Archive for the ‘Scriptorium’ Category

Ultimo post sui quaderni di José

Posted on Giugno 19th, 2010 in Appunti, Rassegna stampa, Scriptorium | No Comments »

Ieri, 18 giugno, se ne è andato José Saramago. A 87 anni aveva un suo blog; questo è il suo ultimo post: “Penso che nella società attuale ci manchi la filosofia. Filosofia come spazio, luogo, metodo di riflessione, che può anche non avere un obiettivo determinato, come la scienza che invece procede per soddisfare i suoi obiettivi. Ci manca la riflessione, pensare, necessitiamo del lavoro di pensare e mi sembra che, senza idee, non andiamo da nessuna parte”

Che ne dite, possiamo essere d’accordo con lui, no?

Saramago - che dell’Italia aveva una visione decisamente chiara - riceve il benservito dall’Osservatore Romano, che gli attribuisce una “una faziosità dialettica di tale evidenza da vietargli ogni credibile scopo”. Stop. Rewind. Play. L’OR che distribuisce diplomi di faziosità… Bah… Il silenzio, nel rispetto della morte, sarebbe stato più opportuno.

Ammetto di non aver letto il suo celeberrimo Vangelo secondo Gesù Cristo, ma solo Tutti i nomi, un romanzo minore, qualche articolo e qualche post. Riconoscendone la grandezza (non c’è bisogno di essere un genio, per questo), avevo deciso che era uno di quegli autori da approfondire con calma e cervello a pieno regime. Adesso che non c’è più, il proposito non cambia. Addio, José.

Con Dino Campana a San Salvi

Posted on Giugno 14th, 2010 in Appunti, Scriptorium | No Comments »

Il manicomio “totale”: 32 ettari e 20 padiglioni, questo era San Salvi a Firenze fino alla chiusura nel 1978 per effetto della legge Basaglia. Fortemente caldeggiata dall’eminenza della psichiatria Tamburini, la struttura nasce nel 1890 con l’idea di divenire una cittadella dei “matti”, completamente isolata dal resto della città. Un isolamento estremo che spinge l’architetto Giacomo Roster a utilizzare volte a quattro per massimizzare il rimbombo negli ambienti ed evitare la comunicazione tra i “degenti”; Roster per i medici aveva anche progettato dei camminamenti tra padiglione e padiglione dai quali, a distanza, decidevano le terapie.

Tra gli ospiti illustri, figura con ricovero nell’anno del Signore 1918 anche il poeta Dino Campana, al quale Firenze - “sogno abitato da immagini plastiche”, la chiamava - non ricambiò l’incondizionato amore, ma anzi lo rinchiuse nel suo ventre oscuro per 14 anni.

Il resto degli inquilini erano sì persone che soffrivano di disturbi psichiatrici, ma anche una grande quantità di gente povera, giovani madri di bimbi indesiderati, omosessuali e chiunque uscisse fuori dalle righe anche solo, tanto per citare un esempio a caso, per aver denunciato un ministro per tangenti sui lavori della ferrovia. Stando alla densità della popolazione di San Salvi (nel 1890 circa 4000 persone), Firenze a cavallo tra il XIX e il XX Secolo era una città sull’orlo della follia: su un totale di 170.000 abitanti, era praticamente fuori di testa un fiorentino su 40.

Un mondo nel mondo, frattale al nostro, fino a spaccare la metafora. Donatella Lippi nel suo San Salvi, Storia di un manicomio riferisce che tra le varie terapie - elettroshock, morfina, eroina - era consuetudine somministrare in maniera crescente insulina, fino a provocare un coma ipoglicemico profondo, “spezzato” dalla somministrazione di zucchero per os o di glucosio per via edovenosa. Una terapia dello zucchero. Vi ricorda qualcosa?

Attualmente la struttura ospita strutture della Asl locale, la compagnia teatrale Chille de Balanza -  che si impegna nel mantenere viva la memoria di questo lager della mente - e una parte “occupata”.

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Nella foto, Dino Campana. Struggenti le foto di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, che nel 1968 documenteranno la drammatica situazione di San Salvi.

Come vivono i morti

Posted on Maggio 20th, 2010 in Drowned Words, From Other Sites, Scriptorium | No Comments »

… ce lo dice Derek Raymond, poeta dell’hard boiled.

Le mosche nel latte su Border Radio

Posted on Aprile 30th, 2010 in From Other Sites, Racconti, Scriptorium | No Comments »

Border Radio è una web radio che “raccoglie musica, immagini, video e testi rilasciati con licenze libere, che permettono cioè all’utente di scaricare e contribuire alla diffusione dell’arte creativa e non vincolata dalle assurde restrizioni del copyright”.

Codesti ragazzuoli hanno messo su una bella iniziativa: Turin Share Alike Contest. In pratica, si tratta di mettere in libera condivisione racconti per farne dei cortometraggi e unire le abilità di scrittori, musicisti e registi. Davvero una bella iniziativa.

Ho partecipato con Le mosche nel latte, una racconto a cui sono molto affezionato, tanto da aver provato a tirarci fuori un romanzo. Alla fine il racconto ha avuto la meglio, mantenendo una sua struttura e un suo perché, mentre il tentativo di “espansione narrativa” è naufragato mestamente, senza tempesta, ma andando alla deriva sulle onde della terza revisione. Le mosche sono rimaste sul bordo del bicchiere, chiuse nel cassetto. Questa di Border Radio m’è sembrata la giusta occasione per farle tornare allo scoperto.

I want you (dead)

Posted on Aprile 12th, 2010 in From Other Sites, Racconti, Scriptorium | 5 Comments »

Delos 123 è online. Dentro c’è una succosa inchiesta sulla SF scritta in Italia, con opinioni in presa diretta dagli addetti ai lavori scrittorii e una lunga intervista a Salvatore Proietti. C’è anche un mio racconto (Grazie, Carmine!), I want you (dead), dedicato nel titolo ai The Tunas, una band di Bologna che strombazza rock di qualità a tutto andare. L’ambientazione è quella di È la guerra (il racconto presente sulla terza antologia connettivista), giusto qualche anno più in avanti: guerra civile e Italia spaccata in due, condannata alla compresenza dei tempi sopra e sotto una nuova Linea Gotica. Sprawl e New Dark Age. E poi Resistenza organizzata, speranze buttate nel cesso e un killer aumentato, maniaco dei bei culetti e del rock d’annata. Un ringraziamento particolare va al Boa Magnus, che mi ha aiutato a mondare il testo da cazzate di cui mi sarei pentito un secondo dopo la pubblicazione.

Buona lettura e buon ascolto.

Verbale di questura sul primo interrogatorio del guastafeste

Posted on Aprile 9th, 2010 in Appunti, Emersioni, Scriptorium | 2 Comments »

“Il coltello dice di averlo comprato presso un venditore di ferrivecchi a Piazza Francese. Odio tutti i Re. Non appartengo ad alcuna setta. Cuoco. Da maggio venuto in Napoli, proveniente da Salerno ove rimasto dodici anni, e propriamente nel 1866. Il 16 maggio 1870 fu arrestato in Salerno per principi di Repubblica Universale - tre mesi stette in carcere a Salerno, ebbe la libertà provvisoria e fu amnistiato con l’indulto in occasione dell’entrata del governo a Roma. Da due giorni ha fatto proposito di uccidere il Re, perché si fa tanto spendere in pompe, mentre soffre l’artigianato nella miseria. Non aveva mezzi per comprare un revolver, altrimenti avrebbe pensato a munirsi di tale arma. Non avendo mezzi per comprare il coltello ha venduto una giacca”.

Aldo De Jaco, Gli anarchici, Cronaca inedita dell’Unità d’Italia, Editori Riuniti, pag. 542

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Il volumone di De Jaco era troppo invitante per lasciarlo solo solo tra i reminder. Così, organizzata apposita spedizione col capitano Van Matthews, ce ne siamo appropriati, attirati dalla ghiottissima parte riguardante Giovanni Passannante, l’anarchico lucano che già da un po’ era entrato a gamba tesa nel nostro immaginario scribesco.

Questo stralcio è parecchio succoso, soprattutto se ci si diverte con traslitterazioni di pompe e ci si intristisce con sovrapposizioni d’artigianato e miseria dei tempi che furono e che sono.

Zucchero

Posted on Marzo 23rd, 2010 in Appunti, Scriptorium | 2 Comments »

Questione di punti di vista.

Aggirarsi nel tuo quartiere a mezzogiorno può essere un’esperienza parimenti poetica e infernale. Prendiamo gli odori. Quel profumino di pane appena sfornato, il soffritto che trasuda dalle finestre, o i fumi della carne arrostita che invadono la tromba delle scale possono essere elegie alla quotidianità e al ricongiungimento familiare – piatti fumanti, televisori che gracchiano telegiornali – come pure terribili fetori emanati da prigionieri di se stessi e della propria vita quali genitori scoglionati dal lavoro, figli sfavati dalla scuola, guarniti da pietanze preparate col volantino delle offerte dell’ipermercato.

C’è un momento esatto in cui si può switchare da un punto di vista all’altro. Ed è il momento in cui hai la sensazione di vivere imbottendoti di medicine dal sapore orribile, propinate a furia di zuccherini.

Quando lo zucchero finisce e il farmaco si sparge in bocca come un veleno, l’essere umano riprende il suo sapore di carne andata a male, di bistecca dimenticata da Dio fuori dal frigorifero.

Majorana, Pavolini e l’insetto degli abissi del tempo

Posted on Marzo 17th, 2010 in Racconti, Scriptorium | 9 Comments »

A Simone Conti.
Con stima e stupita ammirazione.

Bandoliers
To fight you, dear […]
Can’t become what I’m not

Them Crooked Vultures

Il carabiniere posò la tanica di nafta accanto alla porta e con la bocca arsa disse: – In questa stanza, Onorevole.
Pavolini mormorò solo un – Grazie. – e seguì il giovane all’interno della sala. Nonostante l’aria sbattuta, aveva in quegli occhi una folle determinazione che atterriva i sottoposti. E questa cosa – perché nasconderlo a se stessi? – gli piaceva da morire.
L’appuntato, posata la tanica, un attimo prima d’irrigidirsi sull’attenti e svignare via: – Il dottor Majorana arriverà tra qualche minuto, la prega di attendere qui.
La sala era enorme e, a parte quella che sembrava una cupola coperta da un telo nero, vuota. L’onorevole non resistette alla curiosità e tirò giù il lenzuolo. Apparve un incrocio tra una vasca da bagno col baldacchino e uno strumento di tortura: aveva al centro una poltrona dotata di casco e una spessa anima di tubi di rame e cavi penzolanti; sul davanti spiccava quello che immaginò essere il motore. Dava l’idea complessiva di un insetto gigante appena spuntato dalle profondità dell’abisso.
Il dottor Majorana lo fece trasalire, piombandogli alle spalle silenzioso come un animale notturno. Non gli riservò nessun onore, nessuna parata e nemmeno un saluto. Puntò dritto alla tanica, l’aprì e ne annusò il contenuto. Poi sbottò in una fragorosa risata – Avrei dovuto immaginarlo!
– Cosa immaginava, di grazia, camerata?
– Ogni volta che chiedo del “carburante” arriva quello sbagliato. – L’odore di nafta s’era sparso per la stanza. – Questa macchina non va a idrocarburi, va a vapore.
Majorana aprì il davanti della macchina e quello che all’onorevole era parso un roboante motore a scoppio apparve in tutta la sua inequivocabile guisa di caldaia. – Quello che volevo era acqua, solo venti litri di misera acqua. – Continuò divertito – Lei intanto si accomodi, Onorevole. Prenda confidenza col mezzo. Io provvederò a farlo partire. – Poi sparì dietro la porta continuando a ghignare.
Pavolini prese posto sulla macchina, mentendo a se stesso e a alle sue sensazioni: quella cosa lo spaventava a morte.
Dio santo, pensò, una macchina del tempo. E io ci sono sopra.

– Pronto a partire?
– Pronto. – Majorana gli aveva messo in testa il casco e poi s’era dedicato ad attizzare il carbone.
– Sicuro? Ancora posso arrestarla. Tra un minuto il processo sarà irreversibile.
– Proceda pure, camerata.
Così tra scoppi e gorgoglii infernali, Pavolini si ritrovò a occhi chiusi, viaggiando in una galleria dai colori cangianti, cavalcando un misto di eccitazione e terrore che non provava da quando aveva smesso di mulinare personalmente il manganello.
Majorana si accomodò su una poltrona, accese una sigaretta e iniziò a scarabocchiare appunti sul pacchetto. Neanche il tempo di finirla, che Pavolini riaprì gli occhi e balzò fuori dalla macchina, strappando i cavi del casco. Ansimava madido di sudore. Aveva stampato in faccia un sorriso sardonico.

– Ebbene, cosa ha visto? – chiese lo scienziato alzandosi dalla poltrona, continuando a fumare tranquillo la sua sigaretta.
– Ho visto cose davvero meravigliose. Altre, decisamente terribili, le ho dedotte. Ma c’è di che stare tranquilli. Credo di essere arrivato dal ’34 fino al 2010, o giù di lì.
– E allora?
– Forse meneremo di meno i bastoni per aria, anche se non è detto. Non sono arrivato così in fondo da escluderlo del tutto.
Majorana schiacciò la sigaretta sul pavimento, poi si alzò e andò verso Pavolini. Non gli tese la mano. Rimase lì in piedi a fissarlo, dall’alto in basso.
L’Onorevole deglutì un grumo di saliva e disse: – In buona sostanza, non cambierà niente.

BB King: Broadband Barak, ovvero Obama Cyberpunk

Posted on Marzo 15th, 2010 in Appunti, Rassegna stampa, Scriptorium | 2 Comments »

Mado’ - ho pensato - sembra un prequel di un romanzo di Gibson.

Questa potrebbe essere una storia ambientata in un west polveroso, talmente polveroso da aver seppellito ferrovia e telegrafo, e poi autostrada e telefono, televisione e tv via cavo. Una nuova frontiera psichica estesa a 360°, senza punti cardinali. Ci sono buoni, brutti e cattivi, corporazioni, lobby e una battaglia che potrebbe durare anni.

Non ho né le competenze, né il senso della misura, ma sento odore di futuro.

La Grande B.

Posted on Febbraio 23rd, 2010 in Fantascienza, Racconti, Scriptorium | 6 Comments »

Senza retorica e senza morale bucata, questo racconto è per tutte le donne - di qualsiasi nazionalità e condizione - che nella nostra Italietta da basso avanspettacolo vedono ogni giorno calpestate le conquiste e le lotte degli anni passati e, al passare di ogni secondo, vengono private di interi pezzi di futuro. L’immagine è di Francesca Dattilo.

Addio belle spiagge, sogni vacanzieri, resort, impianti turistici, ecomostri e catapecchie abusive, tanti saluti a interi paesi e città: la Grande Barriera Adriatica aveva calpestato tutto un mondo costiero andato in malora già ai tempi della V Guerra Balcanica, quando l’emergenza profughi e rifugiati raggiunse il suo picco storico. L’avevano tirata su nel tempo record di dieci anni. Alla stessa velocità era mutato il mestiere dello scafista, adattandosi ai tempi. Niente più barconi pieni di gente, carrette del mare, scontri con la guardia costiera, annegamenti di massa. Il business della tratta di esseri umani viaggiava su scafi dalla capienza massima di sei, sette persone, progettati per dissolversi – alla lettera – entro un giorno dall’arrivo. Biotecnologie applicate alla nautica o impiego di materiali scarsi, fate voi.

Greta vide per la prima volta la Grande B. un mattino in cui il mare era calmo e docile come le sue speranze. La muraglia correva da Caorle a Siderno per più di millequattrocento chilometri, ma vista dal suo modulo nautico monoposto, il cemento di cui era fatta pareva trasparente: oltre, c’era la sua nuova vita. Alle sue spalle, l’Albania e la disperazione della XIII Guerra. Dall’altra parte della Barriera, l’ing. Marco Di Lena, un manager alto e secco, appena cinquantenne e dall’aria tranquilla, stava cuocendo la sua pelata al sole di mezza estate.
Aspettava Greta.
Già la immaginava stesa sul letto, sua moglie che le accarezzava con affetto una guancia e i due figli gemelli, suoi coetanei, che sorridevano con gli occhi lucidi di gioia. E poi c’era lui, che diceva: – Non ti preoccupare, piccola, sei a casa.
Ah, Greta, Greta, Greta…
E poi ancora, sempre più premuroso: – Questo è il tuo letto, bambina mia. Dormirai al caldo d’inverno e al fresco dell’aria condizionata d’estate. Com’era quella pubblicità? “Con i nostri condizionatori la vostra città cambia provincia, da Roma, Milano o Palermo diventa Copenaghen!”
Potresti restare con noi per tutta la vita.

A Greta avevano detto: – Quando la vedi, quando vedi il grigio del muro che comincia a diventare più scuro, premi il pulsante d’arresto: il motore rallenta e poi si spegne in automatico, consegnandoti alla deriva. Non farlo, e sarai l’ennesima stronza che si è addormentata ancora intera e si è svegliata in forma di marmellata il mattino dopo, spalmata sulla Grande B.

Chiuse gli occhi e sfidò i suggerimenti dello scafista abbandonandosi alla deriva di un sogno lucido, sotto la pioggia battente di desideri e speranze.
Dormire una notte senza il sibilare di bombe e proiettili, mangiare qualcosa che non piova dal cielo in quei cazzo di cassettoni dell’Onu, ma che sia già in casa, senza per questo dover litigare con tuo padre che, accecato dalla fame, durante quelle piogge di cibo in periodo di siccità, si dimentica di avere sei figli, fa a pugni coi vicini, prende la roba e se la va a sbafare sulle colline, sparendo per una settimana intera. E ancora: un lavoro onesto, una casa, una macchina e delle amiche. Poi avere un ragazzo, chissà, anzi dieci, cento ragazzi, e poi un compagno, uno solo per tutta la vita.

Scapperà di sicuro, la troietta. Prima o poi, si stancherà della casa, del condizionatore e, soprattutto, della famiglia. Dieci anni sarebbero un tempo sufficiente da “ospite” in casa Di Lena.
L’arco di tempo esatto in cui qualsiasi speranza andrebbe a farsi fottere. Con lo scorrere dei mesi, i sogni da lucidi si cristallizzerebbero in terra arsa, per poi svanire in un nugolo di polvere. Due lustri in cui Greta sarebbe diventata il chihuahua della signora Di Lena e la bambola di carne di suo marito e dei due gemelli.
Poi sarebbe finita in mezzo alla strada, sul marciapiede o sul ciglio di tangenziali sospese sul vuoto, aggrappata solo ai guardrail della disperazione e dello spirito di sopravvivenza.
Dulcis in fundo, l’unica maniera di scappare dai propri sfruttatori sarebbe stata ucciderli o essere comprata da altri, con la speranza di trovarne di più clementi. Magari prendere uno dei pochi treni disponibili per lasciare la fogna del
kipple, quello che portava alla BBF Spa, Bio-Beauty Farm, società che controllava i più grossi centri benessere del Belpaese, parte di una holding controllata dai soliti noti al governo della Repubblica. Centri di ristrutturazione totale, comprendenti tutta una serie di servizi che andavano dal pompino al refresh genetico delle cellule invecchiate.
L’ingegner Di Lena pensò che per Greta, in fondo, tutto questo non sarebbe stato poi così tanto male.
Un lavoro e tutti gli uomini del mondo. Cos’avrebbe potuto desiderare di meglio? E nel pensarlo ebbe un’erezione.

Quando Greta riaprì gli occhi, era a qualche centinaio di metri dalla Grande Barriera, poteva sentire le urla dei “pescatori”, impiegati nel mestiere infame di pescare esseri umani e non pesci.
Era il momento di premere il pulsante d’arresto, come aveva detto lo scafista.
– Quando la vedi, quando vedi il grigio del muro comincia a diventare più scuro, premi il pulsante d’arresto: il motore rallenta e poi si spegne in automatico, consegnandoti alla deriva.
Ma l’uomo di merda s’era dimenticato di spiegarle dove fosse.
– Non farlo, e sarai l’ennesima stronza che si è addormentata ancora intera e si è svegliata in forma di marmellata il mattino dopo, spalmata sulla Grande B.
Era sotto il sedile, il pulsante. Se ne accorse quando già era a pochi istanti dall’impatto.
Dì la del muro del sogno, c’era la verità: l’ingegnere - che poi concluse quella giornata con una quasi insolazione e un buco nell’acqua: niente più bambolina, gliela avevano consegnata tutta manomessa e sanguinante, inservibile - l’aveva comprata in Rete, al mercato elettronico degli uomini-pesci, come miglior offerente, munito di partita I.V.A. e regolare licenza di Privato Soccorritore.
Greta non si sarebbe mai liberata del sibilo delle bombe, neanche oltre la cortina di cemento della Grande B., nel comodo letto dell’ing. Marco di Lena.