Moorcock’s Caos

Posted on Gennaio 19th, 2010 in Emersioni, Grammofono | 2 Comments »

Sull’edizione italiana di Rolling Stone di questo mese, c’è una breve ma succosa intervista a Michael Moorcock, in cui - obviously, vista la sede dell’intervista - si parla dei trascorsi musicali del nostro come mente-guru degli psycho-rockers Hawkwind, e anche di Ladbroke Grove, la via di Londra dove si affacciarono anche i The Clash e New Worlds, la formidabile rivista su cui imperversò anche Jimmy Ballard, grande amico dell’M.M. creatore di Elric e di Jerry Cornelius.

Anche se, al momento, non ho una grossa esperienza della produzione narrativa di Moorcock, certo non si può negare che sia uno scrittore d’esperienza e d’inventiva (ha praticamente rivoltato come un calzino il Fantasy), e che ne abbia visto di ogni nell’attraversare il vecchio secolo fino ad arrivare al nostro, del quale da poco abbiamo salutato (o forse mandato a qual paese) gli anni zero.

Detto ciò, ho idea che abbia ragione quando risponde così all’ultima domanda posta dalla sua intervistatrice, Ilaria Ravarino:

Immagini che il Campione Eterno dei suoi romanzi si affacci sul nostro mondo. Ci porterebbe legge o caos?
Ho sempre preferito l’equilibrio fra i due poli, ma in questo momento non ho dubbi. Avremmo più bisogno di caos, e molto, molto meno di ordine.

Elric for president?

Favola ballardiana

Posted on Luglio 1st, 2009 in Emersioni, Rassegna stampa | 1 Comment »

Da Repubblica.it:

Si chiama Katrina Burgess e la sua storia sta facendo il giro del mondo. Una storia finita bene che ha assunto i contorni di una favola. Katrina, di professione modella, ha rischiato di morire a causa di un incidente automobilistico. Finita con la vettura in un fossato nel Somerset ha riportato gravi lesioni alla schiena e alla colonna vertebrale. La chirurgia ha fatto il resto: Katrina oggi è una delle modelle più ambite (in parte anche per la sua incredibile storia) e lavora grazie a 11 chiodi al titanio che contribuiscono a mantenere attiva e a sostenere la colonna vertebrale.

* * * 

La “favola” l’avrebbe potuta scrivere J.G. Ballard. Le sue intuizioni continuano a essere un centro di gravità della quotidianità dei media. Anche se il concetto di celebrità che permeava le pagine di The Atrocity Exihibition e di Crash è svanito da un pezzo: poche sono le concentrazioni durevoli di attenzione su una sola figura (vabbé, ci sono dei casi eclatanti, ma sono in gran parte personalità politiche): insomma, nessuna Jackie e nessuna Marilyn all’orizzonte. La celebrità è diventata un fantasma autonomo, libero di divorare il nostro immaginario. Mi chiedo dove ci porterà l’iperesposizione mediatica, cosa succederà quando varcherà il confine dell’oblio subcosciente. 

Nonostante il fluire del tempo - e il lento mutare dello scenario - il punto di vista di Ballard rimane senza alcun dubbio attuale, solo attutito dal rumore di fondo.

“Quale nuova algebra sarebbe stata capace di dare un senso a tutti questi elementi?” 

Delos 115 su Jim Ballard

Posted on Giugno 11th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, From Other Sites | 3 Comments »

E’ online il nuovo numero di Delos, con uno speciale su James G. Ballard. All’interno, l’articolo scritto a quattro mani con Giovanni De Matteo in occasione della visione del film The Atrocity Exihibition presso il cineforum milanese di Jarok

Intanto, a completare le riflessioni contenute ne L’algebra del cielo interno, giunge un feedback di Lanfranco Fabriani, che ringrazio: ”Tra i vari simboli citati, viene saltato (o forse incluso per brevità nella Terza Guerra Mondiale) il Pilota del Bombardiere e l’Enola Gay, che vengono citati ripetutamente. In effetti è tutto lì. Senza Hiroshima, TAE non potrebbe esistere. E forse, a prescindere da tutti i racconti e i romanzi del post-catastrofe dove il mondo viene dalla fantascienza immaginato distrutto, ma in cui non si fa mai i conti con le due città interamente cancellate e si tenta di continuare come si è sempre fatto, TAE è uno dei pochi esempi di un autore che si sia posto il problema di come si possa continuare a scrivere dopo Hiroshima e Nagasaki”.

Giusto, anzi giustissimo. Ma all’epoca della stesura, e trattandosi di un’introduzione alla visione di un film, ci siamo concentrati sulla fascinazione mediatica dell’opera; e infatti Giovanni scrive: “La tematica dell’apocalisse è presente, ma nel passaggio al video perde la propria centralità in favore del gioco di specchi con il mondo dei mass media. Almeno a nostro avviso. E ci affascinava l’immagine dell’intersezione tra il sistema dei media e il nostro sistema nervoso”. Ciò non toglie che TAE è uno degli esempi migliori di letteratura del “dopo bomba”. 

Ne approfitto per ringraziare anche Carmine Treanni per aver concesso nuovo spazio all’articolo.

The Dark Tower, part I & II: inner frontier

Posted on Giugno 9th, 2009 in Connettivismo, Emersioni, Fantascienza, Megafono | 2 Comments »

Ci sono dei libri che dovrebbero essere letti a prescindere. Non sempre, però, se ne ha l’occasione: nella migliore delle ipotesi finiscono in fondo alla libreria, nella peggiore, nel cassetto dei buoni propositi mai realizzati. Altre volte - per fortuna - capita l’occasione che ti apre le porte alla lettura.

E’ quello che mi è successo con La torre nera di Stephen King.

L’occasione è stata la pubblicazione dell’adattamento a fumetti della Marvel, opera di Peter David e Jae Lee. Bellissimo, davvero, impressionante. Ma non potrei mai andare avanti nella lettura delle tavole senza aver letto tutte le avventure di Roland di Gilead. Così ho preso in blocco tutti e sette i volumi della serie e mi sono immerso nella lettura. 

Ho sempre trascurato quest’autore, leggiucchiandolo qua e là, vuoi per cretineria adolescenziale (avete presente quando vedi tutto in bianco e nero: merda e oro, e quello che vende di solito rientra nella prima categoria), vuoi per pigrizia. Anche se, se non ricordo male, il primo contatto con la fantascienza è stato proprio grazie a King, con The Running Man, distopia orwelliana scritta sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. Poi a distanza di anni lessi Colorado Kid e On Writing. Dei più acclamati romanzi del Re (tipo IT e Shining) non ne ho letto neanche uno, smozzicando gli adattamenti cinematogrefici o per la TV. 

Con i primi due volumi della Torre Nera, posso tranquillamente affermare che mi sono definitivamente ricreduto su King. Ed è stata una conversione sul campo. L’ultimo cavaliere è una puntata un po’ incerta, scritta da un ancor giovane King, ma getta basi solide per il prosieguo della narrazione. Con La chiamata dei tre invece è già palese la caratura dell’opera: un vero e proprio atto d’amore verso i “generi” di letteratura (un tempo)popolare: western, fantascienza, horror, noir e, perché no, anche rosa. Davvero, all’appello non ne manca nemmeno uno . 

Parafrasando Ballard, per The Dark Tower potremmo parlare di Inner frontier, la frontiera interna: ovvero, dove finisce il sogno epico, romantico e mitico che da Omero discende fino all’alba del ‘900 scorso e iniziano i canti di paranoia e alienazione dell’uomo moderno. C’è tutto l’incanto e il sense of wonder dei racconti orali e del fantastico più tradizionale, mischiato all’introspezione da romanzo psicologico e al pastiche postmoderno. Ben oltre la frontiera intesa come scenografia del mito: una vera e propria frontiera letteraria.

E il bello è che è tutto molto spontaneo. Non c’è niente di cervellotico, puro intrattenimento. Già, perché questa è sempre stata la vocazione di fondo della letteratura di genere. Se smettessimo di spararci enormi pipponi sulla morte di questo o quel filone, su complotti editoriali, sette, congreghe, logge e compagnia bella, forse ci renderemo conto che non c’è da tirar fuori nessun valore aggiunto o relativo per legittimare questo tipo di letteratura: c’è un valore assoluto che emerge da solo nelle opere degne di nota, ed è una specie di miracolo dei bassifondi: dalla massa di spazzatura (o presunta tale) nascono alberi carichi di frutti. 

Fascisti su Marte

Posted on Aprile 21st, 2009 in Emersioni, Megafono, Rassegna stampa | No Comments »

A pensare alle satiriche gag di Corrado Guzzanti viene sempre da ridere, meno se si legge l’articolo del Guardian che da un po’ di giorni fa il giro del web, creando polemiche sparse qua e là. Fra poco arriverà anche il consueto spreco del 25 aprile, che da giornata della memoria della Liberazione, passerà invece con tutto il codazzo di parole e stronzate assortite.

A tal proposito, ricercando materiale sul compianto J.G. Ballard mi sono re-imbattutto in una sua vecchia intervista del 2006 su XL in cui, incalzato da Valerio Evangelisti, lucidamente osserva:

Pensi che oggi ci sia veramente la minaccia dal fascismo? Dal libro sembrerebbe di sì.
«Non penso che il tipo di fascismo che sta per arrivare sia quello anni ‘30. Non ci saranno stivali militari, Führer che strepitano, niente Sturmtruppen. Non sarà quel tipo di fascismo. Sarà un fascismo da tv, molto light, se è chiaro cosa voglio intendere. Il nostro Führer non sarà come Hitler, sarà più come uno show pomeridiano. Mi pare che voi in Italia abbiate tentato di avvicinarvi un po’ a questo modello con Berlusconi».

Sì. Cosa pensi di Berlusconi?
«Molti commentatori hanno detto: quando Berlusconi era primo ministro c’era un nuovo tipo di fascismo all’orizzonte. Controlla tutte quelle emittenti televisive, tutti quei quotidiani, ecc. Io non so se tutto questo sia vero, ma forse qui c’era l’inizio di qualcosa, l’uso dei mezzi di comunicazione di massa per un nuovo tipo di politica emotiva. Perché questa è la chiave di tutto: le emozioni. Blair lo ha dimostrato. Le emozioni sono sempre con noi. Non pensate mai: è un errore pensare. Usate solo le emozioni. La gente è così [...]».

Dove sta la verità?
Nelle  parole di Ballard, certo, ma anche nella semplice distinzione tra teoria e pratica, un’operazione di buonsenso che ci porterebbe a pensare: l’Italia è in teoria un Paese democratico, nella pratica no.

Soluzioni possibili?
Disintossicarsi dall’antiberlusconismo, come scrive oggi sul suo blog Gery Palazzotto, potrebbe essere utile a uscire dal circolo vizioso. Ma non basta: è fondamentale trovare (troverne di nuovi, riappropriarsi dei vecchi) strumenti per guardare la realtà quotidiana, per avere una visione - non grandangolare, distorta - ma finalmente d’insieme.