Walking Dead 2: Il lungo cammino

Posted on Agosto 12th, 2009 in Emersioni | 2 Comments »

C’ho messo un po’ a procurarmi il secondo volume della zombi saga orchestrata da Robert Kirkman, ma alla fine ce l’ho fatta, Dio benedica le ristampe!

Il lungo cammino presenta una novità più che palese: la serie ha cambiato disegnatore. Diciamo addio a Tony Moore e diamo il benvenuto a Charlie Adlard. Non saprei dire chi dei due preferisca, ma questo è del tutto secondario, non solo perché si tratta di una mia opinione, ma anche perché la forza di The Walking Dead è la storia. E non me ne vogliano i fumettari più incalliti, se dico che la narrazione è così coinvolgente che forse funzionerebbe lo stesso anche se disegnata da un bambino di cinque anni. No, questa volta l’ho sparata grossa, la cazzata. Cercavo di trovare una frase a effetto tipo quella di Ammaniti su Lansdale, e cioè che bisognerebbe imparare a leggere solo per il gusto di leggere i romanzi dell’autore texano.

Vabbé, il senso è quello: con questo volume sui morti che camminano Robert Kirkman ci convince. Ciò che stiamo leggendo è una vera e propria epopea zombesca.

Questa puntata, in particolare mette a fuoco un aspetto tipico dell’animale uomo: la sua capacità di “sovrarazionalizzare” i propri istinti fino a farli diventare sentimenti. L’amore, per esempio: quello che ci sforziamo di credere che sia per sempre, quello che si dimentica, quello che si costruisce, quello che ci rovina, ci delizia, ci fa scomparire o emergere nel lago delle nostre esistenze.

Walking Dead, i morti che camminano: verrebbe facile dire che i veri morti a camminare siamo noi e non loro, gli zombie. Ma l’ennesima cazzata è presto evitata: il mondo di questo fumetto è talmente verosimile che ci si sforza di tenere delimitato bene il confine tra noi e loro. Tale è l’immedesimazione che ci si convince di questo per forza di cose, per non impazzire come qualche personaggio ha già fatto, o forse perché l’estinzione, la fine della specie, in fin dei conti è qualcosa di molto più pauroso di una teoria o di una profezia dell’apocalisse scritta. E’ qualcosa che ti toglie ogni speranza. La cancellazione totale del senso della nostra persistenza sul pianeta.

Ah, eccola un’altra caratteristica tipica della bestia uomo: la presunzione di essere necessari e indispensabili. Non è detto che alla fine saremo noialtri a spuntarla. Prima o poi, tanti saluti e tante belle cose, homo sapiens. Ma non c’è da meravigliarsi, su cosa debba o non debba essere necessario e indispensabile abbiamo fondato le nostre esistenze. Sul bisogno abbiamo (O hanno? Chi, poi?) regolato le nostre vite.

Aveva ragione il vecchio Zio Billy Burroughs, quando diceva: “The face of evil is always the face of total need”. Sante parole.

Bologna, Interzona

Posted on Marzo 16th, 2009 in Emersioni, Megafono | 3 Comments »

Nella preparazione di un intervento per la prossima uscita di Next Station 2.0, sto rispolverando le vecchie pagine dello Zio Billy, autore di quella bibbia (im)possibile che è il Pasto Nudo. Brandelli di realtà per bocca del dott. Benway, frammenti di un continuum che con-fonde passato presente e futuro.

Nel delirio del venerabile Zio, ho visto Bologna nelle vie di Annexia, Città Nuda:

Nessuno osava mai guardare in faccia gli altri a causa delle severe leggi contro le molestie, sia di natura verbale che no, per qualsivoglia scopo, sessuale o di altro genere. Tutti i caffè e i bar erano chiusi. Si poteva ottenere alcolici soltanto con un permesso speciale e gli alcolici così ottenuti non potevano nessere né venduti né regalati né in alcun modo dati ad altri; la presenza di altri nella stanza era considerata una prova prima facie di cospirazione nel passaggio di alcolici ad altri.

Banale analogia o deriva possibile?

A nessuno era permesso chiudere a chiave la porta e la polizia aveva dei passe-partout per ogni stanza della città. Accompagnati da un sensitivo, gli sbirri irrompono nell’alloggio di chiunque e cominciano a cercare.

Adesso che lo Sceriffo sta per deporre la sua stella di latta, tutto può succedere.
Urla l’elettorato moderato - Ma va là, deliri di una checca tossica! Falsi profeti, false profezie.
E no, signori miei, William Seward Burroughs non ha visto il futuro, ma ci ha messo in condizione di leggere sopra, sotto, fuori e fra le righe del continuum. Forse, dopo tutto, la Storia è solo una brutta Scimmia.