No - I giorni dell’arcobaleno

Posted on Maggio 16th, 2013 in Sguardi | No Comments »

Sarà banale e anche superficiale dirlo, ma il Cile del 1988 raccontato dal film Pablo Larraín, non è troppo lontano da noi. Certo, quella di Pinochet era una dittatura vera, col suo triste corollario di morti, dispersi, oppressione e controllo. Ma quella gente, così sospesa tra luminose promesse di benessere e disilluso pessimismo, assomiglia un po’ al popolo europeo in questi anni di crisi economica. Perché - sempre coi dovuti distinguo - anche questa finanza iperbolica e perniciosa ha le caratteristiche di una dittatura, coi suoi morti, la paura e la disperazione. Solo, non ha faccia. Non ha un solo volto o personalità cui attribuire le responsabilità della tragedia.

Oblivion

Posted on Maggio 7th, 2013 in Sguardi | No Comments »

Ovvero, la festa della mediocrità. Mediocre il soggetto, la regia, il montaggio, la colonna sonora. Ma la sceneggiatura, tutto sommato, regge. Senza infamia e senza lode, si dice. Un buon film per la tv. Il cinema è un’altra cosa. Anche i blockbuster sono altro. Potrebbe essere un buon “Bignami” della fantascienza dai 70’s a oggi ma, a ben pensarci, non è neanche questo. Pretese e risultati non collimano. E poteva andare peggio.

La neve era sporca

Posted on Settembre 1st, 2010 in Drowned Words, From Other Sites | No Comments »

“Sempre neve sporca, tutta quella neve che pare marcita, con tracce nere e incrostazioni di detriti. La polvere bianca che ogni tanto si stacca dalla crosta celeste, a mucchietti, come il calcinaccio da un soffitto, non ce la fa a coprire quel sudiciume”.

Frank Friedmaier è un campione del nichilismo a bassissime temperature. Glaciale e sporco come la neve che dà il titolo al romanzo, è l’anima nera che costringe Georges Simenon a cedere il passo, a perdere il controllo, quasi forzando la prosa geometrica dello scrittore di Liegi ad abbandonarsi al flusso di coscienza. La neve era sporca è il romanzo di de-formazione di Frank, un viaggio claustrofobico che parte dalle strade di una città occupata e continua nell’umore nero che scorre nelle sue vene, fino al salto nel vuoto del finale.

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Il resto della recensione è su Thriller Magazine.
In coda, vi ricordo il bellissimo articolo di John Banville apparso sul Corriere.

Chi dà il nome agli uragani

Posted on Giugno 11th, 2010 in Drowned Words, From Other Sites | No Comments »

“La Francia, Mademoiselle, è quel Paese dove ci sono migliaia di formaggi diversi e milioni di teste di cazzo tutte uguali“, dice l’edicolante Papelard a Linda Bastiglia, giornalista in trasferta catartica a Parigi. Monsieur dimentica di dire però che oltralpe ci sono anche un sacco di casini, grossi almeno come una quarantina di arrondissement. Ed è proprio in un paio di questa specie — very very big troubles — che si caccia la signorina Bastiglia in Chi dà il nome agli uragani: un serial killer che semina panico nella metrò di Paris gettando la gente sotto i treni e una nuova occupazione della Sorbona. Dopo il Grande Maggio, il Terribile Novembre.

Il resto della recensione del secondo romanzo di Laura Campiglio è su Thriller Magazine.