In fondo alla palude

Posted on Febbraio 19th, 2010 in Drowned Words | 2 Comments »

Per me, Joe R. Lansdale è come un vino buono e gustoso: ogni tanto me ne viene voglia e ne stappo una bottiglia. Evito di prendermi delle sbronze, sia mai che me ne stanchi e che mi lasci qualche brutto ricordo di indigestione. Ogni tanto ne stappo una bottiglia e non ne resto mai deluso: questa è la tiritera che predico sempre per gli autori che amo di più. Giuro, è così: la buona letteratura è qualcosa di molto simile a un caldo senso d’ebbrezza, forse per l’intensità delle emozioni o forse perché sotto sotto covo la tendenza all’alcolismo.

L’ultimo “incontro” con l’illustre texano l’ho avuto questa estate, leggendo La sottile linea scura. In fondo alla palude ci sono gli stessi temi e quasi gli stessi personaggi: atmosfere southern d’annata, ragazzini alle prese con la morte e un razzismo che credevamo estinto e che invece ancora imperversa a tutte le latitudini geografiche e longitudini temporali.

(Anche se ritengo la “linea scura” migliore)La domanda è: come fa Joe a scrivere praticamente due romanzi gemelli e a non scazzare il colpo?

La risposta che mi sono dato è che Lansdale conosce profondamente la magia della parola e del racconto, ed è così bravo nel suo mestiere (o forse sarebbe meglio dire che è un così eccelso mestierante) che ti può raccontare la stessa storia duecento volte, magari con delle piccole variazioni sul tema e non annoiarti mai, senza neanche farti balenare in testa l’idea che si stia riciclando da solo.

Ma è solo maestria? Non credo.

Lo scorso 4 febbraio ho visto James Ellroy presentare a Bologna il suo ultimo romanzo Il sangue è randagio (ne parlerò approfonditamente più avanti). Il grand master del noir contemporaneo - nel mezzo del suo show variegato - s’è dichiarato convinto che ogni scrittore ha dei temi o delle ossessioni a cui non può sfuggire e che, prima o poi, bisogna lasciar fluire tutto all’esterno.

Allora mi viene da pensare che il Texas scivolato “in fondo alla palude” sia più di un semplice argomento per il vecchio Joe, ma un nodo tematico pieno di sfumature e contraddizioni vissute sulla propria pelle, di quegli incroci che raccontano molto di più di una semplice storia personale.

Con questi romanzi Lansdale ci racconta la corsa entropica dell’uomo verso la polvere, un essere diviso tra ragione e istinto, e fortemente intriso nelle devianze dell’uno e dell’altro.

La sottile linea scura

Posted on Luglio 27th, 2009 in Emersioni | No Comments »

“Non sempre la vita dà soddisfazione e, al tirar delle somme,
carne e polvere finiscono per rivelarsi la stessa cosa”.
Buster Abbot Lighthorse Smith

Texas, 1958. Tempo sommerso: provincia e segregazione razziale, segregazione - a ben vedere - totale. Alla fine della storia resta solo, inesorabile, il canto dei grilli in una notte d’estate. Una melodia che ci fa pensare a una provincia in cui l’urbanizzazione è ancora in fase embrionale, di là del paesello c’è ancora la natura, che incombe come una sovrastruttura mentale (è comune l’idea di identificare la campagna - con le sue bestie d’ogni tipo e la sua vegetazione rigogliosa - con la vita; ed è anche vero, se non fosse che tanto più forte è l’urlo della vita, tanto più sibila l’alito della morte).

Puro Joe R. Lansdale. L’impianto narrativo è sorprendentemente semplice ed efficace: un romanzo mainstream cotto in salsa giallo-noir, pepato con un po’ di horror.

Buon Dio! Il Sud di Joe. La merda di piccione sulla statua del generale Lee mi ha fatto venire in mente il corrispettivo organico che orna le statue di Garibaldi in tutta Italia. Tutto il mondo è paese, anche se spesso capovolto. Miracoli del guano. Il Sud e la provincia come State of mind. E’ innegabile che al giorno d’oggi viviamo una situazione simile, tanto da farmi pensare che la deriva xenofoba che c’ammorba da Aosta a Lampedusa, passando per le lande padane, sia uno dei pochi fili che tiene unito il nostro Paese e che, in fin dei conti, sembriamo tutti dei terroni texani del 1958.