I reietti dell’altro pianeta

Posted on Agosto 21st, 2011 in Classici, Fantascienza | No Comments »

Dispossessed. An ambiguos utopia, capolavoro di Ursula K. Le Guin del 1974.
Due pianeti opposti e satelliti uno dell’altro: Anarres e Urras, il primo abitato da una colonia di anarchici, il secondo popolato da ipercapitalisti. Quando la luna si alza nel cielo, da tutti e due i punti di vista, appaiono i fantasmi del diverso, dell’incomprensione, del pregiudizio. Shevek, un fisico anarresiano, decide di sbarcare sulla luna, che poi è il posto da cui sono fuggiti i suoi oppressi antenati. Il romanzo racconta di questo viaggio, dell’antropologia dei due pianeti, della contrapposizione tra individuo e società, delle straordinaria capacità dell’essere umano di creare gabbie, prigioni e muri anche quando sembra non esserci la necessità e/o la possibilità.

Nelle righe che seguono, a parlare è proprio Shevek, rivolgendosi a una folla di reietti di Urras in rivolta. L’edizione da cui è tratto il brano quella Nord del 2007. La traduzione è di Riccardo Valla.

* * *

È la nostra sofferenza che ci porta insieme. Non è l’amore. L’amore non obbedisce alla mente, e diventa odio quando viene forzato. Il legame che ci unisce è al di là della scelta. Noi siamo fratelli. Siamo fratelli in ciò che condividiamo. Nel dolore, che ciascuno di noi deve soffrire da solo, nella fame, nella povertà, nella speranza, conosciamo la nostra fratellanza. Lo sappiamo, perché abbiamo dovuto impararlo. Sappiamo che il solo aiuto per noi è quello che ci diamo reciprocamente, che nessuna mano ci salverà se non tenderemo la mano. E la mano che voi tendete è vuota, come la mia. Voi non avete nulla. Voi non possedete nulla. Voi non siete proprietari di nulla. Voi siete liberi. Tutto ciò che avete è ciò che siete, e ciò che date.

[...]

Non potete prendere ciò che non avete dato, e dovete dare voi stessi. Non potete fare la Rivoluzione. Potete soltanto essere la Rivoluzione. È nel vostro spirito, oppure non è in alcun luogo.

Scatole siamesi

Posted on Agosto 5th, 2011 in Drowned Words, From Other Sites | No Comments »

Per dirla con Primo Levi, esiste una “zona grigia”, un luogo dove la morale è tutt’altro che manichea e regna la legge della sopravvivenza e la complessità degli eventi. Khong, il protagonista di Scatole siamesi, vi appartiene: né buono né cattivo, né eroe né antieroe, è uno “sbirro moderatamente corrotto” che si muove in una Bangkok futura, dalla quale ci separano poco meno di cinquanta anni.

Fabio Novel disegna uno scenario credibile e verosimile, dentro il quale spy story, thriller e fantascienza si incastrano in un mosaico omogeneo [Continua su ThrillerMag].

L’uomo che cadde sulla terra

Posted on Luglio 20th, 2011 in Classici, Fantascienza | 4 Comments »

Nella scena che segue l’individuo davanti lo schermo televisivo è Newton, L’uomo che cadde sulla terra da un altro pianeta e finì nelle pagine del libro di Walter Tevis.

Dall’edizione Oscar fantascienza, 1990. Traduzione di Ginetta Pignolo. Il romanzo si può facilmente reperire nell’edizione Minimum Fax del 2006, collana Minimum Classics, sempre tradotto dalla Pignolo.

* * *

[...] Poi toccò un pulsante dell’apparecchio televisivo. Forse trasmettevano un western…

Il grande quadro dell’airone sulla parete opposta cominciò a svanire. Scomparso del tutto, fu sostituito dalla testa di un bell’uomo con l’espressione studiatamente grave che uomini politici, guaritori e predicatori imparano ad assumere. Le labbra si muovevano senza emettere suoni, mentre gli occhi erano fissi in avanti.

Newton alzò il volume. La testa acuistò voce. – … alla guida del mondo libero, dobbiamo prepararci alla lotta da uomini, e affrontare le sfide, le speranze e i timori del mondo. Dobbiamo ricordare che gli Stati Uniti, qualsiasi cosa dicano i nostri detrattori, non sono diventati una potenza di second’ordine. Dobbiamo ricordare che la libertà avrà il sopravvento, dobbiamo…

Improvvisamente Newton capì che l’uomo che parlava con l’eloquenza di chi non ha speranze era il presidente degli Stati Uniti. Premette un pulsante, e apparve una camera da letto con un uomo e una donna in pigiama che si scambiavano fiacche battute sul sesso. Premette ancora il pulsante sperando in un western, un genere che gli piaceva. Ma sullo schermo apparve un documentario propagandistico, finanziato dal governo, sulle risorse e le virtù degli americani. Si vedevano immagini di bianche chiese del New England, uomini al lavoro ( in un gruppo c’era un nero sorridente) e alberi di acero da sciroppo. Recentemente quel tipo di filmati erano sempre più frequenti e, come tante riviste popolari, sempre più sciovinisti, sempre più impegnati nella fantastica menzogna che l’America era, nonostante tutto, una nazione fitta di piccole cittadine timorate da Dio, di efficienti metropoli, di sani lavoratori, di medici umanitari, di massaie miti, di milionari filantropici, ed era soprattutto un paese che aveva la meglio su tutte le contestazioni.

Mio Dio – esclamò a voce alta – che razza di spaventosi edonisti e autolesionisti. Bugiardi! Ipocriti! Stupidi!

Premette ancora il pulsante, e sullo schermo apparve l’interno di una sala da ballo, con musichetta di sottofondo. Lasciò acceso e si mise a osservare il movimento dei corpi sulla pista da ballo, uomini e donne vestiti come pavoni che si stringevano muovendosi abbracciati al suono della musica.

E io cosa sono, pensò, se non uno spaventoso edonista autolesionista? [...]

Seminerio pop

Posted on Luglio 14th, 2011 in From Other Sites | No Comments »

[Una lettura del romanzo Il volo di Fifina di Domenico Seminerio]

Tra Borges e Pirandello, ci fanno sapere dalla casa editrice. Personalmente, vedo questo romanzo sotto una luce più pop e mainstream: quasi scritto da un Andrea Vitali trapiantato nella Trinacria centrale. [Il resto su Thriller Magazine]

Diciannoveottantuno

Posted on Giugno 10th, 2011 in Megafono, Racconti | 8 Comments »

Don’t you bother me, not anymore
I can’t take this tale, oh, no more
It’s all around, Jimmy Jazz
The Clash

Per Graham Mellor è un giugno di merda, senza ombra di dubbio. Le escursioni termiche che lo tormentano gli fanno rimpiangere il fresco serale della sua hometown oltremanica. E dire che in redazione aveva fatto carte false per farsi mandare in Italia, compreso un corso per imparare la lingua.
Insomma, aveva mostrato il sederino al caporedattore: «Ho amici lì, boss».
«Davvero?»
«Sul serio, niente vitto e alloggio in nota spese, promesso».
«Beh, Mellor, buon viaggio allora».
Quarantotto ore dopo era a Roma.
Un anno dopo è a Bologna. Alla stazione ferroviaria, per la precisione. Fa un caldo infernale. E il girone più incandescente è sul primo binario. All’appuntamento col Grande Capostazione, l’amministratore delegato della più grossa azienda nazionale di trasporti ferroviari, manca più di un’ora. Sarà l’ultima intervista per la sua inchiesta sul casino dell’Espresso 1981, partito proprio da quella stazione la notte in cui sorvolò la Manica in direzione del Belpaese. 11 giugno 2011, vigilia di referendum. Due giorni dopo avrebbe spedito in redazione il suo primo articolo da inviato all’estero.
Che cazzo di storia, quella del Diciannoveottantuno.
Tre mesi interi a intervistare il maggior numero possibile di passeggeri di quel treno. Dopo l’ultima intervista – fra tre ore, minuto più, minuto meno – Graham sogna di cominciare a sbobinare il materiale in una vasca piena di ghiaccio.
Intanto s’accontenta della sala d’aspetto. Prende posto giusto davanti alla cicatrice procurata al muro dalla bomba dell’80. Rimane così, in apnea per qualche minuto, a fissare la gente che passa dietro la lastra di vetro che copre il crepaccio. Poi si decide ad aprire il laptop. Collega le cuffie e ascolta spezzoni delle interviste già raccolte.

Leandro Ciparella, 26 anni
Che nottata, compare mio, e che viaggio! Scendevo in Sicilia per votare. Treno straordinario, sai com’è. Vagoni al limite del carro bestiame. Non eravamo pochi. Parecchi pure senza biglietto. Mai vista tanta gente su un binario, manco alle feste comandate, quando anche il più ateo e iconoclasta dei terroni ritorna a casa con lo stomaco aperto e i denti ben affilati. Capisci, no? Insomma, tutti pronti, chi per un motivo chi per un altro. Poi l’altoparlante annuncia che il nostro treno viene soppresso. Hai presente quelle voci metalliche… Ma da voi, che dico, alla Regina negli altoparlanti magari ancora ci piacciono le voci di gentleman veri e non di cartone.

Jimmy Jazz, 46 anni
Oh, ma veramente vuoi che ti racconti ‘sta storia? E Jimmy te la racconta. Abito in piazza delle Medaglie d’Oro, d’abitudine. Ma non in una casa, è chiaro. Nella piazza proprio. Sai, non sono uno tanto schizzinoso. Dormo seduto, pensa tu. Dormo seduto che così nessuno mi rompe il cazzo, a dirla tutta. Ma tant’è. Stavo proprio dormendo sul mio scalino. Quando mi vedo arrivare tutta sta gente. E tu che fai se, mentre stai sognando le meraviglie del Multiverso, decine di persone ti entrano in camera da letto? Ti svegli! Tutto un drappello di gente incazzata, tipo manifestazione, slogan e tutto il resto, è chiaro. Manco un minuto e sale sul mio scalino un vecchio, un vecchio più vecchio di Jimmy, davvero. Voce tonante, il nonno, e baffi a manubrio. Caccia un paio di urli e quasi tutti zitti. Poi dice, me lo ricordo come se fosse ora, Jimmy c’ha il cervello tipo Mecchintosh, è chiaro. Dice: «Tra venti minuti c’è il 1981, Bologna-Villa San Giovanni. Ce lo prendiamo. E lo guido io che i treni li ho guidati per trent’anni. Andiamo e ce lo prendiamo. È già sul binario. Niente violenza, niente risse. Fate scendere chi non vuole essere della partita. Mi pare ovvio che ci sarà una sola fermata. Fate i vostri conti. Il biglietto è gratis. Adesso andiamo. In silenzio e senza fare casino».
Pareva Mosè e io fui il primo a seguirlo, è chiaro. Cazzuto, il nonno. Dopo aver sfilato sotto gli occhi degli agenti della Polfer con la bocca aperta, vedo che Baffi a Manubrio tira fuori una pistola. Ti immagini Mosè con la pistola? Col mare che si divide e tutto il resto, è chiaro.

Francesca Losanto, 36 anni
È accaduto tutto così in fretta. Ero nella motrice. Mi occupavo delle pulizie a bordo. Anche se non mi spetta, un passatina alla cabina del macchinista la facevo sempre. Se non la facevo, mi sembrava di lasciare il lavoro incompleto, non so come spigarmi. Mi godevo il silenzio. Non ha idea di che vuol dire stare per ore e ore dentro un treno. M’ero seduta al posto di guida. Sognavo di essere la macchinista. Avevo gli occhi chiusi.
«Te ne puoi tornare a casa, collega». Disse proprio così l’anziano. Di spalle m’aveva presa per un macchinista. S’immagini lo spavento. Aveva in mano una pistola. Mi disse che non l’avrebbe usata, che era l’unica maniera per convincere chiunque si fosse trovato al mio posto. Cosa feci? Lei che avrebbe fatto al mio posto, l’eroe?

Giuseppe Franco, 71 anni
Sono un berlusconiano di ferro, questo ci tengo a dirlo. E lo scriva, lo scriva pure. E infatti ero in viaggio mica verso l’urna elettorale, ma verso casa. La questione del referendum l’avevo liquidata con un perentorio “menefrego!”. Volevo andare al mare, come disse il buon Bettino. Non facevo parte di quella banda di terroristi, insomma. Ero già sul treno 1981 munito di regolare tagliando. Seconda carrozza, posto 56. Posto a sedere che non ho lasciato per un solo istante, neanche quando lo scompartimento s’è riempito di comunisti bavosi. Anzi, se devo essere sincero, mi sono alzato una volta sola: quando siamo passati da Firenze. A tutta velocità. Sì, ho avuto una paura terribile. Paura che ci avessero deviato su un binario morto e che c’avessero messo sulla strada un vagone per bloccare la corsa del treno. Dal finestrino vidi solo una lunga fila di gente in là, sui primi binari, una lunga fila di comunisti con le trombette che festeggiavano e ci battevano le mani. Firenze, si sa, è un covo rosso. Altro che La Pira!

Francesca Losanto, 36 anni
Gli eroi, nella vita reale, muoiono. Altroché. Sa qual è la cosa che nessuno ha scritto? La scriva pure, che tanto m’hanno sbattuto fuori dalla ditta di pulizie. Ero interinale. Come cosa vuol dire? Ah sì, è straniero. Ma mi ascolti, mi ascolti bene. Scesi dal treno. Restai lì, come una statua, sul binario. Intanto la gente si accalcava nelle carrozze. Ce n’erano anche molti che scendevano. Il treno alla fine parte e dal finestrino della motrice si sporge l’anziano, che mi sorride e mi lancia la pistola. Io faccio un salto così dalla paura che esplodesse un colpo. E quella cade a terra. Ma non spara. La prendo in mano. È leggerissima. Di plastica. Tutto quello che hanno scritto non è vero, che era un pazzo terrorista, che era armato e che, alla fine, forse si è pure suicidato perché era braccato dalla polizia. M’ha pure sorriso. E i criminali non sorridono in quella maniera, mi creda.

Anteo Majorino, 23 anni
Poteva essere uno dei tanti pazzi che a quell’ora chiamano per lamentarsi dei cessi e dell’aria condizionata che non funzionano. Lavoro nel call center più infamato d’Italia. Mi pagano per essere mandato affanculo quattro ore al giorno, esatto. L’ho ricevuta io la chiamata. Guardi, so pure fare l’imitazione della voce, l’ho ripetuta miliardi di volte: «Sono il macchinista del 1981. Se non lo sai, ci siamo presi il treno. E non è uno scherzo. Di’ che basta che il treno faccia il percorso stabilito, senza scambi strani, fino a Villa. E andrà tutto bene. Diversamente, tutto quello che accadrà sarà per colpa loro. Io non mi fermerò prima di Villa San Giovanni».

Jimmy Jazz, 46 anni
Non sento un’adrenalina così dai tempi delle fughe dalle comunità di recupero, è chiaro, quando il cervello tipo Mecchintosh di Jimmy era un campionario di droghe, e saltavo le mura degli istituti manco fossi l’Uomo Ragno. Firenze e via, Roma e tutte le altre stazioni. E in ognuna mi sono immaginato teste di cuoio e teste di minchia super attrezzate che volevano farci il culo. Niente di niente. Jimmy arriva a Villa San Giovanni, come previsto. E ci arriva senza neanche sapere se quel posto esiste davvero, è chiaro. Scendo dal treno in cerca di Mosè, il mio Mosè cazzuto coi baffi a manubrio e la pistola. E lo vedo, ma solo per un attimo, confondersi nella folla che si dilegua in mezzo agli agenti di polizia schierati sul binario. Lo riconosco anche senza pistola. Per un attimo mi guarda. Punta i suoi occhi in quelli di Jimmy Jazz. E mi sorride, è chiaro.

Giuseppe Franco, 71 anni
Se ho votato? Glielo dico solo se spegne quel coso, il registratore. Ha spento, sì? Va bene, lo ammetto, ho votato. Tutti “No”, sia chiaro, ma ho votato.

Graham Mellor è finalmente a casa. Che poi è un buco da 200 euro al mese in un B&B. Non ha amici, in Italia. O meglio, nessuno che possa ospitarlo. Ha speso un pacco di soldi, altro che vitto e alloggio gratis. Ma nessuna nota spese potrebbe ripagare l’esperienza passata a indagare sul Diciannoveottantuno. Tutto sommato, gli italiani sono ancora capaci di grandi cose, se vogliono.
Sotto la doccia, Mellor ripensa alle dichiarazioni del Grande Capostazione: «Smentisco con forza le illazioni che vogliono la nostra azienda obbediente a un ordine, lo metta fra virgolette, un ordine del “palazzo” volto a non far partire un treno pieno di elettori».
Poi cerca di immaginarsi per bene la faccia del vecchio macchinista. Ma non ci riesce. Tutto quello che vede è un uomo di spalle, che si perde in mezzo alla folla di una città del sud Italia, gente che comincia una nuova giornata e che magari sta fantasticando sul terrorista che ha portato un treno a Villa, e in anticipo sull’orario previsto.

Bruce Sterling su social media e futuro della rete

Posted on Maggio 20th, 2011 in Megafono | No Comments »

Doppio prelevamento (Espresso->Lipperatura) di un’intervista al nostro.
Da quello che dice, c’è poco da stare allegri.

Hyper House

Posted on Maggio 11th, 2011 in Connettivismo | 2 Comments »

Un grande in bocca al lupo a Zoon, che si è appena trasferito. La casa, manco a dirlo, è aperta a tutti.

Hanno tutti ragione

Posted on Maggio 4th, 2011 in Drowned Words | No Comments »

Tony Pagoda è un cantante napoletano di successo, mezzo Sinatra e mezzo Apicella. E un uomo di merda: cocainomane e assassino, sfiora gli ambienti della camorra con la stessa naturalezza propria di un bambino ai banchetti del gelato al parco. Con queste credenziali, non sfigurerebbe neanche in un romanzo di James Ellroy.

Il libro dov’è finito è invece quello di Paolo Sorrentino, Hanno tutti ragione. Una storia che non ha niente a che fare con Los Angeles, sbirri corrotti e scazzottate hard boiled, anche se Alberto Ratto, il mentore di Tony in esilio esistenziale e ventennale in Brasile («Non so sulla dell’Italia. Sono fermo al 1980. Mi ricordo che prometteva bene Bettino Craxi») mena le mani con perizia ed è più ammanicato di Hoover.

Narrazione fluviale e in prima persona, grossa e grassa, iperbolica. Un flusso di cattiva coscienza. Il miracolo letterario sta nel riuscire ad inserire, raccontanti da un protagonista con un ego così ingombrante, ritratti di altri personaggi memorabili come il succitato Alberto Ratto, il maestro Mimmo Repetto, Beatrice, Titta Palumbo, Jenny Afrodite e Fabietto, «sorriso da vampiro in congedo», che ricorda proprio un certo Silvietto.

Tony - che in un’altra incarnazione, quella del film L’uomo in più, di cognome faceva Pisapia - è un maestro nel pontificare sentenze sulla vita: ne produce una tale quantità da risultare amabilmente fastidioso. Spesso le spara ad minchiam, ma sono più quelle in cui ci prende in pieno e regala spaccati e fotogrammi degni di nota, come in questo autoritratto felino: «Sentirsi come i gatti, che vivono beati perché non se ne fregano un cazzo di nessuno, badano solo alla ricerca della loro posizione perfetta e soddisfacente sul territorio. Per questo sono così odiosi i gatti. Hanno risolto il problema senza neanche conoscerlo. Un privilegio inaccessibile agli esseri umani».

E a questo punto sono curioso di vedere la vicenda di Cheyenne, rock star in declino, in This Must Be the Place, l’ultimo film del regista/scrittore napoletano.

Il predellino

Posted on Marzo 29th, 2011 in Racconti | 4 Comments »

Salgo sul predellino e considero la situazione.
Novembre, ponte Tutti-i-Santi-Morti. Ogni occasione è buona per tornarsene a casa. Autostrada A3, Salerno-Reggio Calabria, direzione sud. Il tratto è quello tra Cosenza e Altilia. Ho spento il motore, come tutti. L’incolonnamento che si è formato è immenso; volgendo gli occhi indietro me lo immagino per chilometri e chilometri: un serpente che ha la sua coda incastrata nel casello di Casalecchio e la testa schiacciata giusto una manciata di automobili davanti la mia.
C’è stata una frana. E un tamponamento.
Mi gira la testa, sul predellino.
Penso che al posto di quella familiare sommersa da terra, fango e roccia potremmo esserci io e mia moglie.
«Allora, che è successo?»
Abbasso la testa e la infilo nell’abitacolo: «Una frana e un tamponamento», dico.
«Merda».
Mentre lei si sporge sul posto di guida, io ritorno su per continuare la cronaca del disastro.
«Ci sono i mezzi di soccorso. I pompieri, più in là un’ambulanza, un paio di pattuglie della Stradale».
«Ci sono morti?»
«Spero di no, ma è molto probabile».
Aguzzo lo sguardo. Vedo un pompiere andare verso lo spartitraffico. Lo prende a calci, stacca un catarifrangente, si dispera. Subito dopo viene oltrepassato da un suo collega. Tiene in braccio un fagotto dal quale scivola via una linea rosa.
È il braccio di un bambino.
Torno dentro l’abitacolo.
«Che c’è? Che hai visto?»
«Niente».

Quando ritrovo il coraggio di risalire sul predellino s’è già fatto buio. Non è passato molto tempo. Merito dell’ora solare. Una pioggia sottile bagna il serpente di metallo e gomma.
«Che fai? Non vedi che sta piovendo?»
«Un attimo».
C’è un lampeggiante che non mi torna. Non sta davanti a me, sul luogo del disastro, ma dietro.
Scendo.
«Dove vai, oh?»
«Aspe’, torno subito».
Risalgo il serpente.
La squama che cerco non è lontana.
È un’auto “blu”.
Mi fiondo sul finestrino posteriore. Ci passo sopra con la mano a mo’ di tergicristalli. Le gocce che ho portato via rivelano un profilo fin troppo conosciuto.
Subito dopo scende l’autista e, dall’altro lato, uno della security.
«Che cazzo stai facendo?»
Non li cago. Cerco gli occhi della Personalità. Li trovo solo per un attimo.
Intanto i due mi spingono e mi strattonano.
Alzo le mani in segno di resa. Mi allontano.

Di nuovo in macchina con mia moglie che esige spiegazioni che non riesco a fornirle.
Ho la mente occupata.
Penso di tornare sul predellino.
Potrei tenere un discorso.
Arringare il Serpente a cambiare pelle.
Servirebbe a qualcosa?

Anatra all’arancia meccanica

Posted on Marzo 28th, 2011 in Drowned Words | No Comments »

Anatra all’arancia meccanica è una raccolta di racconti di Wu Ming - alcuni già editi altri no - che coprono tutto l’arco temporale degli Anni Zero. Un’iperbole narrativa che smonta immaginario, linguaggio e storia di un decennio.

Un’ottima compilation. 16 tracce di un concept album che alza le barricate appena sotto le meningi che proteggono cervelli annichiliti da dieci anni di elettroshock somministrato a bassa ma continua – e per questo ancora di più insidiosa - frequenza. L’apocalisse sussurata del collettivo bolognese.

Nell’introduzione Tommaso De Lorenzis traccia una guida utile all’orientamento in questa terra desolata, sottolineando la totale assenza di catastrofismo da supermarket, visioni consolatorie e speranze a buon mercato: “I protagonisti di questa pagine sono dentro le cose, immersi fino al collo nel disastro collettivo, concentrati per far bene quello che devono fare, testardamente indisponibili ad assecondare le inique, rovinose meccaniche dello status quo. Si guardano intorno per rimediare il granello di sabbia dai inserire nel congegno distruttivo, il brandello di vita da opporre all’entropia, il percorso che li allontani da luoghi divenuti prigioni a cielo aperto. Malgrado tutto, restano nomadi e narratori. […] Dopo vicissitudini e traversie, trovano sempre la forza per continuare a calcare la strada e il fiato per raccontare un’altra storia. […] L’obliquità dei loro punti di vista diventa la risorsa d’un punto di fuga, mentre la capacità di guardare trasmuta nella possibilità di sottrarsi”.

La tracklist scorre spedita nella prima parte a botte di ultraviolenza letteraria, per virare a circa metà del percorso su suoni che fanno riecheggiare gli accordi più intimi dell’animo collettivo.

Fra i primi possiamo annoverare Benvenuti a ’sti frocioni 3 e Tomahawk dove, con la scusa di un viaggio nel fantastico mondo nostrano del cinema e dell’editoria, dal finestrino del Freccia di Piombo si osserva un paesaggio agghiacciante: crateri aperti da case editrici poco avvezze alla letteratura e boschi fatti di pellicole innocue come tante bottigliette colorate, piene di sedativo. Sulla stessa curva iperbolica ci sono Pantegane e sangue e Canard à l’orange mécanique. Parodie hard boiled, con scene e personaggi di Hammett e Chandler scaraventati in un universo Disney dilatato, esploso e rivelato. La rivoluzione dell’immaginario, i complotti della restaurazione, doppi, tripli intrighi fra piani di realtà, un universo globale che ha perso le sue dimensioni (a tre, a due, a una?), l’epica bizneiana e occidentale presa a sassate. Lo zio Walt non avrebbe approvato ma, fino a qualche pagina dalla fine, si sarebbe divertito un casino. Magnifique.

La musica comincia a cambiare tonalità e accondi con Bologna Social Enclave (Come eravamo un istante prima di Genova 2001. Come siamo milioni d’istanti dopo. Allo stesso punto?), La ballata del Corazza , I trecento boscaioli dell’Imperatore e In Like Flynn. Ironia e satira sfumano, il sole del grottesco cala all’orizzonte e comincia il crepuscolo del reale. Siamo già nella seconda parte cui accennavo prima.

Nel blocco che parte da Gap99 e Mamodou (tra i migliori della raccolta, dotato di un montaggio magistrale), passa per American Parmigiano, Come il guano sui maccheroni (vagamente mathesoniano) e fino a L’istituzione-branco e Roccaserena, il quotidiano viene sminuzzato, ingurgitato e digerito. E per quotidiano non intendo il problema della quest giornaliera per il parcheggio, ma temi come l’esasperazione razziale, l’eutanasia, il lento implodere delle nostre città, le manie securitarie di certe amministrazioni.

In mezzo alla polla sguazzava un pesce rosso e Arzèstula, i due racconti di chiusura, ci portano dritti dritti dove la prefazione di De Lorenzis ci aveva promesso: negli ingranaggi della distopia che ci preme le ossa del cranio e alla consapevolezza che il mondo non è roba che può stare tutto in una scatoletta composta da un mucchietto d’ossa; anche se dalle fessure di cui è composta lo si può guardare e sentire per restituirlo col racconto.