Archive for the ‘Sguardi’ Category

Gorbaciof

Posted on Ottobre 21st, 2010 in Drowned Words, Sguardi | 1 Comment »

Gorbaciof, ovvero Le conseguenze dell’amore 2. Forse. In tutti e due il protagonista è Toni Servillo, la cui vita criminosa è sconvolta dall’amore per una donna. Si potrebbe anche dire che Gorbaciof è Le conseguenze dell’amore al contrario: lo status sociale e l’anima dei due Servillo amore funestati sono diametralmente opposti: Marino Pacileo è animato da tanto calore umano almeno quanto Titta Di Girolamo da una freddezza meccanica, uno è disgraziato quanto l’altro è ricco. A parte questo, e un certo prurito agli occhi che suggerisce il già visto, tra i film di Stefano Incerti e Paolo Sorrentino c’è di mezzo un abisso che rende il giochetto dei paragoni alquanto inutile.

In estrema sintesi, Gorbaciof è un lungo “assolo” di Toni Servillo. Gran parte dell’architettura del film è retta dalla bravura e dal talento cristallino dell’attore partenopeo. Il nome che da solo è capace di portarti al cinema, cosa rara nella storia recente della celluloide nostrana.

Ma non vorrei fare torto a Incerti, che comunque confeziona un buon film - una storia di solitudini ai margini della società, di ricatti e riscatti - solo con qualche faciloneria di troppo e pochi scossoni nell’intreccio.

Inception, uno sprawl onirico

Posted on Ottobre 11th, 2010 in Drowned Words, Sguardi | 1 Comment »

Tutt’altro che un un film facile, Inception. Non mi stupisce che Christopher Nolan ci abbia messo dieci anni a scriverlo: intrecciare i fili della vicenda di Dom Cobb - di professione estrattore di sogni, interpretato da Leonardo Di Caprio -  deve essere stato un lavorino niente male, per il regista londinese: per mantenere la coerenza narrativa ed evitare che lo spettatore si bruci il cervello appresso alla complessità del plot (sogni a scatole cinesi) ci vuole inventiva, esperienza e anche parecchio mestiere.

Nello sprawl onirico di Inception azione e dialoghi sono dosati alla perfezione, così come umorismo, sospensione e colpi di scena. In un film così, a farla da padrone è ovviamente il montaggio: serrato e, per fortuna, mai claustrofobico. Effetti speciali mai eccessivi nonostante l’alto budget a disposizione.

Certo la trama si sarebbe prestata a sviluppi ancora più interessanti, come l’approfondimento del rapporto tra sogni e morte o l’espansione del lato cyber-spy sulle connessioni economico-politiche tra corporazioni, ma va bene così: davvero non si può chiedere di più a una pellicola del genere che, alla successive occhiate, promette nuove suggestioni, ora seppellite dal sovraccarico emotivo della prima visione.

Senza ombra di dubbio, tra i migliori film del 2010.

Per chi volesse approfondire, c’è il mirabile articolo di Giovanni De Matteo su Delos.

Zombieland

Posted on Settembre 21st, 2010 in Drowned Words, Sguardi | 13 Comments »

Ruben Fleischer confeziona con Zombieland uno zombie movie divertente e dal ritmo serrato. La storia è molto semplice e raaconta di quattro sopravvissuti all’apocalisse dei morti viventi loro malgrado costretti a unire le forze: due sorelle truffaldine (Emma Stone e Abigail Breslin), un macho “nato per fare il culo agli zombie” (un Woody Harrelson spassosamente sopra le righe) e un nerd (Jesse Eisenberg) che è la voce narrante e il vero fulcro tematico della pellicola.

Perché Zombieland è l’epopea zombesca nerd: gli elementi costitutivi quali sceneggiatura, montaggio e colonna sonora, sono conditi da citazionismo a carrettate - oltre all’obbligatorio George Romero, persino Kubrick di Arancia Meccanica e Sergio Leone di Per qualche dollaro in più - divenendo tutt’uno col punto di vista del protagonista. In definitiva, un bella prova di coerenza narrativa, elemento di cui di solito i film etichettati come parodia non abbondano, di solito semplici catene di sketch demenziali. Da segnalare anche il cameo di Bill Murray, ghostbuster fatto di THC che acchiappa i fantasmi con l’aspirapolvere.

A questi poco più di 80 minuti di pellicola,  Fleischer vuole dare un seguito, anche se ancora non si conoscono i tempi esatti della lavorazione, date le notizie che vogliono il regista impegnato su più fronti, tra cui le commedie Babe in the woods e 30 minutes or less.

Howl

Posted on Settembre 16th, 2010 in Drowned Words, Sguardi | 1 Comment »

L’Allen Ginsberg raccontanto Rob Epstein e Jeffrey Friedman - registi e sceneggiatori di Howl (Urlo) - è Il Poeta della beat generation, quello con la “p” maiuscola: pioniere, guida e ispiratore di uno degli ultimi movimenti artistici che hanno lasciato il segno.

La pellicola è un misto tra reading filmico dell’omonimo poema, interviste rilasciate da Ginsberg e verbali del processo per oscenità aperto dopo la pubblicazione dello stesso per la City Lights Bookstore di Lawrence Ferlinghetti. In Howl, Ginsberg cantava l’epopea dei beat, le loro esperienze al limite tra droghe, amore, omosessualità, scrittura, isituti di igiene mentale, provocazioni pubbliche, strada e vita sincopata a ritmo di jazz.

Tra trip animati, ricostruzione storica e racconto appassionato, viene raccontato il Ginsberg prima figlio, poi poeta e infine essere umano libero. Il film può anche essere visto - nelle sequenze del processo per oscenità - come un legal thriller letterario, in cui le arringhe scivolano dalla critica letteraria alla lotta per i diritti civili primari, quali libertà di espressione e di stampa. La maschera profetica di Ginsberg per fortuna non invade troppo il campo, facendosi largo a suon di versi. La celebrazione avviene attraverso le parole e non solo attraverso la biografia. Meno male, il rischio di pisciare fuori dal vaso - e di suonare le trombe d’oro per Allen - era altissimo: per fortuna il duo Epstein & Friedman si tiene alla larga confezionando un film equilibrato.

James Franco fa rivivere sullo schermo il poeta che cantò “le migliori menti” della sua generazione, “che sognavano e aprivano brecce incarnate di Tempo & Spazio tramite immagini giustapposte”. Come giustapposte sono i fotogrammi del film a fotografie, parole e pensieri di un’epoca, quella dello strapotere yankee, che forse oggi aspettiamo alla sua ultima stazione, su un binario morto.

Draquila

Posted on Giugno 16th, 2010 in Rassegna stampa, Sguardi | 1 Comment »

Da repubblica.it apprendo delle dimissioni dell’assessore alle politiche sociali del capoluogo abruzzese, Giustino Masciocco: “La città subisce giornalmente una violenza sia essa amministrativa, politica, contabile, finanziaria. Per coprire i torti e le mancanze fatte a questo territorio, di fronte all’opinione pubblica nazionale, siamo spesso rappresentati come una massa di ingrati o di ‘menti fragili’ e rancorose. Non meritiamo questo. Né vogliamo che si nasconda dietro alle difficoltà della crisi economica mondiale la discriminazione che subiamo rispetto al trattamento di altri terremotati”.

Una città, dice Masciocco, “ostaggio del governo”.

Pochi giorni fa ho visto l’ex assessore in Draquila, il discusso film di Sabina Guzzanti. Non prendo parte alla discussione “Guzzanti sì, Guzzanti no” e vi dico che il documentario merita di essere visto, al di là di tutto. Mette in fila i fatti ed evita di speculare sulle sofferenze della gente che il terremoto l’ha vissuto sulla pelle. Una sconcertante galleria degli orrori: dal duty free del mattone alla sospensione della democrazia. Certo, un’inchiesta giornalistica coi fiocchi è un’altra cosa, ma in questi tempi afosi ogni spiffero diventa un respiro.

Nebbia sul ponte di Tolbiac

Posted on Giugno 2nd, 2010 in Drowned Words, Emersioni, Sguardi | 4 Comments »

Nestor Burma - di professione private eye - è la creatura post-Maigret di Leo Malet o anche il Philip Marlowe della Parigi a cavallo tra gli anni ‘40 e ‘50 del secolo scorso. Un’altra epoca? Può darsi. L’occupazione nazista e cosiddetto Regime di Vichy misero la Francia in ginocchio e la prepararono al gollismo. Gli scossoni e i rinculi storici di intere nazioni non sono di sicuro spettacoli mai replicati.

Malet fece girare la capitale francese a “Dinamite” Burma in lungo e largo rimestando, arrondissement per arrondissement (ne I nuovi misteri di Parigi), in una quantità di polvere, torbido e pioggia. Il non plus ultra del polar. Un nero concentrato di avventura, malinconia, ironia e morale fuori dallo status quo. Di tutta l’epopea burmiana Jacques Tardi ne adattò a fumetti quattro storie, aggiungendone un’altra scritta di suo pugno.

Il tratto di Tardi si sposa alla perfezione con la Parigi raccontata da Malet per bocca di Burma: la nebbia, le sfumature di grigio e la pioggia che avvolge i protagonisti di una sorta di struggente pietas anarchica.

Ed è proprio la militanza anarchica del personaggio e del suo autore a esondare sul ponte di Tolbiac, dove i morti ballano la loro danza: un insieme di movimenti evanescenti e un frusciare di veli dal quale non si riesce a staccare gli occhi.

I confini meridionali d’Europa

Posted on Maggio 24th, 2010 in Bassitalia, Sguardi | 3 Comments »

Prima di tutto, grazie al commendatore Moskatomika per aver segnalato questo video.

Scrivono i ragazzi che l’hanno relizzato (e a cui vanno i miei più sinceri complimenti): Statale 106 - Cronaca di un surf trip ai confini meridionali d’Europa è un documentario che ripercorre le tappe di un surf trip alla ricerca di onde lungo la costa jonica della Calabria. Partendo dallo storico spot di Bova Marina, Emiliano Cataldi, Valentina D’Azzeo e Leonardo Santini iniziano l’esplorazione dei beach break ed i reef disseminati lungo la costa. Nella prima parte, le immagini delle onde si alternano a quelle della quotidianità della regione, nella seconda parte irrompe la triste cronaca del dramma dei migranti del Mediterraneo. La voce narrante di Emiliano Cataldi è accompagnata dalla musica popolare dello storico gruppo dei Mattanza”.

L’occhio della telecamera fotografa una frontiera malinconica, in alcuni casi bella da fare male agli occhi, ma anche tragica. La voce dei naufraghi colpisce in profondità: ci si rende conto che quella del CPT è solo una tappa della loro terribile odissea. Impossibile rimanere indifferenti.

STATALE 106 - Cronaca di un surf trip ai confini meridionali d’Europa. from BDR on Vimeo.

L’uomo che verrà

Posted on Maggio 17th, 2010 in Drowned Words, Sguardi | 1 Comment »

Il 29 settembre 1944 le truppe della Wehrmacht guidate dal maggiore Walter Reder produssero uno dei più terribili massacri della Seconda Guerra: rastrellarono gran parte del territorio attorno a Monte Sole sull’Appennino bolognese, lasciandosi alle spalle più di 1800 vittime. Quegli avvenimenti sono passati alla storia come Strage di Marzabotto.

L’uomo che verrà, film diretto da Giorgio Diritti, racconta quei giorni dal punto di vista della gente dell’Appennino, contadini, persone umili per lo più, schiacciate dagli ingranaggi di una guerra che non volevano e di cui non comprendevano la ragione.

La regia di Diritti descrive quella tragedia con delicatezza morale, raccontando le vicissitudini di Martina - una bimba che dopo la morte di un fratellino ha deciso di smettere di parlare - e della sua famiglia di contadini. L’uomo che verrà è il nuovo fratellino di Martina, che nascerà proprio a ridosso della Strage e che la sorella cercherà in tutti i modi di strappare alla furia nazifascista.

Il mondo contadino è descritto con perizia quasi antropologica: usi, costumi, mentalità di quella gente cancellata dalla Storia non fanno che confermare che l’Italia rurale era una e una sola, da nord a sud. In questo senso, la Strage di Marzabotto appartiene al Paese intero, al di là di ogni ideologia e di ogni processo storico.

Quell’Italia - unita di fatto dai calli sulle mani delle persone, dalle loro speranze, dalla comune sete di sopravvivenza - non esiste più. L’uomo che verrà - il fratello di Martina - adesso avrebbe più di sessant’anni: chissà cosa ci racconterebbe sul futuro che ci attende.

Le tre sepolture

Posted on Marzo 25th, 2010 in Drowned Words, Sguardi | 4 Comments »

Era da un po’ che il DVD de Le tre sepolture gironzolava per casa, senza che mi decidessi a vederlo. A conti fatti, ne valeva proprio la pena, e resta il rammarico di non avergli dato una sbirciata prima.

Western moderno diretto da Tommy Lee Jones, uscito del 2006, acciuffa a Cannes i premi per la miglior sceneggiatura (Guillermo Arriaga) e migliore attore (lo stesso Jones). Storia di frontiera e amicizia, immigrazione e razzismo, raccontata con ritmi mutevoli - brusche accelerazioni e stupende frenate - pochi virtuosismi di regia, zero fronzoli, e con un uso sapiente dei flashback.

Un po’ di Leone e tanto Peckinpah, senza tuttavia citarli in maniera diretta. Soprattutto nella prima parte, il Texas che si vede è quello malinconico di Lansdale, una provincia americana sommersa dalla polvere, al confine con un altro mondo. Anche qui, come nei romanzi di Joe, tutto il mondo è paese e viene quasi da pensare che se prosciugassimo il Mediterraneo, noialtri potremmo vivere situazioni totalmente simili, compresi anche i landscape.

Bello vedere ambientata in Texas, che nell’immaginario collettivo è l’emblema della segregazione razziale, un’altra prova di forza contro il razzismo. Il nostro immaginario nazionale ci impone invece la padania (la minuscola è d’obbligo) - impegnata in film squinternati e cazzoni su Alberto da Giussano - come la patria dei campioni del razzismo nostrano. Nella mia testa ho sovrapposto le situazioni, i luoghi, le storie e sono giunto alla conclusione che dal Texas giungono canti di ribellione perché è una terra che esiste, dalla padania no, perché è un nonluogo che estende i propri confini dal tubo catodico fino alle tessere elettorali.

Avatar, una riflessione a media cottura

Posted on Febbraio 25th, 2010 in Drowned Words, Sguardi | 4 Comments »

Per evitare di sparare cazzate, ho aspettato a dire la mia su Avatar, cercando di mondarmi da ogni pregiudizio. Ora, sul film di James Cameron se ne sono dette e scritte di cotte e di crude. I giudizi più frequenti sono: spettacolare, ma la storia è una boiata; è una puttanata pazzesca; è il capolavoro del secolo. Anche Eugenio Scalfari, su L’Espresso, gli ha decidato una puntata della sua rubrica uscendosene con un giudizio che suona più o meno così: - L’ho visto, è spettacolare, i contenuti ci sono (spirituali, sociali, ecologisti), ma io sono un po’ anziano per ’ste cose ipermoderne.

Hum, tutte opinioni ugualmente condivisibili o palesemente smontabili. Il plot è semplice ma non è una cazzata totale, i contenuti ci sono ma di certo non sono rivoluzionari, la tecnica, beh, non è il 3D l’innovazione più shoccante, ma la computer grafica. Alla fine della fiera, la visione più lucida ce l’ho a portata di mano, ed è quello dell’amico Sir sullo Strano Attrattore. Come pure l’interrogativo più stimolante è quello di Iguana Jo: “Ma Avatar piace così tanto perché è tecnicamente perfetto o perché è così rassicurante?”

Tecnicamente perfetto, alla fine non lo è. E scritto e diretto con precisione, ma alcune scelte sono quantomeno discutibili (certi altri personaggi tagliati con l’accetta e qualche altra pulce…). Consolatorio? Sì, decisamente. Ma tutti i colossal lo sono, e ho smesso di scandalizzarmi per questo almeno una quindicina di anni fa, quando ero un adolescente in piena lotta col mondo.

Può cambiare la percezione del genere fantascientifico, regalargli una nuova giovinezza e portarsi a traino anche la letteratura che langue negli scaffali delle patrie librerie? Non penso, perché il nodo sta tutto qua: la fantascienza in Avatar è un registro, un canone, nulla di più, nulla di meno. Cameron ha tirato su un ottimo colossal - di fantascienza - ma pur sempre un colossal. E’ così che si dovrebbe guardare a questa pellicola, credo. Almeno per non perdersi in terre limitrofe, ma fuori giurisdizione.