Dampferchroniken, del Dampfkaiser Simon von Zählen

Posted on Giugno 17th, 2010 in Connettivismo, Drowned Words, Emersioni, Fantascienza | No Comments »

Su Delos 125 è uscito un nuovo racconto di Simone ContiDampferchroniken, steam-chronicle che ospita nel ruolo di inviato di guerra nientemeno che Robert E. Howard. Dato il peso del personaggio, sarebbe lecito aspettarsi un baricentro narrativo tutto spostato sulla sua figura: e invece no, protagonista assoluta è una guerra paradossale tra Crucchi e Yankee, dai risvolti strabilianti. Zeppelin, carne sciolta dal vapore e disintegrata dall’elettricità, soldati meccanici e re-automa in un delirio degno di un Phil Dick in cui The man in the high castle e i Simulacra sbufferebbero pensieri e paranoie incandescenti e nebulizzati.

Io sono vivo, voi siete morti

Posted on Settembre 17th, 2009 in Drowned Words, Fantascienza | 2 Comments »

Voci autorevoli dicono che quella di Emmanuel Carrère non è la migliore biografia di Philip K. Dick;  di recente è stato ristampato il malloppazzo opera di Anne Dick, terza moglie dello scrittore, poi tra le migliori -  dicono - c’è quella di Lawrence Sutin. Non so quanti “buchi” Carrère abbia riempito con la sua fantasia, né quanto di quello che c’è scritto in Io sono vivo, voi siete morti sia aderente alla realtà. Nel leggerlo, mi sono basato su quel poco che già sapevo del compianto Phil.

Quello che è certo, è che la vita di P. K. D. è - nella sua esemplarità - più di una semplice storia di un uomo che faceva lo scrittore, anche perché di mestiere, in realtà, era un pensatore a tempo pieno, un organismo-accumulatore nato per rimuginare a loop, un vampiro delle idee, costantemente sul confine che separa la notte dall’alba.

Un uomo che ha vissuto intensamente il suo karma neurotico, spiattellandolo senza filtri nei suoi libri. Senza volerlo (o forse desiderandolo con tutte le sue forze) un profeta che ha ridisegnato la cartografia del Reale.

Me lo immagino così, Phil: come uno che si trovi su una strada statale, secondaria, di notte, di quelle a due corsie, con la linea tratteggiata che si perde in lontananza, come un rivolo di mercurio in un fiume di catrame. Una luce che proviene dalle sue spalle illumina debolmente la scenografia lynchana, mentre lui passeggia sulla linea che divide le due corsie, le braccia alzate per mantenere l’equilibrio. Ogni tanto si ferma, si mette in quilibrio su una gamba, poi sull’altra, s’acciglia, corre in avanti poi torna indietro. Spesso sorride. Avanti e indietro, fino a quando sulla strada lui e la luce alle sue spalle non sono altro che un’unica lucciola che si perde all’orizzonte.

Sonic Phil & Youth Bill

Posted on Settembre 10th, 2009 in Emersioni, Grammofono | 1 Comment »

My Future is static
It’s already had it
I could tuck you in
And we can talk about it
I had a dream
And it split the scene
But I got a hunch
It’s coming back to me

Questa strofa dei Sonic Youth viene da Schizophrenia, tratta dall’album Sister. Domanda da dieci trilioni di dollari bucati: chi era lo scrittore ossessionato dalla morte di una sua sorellina ancora in fasce? Esatto, proprio lui, P. K. Dick, che da un mese a questa parte pare seguirmi ovunque, anche nei miei tuffi nel passato. Perché è da lì che ho ripescato la band di Thurston Moore e Kim Gordon.

Avevo abbandonato i Sonic Youth in una di quelle musicassette senza titoli di album né tracklist, quei polpettoni da novanta minuti che ci scambiavamo noialtri adepti del brufolo, quasi quindici anni fa. Li avevo ascoltati distrattamente, senza mai apprezzarli fino in fondo. Adesso che li sto riscoprendo in tutta la loro meravigliosa follia sonora, vengo a sapere che Sister, datato 1987, è un mezzo concept album su Phil Dick, proprio mentre la lettura di una sua biografia, lo propone nello spazio che sta tra i miei occhi e il cervello come un personaggio/idolo/ossessione.

Sincronicità?

Tutto questo mentre nella tracklist di Daydream Nation (l’album successivo, del 1988) fa capolino lo Sprawl di William Gibson. Forse sarà il caso che dedichi un po’ di tempo al profeta del cyberpunk, visto che la mia confidenza con lui non si spinge oltre Neuromante e qualche racconto leggiucchiato qua e là?

I grew up in a shotgun row
sliding down the hill
out front were the big machines
steel and rusty now I guess
outback was the river
and that big sign down the road
that’s where it all started

Musiche del Dopobomba

Posted on Agosto 26th, 2009 in Emersioni, Fantascienza, Grammofono | 6 Comments »

Evito sempre di prendere delle sbronze con i vini migliori, ne sprecherei ogni goccia bevuta in eccedenza. Allo stesso modo faccio con gli autori eccezionali, evitando di bermeli tutti d’un fiato. Di cotte ne ho avute parecchie: Ellroy, Hammett, Lansdale, Leonard, King, Ballard, Sciascia, Burroughs, Dick… Tutta gente che ha scritto parecchio e della quale - per fortuna - non ho letto per intero la produzione. Così, quando mi viene voglia di un autore “d’annata” scendo in cantina e mi stappo un bel libro. Direte voi, anche leggendoli tutti di fila, ci si può sempre fare una ripassatina. Giusto. Ma il tempo è quello che è, sto invecchiando e comincio a essere vittima di strane malinconie.

Ed eccomi qua, a consacrare un’altra settimana di vacanza al vecchio Phil Dick, con la lettura quasi contemporanea delle Cronache del dopobomba e della biografia di Emmanuel Carrère (ancora in itinere). Che dire di questo amabile barbuto? Che magari era uno scrittore che formalmente non faceva cantare la sua penna ma che ha “solo” costruito un immaginario nel quale sguazziamo quotidianamente, come i personaggi dei suoi libri, quasi senza rendersene conto. Il fatto poi che negli ultimi tempi immaginario e realtà tendano a confondersi e a completarsi, certo non è l’ennesimo requiem alla fantascienza, ma - ne sono convinto - la conferma della genialità di un autore come Philip K. Dick.

Dopo aver letto le Cronache, ho avuto la netta sensazione che le bombe non hanno mai smesso di cadere, ma solo di fare rumore. Ordigni psichici per devastazioni su larga scala. Radiazioni di paranoia che hanno imparato, oltre a mutare la vita delle persone, a mutare se stesse, come un virus.  Ecco perché nell’epoca in cui tutto (e niente) è urlo, rumore ed esplosione, le bombe (di ogni tipo) hanno la capacità di cadere in silenzio.

Di tutti i personaggi del romanzo, quello a cui mi sono affezionato di più è Walt Dangerfield, pioniere spaziale mandato a colonizzare Marte assieme alla moglie. Rimasto in orbita attorno alla Terra dopo un’improvvisa devastazione atomica planetaria, diventa suo malgrado una via di mezzo tra un dj e la voce consolatoria di Dio. Walt intrattiene i superstiti che lottano per riorganizzare una società civile leggendo romanzi, proponendo musica dal suo enorme archivio e soprattutto immolandosi all’occhio dello spettatore (forse sarebbe meglio dire all’orecchio dell’ascoltatore, ma la sovrapposizione con l’attualità mediatica  provoca delle interferenze), in un’eucarestia in cui la transustanziazione della nuova divinità avviene via etere.

Ora, immaginate quest’uomo in orbita attorno a una terra devastata dalle bombe H. La moglie, con lui nello spazio, s’è suicidata ed è solo - anzi, di più - è un monumento vivente alla solitudine. Ed è in fin di vita, un male (o forse la pazzia) lo sta divorando poco a poco. Un dio al crepuscolo, pronto a essere sacrificato.

Rapporto di maggioranza

Posted on Aprile 29th, 2009 in Connettivismo, Emersioni, Megafono, Racconti, Scriptorium | 4 Comments »

Viste le inquietanti news di questi giorni - segnalate anche da X - che riguardano la condotta pubblica di Sergio Cofferati, mi sembra giusto ri-pubblicare su questo blog il racconto apparso in Scorrete lacrime, disse lo sceriffo, antologia curarata dal Crash.

Rapporto di maggioranza
di Philip K. Dick
Traduzione di Giovanni De Matteo e Fernando Fazzari

Quando il Sindaco salì sul palco, venne sommerso da fischi, tamburi e altri agenti di disturbo sonoro. Lui ghignò e attese che il rumore bianco scemasse. Dietro le spalle aveva tutto il quadro dirigenziale del Partito e un manipolo di imprenditori “illuminati” che avevano appoggiato la sua lista. Davanti, tutta la città che gli si opponeva.
A vederla dall’alto, Piazza San Francesco sarebbe apparsa come un perimetro delimitato su una planimetria da una linea nera di agenti in assetto antisommossa. Non era stata una grande idea scegliere quella location per il comizio, ma si sa, gli italiani hanno un gusto strano per la storia: mischiare Zone Rosse, Nere e di qualsiasi altro colore, a luoghi leggendari del movimento studentesco come il Pratello, soddisfava il trastullo di alcuni operatori mediatici di giocare con la nitroglicerina.

La sceneggiatura del film era sempre la stessa, se ci fossero state porte avrebbero cigolato. Ma non c’erano che dei microfoni, e non mancarono di fischiare pure loro.
Il Sindaco si lisciò la barba e prese la parola. – Sarò diretto. Il nuovo Governo unitario ha varato, su mia richiesta e di altri colleghi, leggi speciali per l’ordine pubblico. Perché… – si levò un putiferio di urla e fischi. – …perché è quello che la gente ci chiede.
In men che non si dica volarono le prime manganellate e cominciò il caos.
Poi però accadde una cosa strana: si aprì una voragine al centro della piazza, talmente inaspettata, che gli agenti vennero schiacciati dalla folla contro i palazzi. Calò un silenzio relativo, definito da un brusio di sottofondo e interrotto solo dallo scoppio inavvertito di un lacrimogeno, subito lanciato lontano da qualcuno.
Proprio lì in mezzo comparve un uomo alto, con la barba e i capelli arruffati, vestito alla bene e meglio. Prese con la forza un megafono da un manifestante e urlò: – Fate scendere quello stronzo dal palco. Non sono io.
Era identico al Sindaco, due gocce d’acqua.
A quel punto, una parola volò di bocca in bocca e di orecchio in orecchio nella piazza sbigottita: simulacro.

* * *

Al termine del lungo canale, in fondo alla tenebra, la coscienza di Freccia si scontrò con una schermata di autorizzazione. Il rompighiaccio cinese aveva lavorato bene, aggredendo strato dopo strato le barriere difensive installate a protezione della monade di controllo. Le offensive sferrate a ripetizione dai suoi algoritmi ricombinanti avevano costretto alla ritirata il ghiaccio nero a schermatura dei protocolli neurali.
Adesso mancava l’ultimo passo.
– Schizzo, è il momento! – La linea di pensiero si trasmise al compagno di scorreria sfruttando una connessione preferenziale. – Carichiamo i codici.
L’eco di dita al lavoro su una tastiera, da qualche parte, dietro di lui.
Una stringa alfanumerica prese forma dalla notte olografica.

> Caricamento in corso…

Pochi istanti di tempo soggettivo e la scritta mutò.

> Verifica privilegi di accesso…

Poi ci fu un estemporaneo sfarfallio elettrico, come se per una frazione di secondo l’intero cyberspazio intorno a loro si fosse scrollato di dosso il manto cangiante dei bagliori di dati. Le braccia spiraleggianti dei grossi complessi di dati, su in alto, subirono un arresto. Il flusso di informazione, sotto di loro, si cristallizzò in una stasi surreale.
Un clic sonoro, il segnale di accesso. Come se gli intrusi avessero arpionato la portante psico-sintetica dell’androide con un gancio d’acciaio.

> Accesso consentito.

Con un balzo quantico, Freccia e Schizzo si proiettarono in alto, verso la costellazione neurale del bersaglio. Pronti a condividere, nella notte dei sensi, il controllo di una coscienza aliena.

* * *

Prima che le reti nazionali si accorgessero dell’anomalia, le sequenze video di quelle fasi convulse furono trasmesse in tempo reale a milioni di spettatori collegati in tutta la Nazione. Adesso quei fotogrammi sono storia: chi può dimenticare lo sguardo perso dell’uomo sul palco, il tremendo tic nervoso che scosse la sua compostezza notoriamente imperturbabile, la strana luce che subito dopo si accese nei suoi occhi?
La sequenza, nei tempi seguenti, avrebbe subito rimaneggiamenti di vario tipo. Qualcuno l’avrebbe montata con altri estratti di video ripresi da operatori non accreditati. Versioni pirata sarebbero circolate per anni ancora, balzando in vetta alle classifiche di consultazione dei siti web di video-distribuzione. Un’intera galleria di sequenze che basterebbe per allestire un’atroce mostra della psicopatologia contemporanea. Negli ambienti della controcultura, ce n’è una però che gode di particolare credito. L’autore è ignoto, ma tutti la conoscono come Versione #23.
La durata è di appena 35 secondi.
Il filmato si aggancia alle ultime riprese della Rai, quando i tumulti scoppiati in mezzo alla piazza si placano e una telecamera montata su un lungo collo di giraffa inquadra una figura emergere impettita in mezzo al putiferio appena cessato. L’individuo tradisce una somiglianza straordinaria con l’immagine del Sindaco, un’icona ambigua con cui tutti noi abbiamo avuto modo di familiarizzare, grazie ai riflettori mediatici, in entrambe le stagioni della sua esperienza politica. Il suo sguardo fermo è puntato sull’uomo che occupa il palco, e non tradisce esitazioni.
Le immagini dell’individuo sono state montate con un paio di riprese amatoriali effettuate dai presenti attraverso minicamere digitali: inquadrature del personaggio da diverse angolazioni, a volerne suggerire un’esistenza tridimensionale, una presenza non olografica ma al contrario perfettamente integrata nello scenario della piazza.
Segue uno stacco sul palco, dove gli illustri personaggi di contorno all’autorità amministrativa indietreggiano di un passo. Immagini mai mandate in onda, ma recuperate clandestinamente da un archivio dell’emittente di stato. La distanza rende di difficile interpretazione le loro espressioni, ma i movimenti tradiscono una irrequietezza e un’agitazione molto poco inglesi.
Stacco sull’individuo in mezzo alla folla. Lo pseudo-Sindaco, come lo avrebbero definito quello stesso giorno i cronisti intervenuti a documentare l’episodio, colmando il vuoto lasciato dalle riprese. Le sue labbra si muovono sotto la barba brizzolata, articolando parole che i microfoni sul palco non hanno potuto afferrare, sommerse nel rumore di fondo dei passi agitati e delle esclamazioni di sorpresa e di dissenso.
A lungo si è discusso sul senso delle parole, ricostruite con l’aiuto di esperti e di programmi di integrazione software. La Versione #23 riporta come sottotitolo solo la parte finale, quella su cui si è riuscita a trovare una convergenza analitica.
Non sono io.
Stacco sul Sindaco. Qui si innesta una nuova ripresa amatoriale, in bassissima risoluzione, condotta probabilmente con un telefono portatile. La sgranatura dell’immagine rende ancora più irreale la ripresa, che in alcuni forum e gruppi di discussione è stata paragonata alla qualità delle pellicole horror-erotiche dell’era del cinema muto. Una analogia spiazzante, quasi emblematica della mutazione politica del dibattuto personaggio in questione, con la sua improvvisa svolta dalla potente carica sessuale delle rivendicazioni sindacali alla grigia, necrotica, oppressiva presenza come primo cittadino di Bologna.
Il volto del Sindaco, sul palco, è scosso da un fremito improvviso. Le palpebre tremano rendendo ancora più imperscrutabili le fessure degli occhi. Quando questa febbre fulminante passa, l’uomo si avvicina al microfono e recita parole che tutti i presenti conservano bene impresse nella loro memoria, ma su cui si è subito abbattuta la censura dei mezzi d’informazione di stato. La Versione #23 riporta una presunta traccia sonora originale, carpita dai microfoni di Radio Rai, montata sulle immagini amatoriali del telefonino. Il tono spettrale della voce del Sindaco rende le parole ancora più inquietanti, capaci di innescare un autentico tsunami psichico confermato dagli episodi di dissociazione e disturbo della personalità che negli anni a seguire avrebbero afflitto molti dei presenti (casi documentati nella letteratura specialistica).
– Sono solo un burattino nelle mani di…
La rivelazione s’interrompe nel momento cruciale. Per merito della solerzia di un assistente che – come testimoniato dalle immagini in campo lungo riprese dalla telecamera panoramica – strappa il microfono dalle mani del Sindaco e ordina agli agenti di arrestare l’intruso.
– Arrestate immediatamente quell’impostore!
Dissolvenza in nero.
Fine del video.

* * *

Quando Schizzo lo svegliò, Freccia stava sognando di essere nel mezzo di un interrogatorio nella solita stanza piena di fumo e senza finestre, un caldo boia e un ventilatore spento. Si rizzò sul letto tutto sudato, biascicando: – Gli sbi… gli sbirri, merda.
– Ohi, ohi, fratello. Calma.
– Vai a farti fo…
– Non ci penso neanche. Siamo tutti belli che fottuti.
– Dove sono?
– Chi?
– Gli sbirri!
– Ma va’ la! Piuttosto, ho un regalo per te.

* * *

Erano passati due giorni da quando Bologna si era trovata ad aver due sindaci, ai quali veniva contestata l’impostura da una metà ciascuno di opinione pubblica. Almeno tra quanti avevano assistito ai fatti di Piazza San Francesco, ormai era diffusa l’idea del replicante, dell’androide, del burattino nelle mani di…
Chi?
Schizzo aveva appena finito di interfacciare un terminale col proiettore a muro, quando Freccia si avvicinò con due caffè bollenti.
– Eccolo qua il tuo regalo, direttamente in cinemascope.
– E chi me lo manda?
– Be’, a quanto pare il Rigat non vedeva l’ora di sbarazzarsene. Dobbiamo consegnarlo al nostro uomo, a un certo indirizzo, entro stanotte, e poi ne saremo fuori.
– Cristo, pensavo avessimo finito con lui… Non ti è bastato tutto il putiferio che abbiamo scatenato?
– Mah, quello era un lavoro che richiedeva delle qualifiche. E un bel paio di cosiddetti. Hai visto anche tu la reazione fulminante dei neuro-scanner, il modo in cui ci hanno tagliati fuori dal controllo. Quella era tecnologia militare, da’ retta a me…
– E tu ancora non sei contento? Non hai sentito i racconti di quelli che erano in piazza… lo pseudo-Sindaco, il suo arresto, la guerriglia? Non ci pensi che potrebbe avere a che fare con noi, e che qualcun altro potrebbe fare la stessa associazione con analoga facilità?
– Penso che ci sono un po’ troppe coincidenze, in questa storia. Proprio come te, socio.
– Non vedi l’ora di farti friggere le sinapsi, eh?
– Non vedo l’ora di vedere cosa c’è qui dentro – replicò Schizzo, inserendo l’hvd nel lettore.
Spensero le luci. Lo schermo emise un ronzio e si divise in due. Un occhio centrato da un pennello di luce, ripreso in una inquadratura ravvicinata che metteva bene in mostra l’inconfondibile palpebra che era valsa al suo proprietario il soprannome di Cinese. Per qualche secondo il bulbo si agitò inconsultamente, come in una fase REM scoperta o in preda a un attacco di nistagmo, poi si sentì farfugliare qualcuno e l’occhio si stabilizzò. La parte inferiore dell’inquadratura era un complesso di indicatori luminosi, tra cui spiccavano un quadrante analogico e il display luminoso del dispositivo di misura. In sottofondo, un respiro meccanico e spettrale, come di una macchina in affanno che non si decidesse a spezzare il ritmo.
Il riquadro destro dello split screen era dominato dalla sagoma dell’uomo. Il Sindaco, o il suo rep? Freccia non avrebbe saputo dirlo.
– Che cazzo è?
– Il Voigt-Kampff? Il test che in men che non si dica sgama l’andro…
– Non intendevo quello. Non hai sentito quattro sportelli che si chiudevano giù in strada?
– No.
– Aspetta, aspetta. Blocca tutto.
Freccia sbirciò dalla finestra. Via Polese era deserta, neanche il fantasma del vento.
– Sei il solito paranoico – disse Schizzo.
Tornarono a guardare la registrazione.

* * *

– Allora, che ne dice di riprendere? – Una voce roca, segnata da un profondo distacco professionale dall’oggetto dell’esperimento e dalla sua sorte.
Lo sguardo dell’uomo sotto interrogatorio è risoluto, pronto a non recedere di un millimetro sul fronte di quella psico-guerra ingaggiata dai suoi aguzzini. – Ho altra scelta?
La voce fuori campo: – Non ne abbiamo mai una davvero…
Qualche rumore non meglio identificato. Forse un controllo scrupoloso alla Macchina v-k. Poi…
– I posti desolati non le sono mai piaciuti, ma stavolta ha osato spingersi in profondità nel Kipple, costeggiando la riva del fiume. Perché?
Una fluttuazione piccola ma improvvisa nell’emissione molecolare catturata dai polmoni della Macchina. La lancetta non si muove.
Il Sindaco sotto inchiesta mantiene la sua compostezza. Parla senza tradire emozioni. – Ha mai avuto la sensazione di vivere in un mondo di non-morti, zombie a spasso inconsapevoli della loro condizione?
– Non risponda con una domanda a una domanda, per favore.
– Magari volevo starmene un po’ per i fatti miei, o stavo cercando qualcosa. Chissà.
La lancetta si muove dalla sua tacca di riposo e percorre due terzi dell’arco sul quadrante di misura. Poi torna indietro. La pupilla si dilata.
– All’improvviso si imbatte in uno scarafaggio. – Parole scandite dal respiro della Macchina. – Avanza sulla melma incrostata, in cerca di qualcosa da mangiare. Ma lei lo calpesta. E resta a osservarlo mentre muore.
– Ho solo posto fine a una lenta agonia. Il Kipple lo avrebbe assimilato comunque, al termine di una agonia lenta e senza speranze…
Il presunto impostore non sembra cambiato, ma qualcosa è successo. L’Occhio Onniveggente della Macchina ha visto qualcosa, carpito uno spiraglio nella corazza delle sue certezze. La pupilla si è contratta. Il responso rossore ha indicato una reazione di stress. La lancetta si muove di un paio di tacche: senza arrivare ai margini della precedente escursione, fornisce un importante elemento di prova.
– Cambiamo scenario – decide la voce fuori campo, quasi a volere concedere un attimo di respiro al sospetto. La tortura psichica rende insopportabili questi momenti di quiete rarefatta e ingannevole, preludio all’imminente bombardamento memetico. – Ha animali domestici?
– Avevo un cane. Una volta.
– Vede questi graffi sulla mia borsa? Il mio gatto una volta ci si è rifatto gli artigli. Un istinto di natura che ha rovinato la borsa. Le piace?
– Dovrebbe?
– Vale un mucchio di soldi. È pelle di bambino. Cento per cento, pelle di vero bambino.
Silenzio. Gli indicatori restano fermi. Il presunto impostore appare come contrariato. Come se si stesse chiedendo cosa c’è stato di sbagliato nella sua reazione, se i modelli di individuazione della Macchina Voigt-Kampff non hanno rilevato niente di particolare…

* * *

Freccia e Schizzo erano immersi nella visione dell’interrogatorio quando la porta dell’appartamento si frantumò in un milione di schegge. Un nugolo di poliziotti armati fino ai denti prese d’assalto il locale, verificandone la sicurezza e neutralizzando in principio qualsiasi tentativo di resistenza da parte dei due occupanti.
Quando ritenne sicuro l’ambiente, il responsabile dell’operazione si sporse sulla soglia e fece cenno a qualcuno di entrare. Un uomo vestito con cappotto nero su un impeccabile completo Armani venne avanti. Sguardo sicuro, sorriso viscido. In un altro tempo e in un altro luogo si sarebbe parlato forse di commissario politico, ma quella era l’Italia, il prototipo della democrazia feudale, e di commissari politici non ce n’era davvero bisogno.
L’uomo in nero si soffermò sulle immagini che scorrevano sulla parete. Annuì compiaciuto.
– Bene bene – disse all’indirizzo dei due giovani. – Due piccioni con la classica fava. Mi dispiace avere interrotto la proiezione, ma sono qui per affari della massima importanza concernenti la Sicurezza Nazionale. Il video è requisito, costituisce una ulteriore prova a vostro carico. Fossi in voi comincerei a pensare a una linea di difesa davvero efficace. Fiancheggiare la rivolta delle pelli morte comporta l’accusa di terrorismo. E la Magistratura non è particolarmente clemente con i nemici della Nazione, di questi tempi.
– Ma… se quello che credete il Sindaco in realtà è… – provò a obiettare Schizzo, subito messo a tacere dal calcio di un fucile mitragliatore.
Nel video, la voce fuori campo stava dicendo, con tono che tradiva un’innegabile soddisfazione: – Può bastare così. Abbiamo finito.
L’uomo in nero si avvicinò al terminale e ne estrasse il disco traslucido. Lo fece sparire in una tasca, mentre voltava le spalle ai due giovani sottotiro. Poi, rivolto agli agenti, ordinò con tono perentorio: – Portateli via e ispezionate la casa. Non vorrei davvero rischiare di dimenticarmi dietro qualcosa.
Mentre veniva portato via insieme all’amico privo di sensi, Freccia non poté fare a meno di ripensare al Test. Forse a loro sarebbe stata risparmiata la pantomima predisposta per il presunto impostore, intrappolato in un subdolo meccanismo di annichilimento psicologico come simulacro di un simulacro.
Nell’auto che li portava in caserma, Freccia chiuse gli occhi e cercò di dimenticare l’espressione dello pseudo-Sindaco che era filtrata nella sua percezione durante l’incursione della polizia. Il volto barbuto aveva abbandonato la sua stoica imperturbabilità nella consapevolezza di una condanna di Stato. Senza appello.

Piccolo, invisibile impero dell’illusione

Posted on Febbraio 24th, 2009 in Emersioni, Megafono | No Comments »

“Hai dimenticato l’Italia”. Lo guardò anche lei, con calma. Te ne sei dimenticato anche tu? si disse. Come tutti gli altri? Il piccolo impero nel Medio Oriente… Nuova Roma, la commedia musicale.

P.K. Dick, La svastica sul sole

Nuova Roma: non sarebbe male, dopo Milano 2 e Milano 3. In fondo, Quanlcuno è riuscito a costruirla cambiando l’architettura del nostro cervello, dalla corteccia fino agli strati profondi. Ci siamo dimenticati dell’Italia; è vero, eppure ci viviamo sopra (non dentro, ormai non più). Esiliati in confini catodici quotidiani, familiari. Una prigione senza sbarre, fatta di schermi, manipolazione, controllo. Abbiamo rinunciato anche solo a immaginare un’altra possibilità. Cose simili accadono in territori di mafia, dove la si acquisisce quasi come un dato cromosomico, espldono in silenzio solo ai confini del mondo.

Da inconsapevole stato cuscinetto nel mediterraneo stiamo scivolando verso l’estrema frontiera dell’illusione. Pronti a colare a picco col Capitano e tutta la nave, a sbracciarci su scialuppe illusorie, inesistenti. A ballare la musica di una commedia tragica.