A futura memoria [2]

Posted on Gennaio 7th, 2011 in Bassitalia, Drowned Words | No Comments »

“Detesto passare per profeta: sono uno che sommando due e due dice che fa quattro”.

Leonardo Sciascia, L’Espresso, 20 febbraio 1983

Confesso che ci sono rimasto un po’ male a leggere questa frase, arrivata proprio mentre mi trovo a imbastire una serie di post sulla natura profetica del pensiero di Sciascia. Ma aveva ragione, l’uomo di Racalmuto, eccome. A che servono, i profeti? Esseri che fluttuano tra la mitologia, la religione e la sintesi socio-politica. Idoli. Santini. Come certi intellettuali:

“[...] Se qualcuno mi corre dietro chiamandomi “intellettuale”, non mi volto nemmeno. Mi volto - e rispondo - se mi si chiama per nome e cognome: ma a patto, si capisce, che le domande abbiano un senso; che non siano dettate da imbecillità o malafede; che non riguardino cose da me già dette, e cioè già scritte. Il ripetere può essere di giovamento agli ignoranti; ma nell’ambito della carta stampata, di coloro che vi lavorano, l’ignoranza - anche se c’è - non è da ammettere, come non è ammessa di fronte alle leggi”.

Sciascia scrive queste righe in aperta polemica col figlio del generale Dalla Chiesa che l’accusava di prese di posizione irrispettose del lavoro del padre. Non entro nel merito della questione specifica - perché non ne ho gli strumenti e cioè approfondite conoscenze dei fatti - ma ritorno a quella iniziale, quella di “Sciascia profeta intellettuale”.

Il suo pensiero, leggendo le righe che qui ho riportato, è chiaro. E ancor di più mi appare cristallino leggendo gli articoli raccolti in A futura memoria; Sciascia non parlava mai credendo di aver ragione - e quindi né da un pulpito né da una cattedra - ma prendeva una posizione e prendendola creava contraddizioni, discussione e non solo rumore di fondo.

E cercando di approfondire uno di questi paradossi razionali (difficile, durissimo, come quello dell’effettiva utilità dei pentiti) che mi sono imbattuto nell’articolo di Leonardo Guzzo nel quale, come sempre mi accade con qualsiasi “ragionamento sciasciano”, dal particolare di una discussione aperta si dipana una verità di fondo: “Contro l’assalto delle ondate emotive, delle mode e delle campagne politiche, Sciascia cerca di difendere la purezza e l’equilibrio dell’idea di giustizia, esercitando – a volte fino all’eccesso – il senso critico”.

“Contro l’assalto delle onde emotive”.

I profeti possono cadere, è vero, ma certi sentieri rimangono segnati contro le insidie del tempo e della falsa memoria.

A futura memoria [1]

Posted on Ottobre 5th, 2010 in Bassitalia, Drowned Words | No Comments »

«E direi che il dato più probante e preoccupante della corruzione italiana non tanto risieda nel fatto che si rubi nella cosa pubblica e privata, quanto nel fatto che si rubi senza l’intelligenza del fare e che persone di assoluta mediocrità si trovino al vertice di pubbliche e private imprese. In queste persone, la mediocrità si accompagna ad un elemento maniacale, di follia, che nel favore della fortuna non appare se non per qualche innocuo segno, ma che alle prime difficoltà comincia a manifestarsi e a crescere fino a travolgerli. Si può dire di loro quel che D’Annunzio diceva di Marinetti: che sono dei cretini con qualche lampo di imbecillità: solo che nel contesto in cui agiscono l’imbecillità appare - e in un certo senso e fino a un certo punto è - fantasia. In una società ben ordinata non sarebbero andati molto al di là della qualifica e mansione di “impiegati d’ordine”; in una società in fermento, in trasformazione, sarebbero stati subito emarginati - non resistendo alla competizione con gli intelligenti - come poveri “cavalieri d’industria”; in una società non società arrivano ai vertici e ci stanno fin tanto che  il contesto stesso che li ha prodotti non li ringoia».

Il Globo, 24 luglio 1982

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Quel 24 luglio in cui è stato pubblicato l’articolo da cui ho tratto questo passaggio distava poco più di un mese dal ritrovamento del cadavere di Roberto Calvi sotto al Blackfriars Bridge sul Tamigi. Ed è sulla morte del “Banchiere di dio” - soprattutto dei movimenti mediatici sulla stessa - che il testo riflette, lasciando aperta ogni ipotesi (suicidio/omicidio), ma scagliandosi contro l’univocità irrazionale nel sostere l’ipotesi di un Calvi al centro di intrighi senza fornirne le prove, per così dire, “scientifiche”. Ad anni di distanza, il caso Calvi non ha trovato ancora una soluzione definitiva (ultimo atto: maggio 2010), ma certo le considerazioni di Leonardo Sciascia sulla corruzione italiana restano chiare e lampanti.

L’Italia dei Sindona e dei Calvi sembra lontana, seppellita nella storia recente, ma la tendenza che ha qualche illustre italiano di cosiderarsi «buon cittadino del sistema di corruzione» che conosce, accetta e incrementa è rimasta immutata, così come la «follia» che s’impadronisce di questi personaggi quando il suddetto sistema è investito da scosse di terremoto. Anche se, di questi tempi, siamo sempre più insensibili ai terremoti, in tutti e per tutti i sensi.

A margine, a proposito di uomini che sguazzano nel sistema corrotto che alimentano, segnalo una considerazione che nell’articolo in questione Sciascia mette tra parentesi: «Tutti gli uomini che in Italia si fanno da sé è evidente che si fanno piuttosto male». Parole che oggi hanno valicato il recinto delle parentesi e si fanno paradigma ironico e amaro della cosa pubblica italiana.

A futura memoria [0]

Posted on Luglio 7th, 2010 in Appunti, Drowned Words | No Comments »

A futura memoria (se la memoria ha un futuro) è una raccolta di articoli di Leonardo Sciascia apparsi in gran parte sul Corriere della Sera e L’Espresso, pubblicati per la prima volta da Bompiani nel 1989 (l’ultima ristampa è del 2000). Un volume prezioso - che solo ora sto leggendo in maniera organica - che ribadisce la lucidità critica dello scrittore siciliano. Gli articoli coprono la metà di un “ventennio”, dal 1979 al 1989, giusto un attimo prima di piombare nell’epoca attuale, dove le collusioni mafiose e le aberrazioni giudiziarie sono il pane quotidiano della vita pubblica.

A dimostrazione dell’estrema attualità dell’opera di Sciascia (non che ce ne sia veramente bisogno, non certo per mano mia) ogni tanto posterò qualche stralcio, come in un pubblico quaderno di appunti.

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“Il fatto è che i cretini, e ancora di più i fanatici, son tanti; godono di una così buona salute non mentale che permette loro di passare da un fanatismo all’altro con perfetta coerenza, sostanzialmente restando immobili nell’eterno fascismo italico. Lo stato che il fascismo chiamava etico (non si sa di quale eticità) è il loro sogno e anche la loro pratica. Bisogna loro riconoscere, però, una specie di buona fede: contro l’etica vera, contro il diritto, persino contro la statistica, loro credono che la terribilità delle pene (compresa quella di morte), la repressione violenta e indiscriminata, l’abolizione dei diritti dei singoli, siano gli strumenti migliori per combattere certi tipi di delitti e delle associazioni criminali come mafia, ‘ndrangheta, camorra. E continueranno a crederlo”.

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Tutto quello che dovrebbe essere la moderna antimafia (e quello che non è) è tutto in queste righe. Le aderenze col pensiero di Giovanni Falcone, che provò a combattere la mafia anche nelle banche, sono più di una. Come più di uno sono i “cretini” e i “fanatici” sempre seduti nel posto sbagliato per la cosa pubblica e tremendamente giusto per i loro interessi. “L’eterno fascismo italico”, poi: un replicarsi di epoche che mai hanno distrutto il “lievito” di un fascismo che non è mai scomparso veramente.

Leonardo Sciascia (1921-1989)

Posted on Novembre 20th, 2009 in Bassitalia, Emersioni | 3 Comments »

Leonardo Sciascia ci lasciava giusto 20 anni fa, il 20 novembre del 1989. Leggerlo, per me, è valso a livello formativo più del corso universitario che ho frequentato. Mi ha disvelato le trame torbide del potere e la natura antropologica del malaffare; e poi fu anche maestro di scrittura insostituibile (il genere al servizio della speculazione e dell’azione civile, l’arte del “cavare”). Senza ombra di dubbio, uno degli intellettuali più cristallini dell’Italia del ‘900.

Mi accorgo di quanto è stato importante anche adesso, che ho fra le mani il dattiloscritto del romanzo scritto a quattro mani con Giovanni; un tentativo di tracciare i confini di un sud come regione mentale.

Pubblico qui, per ricordarlo, la scheda che preparai per il Dizionoir.

Grazie, signor Sciascia.

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Leonardo Sciascia nacque a Racalmuto nel 1921. E questa volta data e luogo di nascita non sono puri dati anagrafici ma, come per tutti del resto, e per lui forse un po’ di più, sono segni del destino. Racalmuto, per gli arabi Rahal-maut, villaggio morto. A tal proposito, citava Borges: “Ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato”. Mi pare cioè di sapere del paese molto più di quel che dalla memoria altrui mi è stato trasmesso. [1] Nascere nel ’21, poi, vuol dire crescere sotto il Fascismo.

Di origini arabe, cresciuto sotto Mussolini nelle zolfare care a Pirandello, nella terra del “pirandellismo reale”, l’isola nell’isola nell’isola uomo. L’isolamento, la diversità, l’oppressione del regime. Tutto questo bastò a segnare il ragazzo che diventò Leonardo Sciascia, l’uomo, lo scrittore, l’intellettuale cristallino, spesso scomodo per l’establishment. E necessario, come tutti i pensatori liberi e scomodi.

La sua opera è vasta, citeremo solo alcuni esempi della parte, per così dire, “gialla”. Il giorno della civetta, il romanzo che lo consacrò, A ciascuno il suo, Il contesto, Una storia semplice, Todo modo e il romanzo-inchiesta La scomparsa di Majorana.

Per Sciascia il giallo fu un modus operandi letterario, un’inchiesta senza giudici e senza boia, tanto per citare Dürrenmatt, scrittore a lui caro, un’indagine sulla realtà in cui la mafia viene chiamata per nome (prima di lui non era mai successo), il cui la giustizia vacilla e le trame del potere brillano nell’oscurità, spesso illuminate dalla luce fioca di una candela in una chiesa. In definitiva, un parte consistente della storia del nostro Paese nel secondo dopoguerra.

Lo stile poi, essenziale, che scaturisce dal lavoro che l’autore stesso definisce arte del cavare; un’astuzia, oltre che una modalità stilistico-narrativa, rivolta a “parare le eventuali e possibili intolleranze di coloro che dalla mia rappresentazione potessero ritenersi, più o meno direttamente, colpiti. Perché in Italia, si sa, non si può scherzare né coi santi né coi fanti: e figuriamoci se, invece che scherzare, si vuol fare sul serio.” [2]

Leonardo Sciascia, una luce da seguire, non da spegnere nel buio delle accademie, una voce libera in un Paese dove la libertà spesso è solo una parola scritta. Di voci così ce ne sono state e ce ne saranno sempre di meno, voci che si spengono o che vengono spente, misteriosamente.

“Il popolo”, sogghignò il vecchio, “il popolo… il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se le appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna… Non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall’antichità, una generazione appresso all’altra…”

Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta.


[1] Leonardo Sciascia, Opere vol. III, a cura di C. Ambroise, Bompiani, Milano, 1991
[2] Nota presente ne Il giorno della civetta, Adelphi Edizioni, Milano 1993.