La neve era sporca

Posted on Settembre 1st, 2010 in Drowned Words, From Other Sites | No Comments »

“Sempre neve sporca, tutta quella neve che pare marcita, con tracce nere e incrostazioni di detriti. La polvere bianca che ogni tanto si stacca dalla crosta celeste, a mucchietti, come il calcinaccio da un soffitto, non ce la fa a coprire quel sudiciume”.

Frank Friedmaier è un campione del nichilismo a bassissime temperature. Glaciale e sporco come la neve che dà il titolo al romanzo, è l’anima nera che costringe Georges Simenon a cedere il passo, a perdere il controllo, quasi forzando la prosa geometrica dello scrittore di Liegi ad abbandonarsi al flusso di coscienza. La neve era sporca è il romanzo di de-formazione di Frank, un viaggio claustrofobico che parte dalle strade di una città occupata e continua nell’umore nero che scorre nelle sue vene, fino al salto nel vuoto del finale.

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Il resto della recensione è su Thriller Magazine.
In coda, vi ricordo il bellissimo articolo di John Banville apparso sul Corriere.

Nebbia sul ponte di Tolbiac

Posted on Giugno 2nd, 2010 in Drowned Words, Emersioni, Sguardi | 3 Comments »

Nestor Burma - di professione private eye - è la creatura post-Maigret di Leo Malet o anche il Philip Marlowe della Parigi a cavallo tra gli anni ‘40 e ‘50 del secolo scorso. Un’altra epoca? Può darsi. L’occupazione nazista e cosiddetto Regime di Vichy misero la Francia in ginocchio e la prepararono al gollismo. Gli scossoni e i rinculi storici di intere nazioni non sono di sicuro spettacoli mai replicati.

Malet fece girare la capitale francese a “Dinamite” Burma in lungo e largo rimestando, arrondissement per arrondissement (ne I nuovi misteri di Parigi), in una quantità di polvere, torbido e pioggia. Il non plus ultra del polar. Un nero concentrato di avventura, malinconia, ironia e morale fuori dallo status quo. Di tutta l’epopea burmiana Jacques Tardi ne adattò a fumetti quattro storie, aggiungendone un’altra scritta di suo pugno.

Il tratto di Tardi si sposa alla perfezione con la Parigi raccontata da Malet per bocca di Burma: la nebbia, le sfumature di grigio e la pioggia che avvolge i protagonisti di una sorta di struggente pietas anarchica.

Ed è proprio la militanza anarchica del personaggio e del suo autore a esondare sul ponte di Tolbiac, dove i morti ballano la loro danza: un insieme di movimenti evanescenti e un frusciare di veli dal quale non si riesce a staccare gli occhi.