’immedesimazione che ci si convince di questo per forza di cose, per non impazzire come qualche personaggio ha già fatto, o forse perché l’estinzione, la fine della specie, in fin dei conti è qualcosa di molto più pauroso di una teoria o di una profezia dell’apocalisse scritta. E’ qualcosa che ti toglie ogni speranza. La cancellazione totale del senso della nostra persistenza sul pianeta.

Ah, eccola un’altra caratteristica tipica della bestia uomo: la presunzione di essere necessari e indispensabili. Non è detto che alla fine saremo noialtri a spuntarla. Prima o poi, tanti saluti e tante belle cose, homo sapiens. Ma non c’è da meravigliarsi, su cosa debba o non debba essere necessario e indispensabile abbiamo fondato le nostre esistenze. Sul bisogno abbiamo (O hanno? Chi, poi?) regolato le nostre vite.

Aveva ragione il vecchio Zio Billy Burroughs, quando diceva: “The face of evil is always the face of total need”. Sante parole.

Zombie! Walking Dead

Posted on Giugno 18th, 2009 in Emersioni | No Comments »

Un tranquillo weekend di paura: dopo una breve visita in fumetteria, l’ho passato praticacamente a divorare zombie di carta. Due albi, nessuno dei due recentissimi, due uscite diametralmente opposte.

The Zombie: Simon Garth è una ripoposizione del 2007 in volume 100% Max della Marvel del personaggio che - leggo in giro - ebbe il suo periodo d’oro negli ‘70 (sotto la direzione Steve Gerber/John Buscema/Pablo Marcos). Simon conserva poco del suo antenato seventies, salvo la sua condizione di “zombie anomalo”, dotato di un’intelligenza e soprattutto di uno spiccato senso morale. Godibile, ben disegnato e scritto, ma in definitva una bella “americanata”. Il personaggio sa bene dove stare (con gli umani) e pare non vivere alcuna scissione, a parte qualche acceno di maliconica depressione; a differenza dei suoi colleghi barcollanti, non ha neanche fame. Un buon Rambo in decomposizione. Anche se il vecchio John, che con Simon condivide la condizione di isolamento, avendo qualche rotella da mettere a posto, è un personaggio persino più spesso.

Tutt’altra storia per The Walking Dead Vol. 1: Giorni perduti, zombie-saga scritta da Robert Kirkman e pubblicata in Italia da Saldapress. Una vera e propria odissea, quella dell’agente di polizia Grimes che, al risveglio dal coma si trova in un mondo infestato dagli zombi, o almeno quello che prima era stato il suo mondo. Ma non lasciatevi ingannare dal pretesto - neanche troppo fantasioso, a dire il vero - le avventure di Grimes sono di uno spessore analitico notevole, niente viene lasciato al caso (psicologia dei personaggi, intreccio, scenario); delle volte si ha l’impressione che i personaggi, loro malgrado, abbiano letto il Manuale di Max Brooks. Qualcuno potrà obiettare che non si conosce l’origine dell’epidemia che fa camminare i morti, ma tant’è, non se ne sente la necessità. L’intenzione di Kirkman è quella di scrivere una saga fiume; Saldapress, su licenza  Image comics, è arrivata al 5° volume. Dopo aver letto il primo ho già arraffato l’arraffabile e prenotato il prenotabile.

Tutto ciò per riaffermare a gran voce l’importanza dello zombie in un periodo in cui la fanno da padrone vampiri fighetti con turbe adolescenziali. Sul mutare della percezione che abbiamo di questo essere, ne aveva già scritto qualche mese fa Elvezio Sciallis sul suo blog. Vero, di acqua ne è passata sotto i ponti, e gli zombi sub-proletari di Romero ci appaiono come creature fuori dal tempo e fuori contesto. Anche se non smetto di credere al potenziale - come dire: rivoluzionario? Analitico? - degli zombie. Il paradosso che rappresentano è ancora attuale e possono dire sicuramente la loro. Quella imboccata da Kirkman è solo una delle possibili vie da percorrere.