Archive for the ‘Scriptorium’ Category

Neural Remote Junction

Posted on Febbraio 15th, 2010 in Fantascienza, Gallery, Racconti, Scriptorium | 6 Comments »

Sembra passato un secolo dal giorno del giuramento di questo governo al Quirinale, o forse è passato davvero e non ce ne siamo accorti. Ventitré neoministri schierati davanti alle celle NRJ, Neural Remote Junction, simili a certe macchine per la Tac ancora in uso una cinquantina di anni fa, bersagliati dai flash delle unità reporter delle agenzie stampa.

Ministro delle Attività di Rete e Comunicazione. Io ero uno di loro. A venti celle di distanza dal Presidente del Consiglio, facevo la mia parte e assistevo con orgoglio allo spettacolo che avevo imbastito. L’idea di rendere pubblico il processo di connessione remota al Primo Ministro era stata mia. Neanche un grande colpo di genio, a dire il vero. Da qualche mese lo Stato era scosso – oddio, scosso è una parola grossa – diciamo infastidito dalle proteste insistenti di Democrazia Digitale, una frangia radicale dell’opposizione che, con le solite insinuazioni su dittatura, controllo delle masse e crisi finanziaria, cominciava a far un certa presa sul popolino.

Stronzate.

La verità era che il Presidente era sempre meno sopportato, anche dai suoi fedelissimi. Una personalità talmente espansa, da avere la sensazione di soffocare al solo passaggio della sua figura tra gli scranni del Parlamento. Serviva un rimpasto, e anche in fretta, come altrettanto urgente era una pubblica dimostrazione di forza.

Durante l’ultimo gabinetto del nascente Governo c’eravamo detti: Cosa c’è di così scandaloso a essere messo in Rete col proprio Superiore? Condividerne i progetti fin dentro il più piccolo neurone, diventarne parte? E allora beccatevelo in diretta questo misterioso rito massonico di cui andate farneticando. Sono più di centocinquanta anni che in Europa la merda si nasconde alla luce del sole.

Il primo a entrare fu il Presidente del Consiglio. I miei colleghi avevano invece insistito per fare il contrario, che fosse proprio lui l’ultimo a entrare. Coglioni. Il messaggio è sottile quanto importante: il leader è lui, siamo noi a seguirlo. È lui che guida, prima noi – è per questo che condividiamo pubblicamente le nostre cortecce, no? – e di conseguenza tutto il Paese.

Sono un maledetto genio, vero? Macché, questa è accademia, nient’altro che accademia e storia trita e ritrita.

Io fui l’ultimo a entrare. Volevo controllare che tutto filasse liscio sull’olio dei flash delle unità reporter. Poi fu il turno del Presidente della Repubblica, con un discorso in neuro-conferenza dal moratorium della Capitale dal quale espletava ancora le sue funzioni.

C’eravamo quasi. Ero stanco morto, da una settimana ormai lavoravo a quel circo del cazzo. Per svegliarmi dovetti ordinare al Pannello di Controllo Organico di rilasciare nel mio sistema nervoso un po’ di anfetamine ad azione immediata. In parecchi erano delle farmacie ambulanti, pronti ad auto-sintetizzare quanto bisognava al sistema corpo-mente. Ovvio che la sintesi di molecole endogene a scopo curativo era controllato e autorizzato, atomo per atomo, dal controllo rete-indotto del Ministero della Salute.

Ecco perché avevo una cara, vecchia ipodermica pronta a scivolarmi in mano dalla manica destra. Ci sono sostanze che il mio collega deputato al controllo e alla salvaguardia della salute non approverebbe, benché sia uno che in merito all’uso di ogni tipo di merda psicotropa non sia certo un bacchettone.

La prosopopea del Presidente della Repubblica era appena finita. Qualche istante e saremmo stati, per qualche secondo una sconfinata rete autostradale di dendriti, fibre mieliniche e neuroni.

Un’unica mente.

Ecco perché nella mia siringa c’era una neurotossina. Mi chiedevo se sarei morto assieme a loro. Non morii, questo è evidente, ma la frittata la feci bella grossa. Il Presidente, beh, era da un po’ che aveva frantumato i coglioni anche a me.

Il montaggio è di Francesca Dattilo. Merci!

Parole per aria

Posted on Gennaio 27th, 2010 in Appunti, Scriptorium | No Comments »

“La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto”. La massima del Vecchio Buk è inconfutabile. L’ho sempre considerata una regola da seguire. Banale, vero? Osservare il mondo, prima di scriverne. Così nella quotidianità capita di imbattersi in sorprendenti perle narrative. Scopri cose che ti aspetteresti di cogliere sulle pagine di un libro e non da un dialogo rubato per strada.

Avete mai pensato, per esempio, a quanta roba sospesa c’è in un dialogo, quanto materiale resta incagliato tra una battuta e l’altra?

* * *

- Sai che ci manca per essere davvero una potenza? - dice l’uomo davanti la pizzeria d’asporto, sfoggiando l’accento campano come un distintivo. Si porta appresso i suoi cinquant’anni suonati come una valigia piena di ricordi.
- No che non lo so. - risponde il suo compare, fino a un momento prima in religioso ascolto da sotto il pulpito improvvisato che è lo scalino su cui s’accrocchia la serranda.
In mezzo a loro ci stanno una trentina di centimetri di distanza e un’infinità di risposte possibili per la stessa domanda. Tutte egualmente valide.
- Sai che ci manca per essere davvero una potenza?
- Un centrocampista che faccia da regista.
- Una classe politica di esseri umani.
- La grappa a fine pasto.
Tutte perfettamente sensate, ma sbagliate. Perché questo secondo che contiene un’infinità di risposte, in un attimo si scongela e partorisce la risposta esatta, reale.
- Sai che ci manca per essere davvero una potenza?
- No che non lo so.
- Un esercito europeo. Allora sì che siamo potenti. Come la Cina.

Radici

Posted on Agosto 6th, 2009 in Appunti, Emersioni, Scriptorium | No Comments »

Il regionalismo ultimamente va di moda, tra bandiere, proclami e (auto)segregazioni. E’ una deriva del Paese, che la Lega ha saputo interpretare al meglio, catalizzando la paura e l’ignoranza in voti sonanti. Ed è in questo contesto che mi trovo a pensare al senso e al significato delle radici, non posso evitarlo, è la mia mia condizione di emigrante a impormelo.

Anche se i regionalismi da parata o da sagra del manganello mi disgustano all’inverosimile, ho la netta sensazione di vivere in una Nazione nata non per autodeterminazione di un popolo, ma accuratamente costruita come un recinto entro i cui confini è stato ammassato un gregge con uno specifico non-ruolo nella geografia politica mondiale; spiegarne il perché non è difficile, basta guardarsi alle spalle, dai Savoia fino alla Guerra di Liberazione, passando per gli ultimi sessant’anni di storia repubblicana, è tutto un frullare di bassi interessi, sogni mandati a puttane e - ora come nel Ventennio - di inedia.

Il senso delle radici quindi qual’è?

Non saprei, davvero, ma è una domanda che in questi giorni continua a girarmi per la testa, mentre attorno a me vedo sparsi per una Bologna vuota pezzi di solitudini provenienti da ogni parte dell’Italia e del mondo. Forse il senso è tutto nelle strade fantasma di questa città e nello sguardo di uno “Sradicato”, i gomiti piantati nelle ginocchia e la faccia tra le mani, che riempie il vuoto dei suoi occhi contando i granelli del deserto d’asfalto che ha davanti, nell’attesa che un autobus lo riporti a casa. Quale casa poi, forse non lo sa neanche lui.

Pellegrinaggio laico

Posted on Agosto 2nd, 2009 in Appunti, Emersioni, Megafono, Scriptorium | 2 Comments »

Di solito si dice: “non si muove neanche una foglia”. In questo caso, sarebbe più preciso dire: “si muovono solo le foglie”. Per Bologna siamo solo io, loro e il vento.  Ho deciso di andare in stazione a piedi. Oggi non è un giorno come un altro. Oggi è il 2 di agosto. Considero la passeggiata come un piccolo pellegrinaggio laico.

Le mura della città mi inghiottono all’altezza di porta San Felice. Entro nelle sue viscere fatte di mattoni rossi, un ventre attraversato e sorretto dai portici. Percorro le strade come un corpo estraneo che si è inoculato nel sistema circolatorio di un organismo vivo, caldo. E mentre percorro le arterie che si chiamano via Riva Reno e via Galliera, il bollore per le strade non fa che confermare questa mia sensazione.

In giro non c’è più quasi nessuno. Il silenzio viene rotto solo da un gruppetto di immigrati davanti a un circolo del PD; pare che discutano di qualcosa di molto importante o che se la ridano sonoramente. Ad ogni modo, dopo averli incrociati - e mano a mano che mi avvicino alla stazione - le presenze umane aumentano di numero e si dirigono tutte nella mia direzione, come attratte da un magnete. Guardando due uomini anziani che camminano davanti a me (tutti e due con le mani dietro la schiena, entrambi con la stessa andatura di poco ciondolante, vestiti con la stessa divisa poloarighepantalonedicotoneemocassinoestivo), mi chiedo se loro c’erano, 29 anni fa (io non c’ero, non ero stato neanche concepito), e alla stessa maniera mi guardo attorno e mi interrogo su uomini e cose; vorrei avere qualche testimonianza anche da una bicicletta arrugginita parcheggiata in piazza XX Settembre.

Arrivo davanti al piazzale Delle Medaglie d’Oro. La facciata della stazione è interamente ripulita, ristrutturata e agghindata di manifesti pubblicitari sgargianti. A fronteggiarsi, uno davanti all’altro come in un duello leoniano, ci sono l’orologio che segna sempre le 10.25 e il cronomentro del conto alla rovescia per la fine dei lavori dell’alta velcità ferroviaria sulla tratta bolognese; una sfida tra nozioni del tempo così diverse che ognuna delle due dovrebbe avere un nome tutto suo.

La gente entra ed esce dalla stazione, ignara. Degli addetti stanno finendo di smontare il palco da cui oggi si sono tenuti i discorsi di commemorazione della strage, caricano su un camion le assi che ha calcato il ministro Bondi; non so, ma quel legno ai miei occhi ha qualcosa di osceno.

Mi avvicino al marmo su cui sono scritti i nomi delle 85 vittime. Con me, ci sono solo un ragazzo che, valigia in mano, scorre i nomi e scuote la testa e un cane che fa le bizze e saltella attorno alla sua padrona. Non che mi aspettassi la stessa fila alla lapide di Giovanni Paolo II ma… inutile farsi meraviglia. Punto.

* * *

Entro in stazione e controllo sul tabellone che il mio treno sia in orario, mentre le persone mi sfrecciano attorno come atomi impazziti.

Primo binario, sala d’aspetto, quella sala d’aspetto. L’aria è rarefatta dai condizionatori e dal profumo dei fiori alla memoria. Sulla parete dove è scoppiata la bomba sono state poggiate delle corone funerarie, tra le quali spunta come un fungo giallo un’obliteratrice: una signora - sul volto un’espressione di imbarazzo - sposta la corona e timbra un bigliletto. Dall’altra parte della sala è stato allestito uno spazio per fare giocare  bambini. In mezzo è pieno di gente. Come da copione c’è chi dorme e chi legge, altri che non fanno nulla di nulla, in attesa che il loro treno parta.

Prendo posto e cerco in quei volti una traccia, un segno che rimadi a ventinove anni fa esatti. Per fortuna, ne trovo: non sono l’unico a guardarmi attorno, ad annusare l’aria. Nel mezzo di questa panoramica, metto a fuoco l’uomo che mi siede davanti: è molto anziano, quasi del tutto sdentato, ha la camicia aperta sul petto e indossa dei sandali lisi. Ma non è nessuno di questi dettagli a impressionarmi - neanche i suoi occhi rossi lo fanno sul serio - piuttosto è il fatto che è l’unico a non avere alcun tipo di bagaglio appresso, o almeno io non ne vedo di nessun tipo. Potrebbe essere solo un vecchietto in cerca di un po’ di fresco, ma quel suo sguardo fisso sulla parete delle corone e dei fiori alla memoria, quel suo rimuginare saliva in un ritornello di deglutizioni che sono come un pendolo in accelerazone, tutto questo mi suggerisce un’ipotesi così straziante che - rimanendo lì, paralizzato dll’idea - quasi perdo il treno: e se questo uomo, esattamente qui, ventinove anni fa, alle 10.25 avesse perso qualcuno?

E’ tardi, il mio treno è in partenza, mi guardo per l’ultima volta attorno e poi esco fuori, verso i binari, attraverso il caldo e l’indifferenza della gente.

Tools of the trade

Posted on Luglio 30th, 2009 in Appunti, Emersioni, Scriptorium | 4 Comments »

Stephen King l’ha chiamata cassetta degli attrezzi, ovvero tutti gli strumenti linguistici e le tecniche narrative che uno scrittore mette da parte per portare avanti il suo lavoro di artigiano. Personalmente, credo molto nella scrittura “artigiana”, allo scrittore col pennino sulla ‘recchia e il mento affondato nel palmo della mano non ho mai dato troppo credito.

Ernest Hemingway - intervistato da George Plimpton nel 1963 per The Paris Review - dichiara che “lo strumento essenziale per uno scrittore è un merdadetector a prova d’urto”. Hem si riferiva alle generalizzazioni sulle nozioni di scrittura e in particolare agli scrittori privi d’un minimo senso di giustizia o ingiustizia.

Adesso, credo di non avere ancora abbastanza “martelli e chiodi” per attaccare le storie che frullano in testa, ma - in assoluto - un merdadetector forse ci vorrebbe sul serio, ad ampio spettro, con una memoria quasi infinita: di questi tempi, potrebbe andare in tilt appena acceso.

Rapporto di maggioranza

Posted on Aprile 29th, 2009 in Connettivismo, Emersioni, Megafono, Racconti, Scriptorium | 5 Comments »

Viste le inquietanti news di questi giorni - segnalate anche da X - che riguardano la condotta pubblica di Sergio Cofferati, mi sembra giusto ri-pubblicare su questo blog il racconto apparso in Scorrete lacrime, disse lo sceriffo, antologia curarata dal Crash.

Rapporto di maggioranza
di Philip K. Dick
Traduzione di Giovanni De Matteo e Fernando Fazzari

Quando il Sindaco salì sul palco, venne sommerso da fischi, tamburi e altri agenti di disturbo sonoro. Lui ghignò e attese che il rumore bianco scemasse. Dietro le spalle aveva tutto il quadro dirigenziale del Partito e un manipolo di imprenditori “illuminati” che avevano appoggiato la sua lista. Davanti, tutta la città che gli si opponeva.
A vederla dall’alto, Piazza San Francesco sarebbe apparsa come un perimetro delimitato su una planimetria da una linea nera di agenti in assetto antisommossa. Non era stata una grande idea scegliere quella location per il comizio, ma si sa, gli italiani hanno un gusto strano per la storia: mischiare Zone Rosse, Nere e di qualsiasi altro colore, a luoghi leggendari del movimento studentesco come il Pratello, soddisfava il trastullo di alcuni operatori mediatici di giocare con la nitroglicerina.

La sceneggiatura del film era sempre la stessa, se ci fossero state porte avrebbero cigolato. Ma non c’erano che dei microfoni, e non mancarono di fischiare pure loro.
Il Sindaco si lisciò la barba e prese la parola. – Sarò diretto. Il nuovo Governo unitario ha varato, su mia richiesta e di altri colleghi, leggi speciali per l’ordine pubblico. Perché… – si levò un putiferio di urla e fischi. – …perché è quello che la gente ci chiede.
In men che non si dica volarono le prime manganellate e cominciò il caos.
Poi però accadde una cosa strana: si aprì una voragine al centro della piazza, talmente inaspettata, che gli agenti vennero schiacciati dalla folla contro i palazzi. Calò un silenzio relativo, definito da un brusio di sottofondo e interrotto solo dallo scoppio inavvertito di un lacrimogeno, subito lanciato lontano da qualcuno.
Proprio lì in mezzo comparve un uomo alto, con la barba e i capelli arruffati, vestito alla bene e meglio. Prese con la forza un megafono da un manifestante e urlò: – Fate scendere quello stronzo dal palco. Non sono io.
Era identico al Sindaco, due gocce d’acqua.
A quel punto, una parola volò di bocca in bocca e di orecchio in orecchio nella piazza sbigottita: simulacro.

* * *

Al termine del lungo canale, in fondo alla tenebra, la coscienza di Freccia si scontrò con una schermata di autorizzazione. Il rompighiaccio cinese aveva lavorato bene, aggredendo strato dopo strato le barriere difensive installate a protezione della monade di controllo. Le offensive sferrate a ripetizione dai suoi algoritmi ricombinanti avevano costretto alla ritirata il ghiaccio nero a schermatura dei protocolli neurali.
Adesso mancava l’ultimo passo.
– Schizzo, è il momento! – La linea di pensiero si trasmise al compagno di scorreria sfruttando una connessione preferenziale. – Carichiamo i codici.
L’eco di dita al lavoro su una tastiera, da qualche parte, dietro di lui.
Una stringa alfanumerica prese forma dalla notte olografica.

> Caricamento in corso…

Pochi istanti di tempo soggettivo e la scritta mutò.

> Verifica privilegi di accesso…

Poi ci fu un estemporaneo sfarfallio elettrico, come se per una frazione di secondo l’intero cyberspazio intorno a loro si fosse scrollato di dosso il manto cangiante dei bagliori di dati. Le braccia spiraleggianti dei grossi complessi di dati, su in alto, subirono un arresto. Il flusso di informazione, sotto di loro, si cristallizzò in una stasi surreale.
Un clic sonoro, il segnale di accesso. Come se gli intrusi avessero arpionato la portante psico-sintetica dell’androide con un gancio d’acciaio.

> Accesso consentito.

Con un balzo quantico, Freccia e Schizzo si proiettarono in alto, verso la costellazione neurale del bersaglio. Pronti a condividere, nella notte dei sensi, il controllo di una coscienza aliena.

* * *

Prima che le reti nazionali si accorgessero dell’anomalia, le sequenze video di quelle fasi convulse furono trasmesse in tempo reale a milioni di spettatori collegati in tutta la Nazione. Adesso quei fotogrammi sono storia: chi può dimenticare lo sguardo perso dell’uomo sul palco, il tremendo tic nervoso che scosse la sua compostezza notoriamente imperturbabile, la strana luce che subito dopo si accese nei suoi occhi?
La sequenza, nei tempi seguenti, avrebbe subito rimaneggiamenti di vario tipo. Qualcuno l’avrebbe montata con altri estratti di video ripresi da operatori non accreditati. Versioni pirata sarebbero circolate per anni ancora, balzando in vetta alle classifiche di consultazione dei siti web di video-distribuzione. Un’intera galleria di sequenze che basterebbe per allestire un’atroce mostra della psicopatologia contemporanea. Negli ambienti della controcultura, ce n’è una però che gode di particolare credito. L’autore è ignoto, ma tutti la conoscono come Versione #23.
La durata è di appena 35 secondi.
Il filmato si aggancia alle ultime riprese della Rai, quando i tumulti scoppiati in mezzo alla piazza si placano e una telecamera montata su un lungo collo di giraffa inquadra una figura emergere impettita in mezzo al putiferio appena cessato. L’individuo tradisce una somiglianza straordinaria con l’immagine del Sindaco, un’icona ambigua con cui tutti noi abbiamo avuto modo di familiarizzare, grazie ai riflettori mediatici, in entrambe le stagioni della sua esperienza politica. Il suo sguardo fermo è puntato sull’uomo che occupa il palco, e non tradisce esitazioni.
Le immagini dell’individuo sono state montate con un paio di riprese amatoriali effettuate dai presenti attraverso minicamere digitali: inquadrature del personaggio da diverse angolazioni, a volerne suggerire un’esistenza tridimensionale, una presenza non olografica ma al contrario perfettamente integrata nello scenario della piazza.
Segue uno stacco sul palco, dove gli illustri personaggi di contorno all’autorità amministrativa indietreggiano di un passo. Immagini mai mandate in onda, ma recuperate clandestinamente da un archivio dell’emittente di stato. La distanza rende di difficile interpretazione le loro espressioni, ma i movimenti tradiscono una irrequietezza e un’agitazione molto poco inglesi.
Stacco sull’individuo in mezzo alla folla. Lo pseudo-Sindaco, come lo avrebbero definito quello stesso giorno i cronisti intervenuti a documentare l’episodio, colmando il vuoto lasciato dalle riprese. Le sue labbra si muovono sotto la barba brizzolata, articolando parole che i microfoni sul palco non hanno potuto afferrare, sommerse nel rumore di fondo dei passi agitati e delle esclamazioni di sorpresa e di dissenso.
A lungo si è discusso sul senso delle parole, ricostruite con l’aiuto di esperti e di programmi di integrazione software. La Versione #23 riporta come sottotitolo solo la parte finale, quella su cui si è riuscita a trovare una convergenza analitica.
Non sono io.
Stacco sul Sindaco. Qui si innesta una nuova ripresa amatoriale, in bassissima risoluzione, condotta probabilmente con un telefono portatile. La sgranatura dell’immagine rende ancora più irreale la ripresa, che in alcuni forum e gruppi di discussione è stata paragonata alla qualità delle pellicole horror-erotiche dell’era del cinema muto. Una analogia spiazzante, quasi emblematica della mutazione politica del dibattuto personaggio in questione, con la sua improvvisa svolta dalla potente carica sessuale delle rivendicazioni sindacali alla grigia, necrotica, oppressiva presenza come primo cittadino di Bologna.
Il volto del Sindaco, sul palco, è scosso da un fremito improvviso. Le palpebre tremano rendendo ancora più imperscrutabili le fessure degli occhi. Quando questa febbre fulminante passa, l’uomo si avvicina al microfono e recita parole che tutti i presenti conservano bene impresse nella loro memoria, ma su cui si è subito abbattuta la censura dei mezzi d’informazione di stato. La Versione #23 riporta una presunta traccia sonora originale, carpita dai microfoni di Radio Rai, montata sulle immagini amatoriali del telefonino. Il tono spettrale della voce del Sindaco rende le parole ancora più inquietanti, capaci di innescare un autentico tsunami psichico confermato dagli episodi di dissociazione e disturbo della personalità che negli anni a seguire avrebbero afflitto molti dei presenti (casi documentati nella letteratura specialistica).
– Sono solo un burattino nelle mani di…
La rivelazione s’interrompe nel momento cruciale. Per merito della solerzia di un assistente che – come testimoniato dalle immagini in campo lungo riprese dalla telecamera panoramica – strappa il microfono dalle mani del Sindaco e ordina agli agenti di arrestare l’intruso.
– Arrestate immediatamente quell’impostore!
Dissolvenza in nero.
Fine del video.

* * *

Quando Schizzo lo svegliò, Freccia stava sognando di essere nel mezzo di un interrogatorio nella solita stanza piena di fumo e senza finestre, un caldo boia e un ventilatore spento. Si rizzò sul letto tutto sudato, biascicando: – Gli sbi… gli sbirri, merda.
– Ohi, ohi, fratello. Calma.
– Vai a farti fo…
– Non ci penso neanche. Siamo tutti belli che fottuti.
– Dove sono?
– Chi?
– Gli sbirri!
– Ma va’ la! Piuttosto, ho un regalo per te.

* * *

Erano passati due giorni da quando Bologna si era trovata ad aver due sindaci, ai quali veniva contestata l’impostura da una metà ciascuno di opinione pubblica. Almeno tra quanti avevano assistito ai fatti di Piazza San Francesco, ormai era diffusa l’idea del replicante, dell’androide, del burattino nelle mani di…
Chi?
Schizzo aveva appena finito di interfacciare un terminale col proiettore a muro, quando Freccia si avvicinò con due caffè bollenti.
– Eccolo qua il tuo regalo, direttamente in cinemascope.
– E chi me lo manda?
– Be’, a quanto pare il Rigat non vedeva l’ora di sbarazzarsene. Dobbiamo consegnarlo al nostro uomo, a un certo indirizzo, entro stanotte, e poi ne saremo fuori.
– Cristo, pensavo avessimo finito con lui… Non ti è bastato tutto il putiferio che abbiamo scatenato?
– Mah, quello era un lavoro che richiedeva delle qualifiche. E un bel paio di cosiddetti. Hai visto anche tu la reazione fulminante dei neuro-scanner, il modo in cui ci hanno tagliati fuori dal controllo. Quella era tecnologia militare, da’ retta a me…
– E tu ancora non sei contento? Non hai sentito i racconti di quelli che erano in piazza… lo pseudo-Sindaco, il suo arresto, la guerriglia? Non ci pensi che potrebbe avere a che fare con noi, e che qualcun altro potrebbe fare la stessa associazione con analoga facilità?
– Penso che ci sono un po’ troppe coincidenze, in questa storia. Proprio come te, socio.
– Non vedi l’ora di farti friggere le sinapsi, eh?
– Non vedo l’ora di vedere cosa c’è qui dentro – replicò Schizzo, inserendo l’hvd nel lettore.
Spensero le luci. Lo schermo emise un ronzio e si divise in due. Un occhio centrato da un pennello di luce, ripreso in una inquadratura ravvicinata che metteva bene in mostra l’inconfondibile palpebra che era valsa al suo proprietario il soprannome di Cinese. Per qualche secondo il bulbo si agitò inconsultamente, come in una fase REM scoperta o in preda a un attacco di nistagmo, poi si sentì farfugliare qualcuno e l’occhio si stabilizzò. La parte inferiore dell’inquadratura era un complesso di indicatori luminosi, tra cui spiccavano un quadrante analogico e il display luminoso del dispositivo di misura. In sottofondo, un respiro meccanico e spettrale, come di una macchina in affanno che non si decidesse a spezzare il ritmo.
Il riquadro destro dello split screen era dominato dalla sagoma dell’uomo. Il Sindaco, o il suo rep? Freccia non avrebbe saputo dirlo.
– Che cazzo è?
– Il Voigt-Kampff? Il test che in men che non si dica sgama l’andro…
– Non intendevo quello. Non hai sentito quattro sportelli che si chiudevano giù in strada?
– No.
– Aspetta, aspetta. Blocca tutto.
Freccia sbirciò dalla finestra. Via Polese era deserta, neanche il fantasma del vento.
– Sei il solito paranoico – disse Schizzo.
Tornarono a guardare la registrazione.

* * *

– Allora, che ne dice di riprendere? – Una voce roca, segnata da un profondo distacco professionale dall’oggetto dell’esperimento e dalla sua sorte.
Lo sguardo dell’uomo sotto interrogatorio è risoluto, pronto a non recedere di un millimetro sul fronte di quella psico-guerra ingaggiata dai suoi aguzzini. – Ho altra scelta?
La voce fuori campo: – Non ne abbiamo mai una davvero…
Qualche rumore non meglio identificato. Forse un controllo scrupoloso alla Macchina v-k. Poi…
– I posti desolati non le sono mai piaciuti, ma stavolta ha osato spingersi in profondità nel Kipple, costeggiando la riva del fiume. Perché?
Una fluttuazione piccola ma improvvisa nell’emissione molecolare catturata dai polmoni della Macchina. La lancetta non si muove.
Il Sindaco sotto inchiesta mantiene la sua compostezza. Parla senza tradire emozioni. – Ha mai avuto la sensazione di vivere in un mondo di non-morti, zombie a spasso inconsapevoli della loro condizione?
– Non risponda con una domanda a una domanda, per favore.
– Magari volevo starmene un po’ per i fatti miei, o stavo cercando qualcosa. Chissà.
La lancetta si muove dalla sua tacca di riposo e percorre due terzi dell’arco sul quadrante di misura. Poi torna indietro. La pupilla si dilata.
– All’improvviso si imbatte in uno scarafaggio. – Parole scandite dal respiro della Macchina. – Avanza sulla melma incrostata, in cerca di qualcosa da mangiare. Ma lei lo calpesta. E resta a osservarlo mentre muore.
– Ho solo posto fine a una lenta agonia. Il Kipple lo avrebbe assimilato comunque, al termine di una agonia lenta e senza speranze…
Il presunto impostore non sembra cambiato, ma qualcosa è successo. L’Occhio Onniveggente della Macchina ha visto qualcosa, carpito uno spiraglio nella corazza delle sue certezze. La pupilla si è contratta. Il responso rossore ha indicato una reazione di stress. La lancetta si muove di un paio di tacche: senza arrivare ai margini della precedente escursione, fornisce un importante elemento di prova.
– Cambiamo scenario – decide la voce fuori campo, quasi a volere concedere un attimo di respiro al sospetto. La tortura psichica rende insopportabili questi momenti di quiete rarefatta e ingannevole, preludio all’imminente bombardamento memetico. – Ha animali domestici?
– Avevo un cane. Una volta.
– Vede questi graffi sulla mia borsa? Il mio gatto una volta ci si è rifatto gli artigli. Un istinto di natura che ha rovinato la borsa. Le piace?
– Dovrebbe?
– Vale un mucchio di soldi. È pelle di bambino. Cento per cento, pelle di vero bambino.
Silenzio. Gli indicatori restano fermi. Il presunto impostore appare come contrariato. Come se si stesse chiedendo cosa c’è stato di sbagliato nella sua reazione, se i modelli di individuazione della Macchina Voigt-Kampff non hanno rilevato niente di particolare…

* * *

Freccia e Schizzo erano immersi nella visione dell’interrogatorio quando la porta dell’appartamento si frantumò in un milione di schegge. Un nugolo di poliziotti armati fino ai denti prese d’assalto il locale, verificandone la sicurezza e neutralizzando in principio qualsiasi tentativo di resistenza da parte dei due occupanti.
Quando ritenne sicuro l’ambiente, il responsabile dell’operazione si sporse sulla soglia e fece cenno a qualcuno di entrare. Un uomo vestito con cappotto nero su un impeccabile completo Armani venne avanti. Sguardo sicuro, sorriso viscido. In un altro tempo e in un altro luogo si sarebbe parlato forse di commissario politico, ma quella era l’Italia, il prototipo della democrazia feudale, e di commissari politici non ce n’era davvero bisogno.
L’uomo in nero si soffermò sulle immagini che scorrevano sulla parete. Annuì compiaciuto.
– Bene bene – disse all’indirizzo dei due giovani. – Due piccioni con la classica fava. Mi dispiace avere interrotto la proiezione, ma sono qui per affari della massima importanza concernenti la Sicurezza Nazionale. Il video è requisito, costituisce una ulteriore prova a vostro carico. Fossi in voi comincerei a pensare a una linea di difesa davvero efficace. Fiancheggiare la rivolta delle pelli morte comporta l’accusa di terrorismo. E la Magistratura non è particolarmente clemente con i nemici della Nazione, di questi tempi.
– Ma… se quello che credete il Sindaco in realtà è… – provò a obiettare Schizzo, subito messo a tacere dal calcio di un fucile mitragliatore.
Nel video, la voce fuori campo stava dicendo, con tono che tradiva un’innegabile soddisfazione: – Può bastare così. Abbiamo finito.
L’uomo in nero si avvicinò al terminale e ne estrasse il disco traslucido. Lo fece sparire in una tasca, mentre voltava le spalle ai due giovani sottotiro. Poi, rivolto agli agenti, ordinò con tono perentorio: – Portateli via e ispezionate la casa. Non vorrei davvero rischiare di dimenticarmi dietro qualcosa.
Mentre veniva portato via insieme all’amico privo di sensi, Freccia non poté fare a meno di ripensare al Test. Forse a loro sarebbe stata risparmiata la pantomima predisposta per il presunto impostore, intrappolato in un subdolo meccanismo di annichilimento psicologico come simulacro di un simulacro.
Nell’auto che li portava in caserma, Freccia chiuse gli occhi e cercò di dimenticare l’espressione dello pseudo-Sindaco che era filtrata nella sua percezione durante l’incursione della polizia. Il volto barbuto aveva abbandonato la sua stoica imperturbabilità nella consapevolezza di una condanna di Stato. Senza appello.