Archive for the ‘Sguardi’ Category

A dangerous method

Posted on Ottobre 17th, 2011 in From Other Sites, Sguardi | No Comments »

A dangerous method rientra nel nuovo corso cinematografico di David Cronenberg, quello intrapreso da Spider in poi: canonico, essenziale nella sceneggiatura e nelle scelte registiche. È ormai chiaro che il cineasta canadese si è allontanato dagli sperimentalismi che l’hanno reso celebre e che ha portato avanti fino a eXistenZ. Rimpiangere quel Cronenberg non ha senso, anche perché l’oggetto della sua indagine non è cambiato e resta — senza ombra di dubbio — l’uomo, inteso come unità “inseparabile” di corpo e mente.

[Continua su TM].

Contagion

Posted on Settembre 15th, 2011 in Drowned Words, From Other Sites, Sguardi | 2 Comments »

Steven Soderbergh ci prova col thriller. E gli riesce a metà.

Raccontare un’epidemia che fa milioni di morti poteva essere, a livello registico, una bella serie di buchi nell’aqua che il cineasta statunitense evita montando (in tutti i sensi) l’angoscia con dissolvenze e dettagli hitchcockiani, inquadrature fisse e voci fuori campo. Gli riesce anche l’immersione nella realtà quotidiana di un tema così abusato, aiutato abbondantemente dalla cronaca globale che da qualche anno in qua gronda paranoia per le masse.

Contagion non riesce però ad andare oltre il bel compitino. [La recensione completa su TM]

Terraferma

Posted on Settembre 14th, 2011 in Drowned Words, From Other Sites, Sguardi | 2 Comments »

Ancora acqua per Emanuele Crialese: da Respiro, passando per Nuovomondo fino all’ultimo Terraferma, la molecola costitutiva della vita sul pianeta è la stessa della poetica del regista di origine siciliana. Ma non è solo questo a rendere il suo cinema vivo. Ci sono una regia semplice — mai vittima dell’inquadratura e al servizio della narrazione — la scrittura e il lavoro sugli attori.

In Terraferma Crialese torna a parlare d’immigrazione, formando col precedente Nuovomondo un prezioso dittico sul tema. [Continua su Thriller Magazine]

Il gioiellino

Posted on Marzo 10th, 2011 in Drowned Words, Sguardi | No Comments »

Ispirato alla vicenda del carc Parmalat come sintomo dell’attuale crisi globale, Il gioiellino è, in tutto e per tutto, un disaster movie; tra tutte le apocalissi, racconta quella più plausibile: l’olocausto finanziario. All’uscita dalla sala, si ha la sensazione che finiremo peggio dei dinosauri, che non si sono certo estinti per mano di lobby di brontosauri o t-rex oligarchi. Noi sì che siamo una specie intelligente. Chiodo scaccia chiodo. Dog eat dog. Copri il debito col debito. Furbi. Bravi. Applausi. Sipario.

Dopo La ragazza del lago, torna Andrea Molaioli, avvalendosi ancora una volta del talento di Toni Servillo. Il suo personaggio, il ragioniere Ernesto Botta, pare cugino di Titta Di Girolamo. Va bene lo stesso. Non sminuisce affatto il valore di questo film, semmai, aumenta quello della pellicola di Sorrentino. Ottima prova di Remo Girone nei panni di patron Rastelli, boss della Leda (produttrice di latte, derivati, succhi di frutta, merendine e valori), che non sfigura di certo accanto al più strombazzato Toni.

Il gioiellino prova a trasformare in parabola popolare la tragedia finanziaria che stiamo vivendo. Un film necessario. Spero che abbia la giusta diffusione tra il pubblico, se ancora c’è.

The fighter

Posted on Marzo 7th, 2011 in Drowned Words, Sguardi | No Comments »

Credevate l’american dream morto e sepolto? Magari spazzato via dalla crisi economica, ridimensionato? Macché. Il sogno pare vivo e vegeto e The fighter, pellicola diretta da David O. Russell, è sugli schermi a dimostrarlo.

Il film - che s’è ciappato due statuette Oscar (miglior attore e migliore attrice non protagonista a Christian Bale e Melissa Leo) - racconta la storia di Mickey Ward (Mark Wahlberg) e Dicky Eklund (C. Bale) e delle loro ascese e discese dalla provincia fino ai ring migliori del mondo, tra insicurezze, crack, lavoro sodo e microcriminalità.

Forte di un ottimo montaggio di drammaticità e conflitti annaffiati di rock’n'roll, The fighter costringe gli occhi e le viscere a restare attaccate allo schermo, riuscendo anche a calpestare il sensato dubbio preconcetto di trovarsi davanti l’ennesimo Rocky (anche se ambientazione ed estrazione sociale del protagonista sono gli stessi).

Ma quando poi ci si accorge che è della provincia che parla - e alla provincia dell’Impero che si rivolge - ecco che si smette subito di ragionare come un rettile. La sottile idea del “anche tu che sguazzi nella merda hai la tua possibilità” blocca la digestione del film. Non dico che viene da rimettere, ma la digestione rallenta e il giudizio rimane sospeso.

Il futuro non è scritto - Joe Strummer

Posted on Febbraio 27th, 2011 in Drowned Words, Grammofono, Sguardi | No Comments »

Il film-documentario di Julien Temple è una buona prova; un ritratto steso con i colori giusti. Solo avrei fatto a meno di BonoJohnny DeepFlea che mi raccontano quanto sono stati importanti i The Clash

Ode a Joe Strummer, principe e suddito poeta delle frequenze neurali. In vita, un grumo di contraddizioni. E una guida per milioni di persone. Un Cristo elettrico: “Nella vita, devi essere capace di prenderti quello che vuoi, perché nessuno te lo regalerà mai”. Chissà cos’avrebbe pensato di quello che sta succedendo sull’altra sponda del Grande Lago.

* * *

Cos it’s a one more time in the ghetto
One more time if you please
One more time for the dying man
One more time to be free

Inception 2, una nota

Posted on Gennaio 10th, 2011 in Appunti, Sguardi | No Comments »

Avevo già programmato una seconda visione di Inception, così me lo sono ri-sciroppato su grande schermo. Verdetto: il film di Christopher Nolan regge bene. Com’è è ovvio, di tutti gli aspetti del film, quello che subisce una flessione è l’azione, che alla prima visione ha anche la funzione di “tenere sveglio” lo spettatore. In buona sostanza il mio giudizio sulla pellicola non cambia, ma…

quello che noto ora è che la storia di Dom Cobb è la summa di un certo cinema moderno e riesce ad attecchire su un pubblico vasto e variegato con sub-plot calibrati con arguzia: c’è il “progetto” di vita matrimoniale per una coppia, la possibilità di “costruire il mondo” per le nuove generazioni (la storia di Arianna, il giovane architetto di sogni interpretato da Ellen Page), il bilancio della vita di un anziano (le sequenze chiave con Ken Watanabe/Mr Saito), i richiami postadolescenziali narco-antalgici di Yusuf e via dicendo.

Da sempre, l’immersione in un racconto avviene con l’immedesimazione; transfert psicologico e/o simpatia morale (buoni e cattivi) con un personaggio che può essere chiunque - finanche il peggior pezzo di merda sulla faccia della terra - ma se la storia è ben architettata, ci scivoli dentro e il miracolo della narrazione si rinnova. Pare che nella fabbrica di storie dei nostri giorni questa antica consuetudine stia scomparendo a favore di storie che ascolti solo se raccontano di te.

Di te trentenne nevrotico, di te pischello, di te sull’orlo di una crisi di mezza età. Come qualsiasi altro prodotto - from the cradle to the grave - la storia viene studiata  per un segmento di mercato ben preciso o variegato, come nel caso, forse, di Inception.

Scoperta dell’acqua calda? Paranoia? O forse che per raccontare una storia oggi bisogna contattare un ufficio marketing?

Sbatti il mostro in prima pagina

Posted on Gennaio 9th, 2011 in Classici, Drowned Words, Sguardi | 2 Comments »

Con la recensione di questo film inauguro una nuova categoria, i “classici”. Lo Zingarelli definisce classico “opera o artista che, per l’alto valore dell’esperienza artistica e culturale che rappresenta, costituisce un modello esemplare”. Film da vedere e rivedere, libri da leggere e rileggere. Fuori da ogni retorica, cibo mentale di cui penso abbiamo bisogno.

Strategie delle tensione e della distrazione, industriali/editori, gruppi di potere, contestazione, informazione e deformazione giornalistica, sono questi nodi centrali di Sbatti il mostro in prima pagina, diretto nel 1972 da Marco Bellocchio, interpretato da Gian Maria Volonté e scritto da Sergio Donati con la collaborazione di Goffredo Fofi. Mentre l’Italia affonda nell’incertezza e nel caos sociale, in una Milano “capitale morale” scossa dalla contestazione studentesca Bizanti, il direttore de “Il Giornale” (quello che conosciamo oggi fu fondato due anni dopo), deve ribattere alle accuse mosse al suo editore/imprenditore di finanziamento illecito all’estremismo di destra. Approfitta così dell’assassinio a sfondo sessuale di una studentessa per creare una campagna mediatica ad hoc. C’è bisogno di un mostro da sbattere in prima pagina, un mostro perfetto: Mario Boni, un anarchico. E gli anarchici, si sa, sono professionisti con secoli di esperienza nel settore.

La pellicola è un vero e proprio manuale di giornalismo moderno nonché di tecniche d’inchiesta (redazionale e di commissariato) che vanno dalle sottili allusioni, ai più sonori “stai calmo che ti conviene”, fino alle ritorsioni e ai ricatti psicologici. Insomma, tutto quell’armamentario volto a manipolare l’opinione pubblica scavando nell’emotività dell’elettorato comune così da aprire intere dighe di voti, perché “la propaganda indiretta è sempre la migliore”.

Sceneggiatura coriacea, con personaggi comprimari spessi quanto i protagonisti; su tutti il giornalista Roveda -  Pinocchio tormentato nel mondo crudele della carta stampata, sprovvisto per gran parte del film di Grillo Parlante - e Rita Zigai, la superteste dell’inchiesta, carica di un’umanità tragica che spezza le ginocchia. La penna di Sergio Donati è riconoscibile dai dialoghi, fulminanti come quelli scritti per Sergio Leone. Per rendere l’idea cito il seguente e fugace scambio di battute tra la Zigai e Bizanti:

- Cerchiamo di non perdere il senso della realtà.
- Che bella frase.

Regia asciutta e concreta, al servizio della storia e delle idee che la attraversano.

Signore e signori, buonanotte

Posted on Dicembre 1st, 2010 in Sguardi | 4 Comments »

Per tutta la giornata del 30 novembre ho avuto un pensiero fisso: la morte di Mario Monicelli. L’opera, l’impegno, l’amore per la verità e quel quinto piano d’ospedale. Il suo intervento a Raiperunanotte del 25 marzo scorso me lo avevano riportato agli occhi, alla mente e al cuore come guida. Giunto agli sgoccioli del giorno della sua scomparsa, rivedere un suo film era un’esigenza dell’anima. La tv l’ha celebrato all’istante, mettendo in onda alcuni dei suoi capolavori, ma un film monicelliano che sempre mi ha affascinato non è neanche solo suo, ma di un collettivo, la Cooperativa 15 maggio, che aveva tra le sue firme anche Ettore Scola, Luigi Comencini, Nanni Loy, Ugo Pirro, Furio Scarpelli, Luigi Magni, Ruggero Maccari, Piero De Bernardi, Age e Leo Benvenuti.

È quel Signore e signori, buonanotte in cui brillavano, tutte assieme, parecchie divinità dell’olimpo della celluloide nostrana (Mastroianni, Tognazzi, Gassman e Manfredi). Una pellicola satirica vecchia di 34 anni che urla ancora oggi. Dentro quel 1976 c’è quasi tutto il nostro 2010, compresa la cronaca quotidiana di queste ultime ore: l’emergenza Napoli, studenti in piazza, servizi segreti, spazzatura, la Fiat… Lo ricordavo come un capolavoro di agghiacciate attualità, ma rivederlo nel novembre del 2010 è stata un’esperienza straniante.

Qui c’è lo spezzone che, più degli altri, lascia a bocca aperta.

Grazie, Mario.

Mammuth

Posted on Novembre 10th, 2010 in Drowned Words, Sguardi | No Comments »

Gerard Depardieu on the road a bordo della sua mastodontica Mammuth, in un continuum temporale che unisce l’agghiacciante presente della vita di un subproletario in pensione e gli anni ‘70 sgranati dai ricordi e dalla pellicola (super8 e 16 d’antan). Tra Ciprì e Maresco e Dennis Hopper, il film del tandem di registi d’oltralpe Benoît Delépine e Gustave de Kervern parla di lavoro, senilità, nuovo proletariato (senza prole, a dire il vero), non luoghi, catastrofi mentali e fughe surreali. Tutt’altro che una commedia. Psichedelia ad alte temperature: tanto calda nei passaggi “sentimentali” (il punto debole: un po’ facili, soprattutto nel finale) quanto glaciale nei ritratti iperrealistici del grande supermarket che è diventata la nostra mente (il punto di forza del film).  Una pellicola che avrebbe potuto girare un Aki Kaurismäki - regista finlandese cantore della solitudine e della meccanizzazione del lavoro - debitamente fornito di cartine e del resto del nècessaire.