Stanley Kubrick e l’establishment

Posted on Marzo 5th, 2010 in Emersioni, Megafono | No Comments »

Intervistato da Michel Ciment negli early 80’s su Arancia Meccanica (intervista riproposta parzialmente in coda al volume dell’edizione einaudiana dell’omonimo romanzo di Anthony Burgess), Stanley Kubrick afferma:

“Penso che l’establishment vada tenuto sotto controllo, e che dobbiamo tenerci pronti a lottare contro di esso. Ma non nutro certo l’impressione utopica che, distruggendo le istituzioni sociali, emergerebbe nell’uomo la sua bontà originaria. Uno dei problemi sociali da risolvere oggigiorno (ieri-giorno come domani-giorno, NdBHS) è in quale modo chi detiene l’autorità possa mantenerla senza diventare repressivo; come ridare alle persone fiducia nelle leggi e nella politica in quanto soluzioni possibili ai problemi sociali”.

Ammetto che rispolverare e bearsi delle parole del mostro sacro è facile e forse vigliacco, ma in tempi bui ogni fonte di luce è un mezzo sole.

Ora pensiamo al nostro, di establishment: controllo prossimo a zero, possibilità di lotta soffocate, repressione dolce e fiducia nella politica e nelle leggi in piena evaporazione a causa di aderenza pressoché esatta con la Personalità di un unico attore/agente.

C’è di che stare allegri.

Ma cerchiamo di ragionare, e di non piangere i soliti proclama funebri e di sventura che, l’abbiamo capito, non portano a un emerito cazzo.

Arancia meccanica - libro e film alla stessa maniera - anticiparono la deriva thatcheriana d’Albione e qui, in cerca di via d’uscita da una situazione a dir poco soffocante, la domanda nasce lubrianamente spontanea: come fece la Lady di ferro ad arrugginirsi e a farsi da parte?  Introducendo la cosiddetta pool tax, calcolata in base a ogni singolo cranio del Regno Unito. Scelta impopolare. Da lì sciopero fiscale di massa, emarginazione da parte del suo partito e tanti saluti.

Credete sia possibile oggi una cosa del genere nella nostra terra desolata?

I movimenti di massa sono belli che rincoglioniti, ma le spallate degli alleati continuano ad avere un loro peso. Triste, triste, scenario.

Credo proprio di non aver ancora risolto il cortocircuito che si annida tra le mie sinapsi.

Un filo

Posted on Marzo 3rd, 2010 in Appunti, Emersioni, Grammofono | 2 Comments »

Durante il mio percorso dissestato di lettore, qualche volta mi capita di agguantare qualche filo che finisco per seguire nella macro-matassa letteraria. Ce n’è di piccoli e trasversali a diversi luoghi espressivi, altri scoperti dopo averne percorso, a mia insaputa,  già un bel pezzo, altri ancora suggeriti, alcuni agganciando un libro a un altro, come accade tirando fuori dal cesto le ciliegie, e infine non c’è il filo, ma una cima; e cioè quando hai l’impressione di aver pescato un pesce talmente grosso che non sai se riuscirai a tirarlo in barca.

Stronzate da “vecchi e il mare” a parte, ho acchiappato un filo veramente chilometrico: narrativa e musica. Ultimamente me la ritrovo sempre tra le orecchie e gli occhi, la musica; tra gli ultimi rintocchi della campana: ho ripreso fra le mani In fondo al nero, una vecchia antologia Urania curata da Gianfranco Nerozzi, ho comprato dopo anni di esitazione Metallo Urlante di Valerio Evangelisti e Arancia Meccanica di Anthony Burgess, incuriosito anche dal passato di compositore dell’autore. E poi, in questo momento, ho giusto piantati tra udito e vari strati di corteccia i blues di Hugues Pagan. Nell’ultimo anno ho pure seguito le fughe musicali di Nick Chianese, impegnato a suonare la batteria con in mano la penna mia e Sir John Van Matthews, giusto mentre pizzicavo Phil Dick a suonare la musica del dopobomba assieme a Kim Gordon.

Forse un’ossessione latente, più che un semplice percorso di lettura-ascolto, più o meno programmato.

Intuisco un legame indissolubile, che non sta solo nella condivisione del mezzo “parola”, ma fonda la sua peculiarità sull’arte di raccontare storie, affabulare, colpire, stordire e spingere al ragionamento, all’associazione e alla creazione di idee.